Tra le righe

Tra le righe

Natalia Rossi chiuse piano la porta dellufficio risorse umane e per un attimo lasciò la mano sulla maniglia, come a controllare che non tremasse. Sulla scrivania laspettava già una cartellina con i documenti in arrivo, sopra un foglio appena stampato dalla contabilità, con la dicitura per approvazione. In basso cerano date e importi, in alto a destra la frase fredda: ottimizzazione del fondo stipendi. Sapeva bene cosa volesse dire tutto questo, anche se si trattava di un sapere da addetta ai lavori.

Tra il corridoio sentì passi veloci: Natalia si affrettò a tirare la cartellina a sé, che non si vedesse troppo. In quellente era tutto fatto così, i documenti sempre a faccia in giù, le chiacchiere sussurrate, le domande rimandate a più tardi. Accese il computer, aprì la posta, e vide una mail dellarea finanza: Si prega di predisporre un elenco del personale per fasce detà 45+ e 55+, anzianità, mansioni. Termine: oggi alle 16:00. Nessuna firma della direttrice, solo la copia al vicedirettore.

Erano comunicazioni che odiava. Sembravano solo richieste di statistiche, ma dentro cera sempre già una decisione presa da qualcun altro. Natalia fece quello che ormai era diventata routine: aprì il database, estrasse i dati, controllò le date di nascita e lanzianità di servizio. Per lei era un meccanismo quasi automatico. Le tracce sempre le stesse: un foglio appena uscito caldo dalla stampante, una pila di fascicoli, una firma a registro.

A ora di pranzo le voci non erano più voci, erano rumore di fondo. Nel cucinino con il distributore dacqua e due tavoli, quelle dellufficio pulizie parlavano a mezza voce, ma abbastanza forte perché si sentisse ovunque.

Dicono che tagliano i più anziani. Prima noi, poi la contabilità borbottò Valentina Petrini, senza nemmeno guardare Natalia.

Natalia prese un bicchiere dacqua e rimase in piedi. Desiderava solo uscire, ma andarsene sembrava come ammettere qualcosa.

Chi lo dice? chiese tenendo un tono calmo.

Lo dicono tutti. Nellufficio accanto cè già la verifica, Valentina fece un cenno verso il corridoio. E stanno facendo delle liste.

Natalia sentì una stretta nello stomaco. Le liste, in effetti, le stava facendo lei.

Una verifica può essere per mille motivi, rispose. Non fatevi paranoie.

Suonò più come se stesse difendendo il sistema che le persone, e forse era quasi vero.

Dopo pranzo la chiamò nel suo ufficio la responsabile, Tiziana Vittorini. Lo stanzino era minuscolo, due armadi ricolmi di fascicoli e sulla scrivania sempre una pila di circolari. Tiziana chiuse la porta, senza offrirle la sedia.

Natalia, ormai la voce gira. Sai cosa intendo, disse subito.

Natalia annuì.

Sei una di cui ci si può fidare. Ed è proprio per questo che ti chiedo, Tiziana fece una pausa, cercando un tono più morbido, di non alimentare la questione. Niente chiacchiere. Niente mi hanno detto. Qui sono tutti nervosi e noi dobbiamo consegnare dei report.

Non sto facendo chiacchiere, rispose Natalia.

Ecco, bene. Se ti chiedono qualcosa, rispondi: Non so niente. Non è una bugia. È la posizione ufficiale.

Natalia sentì che quella frase cambiava senso alle cose. Posizione ufficiale voleva dire che la verità diventava proprietà di qualcun altro.

E se invece iniziò.

Se succede qualcosa, la interruppe Tiziana, lo annuncerà la direzione. Non noi. Qualsiasi parola può essere rivoltata contro di noi. E contro di te.

Natalia capiva. Quando aveva firmato la riservatezza, sembrava una formalità. Ora invece era una corda al collo.

In corridoio la bloccò Silvia, dellufficio progetti. Più giovane, ma già con laria stanca.

Natalì, dì la verità. Licenzieranno anche noi? subito aggiunse, Mi hanno appena approvato il mutuo, non so se accettare.

Natalia sentì la rabbia montare: non contro Silvia, ma contro una situazione in cui doveva rispondere per decisioni non sue.

