– Ma sta solo manipolando mio marito! – sbottò indignata Inna: la storia di una donna che scopre di essere sempre la terza incomoda tra un ex troppo presente, una ex moglie “bisognosa” e un amore che non basta più

Quella lì sta solo manipolando mio marito, sbottava Martina.

Martina guardava il cellulare e sentiva già ribollire dentro di sé quella fastidiosa irritazione ormai familiare.

Riccardo aveva chiamato per la terza volta quella sera.

Marti, perdonami, davvero la sua voce era stanca, piena di colpa, troppo conosciuta. Lo so che ci eravamo messi daccordo per il teatro, ma insomma, Laura dice che Francesco ha la febbre alta, quasi quaranta. Non riesce a gestire tutto da sola. Dai, capisci anche tu, no?

Martina capiva.

Fin troppo bene.

Ricky, abbiamo preso i biglietti, gli rispose con voce calma, anche se dentro le urlava tutto. Aspettavamo questa serata da più di un mese!

Lo so, amore. Lo so, ti giuro che ti compenso. Però stiamo parlando di un bambino mica posso lasciarli così.

Quando chiuse la chiamata, Martina digitò subito il numero della sua amica.

Vale, tu capisci?! disse, camminando avanti e indietro per la stanza, agitandosi. Di nuovo! E la terza volta solo questo mese! Prima il figlio malato, poi la macchina rotta, poi unaltra scusa qualsiasi!

Marti, magari davvero il bambino non sta bene, provò con cautela Valeria.

Ma certo che lo so! È ovvio! I bambini si ammalano in continuazione, è normale. Ma la cosa assurda è che la sua ex chiama sempre lui! Ma gli altri? Ha solo lui al mondo? I genitori? Le amiche, niente?

Eh

Eh, no! sbottò Martina. Lei lo manovra, Vale! Lui è troppo buono, non ci arriva! Lei lo conosce, sa che lascia tutto e corre. E lei ci marcia!

Valeria sospirò allaltro capo del telefono.

Ma sei così sicura che sia colpa sua?

E di chi se no?! Martina si fermò di colpo.

Boh, pensaci. Se una donna chiama sempre lex marito e lui lascia tutto per lei chi ci guadagna davvero?

Martina rimase in silenzio con la bocca aperta. Poi la chiuse, sentendo dentro una strana fitta.

Vale, non dire sciocchezze, tagliò corto. Riccardo è solo un padre responsabile. Non lascerebbe mai suo figlio nei guai.

Va bene, va bene, scusa cedette subito Valeria. Era una riflessione così.

Ma quella riflessione così iniziò a pizzicarle in testa. Come una minuscola spina che non si riesce più a togliere.

Riccardo rientrò tardi, stanco, stropicciato, lo sguardo penoso.

Sono proprio uno stupido, scusami le si strinse da dietro, col naso sullincavo del collo. Ti compro nuovi biglietti, promesso. I posti migliori! Giuro.

Martina rimase in silenzio. Guardava fuori dalla finestra e pensava: quante volte aveva già sentito queste promesse? Cinque? Dieci? Venti?

Sempre la solita frase: Ma tu capisci, vero?

Capisco, pensava Martina. Solo che cosa capisco, non lo so.

Poi, però, le cose iniziarono ad accumularsi.

Allinizio erano solo piccoli dettagli come la polvere sui mobili: sembra che non ci sia, ma passa il dito e la trovi.

Martina notò che Riccardo aveva iniziato a tenere sempre il telefono con sé. Prima lo lasciava ovunque: sul tavolo, sul divano, perfino in bagno. Ora invece lo portava ovunque. Anche in cucina solo per prendersi un bicchiere dacqua.

Ricky, come mai ti porti sempre dietro il telefono? chiese una sera, cercando di usare un tono leggero.

Eh? Ah, è labitudine del lavoro, lì squilla sempre

Va bene.

Poi le capitò di vedere per caso lagenda sul cellulare di lui. Aveva aperto il calendario solo per segnare la prossima uscita insieme quella che doveva recuperare. E ci trovò: Andare a prendere Francesco allasilo ore 16:00, Portare i documenti della macchina a Laura, Chiedere a Laura del vaccino.

Laura, appunto.

Ricky, disse quella sera a cena, mescolando nel tè ormai insapore, lo sai quando devo discutere la tesi?

