«È il mio portafortuna», sussurrò piano Elena. «Non me ne separo mai. E la bambina nella foto sono io, amore mio. Non mi riconosci?» «Incredibile…», mormorò Sergio, fissando sua moglie con stupore.

È il mio portafortuna sussurrò piano Mariella. Non me ne separo mai. E la bambina nella foto quella ero io, amore mio. Non mi riconosci?
Incredibile bisbigliò Andrea, guardando la moglie con stupore.

Prima di sposarci, io e Andrea non avevamo mai vissuto insieme. Mariella era stata qualche volta nel suo appartamento da scapolo, ma ogni volta che lui le proponeva di traslocare da lui, lei si rifiutava.

Aspettiamo ancora un po’ rispondeva sempre lei. Non vorrei rattristare la mamma. Lo sai, è un po allantica.

E Andrea aspettava…

Finalmente, da sposata, Mariella si trasferì nellappartamento di Andrea.

Naturalmente, iniziò subito a riordinare tutto. Si dovevano anche sistemare le sue cose, ed è stato un lavoro che ha richiesto parecchi giorni.

Mariella si affrettava: il Capodanno si avvicinava e voleva che la loro prima festa insieme fosse perfetta.

Andrea, ce lhai un albero di Natale? domandò lei, giusto per non rischiare di comprarne uno doppio.

Aspetta, guardo sullarmadio. Dovrebbe esserci ancora. Non ricordo nemmeno più quando labbiamo messo lultima volta.

Andrea salì su una sedia. Mariella non sarebbe mai riuscita ad arrivarci.

Prese il vecchio albero, ma con esso cadde a terra anche un vecchio album fotografico.

Oh, che curioso! Guardiamo disse Mariella sedendosi sul pavimento, aprendo lalbum polveroso.

Sono foto delle scuole mi ero pure dimenticato fossero lì disse Andrea, sedendosi accanto.

Davvero? Magari ci vedo qualcuno che conosco! Mariella aveva frequentato la stessa scuola di Andrea, solo che con qualche anno di differenza.

Difficile rispose lui. Tu eri ancora una bambina allora.

Chissà la scuola è sempre quella.

Così cominciarono insieme a sfogliare le vecchie fotografie, tra nostalgici ricordi e risate. Andrea spiegava, raccontava aneddoti buffi, parlava degli insegnanti.

Dieci anni già sembra ieri, invece quanto tempo è passato si stupiva lui.

Normale era il tempo più spensierato, gli faceva eco la moglie.

Guarda! Babbo Natale! esclamò Mariella, alzando una foto.

Ah sì sono io in quinta liceo, rise Andrea. Linsegnante ci mise un mese a convincermi a fare Babbo Natale alla festa della scuola.

E la bambina accanto? domandò Mariella, osservando una ragazzina che guardava il Babbo Natale con una strana espressione.

Lei? Non saprei ricordo che dopo la festa, mentre mi cambiavo, arrivò la vicepreside chiedendomi di rivestire il costume per ascoltare quella bambina.

Pare non fosse riuscita a dire la poesia a Babbo Natale, né a ricevere il regalo.

E tu lhai ascoltata?

Beh, sì che potevo fare? Mi faceva pena. Così indossai tutto di nuovo: cappello, barba, il solito costume.

Ti ricordi cosa le hai regalato?

No davvero quella sera ne ho dati davvero tanti, senza farci troppo caso.

Guarda qua Mariella si alzò e tornò con un piccolo orsetto di peluche color moka, lo stesso che stava sempre sulla sua scrivania. Non ti dice niente?

Andrea la fissava interdetto, senza capire dove volesse arrivare.

È il mio portafortuna disse lei ancora più piano. Non mi separo mai. E la bambina nella foto sono io, amore mio. Non mi riconosci ancora?

Incredibile bisbigliò Andrea, incredulo.

Ero in terza elementare cominciò Mariella. Prima delle feste, mi ero ammalata e rimasi più di due settimane chiusa in casa.

Quindi non potei partecipare ai preparativi: andai direttamente alla festa. Tutti ridevano, ballavano io invece mi sentivo fuori posto e rimasi sempre seduta in disparte. Piangevo.

La vicepreside mi notò, venne a consolarmi. Poi mi portò via: Aspetta qui, disse. Ora accadrà una magia.

Mi lasciò sola nel corridoio. Poi, allimprovviso, arrivò Babbo Natale. Mi chiese una poesia.