Non lo so, rispose.

Ma tu sei delle risorse, sai tutto, Silvia la guardava dritta, seria.

Natalia avrebbe voluto metterla a tacere, ma un commento brusco sarebbe stato già una risposta.

Vedo documenti che non sempre significano quello che pensate, rispose cauta. E anche se cambierà qualcosa, non sarà domani.

Silvia fece un mezzo sospiro, come fosse una garanzia.

Quindi posso accettarlo? chiese.

Natalia non rispose, indicò solo col mento il suo ufficio:

Devo lavorare.

La sera, con quasi tutti andati via, Natalia rimase a sistemare i fascicoli nellarmadio. Meticolosa, sistemava tutto in fila, firme sul dorso, niente che sbucasse. Allinterno lente era così: un faldone in ordine significava una persona ancora lì; se il faldone spariva, voleva dire che non cera più.

Sulla scrivania trovò un nuovo memorandum dalla contabilità, firmato dal vicedirettore: Studiare ipotesi di riduzione del personale. Priorità: area amministrativa e logistica. Termine: entro il 10″. Nessun accenno alletà, ma Natalia sapeva che priorità spesso coincideva con chi era più facile mandar via senza troppo rumore.

Il giorno dopo arrivarono quelli della commissione dal livello superiore. Niente di più che persone che andavano da una stanza allaltra, facevano domande e chiedevano di vedere registri. Natalia vedeva come i colleghi si irrigidivano, parlavano in modo impostato, accennavano sorrisi un po forzati.

Fuori, sulla scala, trovò due colleghi della manutenzione che fumavano. Uno con la sigaretta, laltro con laccendino.

Hai sentito che Paolo già ha dato le dimissioni? diceva uno.

Ma dove va? rispondeva laltro.

Meglio uscire da solo che farsi buttare fuori. A cinquantotto anni, chi ti prende più.

Natalia si bloccò sulla rampa, senza entrare. Le fece quasi male alle costole. Paolo, Paolo Severini, era lì da più di ventanni. Conosceva ogni tubo e ogni contatore. Sempre pronto, quando cera un problema.

Così scese e andò verso la sua officina. La porta era socchiusa. Dentro, odore di vernice e polvere, gli attrezzi sul banco. Paolo seduto, piegato su un foglio.

Che stai facendo? chiese, anche se lo sapeva.

Alzò gli occhi. Aveva le palpebre rosse, come chi non dorme.

Dimissioni, rispose. Prima che sia troppo tardi.

Chi te lo ha detto? si avvicinò Natalia. Che tocca a te?

Ma lo sai anche tu. Età, abbozzò un sorriso, senza cattiveria. Non sono scemo. Ho visto come ci guardano. Siamo numeri.

Natalia sentì la gola secca.

Paolo, sussurrò, non fare nulla per sentito dire. Aspetta. Almeno fino a un ordine formale.

Aspettare, ripeté lui. E poi correre a raccattare le briciole? Non voglio che mi chiamino per dirmi: Non servi più. Voglio decidere io.

Le sue mani erano forti, la pelle screpolata. Quelle mani tenevano letteralmente in piedi lente.

Se dai le dimissioni tu, perdi lindennità, disse Natalia. Quello non era più un sospetto, era un dato.

Indennità fece lui un gesto. Mi basta la salute.

Lei capì che tacere sarebbe stato essere complice. Se se ne andava, non era solo colpa sua. Era una scelta fatta nel buio, un buio che avevano creato loro, quelli che tacevano.

Non posso garantirti che non ci saranno tagli, ammise piano. Posso solo dirti che non cè ancora un elenco ufficiale. Stanno valutando. Questo è tutto.

Paolo la fissava a lungo.

Allora quindi stanno valutando, concluse.

Natalia annuì.

Lo sapevo, prese la penna. Grazie di avermelo detto.

Lei sentì che si stava spezzando dentro. Avrebbe voluto che le sue parole lo fermassero. Invece lavevano spinto.

Aspetta, disse, quasi un ordine. Dammi il foglio.

Non te lo do, rispose calmo. È roba mia.

