– Ti presento: è la mia ex moglie, – disse tranquillamente il marito. Ma non si aspettava una reazione simile da parte di Giulia

Ti presento la mia ex moglie, disse Riccardo con calma. Ma non si aspettava una simile reazione da Miriam.

Miriam tornò a casa quaranta minuti prima del solito. Al lavoro lavevano lasciata andare prima.

Entrò, si tolse gli stivali uno subito, laltro dopo qualche tentativo , appese il cappotto e si diresse in cucina, desiderosa solo di una tazza di tè. Aveva bisogno di silenzio, di starsene un po per conto suo senza che nessuno la disturbasse. Almeno per una ventina di minuti.

Al posto del silenzio, però, trovò una donna sconosciuta seduta nella sua cucina.

Era elegante, con una giacca blu scuro, i capelli tagliati corti e curati, il portamento di chi tiene molto a sé stessa. Sedeva al tavolo di Miriam, sorseggiando tè dalla sua tazza preferita.

Miriam si bloccò sulla soglia.

Riccardo era ai fornelli, mescolando qualcosa nella pentola come se nulla fosse.

Ah, Mimì, sei già qui! Si voltò e le fece un sorriso tranquillo. Vieni, ti presento Patrizia. La mia ex moglie.

«La sua ex moglie».

Miriam non si spostò di un millimetro, fissando quella Patrizia.

Buonasera, disse Patrizia, senza alcuna esitazione. Come se quella casa fosse la sua e Miriam solo una che passava per caso.

Buonasera, rispose Miriam.

E lì finì la presentazione.

Miriam andò verso il frigorifero, prese una bottiglia dacqua, riempì un bicchiere, bevve tutto dun fiato. Poi, appoggiò il bicchiere sul tavolo, guardò nuovamente Patrizia, quindi Riccardo.

Per ventanni Riccardo non aveva mai dato a vedere di sentirsi ancora con lei. Anzi, ne aveva parlato pochissimo: «Ci siamo lasciati molti anni fa», «Tutto finito in modo civile», «Non abbiamo avuto figli».

E invece, eccola lì.

A bere tè. Dalla tazza coi fiorellini blu.

Miriam pensò che avrebbe dovuto scegliere delle tazze più robuste, quando comprò il servizio da “Dettagli d’Arredo”.

Patrizia rimase ancora unora e mezza quella sera.

Miriam si chiuse in salotto. Finse di leggere, ma teneva solo il libro sulle ginocchia mentre ascoltava le voci provenire dalla cucina. Non si capivano le parole, solo i toni: quello di Riccardo un po più alto dellusuale, attento; quello di Patrizia piatto, basso e pacato. Quella calma dava fastidio più di tutto il resto.

Dopo un po, la porta dingresso sbatté. Riccardo spuntò sulla porta:

È andata via.

Bene, rispose Miriam.

Aveva dei problemi da discutere.

Capisco.

Annuii e lui tornò in cucina a lavare i piatti. Miriam chiuse il libro.

Quella notte non riusciva a dormire. Dopo ventanni di matrimonio, lui quasi non parlava mai dellex moglie. E ora eccola lì, ricomparsa. In giacca elegante.

Il giorno dopo Riccardo ricevette una chiamata, e Miriam vide il nome sul display mentre lui lasciava il telefono sul comodino andando in bagno: Patrizia. Nessun cognome, nessuna nota.

Il numero era già salvato.

Miriam si allontanò e andò in cucina a mettere lacqua per il tè.

Le telefonate si fecero più frequenti. Non che Riccardo chiamasse davanti a lei; preferiva andarsene in unaltra stanza, parlare sottovoce, per poco tempo. Ma lei se ne accorgeva. Notava ogni volta che lui prendeva il telefono e chiudeva piano la porta. Notava che Riccardo, dopo quelle conversazioni, era più assorto del solito, con lo sguardo perso nel vuoto.

Una volta Miriam non riuscì a trattenersi.

Era lei al telefono?

Sì, rispose Riccardo, senza imbarazzo, senza accennare a scuse.

Adesso vi sentite spesso?

Lui la guardò attentamente. Come chi cerca le parole giuste per dire qualcosa di delicato.

Mimì, è in un momento difficile. Non me la sento di non risponderle.

Che situazione ha?

Esitò.

Preferisco non dirlo ora. Non è una cosa mia da raccontare.

Non è una cosa mia. Tre parole. Dentro cera tutto quello che Miriam non volle approfondire. Si alzò e si mise a lavare i piatti. Con lo scroscio dellacqua, ogni discorso era più facile da ignorare.

Poi arrivò il sabato. Riccardo disse che sarebbe uscito per delle commissioni. Tornò dopo circa tre ore, nessuna spiegazione. Miriam non chiese nulla. Cenano in silenzio, guardarono la TV, poi a letto.

Unaltra sera, sentì parte di una telefonata. Riccardo era in corridoio, credeva che Miriam fosse in bagno invece era nella stanza accanto, dietro la porta.

