«Se sei al verde è solo colpa tua: nessuno ti ha obbligata a sposarti e ad avere figli», mi disse mia madre quando le chiesi aiuto.
Avevo ventanni quando mi sposai con Marcello. Prendemmo in affitto un piccolo bilocale nei dintorni di Firenze. Lavoravamo entrambi: lui faceva il muratore, io ero commessa in una farmacia. Si viveva con poco, ma bastava. Sognavamo di mettere da parte qualche soldo per comprare una casa tutta nostra, e allora ci sembrava che ogni cosa fosse possibile.
Poi nacque Matteo. Due anni dopo arrivò anche Leonardo. Andai in maternità, e Marcello iniziò a fare turni extra. Ma nonostante il doppio sforzo, il denaro non bastava mai. Tutto ciò che guadagnavamo finiva in pannolini, latte, visite pediatriche, bollette e, ovviamente, laffittola metà dello stipendio di Marcello se ne volava così.
Guardavo i nostri bambini e ogni mattina mi svegliavo con la stessa ansia: e se Marcello si fosse ammalato? E se ci avessero mandato via? Come avremmo fatto?
Mia madre viveva sola in un trilocale. Anche la nonna, sempre a Firenze. Entrambe con la sala vuota. Non chiedevo mica un castello, pensavo. Solo un angolino, per un po. Finché i bimbi erano piccoli. Finché non ci fossimo rimessi in piedi.
Proposi a mia madre di andare a vivere insieme alla nonna: loro due in un appartamento, noi nellaltro. Non avremmo occupato molto spazioio, Marcello e i nostri piccoli. Ma non volle nemmeno sentirne parlare.
Vivere con mia madre? Ma sei fuori?sbottò.Pensi che la mia vita sia finita? Sono ancora giovane. E con quellanziana, mi andrebbero in rovina i nervi. Vivi dove ti pare, ma lasciami in pace.
Ingollai il disprezzo senza rispondere. Poi chiamai mio padre, che da anni vive con la sua seconda moglie. Hanno un appartamento ampio, quattro stanze, e speravo che accogliesse almeno la nonna. Dopotutto, è sua madre. Ma rifiutò anche lui. Disse che coi figli del secondo matrimonio «la casa è già piena come un uovo».
Disperata, richiamai mia madre. Piangevo, la supplicai di darci ospitalità, almeno per un po. Fu allora che mi ferì davvero:
Se non hai soldi è colpa tua. Nessuno ti ha detto di sposarti o di fare figli. Hai voluto fare la donna grande? Ora arrangiati. Risolvi i tuoi problemi da sola.
Sprofondai in cucina, col telefono stretto in mano, come se il mondo mi fosse crollato addosso. Da mia madre! Proprio da lei, che avrebbe dovuto sostenermi. Non chiedevo niente di specialesoltanto un posto, un po di comprensione.
Il giorno dopo, ne parlai con Marcello. Lunica persona che ci tese la mano fu sua madre, la Signora Annamaria. Sta in un paesino vicino a Siena, in una casa con cortile. Cè una stanza libera e disse che ci avrebbe accolti volentieri. Si offrì addirittura di badare ai bambini mentre noi lavoravamo.
Ma sono spaventata. Là non è città. È campagna. Niente ambulatori a portata di mano, la scuola è distante, i mezzi quasi non esistono. Ho timore che, trasferendoci, resteremo per sempre. Che i bambini crescano senza avere possibilità, senza un vero futuro. Che io finisca per chiudermi in me stessa, perdendo ogni slancio.
Eppure, non abbiamo alternative. Mia madre si è girata dallaltra parte. La nonna è troppo anziana. Mio padre non ci considera nemmeno più famiglia. E ora mi trovo a un bivio: lasciare tutto per un salto nel buio, o accettare una mano meno vicina, ma più sincera.
Sai che cosa fa davvero male? Non è la povertà, né la fatica: è sapere che proprio chi ami di più, nel momento del bisogno, si fa da parte. E non temo per me, quanto per i miei figli: vorrei solo che non provassero mai il dolore di sentirsi non voluti da chi dovrebbe essere il loro rifugio più grande.