Natalia uscì sentendo le dita gelate. Camminava e pensava che, comunque andasse, sarebbe stata lei la responsabile. Se se ne fosse andato, avrebbe lasciato fare. Se restava e poi veniva licenziato, avrebbe illuso.

In ufficio chiuse la porta e si sedette. Sullo schermo cera ancora lelenco delle fasce detà. Guardava i numeri e cominciava a vedere delle facce. Non 45+, ma Valentina Petrini che si fa carico del magazzino. Non 55+, ma Paolo Severini che di notte viene a sistemare quel che non va.

Aprì un nuovo documento e scrisse una nota interna al vicedirettore. Il tono, impersonale, come richiesto: Considerata la diffusione di voci riguardo possibili cambiamenti nel personale, si chiede di valutare un incontro collettivo per chiarire tempi e modalità. Lassenza di informazioni ufficiali sta generando tensioni sociali e rischi di dimissioni volontarie di risorse chiave. Rilesse: sembrava una minaccia. Ma non sapeva dirlo meglio.

Poi fece unaltra cosa. Prese il telefono, trovò il contatto di Paolo Severini, e scrisse un messaggio breve: Se decidi di presentare le dimissioni, passa da me prima. Ci sono dettagli sui tempi e sulle indennità. Non prometteva miracoli. Solo correttezza.

Il giorno dopo la chiamò dal vicedirettore, Andrea Niccolini. Non uno di quelli che amava imporsi, più che altro uno che ormai sembrava stanco, abituato a parlare piano per non farsi sentire dai corridoi.

Natalia Rossi, disse senza sollevare la testa. Ho letto la tua nota.

Sì, rispose Natalia.

Lui indicò una sedia. Natalia sedette con le mani sulle ginocchia.

Sai che siamo in fase di analisi, vero? Niente è stato deciso, ma tu chiedi un incontro, come se tutto fosse già scritto.

Non chiedo un incontro dove si comunica una decisione, spiegò ma dove si dice alle persone che ancora non cè, e quando arriverà. Altrimenti la gente si muove da sola.

Queste cose succedono sempre, lo sai sospirò Andrea Niccolini. Si fanno dei film.

Sì, ma ora non sono solo film. Qualcuno si è già dimesso.

Sgranò gli occhi.

Chi?

Natalia fece il nome.

Andrea Niccolini ci pensò su, poi si sfregò il naso.

Male. Lui ci serve.

Ecco appunto, stavolta nella voce di Natalia cera più forza. E non sarà lunico.

Vorresti che uscissi a dire: Tranquilli, non succederà nulla? chiese.

No, disse Natalia. Vorrei che dicesse la verità dove può, quando può. Che si sta analizzando la situazione. Che i criteri non sono letà. Se è vero.

La fissò.

Sei sicura che i criteri non saranno letà? domandò, ed era una trappola anche senza volerlo.

Non li so, i criteri, rispose. So solo che tutti pensano che il criterio sia letà. E che il silenzio lo conferma.

Andrea Niccolini si alzò, camminò un attimo, poi guardò fuori dalla finestra.

Guarda che anche io sto in mezzo, mormorò. Da sopra mi dicono taglia lo stipendio, da sotto non toccare nessuno. Ma soldi in più non ne arrivano.

Natalia non rispose. Quello non era un ordine, era una confessione.

Farò un incontro veloce coi capi ufficio, concluse. Daremo qualche informazione. Niente dettagli. Diremo solo le scadenze. Ma anche tu si girò verso di lei, cerca di parlare il meno possibile nei corridoi.

Non vado a spifferare, disse Natalia. Vorrei solo evitare che la gente rovini la propria vita per un sentito dire.

Lui annuì, come se avesse capito ma non del tutto approvato.

Due giorni dopo si tenne lincontro. Nella sala riunioni si radunarono i responsabili e qualche senior. Gli altri seguivano da dietro la porta socchiusa. Andrea Niccolini parlò chiaro: Si sta valutando la consistenza dellorganico. Decisioni entro fine mese. Priorità alle funzioni e non alletà. Si invita a mantenere la normalità. Gli ordini arriveranno ufficialmente.