Non posso lasciare tutto, mormorava Riccardo, ma si capiva bene. Ho una famiglia.

Miriam non volle sentire altro e tornò in soggiorno.

Ho una famiglia.

Una frase che poteva essere interpretata in mille modi. Nel migliore, nel peggiore, come volevi bastava un po di immaginazione o di paura.

A Miriam, fantasia e timori non mancavano.

Rimase taciturna tutta la sera. Riccardo le domandò se era tutto a posto. Miriam rispose solo «sì, sono solo stanca».

Un mercoledì fissò a lungo una loro foto insieme, sulla mensola. Erano al mare, tre anni prima: Riccardo rideva, lei socchiudeva gli occhi al sole. Una bella foto. Miriam aveva sentito, per la prima volta da anni, di avere tra le mani qualcosa di vero; non frammenti, ma una certezza, qualcosa di solido.

Sistemò un poco la cornice, appena un millimetro.

E pensò: e se avessi solo creduto di averlo?

Nei giorni seguenti tutto sembrò scorrere come al solito. Riccardo era gentile, attento, non spariva. Le telefonate proseguivano, ovvio. Ma Miriam non sentiva più il bisogno di controllare chi chiamasse. Ormai sapeva il nome.

Ogni mattina Riccardo preparava un caffè per due. Le chiedeva come aveva dormito. Lei rispondeva. Lui annuiva.

Esiste un tipo di silenzio sereno, quando due persone stanno bene insieme. E poi cè quel silenzio che continuamente sussurra qualcosa, piano, come una radio accesa in unaltra stanza; non capisci cosa si dica, ma ti senti inquieta.

Quel silenzio era diventato la loro compagnia a colazione.

Miriam, un giorno, chiamò lamica Stefania, solo per far due chiacchiere. Stefania parlava di tuttaltro: la casa al lago, i nipoti, la vicina stravagante col cane. Miriam ascoltava, diceva sì, quasi si tranquillizzò. Alla fine, Stefania le chiese: E tu? Tutto bene?, e Miriam rispose: Tutto bene, ridendo senza motivo.

Non raccontò nulla a Stefania.

Raccontare avrebbe significato ammettere tutto. E Miriam aveva ancora troppa paura per darci un nome.

Magari era solo unimpressione.

Poi fu Patrizia a chiamare.

Riccardo era uscito a fare la spesa, sarebbe tornato a breve. Il numero era sconosciuto. Miriam rispose senza pensarci.

Miriam Rossi? La voce era riconoscibile.

Sì.

Sono Patrizia. Mi scusi se la disturbo. Vorrei parlarle di persona, se accetta.

Miriam ci pensò un istante.

Va bene.

Sincontrarono due giorni dopo. Un bar vicino alla metro, alle undici. Patrizia disse Grazie e chiuse la chiamata.

Miriam rimase col telefono in mano a pensare: ecco.

Non era solo unimpressione.

Non raccontò nulla a Riccardo. Perché? Se lavesse saputo, bene. Se no, tanto meglio.

Arrivò al bar qualche minuto in anticipo e ordinò un caffè americano. Guardava la porta.

Patrizia arrivò alle undici in punto. Giacca blu scuro, forse la stessa o una simile. Capelli curati, insieme nessuna fretta. Vide Miriam, la salutò con un cenno, si sedette. Chiamò la cameriera, ordinò un tè. Posò le mani sul tavolo.

Stettero qualche secondo in silenzio, ma non per imbarazzo. Solo per raccogliere i pensieri.

So cosa pensa di me, esordì Patrizia. E probabilmente ha ragione.

Miriam non rispose. Attendeva.

Riccardo ha un figlio. Luca. Ha trentaquattro anni. Lo disse fissando Miriam, senza abbassare lo sguardo. Vive in Germania. Da otto anni.

Questo Miriam non se lo aspettava.

Nessun figlio così aveva sempre detto Riccardo. Una sola volta, tanti anni prima. Nessun figlio.

Invece, uno cera.

Riccardo non sapeva di Luca per molto tempo, spiegò Patrizia, con voce pacata. Sono andata via quando ero incinta. Non lho detto. È stata una mia scelta. Perché, ormai non importa. Conta solo una cosa.

Prese in mano la tazza, bevve un sorso e la rimise giù.

Tre settimane fa Luca ha avuto un brutto incidente. È vivo, ma serve unoperazione delicata alla colonna vertebrale. Costa molto. Lassicurazione copre una parte. Il resto dobbiamo trovarlo noi.

Miriam guardava quelle mani tranquille, quella voce composta, chiedendosi come facesse. A parlare così, senza cedere.

Poi però notò che Patrizia stringeva la tazza più forte.

Una madre, con un figlio in ospedale allestero.

Sono venuta da Riccardo, spiegò Patrizia, perché non avevo nessun altro. Non posso permettermi quella cifra. Non Luca. Non sapevo nemmeno se Riccardo avrebbe voluto vedermi. Ma mi ha ascoltata.