Io, tra le lacrime, la recitai. Lui mi accarezzò la testa, mi disse che tutto sarebbe andato per il meglio, e mi regalò questo orsetto.

Poi sparì, così comera arrivato.

Quindi, Andrea, tu sei stato il mio Babbo Natale personale. E chi lavrebbe detto

A lungo rimasero abbracciati, in silenzio, riflettendo su come la vita sia davvero piena di strani intrecci

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«È il mio portafortuna», sussurrò piano Elena. «Non me ne separo mai. E la bambina nella foto sono io, amore mio. Non mi riconosci?» «Incredibile…», mormorò Sergio, fissando sua moglie con stupore.
Non avrei mai pensato che cinque minuti di attesa potessero cambiarmi la vita. E invece è andata proprio così. Tutto è iniziato tre anni fa. La vidi per la prima volta alla fermata: un’anziana signora con il bastone, che arrancava più in fretta che poteva, agitando il braccio come se da quello dipendesse il mondo. Mi fermai. Certo che mi fermai. — Grazie, ragazzo mio — disse ansimando, aggrappandosi al corrimano. — Queste ossa non sono più quelle di una volta. — Si sieda con calma — risposi. Da quel giorno diventò una passeggera abituale. Ogni martedì e venerdì saliva sul mio autobus — per andare in ospedale o visitare la sorella. Il problema era sempre lo stesso: arrivava proprio quando stavo per partire. La seconda volta che la vidi arrivare nello specchietto, il collega accanto a me disse: — Partiamo, siamo in ritardo. Ma io guardai ancora. Arrivava col suo cappotto verde e la borsa appesa al braccio. — Aspettiamo — dissi. — Ti metteranno una nota… — Pazienza. Salì, mi sorrise con quegli occhi chiari e sussurrò: — Sei un angelo. Così diventò un’abitudine. Ogni martedì e venerdì mi fermavo e, se non era già lì, la aspettavo. Trenta secondi. Un minuto. Due. Quanto serviva. Nessuno si lamentava. Ormai tutti l’avevano presa in simpatia. Qualcuno addirittura si sporgeva dal finestrino: — Sta arrivando! Col tempo iniziò a portarmi dei biscotti fatti in casa. — Li ha preparati mia nipote — diceva, anche se non ci credevo del tutto. Un venerdì di luglio non si presentò. Né il martedì dopo. Passò una settimana, poi un’altra. Io mi fermavo ancora e guardavo l’angolo, ma niente. — Sarà malata — disse una signora che viaggiava spesso. — È anziana… Tre settimane dopo la vidi di nuovo. Camminava più lentamente, stavolta con un girello. Scesi e le andai incontro. — Come sta? Le si riempirono gli occhi di lacrime. — Sono stata in ospedale. Ma ho detto a mia figlia che dovevo prendere ancora una volta il tuo autobus. L’aiutai a salire. Tutto l’autobus si mise ad applaudire. Martedì scorso è stato il mio ultimo giorno su quella linea. Dopo trent’anni di servizio sono andato in pensione. Alla solita fermata, però, non era sola: c’erano decine di persone — passeggeri di vecchia data, vicini, persino il fruttivendolo all’angolo. Reggevano un cartello: “Grazie. Ci hai insegnato che la gentilezza non arriva mai in ritardo.” Sono sceso, senza capire. Lei si è fatta avanti, appoggiata alla nipote, e mi ha abbracciato. — Mi hai aspettata così tante volte — ha detto — che oggi aspettiamo noi te. C’è stato un discorso, una targa. Hanno detto che da oggi la fermata porterà il mio nome — “la fermata di chi sa aspettare”. Avevo la voce tremante. — Io… io l’ho solo aspettata. Non ho fatto niente di speciale. Qualcuno dietro ha gridato: — Altroché! In questa città tutti corrono, nessuno aspetta! E sono ripartiti gli applausi. Quella sera, tornando a casa e raccontando tutto a mia moglie, lei mi ha detto: — È per questo che ti amo. In un mondo che va sempre di corsa, tu hai sempre saputo quando fermarti. Ho messo la targa accanto alle foto dei nostri figli. Ma ciò che conservo nel cuore è altro: il suo sorriso, ogni volta che saliva, e quel suo “grazie, ragazzo mio”. Dicono che abbia fatto qualcosa di speciale. Io ho solo aspettato. A volte penso che sia questa la cosa più straordinaria che possiamo fare: saper aspettare chi abbiamo davanti, anche quando il mondo ci dice di andare avanti.