— Mio marito mi ha proibito di parlare con te, — ha dichiarato mia sorella

Mio marito mi ha proibito di parlarti annunciò mia sorella

Marina chiamava sempre sua sorella Elisabetta la domenica. Dopo aver sentito mamma, dopo papà, fra un trasloco e laltro, tra uninfluenza e una casa nuova. Chiamava, e il mondo sembrava un po meno sbilenco. Più tranquillo la vita andava avanti.

Ciao, la voce di Elisabetta era come una tazzina da caffè appena lavata, ma dimenticata nel lavello.

Ciao! Marina capiva subito che cera qualcosa che non andava. Ma sorrideva comunque; era ormai abitudine.

Una pausa. Minuscola, ma Marina lavvertiva.

Senti, iniziò Elisabetta. Non ti offendere…

Non ti offendere… non porta mai a nulla di buono. Peggio di dobbiamo parlare. Peggio ancora di promettimi che non ti preoccuperai.

Marco mi ha detto che non devo più sentirti.

Scusa?

Ecco, pensa che tu abbia una cattiva influenza. Sulla nostra famiglia…

Marina avrebbe voluto rispondere qualcosa di intelligente. O almeno di sensato. Il cervello suggeriva solo una parola corta. Molto italiana. Ma meglio non urlarla al telefono.

Elisabetta, questa è una barzelletta?

No, Mari, purtroppo no.

Fuori dalla finestra, il platano ondeggiava un ramo. Forse compativo, forse solo perplesso.

Marina ricordava quando Elisabetta da bambina aveva paura del buio e si infilava nel suo letto. Quando laccompagnava in ospedale, quando le portava la lasagna dopo la separazione e le diceva: Dai, ce la faremo.

Ed ecco adesso: sarei una cattiva influenza.

Ma in che senso, esattamente? chiese Marina, tenendo la voce piatta, con fatica.

Mah… Marco dice che mi metti contro di lui. E che… in generale.

Chiarissimo.

Elisabetta. Io a Marco gli voglio anche bene, sai. Un po, ma gliene voglio.

Dai, Mari, lascia stare.

Lascia stare cosa?

Questo teatrino, insomma.

Marina fissava il cellulare.

Va bene disse piano. Ho capito.

Anche se, in realtà, non aveva capito niente.

La settimana dopo, Elisabetta non chiamò nemmeno una volta. Era già una notizia.

Marina resistette fino a mercoledì. Poi chiamò lei.

Squilli lunghi. Poi silenzio.

Il giovedì ci riprovò. Stesso risultato. Il venerdì scrisse su WhatsApp: Elisabetta, tutto bene? Le spunte arrivarono subito, prima grigie, poi blu. Letto. Chiaro.

Nessuna risposta.

Marina fissava quelle spunte blu, a lungo. Come se fossero un referto medico.

Sedeva in cucina, beveva un tè e pensava: va bene, ammettiamo. Mettiamo che Marco abbia davvero vietato a Elisabetta di sentirla. È surreale, no? Una donna adulta, cinquantanni, due figli e improvvisamente vietato. Che parola. Come se non fosse una moglie, ma una ragazzina a cui vietano la discoteca.

Marina finì il tè, posò la tazza. Guardò fuori dalla finestra.

Va bene disse tra sé va bene.

Chiamò la vicina di casa di Elisabetta, la signora Tamara, con cui anni prima avevano diviso lauto per andare al mare.

Tamara, hai visto Elisabetta ultimamente?

Sì, silenzio leggero. Ieri, era in giro con Marco.

E come stava?

Non saprei. Quando cè lui, preferisce non parlarmi.

Marina chiuse la chiamata.

Al compleanno di Marina, a settembre, la sorella non venne. Prima volta nella storia. Mandò un messaggio: Auguri, non posso passare. Tutto qui. Niente telefonate, niente spiegazioni.

Marina era a tavola con due amiche, facendo finta che fosse tutto ok. Una chiese:

E tua sorella?

Impegnata, rispose Marina.

Laltra, Giulia, sussurrò:

Non lha lasciata venire, vero?

Giulia, che ne so…

Dicono che lui ogni sera controlla il telefono di Elisabetta. Proprio ogni singola sera. Foto, messaggi, chiamate, tutto passato a setaccio.

Marina restò zitta.