Alzò gli occhi dal piatto solo un attimo.

La tesi? Ah, a maggio, mi pare?

No, a marzo. Tra due settimane.

Ah giusto. Scusami, memoria da pesce.

Memoria pessima. Ma lagenda di Laura, quella sì che la conosce a memoria.

Poi ci furono anche i soldi.

Martina aveva trovato per caso un estratto conto che Riccardo aveva lasciato sul tavolo. Tre bonifici da mille e duecento euro. Destinataria? L. Romano.

Ricky lo chiamò Martina mostrando il foglio. Questa roba qui cosè?

Lui nemmeno si mise in difficoltà. Sospiro e basta.

Sto aiutando Laura. Sua madre si è ammalata e servivano soldi per le medicine. Poi per il laboratorio di Francesco lo sai, lei da sola con lui fa fatica.

Tremila seicento euro, Ricky. In tre mesi.

E allora? È mio figlio! Non posso certo lasciare che si arrangino così!

Martina rimise a posto il foglio, senza fiatare.

No, certo. Solo che è strano che non me ne avessi parlato.

Non è che mi sono dimenticato! Solo che lo sapevo che avresti iniziato con tutte queste polemiche!

Quelle parole la fecero sentire isterica. Pignola, gelosa. Una scema.

E poi cera stato quel disegno in macchina.

Martina era salita lato passeggero e aveva trovato sul sedile posteriore un disegno di un bambino. Cera una casa, fiori, il sole. E tre persone. Papà. Mamma. Francesco.

Martina prese in mano il disegno. Lo rigirò. Dietro, con scritta stentata: A papà, da Francesco. La nostra famiglia.

Ricky, chiamò sottovoce Martina.

Mhm?

Questo da dove viene?

Lui buttò un occhio.

Ah, lha fatto Francesco. Carino, vero? Un artista.

Martina studiò il disegno ancora un istante, poi guardò lui, poi di nuovo il foglio.

Ricky, qui cè scritto: la nostra famiglia.

Eh, sì. Per lui famiglia siamo io, Laura e lui. È piccolo, vede così è normale, sai, psicologia infantile.

Martina rimise a posto il foglio. Si sedette dritta. Si allacciò la cintura. E per tutto il viaggio non disse una parola.

Poi Laura aveva iniziato a farsi vedere anche di persona.

Prima solo una volta devo prendere le cose di Francesco che sono rimaste da Riccardo. Poi unaltra parlare delle vacanze estive del bimbo. Poi ancora entravo di passaggio.

Laura era tranquilla. Educata. Sempre con il sorriso.

Ciao Martina! salutava, come fossero amiche. Spero non disturbo, cè Riccardo?

E dopo ogni visita, Riccardo diventava distante. Assente. Fissava un punto e rispondeva a monosillabi.

Che hai? chiedeva Martina.

Niente, sono solo stanco.

Martina aveva iniziato a sentirsi di troppo. Di disturbare.

Un giorno, poi, sentì per caso una telefonata.

Riccardo era in bagno, convinto che la porta fosse chiusa bene. Ma questa rimase leggermente aperta. E Martina sentì:

Laura, dai, non piangere Ti aiuto io, lo sai che ci sono Sì, certo che vengo. Sai che quando serve ci sono sempre.

La voce di lui era dolce. Intima. Quasi tenera.

Martina lasciò la porta, si buttò sul divano. E capì.

Non era lui ad essere manipolato.

Era lui a permetterlo.

Perché gli andava bene così.

Per tre giorni Martina non disse nulla.

Non fece scenate. Restò a guardare tutto con un distacco quasi da scienziata che osserva un insetto raro al microscopio.

Ed ecco cosa vide.

Riccardo ricordava alla perfezione tutti gli impegni di Laura, ma si scordava quelli di Martina. Sapeva orari, appuntamenti, medicine, asilo. Tutto segnato. Ma la tesi di Martina, zero.

Continuava a scambiarsi messaggi tutto il tempo. Il telefono vibrava e lui leggeva in fretta, rispondeva, cambiava espressione. Un senso di colpa sottile, quasi come se stesse facendo qualcosa di proibito.

Una sera lui era in doccia e il telefono squillò. Martina vide sullo schermo: Laura.