Natalia guardava i volti. Cera chi sorrideva sollevato, chi rimaneva scettico. Valentina Petrini sussurrava a una collega: Lo sapevo… entro la fine del mese, vuol dire che succede. Silvia cercava lo sguardo di Natalia, come a voler leggere altro fra le righe.

A fine riunione Paolo Severini andò da lei, con il foglio già firmato.

Allora? chiese. Adesso che si fa?

Natalia fissò la data. Due settimane da lì.

Se vuoi davvero andartene, disse Natalia, prova a chiedere laccordo. Se la direzione accetta, si può discutere dellindennità. Ma non è garantito.

E se non la accettano?

Allora rimane una dimissione volontaria. È una tua scelta.

Lui annuì.

Capito. Grazie.

Se ne andò, lasciandola con la sensazione di essere una voce di manuale, non una persona. Ma almeno lì cera un appiglio.

A fine mese uscì la circolare. I tagli non erano ufficialmente per età, ma potevi vederlo fra le righe. Togliere posizioni, unire mansioni, proporre part time. Nella lista cerano giovani e meno giovani, ma per chi aveva più anni era più dura. Natalia vedeva la gente leggere la circolare, qualcuno fotografava silenzioso, altri subito a fare domanda di dimissioni, senza aspettare.

Lei fu risparmiata. Anzi, le proposero nuovi compiti, tanto lei ce la fa, disse quasi con affetto Tiziana Vittorini.

Quello stesso giorno Natalia si presentò da Andrea Niccolini con la domanda di trasferimento allarchivio documenti, come impiegata semplice. Era più in basso, senza accesso a elenchi e graduatorie.

Te ne vai? chiese.

Vado via dal mezzo, rispose Natalia. Non voglio più essere quella che sa e tace. O che poi viene odiata per questo.

Lui guardò il modulo, poi lei.

Per via dei tagli?

Per come li hanno gestiti.

Non replicò. Solo disse:

Lì sarà più tranquillo, anche più monotono.

Ho bisogno di monotonia adesso. Di limiti.

Dopo una settimana la trasferirono. Nellufficio nuovo meno persone, meno chiacchiere. Il lavoro era chiaro: registrare posta, controllare scadenze, spedire circolari. Lì dietro i numeri non cera la vita degli altri.

Un giorno, nel corridoio, incrociò Valentina Petrini con una cartella sotto il braccio.

Allora Natalia, mormorò senza più malizia, non ti occupi più di risorse. È meglio così?

Natalia ci pensò e rispose onesta:

È diverso. Non posso salvare tutti, ma almeno non faccio più finta che vada tutto bene.

Valentina annuì, come se bastasse.

La sera Natalia spense il computer, chiuse larmadio dei documenti e controllò bene la finestra. Sulla scrivania era rimasta solo la posta da spedire domani. Spense la luce, senza voltarsi verso il vecchio ufficio. Dentro era ancora agitata, ma più tranquilla. Aveva pagato la sua verità rinunciando a una vecchia parte di sé. E in quel momento, sembrava valerne la pena.