E va anche a fare la spesa con lei continuava Giulia Sempre! Cinquantadue anni e deve accompagnarla ovunque. Dice che lei non deve portare pesi. Quanto premuroso…

Magari davvero è premuroso.

Dai Mari le occhiatacce di Giulia erano proverbiali premuroso e carceriere sono due cose diverse.

Marina silenziò tutti, mise la torta sulla tavola. Spense una candelina sola (figuriamoci cinquasette: la casa sarebbe stata un falò). Espresse un desiderio. Di quelli che non si dicono ad alta voce.

Ottobre passò quieto. Novembre pure. Marina scrisse ancora due volte: Elisabetta, ti aspetto. Per qualsiasi cosa, ma solo spunte blu. Nessuna risposta.

A dicembre chiamò unaltra vicina, Rita.

Marina, scusa se ti disturbo così… Ieri ho sentito delle urla. La casa ha i muri di carta, capirai. Marco urlava contro di lei. A lungo. Non capivo le parole, ma il tono… si capiva.

Marina rimase in silenzio.

E lei niente. Non rispondeva proprio. Che quasi fa più paura che se gli avesse urlato contro, no?

Marina era in piedi in cucina con il telefono in mano, guardando fuori.

Un sabato, però, Marina decise di andare da Elisabetta. Così, dimpulso. Prese dei mandarini, che era dicembre, e tanto vale. Arrivò sotto casa della sorella e suonò il citofono.

Pronto? rispose Marco.

Marco, sono Marina. La sorella di Elisabetta.

Pausa. Una di quelle pause che sembra si stiano prendendo decisioni da Presidente della Repubblica.

Elisabetta non cè.

Aspetterò.

Dovrai aspettare a lungo. Tornerà tardi.

Marco, le lascio i mandarini. Le piacciono.

Va bene. Lasciali davanti alla porta. Passo dopo.

Click.

Marina rimase lì un minuto. Posò il sacchetto sui gradini. Poi cambiò idea, lo riprese.

Perché tanto sapeva: non li avrebbe recapitati. Non per cattiveria, ma per principio. E Elisabetta non avrebbe mai saputo che la sorella era stata sotto il suo portone con i mandarini come una fessa.

Tornò a casa. Mise i mandarini sul tavolo. Restò seduta a guardarli.

Arancioni. Elisabetta ne era sempre stata golosa. Diceva i mandarini sanno di Natale.

Marina ne prese uno. Lo sbucciò. Lo mangiò.

Sapeva di Natale.

Terminata la polpa, Marina mise via le bucce. Fuori era già buio: dicembre, le sei, e sembrava mezzanotte.

La chiamata arrivò alle dieci e mezza.

Marina non dormiva. Era con un libro o meglio, lo era fino a quel momento.

Il telefono vibrò. Numero sconosciuto.

Pronto?

Silenzio. Poi un respiro. Irregolare.

Mari.

Voce bassissima, come se dovesse parlar piano per non farsi sentire.

Elisabetta?

Mari, apri. Sono sotto casa tua.

Marina era già in piedi. Il libro lo raccolse dopo, forse.

Scendo.

Elisabetta era davanti alla porta con una borsa piccola, chiusa di corsa, cappotto aperto, anche se era dicembre e fuori si gelava. Occhi lucidi.

Marina aprì la porta per farla entrare.

Vieni.

Nientaltro. Prese la borsa e la mise nellingresso.

Elisabetta andò in cucina. Marina mise lacqua per un tè.

Siediti.

Elisabetta si accomodò, mettendo le mani sul tavolo.

Ha scoperto che ti ho chiamata.

Quando?

Tre settimane fa. Lho fatto da un altro telefono, una collega al lavoro. Pensavo che non se ne accorgesse.

Marina ascoltava. Il bollitore iniziava a borbottare.

Lui ha controllato il resoconto delle chiamate. Ha trovato il numero. Ha chiamato la collega lei non centra nulla, poverina.

E poi?

Elisabetta abbassò lo sguardo.

Tre ore di predica. Perché lho tradito, perché tu sei una cattiva influenza, perché sbaglio sempre se decido da sola.

Marina ascoltava. Solo questo. Senza interrompere, senza fare oh! né dire ma dai. Sapeva che ora non cera bisogno di parole, solo di qualcuno lì.