Senza pensarci, rispose.

Ricky? era la voce di Laura, rotta dal pianto. Ricky, puoi venire? Sto malissimo. Non so con chi parlare se non con te.

Martina rimase in silenzio.

Ricky? Mi senti? Non ce la faccio più da sola. Tu ceri sempre

Martina riattaccò. Rimise giù il telefono. Si sedette e iniziò a ridere da sola.

Mamma mia, che stupida, pensò. Quanto sono stata ingenua.

Riccardo uscì dal bagno, tutto bagnato e con lasciugamano.

Ti ha chiamato Laura, disse Martina, calma.

Lui si bloccò di colpo.

Hai risposto tu?!

Sì. Martina si alzò. Lo fissò. Piangeva. Diceva che stava male. Diceva che tu ceri sempre.

Lui non trovava le parole. Si vedeva che stava cercando di capire che versione dare.

Senti Laura adesso ha dei problemi seri. Non ha nessuno tranne me. Lasciarla così, non ce la faccio.

Lasciarla? Martina rise amaro. Ma voi avete divorziato quattro anni fa, Ricky. Non è più tua moglie. È la tua ex. Lhai già lasciata, ricordi?

Ma abbiamo un figlio insieme!

E quindi? si avvicinò. Quindi devi correre ogni volta che chiama e dice Francesco? Devi mandarle soldi di nascosto? Devi sapere alla perfezione la sua giornata?

Esageri.

Io?!

A Martina qualcosa si spezzò dentro. Prese la borsa. Iniziò a mettere via le sue cose.

Ho passato mesi a pensare che la colpa fosse di lei. Che ti manipolava, che ti usava, che non ti lasciava andare.

Si fermò.

Ma la verità, Ricky, è che il problema sei tu. Sei tu che permetti tutto questo. Perché ti fa comodo. Hai due vite. Lex moglie che ha bisogno e la nuova che sopporta. Non scegli. Così stai bene.

Non andartene, Marti.

Non sto andando via, rispose a bassa voce. Sto uscendo da questo triangolo dove sono sempre la terza incomoda. Non combatto con la tua ex. Lascio a voi la partita.

Riccardo rimase fermo, fradicio e sgomento.

Marti, aspetta, ne parliamo.

Non cè niente da dire, si infilò la giacca. Tu hai già scelto tanto tempo fa. Solo che io ci ho messo un po a capirlo. Ora lho capito. Benissimo.

Aprì la porta.

Salutami Laura. Dille pure che ora può chiamarti quando vuole.

La porta si chiuse senza rumore.

Un mese dopo, Martina era al bar con Valeria.

Come va? le chiedeva lamica con cautela.

Bene, davvero, rispose Martina, sorridendo.

Ed era vero. La prima settimana è stata dura il cuore a pezzi, la tentazione di chiamarlo forte. Ma ha resistito. Si è affittata un piccolo monolocale, trovato un lavoretto extra, ha discusso la tesi.

Riccardo chiamava. Tanto. Mandava messaggi lunghi, pieni di scuse e giustificazioni.

Martina, scusami. Ho capito tutto. Diamo unaltra possibilità?

Martina non rispondeva. Perché sapeva che non sarebbe servito. Il problema non era Laura. Ma lui. E finché non lo capiva, niente sarebbe cambiato.

E lui? domandò Valeria.

Chi?

Riccardo, chi sennò.

Ah. Martina allargò le spalle. Davvero non lo so. Non ci sentiamo.

Valeria restò in silenzio.

Ma tu, non ti sei mai pentita?

Martina ci pensò. Si era pentita? No. Strano, ma no. Sentiva altro. Sollievo. Come aver tolto un peso che si portava dietro da mesi.

Ho fatto la mia scelta, finì il caffè. Per me stessa.

Valeria sorrise.

Hai fatto bene.

Macché, Martina agitò una mano. Era ora di crescere.

Riccardo rimase solo.

Laura, stranamente, smise di chiamare molto in fretta. Senza Martina lì a guardare, il gioco perse senso. E quando lui provò a riannodare i fili di una vecchia intesa, ricevette solo risposte fredde.

Sei tu che hai scelto lei, disse Laura tranquilla. Ora arrangiati. Io ho la mia vita, non mi servi più.