Rimasero in silenzio.

Perché lo racconta a me? chiese Miriam. Senza rancore, con voce bassa.

Patrizia la fissò negli occhi.

Perché lei ha diritto di sapere. Questa è casa sua. Suo marito è Riccardo. Riccardo voleva parlarne di persona, ma ho chiesto io di poterlo fare. Era più giusto così.

Miriam annuì.

Fuori pioveva una leggera pioggerella di novembre. Nel bar cera caldo, odore di caffè e brioches. Al tavolo accanto, una donna spiegava a qualcuno al telefono come raggiungere la zona. Un giorno qualunque.

Ma dentro Miriam sembrava che tutto si fosse spostato. Gli stessi oggetti, ma niente era più al suo posto.

Quanto serve? chiese.

Patrizia disse la cifra. Miriam non fece una piega. Annuì come se stesse prendendo nota.

E loperazione quando sarà?

Il chirurgo consiglia il prima possibile. Massimo entro un mese.

Miriam finì il caffè. Guardò la strada bagnata fuori dalla vetrina.

Così sono andate le cose.

Nessun romanzo. Niente non riesce a dimenticarmi. Nulla di quello di cui Miriam aveva avuto paura per settimane, svegliandosi alle quattro del mattino. Un figlio. Trentatré anni.

Fa quasi ridere, ma non cè nulla da ridere qui.

Miriam indossò il cappotto. Si alzò. Patrizia la guardava, calma ma tesa.

Le chiamerò domani, disse Miriam.

E se ne andò.

Fuori si fermò sotto la pensilina. Prese il telefono e chiamò Riccardo.

Sei a casa? chiese quando rispose.

Sì. Tu?

Sto tornando. Dobbiamo parlare.

Pausa.

Hai visto Patrizia?

Sì.

Silenzio.

Mimì

Ne parliamo a casa, disse con tranquillità.

Riccardo le aprì ancora prima che suonasse. Si vedeva che era agitato, fatto insolito: Riccardo sapeva sempre come mantenere la calma.

Perché non mi hai detto di tuo figlio? chiese Miriam, senza guardarlo, mentre sistemava il piano cottura.

Lho saputo solo tre settimane fa. Da quando è venuta qui.

Miriam si voltò a fissarlo.

Non sapevi proprio nulla?

Nulla. Se nè andata e non ha detto niente. Fece un lungo sospiro. Poi mi ha chiamato. È venuta. Mi ha raccontato tutto.

Sei arrabbiato? chiese Miriam.

Ci pensò.

No, rispose. Non sono arrabbiata. Però questa conversazione doveva arrivare prima. Molto prima.

Lui annuì.

Lo so.

Fecero il bonifico.

Loperazione andò bene.

Riccardo lo seppe la mattina di venerdì, quando chiamò Patrizia. Parlò poco, poi tornò in cucina e si sedette.

È andato tutto bene, disse. Luca sta meglio.

Miriam annuì. Gli versò un caffè.

Rimasero seduti in silenzio, ma era un silenzio diverso da prima.

Dopo qualche giorno chiamò Patrizia. Chiese se poteva passare. Miriam acconsentì.

Si presentò di martedì, nel pomeriggio. Questa volta senza giacca, solo un semplice maglione grigio. Sembrava diversa: la calma glaciale del primo giorno si era sciolta, cera qualcosa di più morbido nel suo sguardo, forse stanchezza, forse sollievo, forse entrambi.

Stettero tutti e tre in cucina. Bevvero tè. Dalle tazze coi fiori blu: Miriam non ne aveva mai comprate altre.

Credevo che mi avrebbe odiata, disse piano Patrizia, fissando la tazza. A dire la verità, se fossi stata nei suoi panni avrei odiato anchio.

Miriam ci rifletté un istante.

Il passato non si può cambiare, disse. Ma il presente sì. E lo si può affrontare da persone oneste.

Patrizia alzò lo sguardo. Qualcosa nei suoi occhi cambiò.

Grazie, mormorò semplicemente.

Non aggiunsero altro di importante. Finirono il tè, chiacchierarono del più e del meno il tempo, la strada, quanto si impiega a Berlino. Poi Patrizia se ne andò.

Riccardo rimase a fissare la porta chiusa. Poi si volse verso Miriam. La fissava, in silenzio, come chi si accorge finalmente di qualcosa di prezioso.

Mimì, disse.

Sì?

Non rispose subito. Poi:

Sei straordinaria. E la migliore.

Miriam si alzò, raccolse le tazze. Aprì il rubinetto. Fuori si faceva buio. Sulla finestra c’era un piccolo cactus in un vasetto arancione che aveva comprato pochi giorni prima, dimenticandosi perfino di annaffiarlo.

Devo ricordarmi di farlo, pensò.

E per una volta, le sfuggì un sorriso.

A volte, solo accogliendo il presente come viene e scegliendo la comprensione, si aprono nuovi percorsi dove il passato non fa più paura.

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