Sai la cosa assurda? Elisabetta sollevò gli occhi. Io pensavo: in fondo non mi picchia, non beve, lavora, porta i soldi. Non urla nemmeno. Controlla sì il telefono, mi dice come vestirmi, dove andare. Ma magari è solo carattere, no? Questo è normale, no? Sara una cosa da uomini…

Lo sguardo supplicava che Marina dicesse: sì, figurati, è tutto normale. Vai a casa, tranquilla.

Marina non disse niente.

Davvero? sussurrò Elisabetta.

No, disse Marina. Non è normale.

Elisabetta la fissava.

Quando è stata lultima volta che hai deciso qualcosa da sola?

Elisabetta guardava la tazza.

Quando hai fatto qualcosa solo perché ti andava e senza dover poi rendere conto?

Fuori nevicava la prima neve dellinverno, lenta e pigra.

Non ricordo, rispose Elisabetta.

La voce era così calma che faceva più paura che urlasse.

Prima di venire da te, stasera, stavo mettendo gli stivali. Lui ha chiesto dove andavo. Ho detto: da Marina. Ha detto: te lo proibisco. Pausa. E io ho messo anche laltro stivale. Ho preso la borsa e sono uscita.

Marina la guardava.

Non se lo aspettava, sospirò Elisabetta. Nemmeno io me lo aspettavo.

Hai fatto bene.

Non lo so. Elisabetta scosse la testa. Non so ancora se è giusto, lo scopro ora a ogni respiro. Ma per ora… respiro. Solo questo.

Marina si alzò, prese una coperta a quadri disordinata dallarmadio ancora quella della mamma e gliela mise sulle spalle.

Elisabetta la accarezzò piano.

Posso fermarmi qui stanotte?

Certo che sì.

Lui chiamerà.

Peggio per lui.

Richiamerà tante volte.

Che suoni pure.

Elisabetta annuì. Ti ricordi quando da piccole ci rifugiavamo sotto il tavolo? Quando i nostri litigavano?

Certo che ricordo.

Mi sono sempre detta che se stavi nascosta, poi passava tutto. Sarebbero tornati in pace. Basta non farsi vedere, basta fare silenzio.

Marina taceva.

Ho fatto così anche con Marco. Silenzio, e aspetta. Sette anni che sto zitta, Mari.

Marina non disse nulla. Mise il tè, spinse avanti la scatola dei biscotti quelli davena che Elisabetta adorava.

Sai cosa diceva di te? chiese Elisabetta.

Che porto scompiglio in famiglia.

Questo a voce alta. Ma poi, che sei sola e invidiosa. Che ti intrometti negli affari degli altri. Che il tuo parere è veleno per noi.

Marina alzò le sopracciglia.

Veleno?

Veleno. Proprio parola sua.

Elisabetta rimase tre giorni.

La mattina bevevano tè. La sera guardavano film romantici cretini con lietofine. Marco chiamava. Allinizio spesso, poi sempre meno. Allultimo, Elisabetta rispose e uscì in corridoio. Marina sentì solo pezzetti voce serena, ferma, senza quelle inflessioni piagnucolose. Poche frasi. Poi il silenzio.

Elisabetta rientrò, si mise a sedere, prese una tazza.

Oggi torno a casa.

Va bene disse Marina.

Non chiedi perché?

No.

Elisabetta rimase in silenzio.

Perché è casa mia. E la mia vita. Passava il dito sul bordo della tazza.

Marina annuì. Preparò biscotti, mandarini da portare via. Elisabetta guardava e non diceva niente.

In corridoio, mentre calzava gli stivali, Elisabetta disse:

Adesso gli dirò tutto. Può anche restare mio marito, ma dora in poi il telefono, le amiche, le conversazioni… decide lui per sé, non per me.

Marina non disse nulla. La osservava chiudersi il cappotto.

Si abbracciarono. A lungo.

Mari, disse Elisabetta scusami se ho taciuto tanto.

Va tutto bene.

No, non va tutto bene.

Marina non rispose. Stringeva la sorella forte, come da bambine quando lei aveva paura del temporale.

Poi Elisabetta se ne andò.

Marina guardava dalla finestra la sorella attraversare il cortile. In mano il sacchetto di mandarini.

Mise su lacqua per un altro tè.

E stavolta, lo smartphone poteva anche restare silenzioso, tanto lei non lo fissava più ansiosa.

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Libera l’appartamento, mi sposo e vivremo qui insieme” – ha annunciato la figlia del mio compagno dal primo matrimonio