Riccardo provò a rincorrere Martina. Si fece trovare sotto casa, la aspettò al lavoro, messaggiava. Ma lei fu irremovibile.

Ricky, lasciami andare, gli disse unultima volta. E lascia andare anche te stesso. Tu vuoi vivere due vite, io una sola. Ma quella vera.

Camminando per Milano la sera, Martina pensava a quanto ci si possa sbagliare. Aveva avuto paura di restare sola. Di perdere Riccardo. Ma, alla fine, non aveva perso proprio niente.

Perché chi non sa scegliere, non ti darà mai niente di vero.

E lei, di vero, voleva tutto.

Tu che dici, vale la pena che Riccardo riprovi a riprendersi la sua prima moglie? Tanto ormai con Martina la porta è chiusaValeria rise, le lanciò uno sguardo e batté le mani sul tavolino.
Tu, Marti, sei rinata.

Martina si schernì, ma sorrise davvero, di cuore. Poi il cellulare vibrò ancora una volta, sullo schermo il nome di Riccardo lampeggiò inesorabile.

Senza neppure guardare il messaggio, lo silenziò. Fece un respiro profondo e si guardò intorno: la città era piena di possibilità. Si accorse che non aveva più fretta di rincorrere nessuno, né il passato, né un futuro prestampato.
Aveva solo voglia di vivere il presente. Con le sue cicatrici, i suoi slanci, la sua leggerezza ritrovata.

Valeria le fece locchiolino.
Allora, cinema o vino stasera?
Martina la guardò e si voltò, con un sorriso curioso:
Tutti e due. Questa sera si festeggia.

Mentre attraversavano la strada insieme, Martina sentiva il cuore più leggero di quanto ricordasse da anni. E capì che la libertà non era una fuga, ma un ritorno a sé.
Ed era finalmente casa.