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Tra le righe
«Non va sempre tutto liscio» – rispose Elena. – «Il mio patrigno mi rimprovera in continuazione» – «Allora come ti chiami, piccola principessa?» – lo sconosciuto si accovacciò vicino alla bambina. – «Elena!» – rispose la bambina. – «E tu?» – «Sono Carlo, io e tua mamma andremo a vivere insieme. Ora noi – tu, io e tua mamma – siamo una sola famiglia!» Presto mamma ed Elena si trasferirono da Carlo. Il patrigno aveva un appartamento spazioso con tre stanze e ad Elena venne assegnata una camera tutta sua. Carlo era gentile, comprava sempre dolci e giocattoli alla bambina, mentre il vero padre la chiamava solo per litigare con sua madre. Poi la mamma disse ad Elena che il papà aveva una nuova famiglia e si era trasferito. Elena si sentì ferita, perché gli voleva bene. La mamma poteva sgridarla e darle uno scappellotto, ma il papà non lo faceva mai. Elena ricordava benissimo che quando i suoi genitori divorziarono, la mamma urlava contro il papà, arrivando quasi a colpirlo. Nella mente della bambina era rimasta impressa una frase che la mamma aveva detto al papà prima di andare via: «Non credere di essere stato tu il primo a tradirmi, tu le corna le avevi già – come un cervo!» Poi la mamma aveva fatto le valigie e andarono a casa della nonna. Elena non riusciva a capire cosa volesse dire che il papà aveva le corna, visto che era calvo e non aveva neanche i capelli. Mamma e papà si lasciarono definitivamente. Con Carlo filava tutto liscio fino al giorno in cui Elena iniziò la prima elementare. La bambina non amava la scuola, era un po’ ribelle durante la ricreazione, così i genitori venivano spesso chiamati a scuola, a volte doveva andarci Carlo al posto della mamma. Il patrigno prendeva molto sul serio l’istruzione della figliastra, spesso la aiutava con i compiti. «Tu per me non sei nessuno, non puoi dirmi cosa devo fare!» – disse a volte Elena ripetendo una frase sentita dalla nonna. «In realtà sono io il tuo papà, perché sono io che ti sfamo e ti vesto» – rispondeva Carlo. Quando Elena compì dieci anni, il papà tornò in città. Ormai la bambina sapeva cosa significasse “mettere le corna”. «Sicuramente anche la sua seconda moglie gliele avrà messe, per questo l’ha lasciata» – commentò la mamma. Quando il papà tornò chiese di poter vedere la figlia e la mamma accettò. Elena e il padre erano contenti di ritrovarsi. «Come va?» – chiese il papà. «Non benissimo» – rispose Elena. – «Il mio patrigno mi rimprovera sempre.» «Perché ti grida contro? Lui non è nessuno per te!» – il papà si arrabbiò. «Anche la nonna lo dice, ma a lui non importa» – Elena esagerava, perché Carlo non le aveva mai alzato la voce. Voleva solo che il papà si preoccupasse per lei. «Ok, ci penserò io» – disse il padre. Durante una passeggiata al parco scoprirono che sulle otto giostre del parco solo i bambini potevano salire, su tutte le altre solo accompagnati dagli adulti, ma il papà non volle salire. Elena allora gli confidò che si avvicinava il suo compleanno e sognava un nuovo cellulare. Quando la mamma arrivò a prenderla, gli disse che Carlo non rimproverava mai la bambina, ma lui non volle ascoltare. «Mio papà è davvero un taccagno!» – disse Elena a Carlo. – «Al parco non mi ha comprato niente a parte un gelato, tutto qui. Siamo andati solo a passeggiare. Carlo, tu sei meglio di lui.» «Rimediamo allora all’errore di tuo papà e passiamo il weekend al centro giochi per bambini!» Il piano però saltò perché Carlo ebbe un’emergenza a lavoro. Ignorò anche le allusioni sul nuovo cellulare. «Papà, Carlo mi ha ingannata!» – disse Elena tra le lacrime al padre. – «Aveva promesso che saremmo andati al centro giochi, poi ha detto che non me lo ero meritato, né la gita né il cellulare.» Anche se era una bugia, il papà si lasciò convincere e comprò il tanto desiderato cellulare alla figlia. L’ultima volta non aveva seguito il desiderio di Elena, ma questa volta non voleva deludere la bambina. Purtroppo dovette scegliere un modello economico, perché non si poteva permettere quello bello. «Non potevi aspettare il tuo compleanno?» – chiese Carlo. «Il mio vero sogno è avere un cane!» – rispose la bambina. «No, un cane bisogna portarlo a spasso e tu sicuramente non avrai voglia!» – replicò il patrigno. Dopo queste parole Elena scoppia in un pianto isterico, chiama immediatamente il padre e si lamenta: «Papà, ti prego, portami via da qua! Carlo mi fa la predica e si mette sempre contro di me!» – piangeva la bambina. A quel punto scoppiò una lite tra tutti i componenti della famiglia. Elena venne mandata dalla nonna; la mamma arrivò poco dopo con le valigie, dicendo che si separava da Carlo. Il papà tornò da sua moglie, che nel frattempo era rimasta incinta. Ora Elena non avrà né il cellulare nuovo né un cane, e la nonna non le permetterà nemmeno di avere un gatto!