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SENZA CUORE… Claudia Vasillievna è tornata a casa dopo essere stata dal parrucchiere, una sua piccola abitudine nonostante abbia appena compiuto 68 anni. Si prendeva cura di sé, testa, unghie, tutto ciò che le trasmetteva buon umore e vitalità. — Claudietta, poco fa ti ha cercata una parente. Ho detto che saresti arrivata più tardi. Ha promesso che tornerà, — le annuncia il marito Yuri. — Che parente? Non mi è rimasto nessuno. Qualcuno di lontanissimo… vorrà sicuramente chiedere qualcosa. Dovevi dirle che ero partita all’altro capo del mondo, — risponde seccata Claudia. — Ma dai! Perché mentire? Secondo me è davvero della tua famiglia: alta, distinta, ricorda tua madre, Dio l’abbia in gloria. Non mi pare sia venuta a chiederti qualcosa. È una signora raffinata, vestita con gusto, — cerca di rassicurarla Yuri. Dopo circa quaranta minuti la parente suona alla porta. Claudia la fa entrare personalmente. In effetti assomiglia molto alla madre defunta e sfoggia un look elegante: cappotto costoso, stivali, guanti, orecchini con minuscoli brillanti; in queste cose Claudia aveva occhio. Claudia invita la donna alla tavola già apparecchiata. — Allora, se siamo parenti, conosciamoci: io sono Claudia, niente formalità. Vedo che siamo quasi coetanee. Lui è mio marito Yuri. Tu da che ramo di famiglia arrivi? — chiede la padrona di casa. La donna esita un momento, si fa persino rossa: — Sono Galina… Galina Vladimirovna. In realtà abbiamo poca differenza d’età; io ho compiuto 50 anni il 12 giugno. Quel giorno non ti dice nulla? — Claudia impallidisce. — Vedo che hai capito. Sì, sono tua figlia. Ma non ti preoccupare, non voglio niente da te. Ho solo voluto vedere mia madre, la vera. Ho vissuto tutta la vita senza sapere nulla. Non riuscivo mai a capire perché mia mamma non mi amasse. Tra l’altro lei è morta da otto anni. Perché solo papà mi ha sempre amato? Papà è mancato proprio due mesi fa. 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Quando tornò, Claudia aveva già sparecchiato e seguiva serenamente la TV. — Hai una tempra da generale! Dovresti guidare degli eserciti. Non hai proprio nessun cuore? Lo sospettavo che fossi senza pietà, però fino a questo punto non pensavo, — dice Yuri. — Ci siamo conosciuti quando avevo 28 anni, vero? Sappi che il mio cuore me lo hanno tolto e calpestato molto prima. Sono una ragazza di paese, ho sempre sognato la città. Studiavo per questo, l’unica della mia classe ad andare all’università. A 17 anni ho conosciuto Volodia. Lo amavo follemente. Era più grande di quasi dodici anni, ma non mi importava. Dopo una vita povera, vivere in città per me era un sogno. La borsa di studio non bastava mai. Mangiavo poco, quindi accettavo felice ogni invito di lui al caffè, a prendere un gelato. Non mi aveva mai promesso nulla, ma ero certa che mi avrebbe sposata. Una sera mi invita nella sua casa di campagna. Non ho esitato. Dopo, sono seguite tante altre volte. Presto fu chiaro che aspettavo un figlio. Glielo dissi. Fu contentissimo. Chiesi quando ci saremmo sposati: avevo già 18 anni, si poteva andare a registrare. — Ti ho forse promesso di sposarti? — mi rispose. — Non te l’ho promesso e non mi sposerò. Per di più sono già sposato… — mantenne la stessa calma. — Ma il bambino? E io? — — Sei giovane e sana. Sei perfetta. Farai una pausa agli studi, un congedo. Intanto frequenta l’università senza dare nell’occhio, poi mio moglie ed io ti prenderemo con noi. Non riusciamo ad avere un figlio, forse perché lei è più grande. Quando nascerà, prenderemo il bambino noi. Per le carte, lascia fare a me. Sono importante nel comune. Mia moglie è primario in ospedale. Non ti mancherà nulla. Ti pagheremo pure. All’epoca nessuno sapeva che cosa fosse la maternità surrogata. Credo di essere stata la prima. Che avrei dovuto fare? Tornare in paese e rovinare mia famiglia? Fui ospite da loro fino al parto. La moglie di Volodia non si fece mai vedere: forse era gelosa. Partorii in casa, con l’ostetrica. Tutto regolare. Non ho mai allattato, la bambina fu portata via subito. Non l’ho più vista. Una settimana dopo mi congedarono con delicatezza. Volodia mi diede dei soldi. Sono tornata a studiare. Dopo la laurea, alla fabbrica. Mi diedero una stanza nel residence. Prima operaia, poi capo reparto controllo qualità. Avevo tanti amici, ma nessuno mi ha mai chiesto di sposarsi, fino a quando sei arrivato tu. Avevo già 28 anni, non cercavo il matrimonio, ma era ora. Il resto lo sai. Abbiamo vissuto bene, cambiato tre auto, la casa piena di tutto, la villetta in campagna sempre in ordine. In ferie ogni anno. La nostra fabbrica è sopravvissuta agli anni ’90 perché un reparto produceva strumenti unici per trattori, e nessuno sapeva cosa facessero gli altri. Ancora oggi è circondata da filo spinato e torrette. Abbiamo la pensione agevolata. Non ci manca nulla. Non abbiamo figli, e va bene così. Con i bambini di oggi… — conclude la confessione Claudia. — Non abbiamo vissuto bene. Io ti ho amato. Ho cercato di scaldare il tuo cuore per tutta la vita, invano. Va bene non avere figli, ma non hai mai avuto compassione neanche per un gattino, un cagnolino. Mia sorella ti chiese aiuto per una nipote, nemmeno per una settimana l’hai voluta. Oggi è venuta tua figlia, e come l’hai trattata? Tua figlia! Il tuo sangue, e tu… Fossimo stati più giovani, avrei chiesto il divorzio, ma ormai è tardi. Accanto a te c’è freddo, tanto freddo, — risponde Yuri, deluso. Claudia si spaventò un po’, Yuri non le aveva mai parlato così. La sua serenità fu spezzata da quella figlia. Yuri andò a vivere alla villetta in campagna. Negli ultimi anni vive lì: tre cani adottati, tanti gatti. A casa passa di rado. Claudia sa che frequenta Galina e la sua famiglia, adora la pronipote. — È sempre stato un sempliciotto, e così resterà. Che viva come vuole, — pensa Claudia. Non ha mai voluto conoscere davvero sua figlia, né i nipoti. Va da sola al mare, si rilassa, si ricarica e si sente benissimo.