Per ogni evenienza

La valigia non stava in alto sullarmadio, dove di solito mettiamo i vestiti fuori stagione e tutto ciò che non serve, ma sul ripiano più basso, dietro le mie camicie. Piccola, blu scura, con il manico laterale. Non era nuova, ma neanche quella con cui andammo al mare dieci anni fa. Questa lavevo vista una volta in cantina, ora si trovava lì, allineata come una scatola da scarpe, con la cerniera chiusa fino in fondo.

Me ne sono accorto di lunedì, mentre sistemavo il bucato asciutto. Martedì ho pensato che magari aveva solo tolto qualche cosa dal mezzo. Mercoledì ho aperto di nuovo larmadio, senza nemmeno una vera ragione: la valigia era ancora lì. Giovedì mi sono accovacciato e lho tirata verso di me.

Non era pesante, ma era ben preparata. Sopra cerano una maglietta e un paio di mutande arrotolate con precisione, allartigiano, proprio nello stile che mia moglie non ha mai usato quando si viaggiava. Sotto, uno spazzolino dentro la custodia, il caricabatterie per il cellulare, una power bank, un pacchetto di salviette umidificate, un paio di calzini, un rasoio, un asciugamano piccolo. Nel taschino laterale, una busta trasparente con le fotocopie di documenti: carta didentità, tessera sanitaria, verbale del dottore, da cui spuntava langolo di un elettrocardiogramma. Una blister di pasticche per la pressione e un elenco, scritto a mano su carta a quadretti: Occhiali. Telefono. Caricabatterie. Ciabatte. Acqua.

Ho rimesso la busta al suo posto senza leggere il resto. Ho richiuso la valigia così come lho trovata e lho rimessa indietro. Poi mi sono fermato a sistemare le sue camicie sullanta, anche se già erano a posto.

In cucina, lei mangiava ricotta con la marmellata e leggeva le notizie dallo smartphone, tenendolo così basso che pareva quasi sul tavolo. Gli occhiali le erano scivolati sulla punta del naso.

Senti, ho detto mentre prendevo le tazze devi andare via per lavoro?

Ha alzato la testa con calma.

E perché me lo chiedi?

Cera la valigia nellarmadio.

Ah. Quella. Lasciala lì.

Ma devi andare da qualche parte?

Per ora no.

Lha detto per ora come se si parlasse del tempo per il weekend. Poi ha preso il cucchiaio, ha raschiato un po di marmellata dal bordo della ciotola e mi ha chiesto se cera altro pane. Ho allungato il pane senza guardarla. La conversazione è finita lì, come se non fosse nemmeno iniziata.

Per tutta la giornata mi sono sorpreso a fare i conti. Quante volte negli ultimi mesi aveva parlato della pressione? Quante volte di notte si era alzata per andare in bagno? Come quel giorno di aprile, quando si era seduta in corridoio sullo sgabello senza fiato dopo le scale? Come a maggio, era tornata dalla visita infastidita dicendo solo che lì fanno sempre tutto a protocollo? O quando aveva iniziato a mettere separati gli scontrini della farmacia, invece di lasciarli nel giubbotto o gettarli subito.

Ma tra queste cose si infilava anche altro, più stupido forse, ma persistente. La valigia piccola. Il caricabatterie. I documenti. Quella precisione che non le era mai appartanuta. Se una persona deve andare in ospedale, lo dice. Se sta per andarsene di casa, a volte lo dice, ma dopo. Se non dice nulla, allora ha già deciso. Mi sono pure irritato con me stesso per pensare così, ma l’idea non se ne andava.

La sera lei lavava i piatti, anche se di solito lo facevo io. Li lavava piano, con pause, quasi a voler perdere tempo. Metteva le stoviglie nello scolapiatti secondo le dimensioni. Io ero lì vicino, pulivo il tavolo, e la osservavo sciacquare due volte la solita tazza.

Non hai mica qualcuno, vero? ho chiesto io serio, più di quanto mi aspettassi.

Lei ha voltato la testa.

In che senso?

Nel senso che sembra.

Sei matto?

Allora questa valigia?

Ha tenuto le mani nellacqua, ferma.

Non ricominciare.

Non ricomincio. Sto chiedendo.

Ma come la immagini tu, la cosa? Sessantadue anni, la pressione su e giù, il ginocchio che scricchiola e io che vado agli appuntamenti con la valigetta?

Non farmi passare per scemo.

E tu non farmi passare per stronzo.

Lei ha chiuso il rubinetto, si è asciugata le mani col canovaccio e se nè andata in camera. Non ha sbattuto la porta, non ha urlato. Era peggio così. Quando urlava, capivi fin dove si poteva arrivare. Così invece, il limite non cera.

A notte fonda mi sono svegliato perché il materasso si è mosso. Lei sedeva sul bordo del letto, di spalle, e cercava gli occhiali sul comodino. Non li ha trovati, ha acceso la luce in corridoio, è tornata, ha bevuto un sorso dacqua direttamente dalla bottiglia.

Hai la pressione? ho chiesto.

Tutto a posto.

Allora perché non dormi?

Boh.

Si è sdraiata, voltata verso il muro. Mi sono voltato anchio, ma ci stava un bel po a trovare la posizione, tirava su la coperta, poi la ributtava. Il mattino dopo, sul tavolo in cucina cera una pasticca che non aveva preso. Lho sistemata nella scatola dei medicinali, e tutto il giorno ci ho pensato. Vuol dire niente, vuol dire tutto.

Il giorno dopo, tornando dal mercato sono entrato in ambulatorio, come se capitassi lì per caso. Alla reception cera una folla con cartelle e sacchetti. Sentivo uno litigare per la prenotazione dallendocrinologo. Ho visto la dottoressa della mia, in corridoio davanti le scale, ma non ho avuto il coraggio di avvicinarmi. Che dovrei dirle? Salve, mio marito si prepara la valigia, cosa significa? Invece ho preso in farmacia un portapillole nuovo, uno con i giorni della settimana, anche se a casa ne avevamo già uno un po scomodo.

A casa ho lasciato il portapillole sul tavolo.

Questo è per te, ho detto. Così non ti confondi.

Lei lha guardato come fosse una cosa estranea.

Non mi confondo io.

Ieri hai lasciato una pasticca.

Quale ieri?

Quella bianca, piccola. Sul tavolo.

Allora non serviva.

Sei medico tu?

E tu?

Ha spostato il portapillole verso il muro, come il sale quando dà fastidio a tavola. Poi si è messa a pelare le patate e ne ha buttato via mezza buccia. Me ne sono accorto e per poco non mi sono odiato.

Il sabato nostro figlio è venuto coi nipotino, per unoretta tra il corso di robotica e la festa di un compagno. Il piccolo correva in corridoio in calzini, nostro figlio raccontava di come a Roma il GRA fosse tutto bloccato. Lei si era animata, mostrava al bambino una torcia vecchia che si ricarica girando la manovella, addirittura rideva. Io la fissavo di sottecchi. Non cera nessun segreto da romanzo, solo stanchezza, il non lamentarsi e una cautela nuova, quella di chi cammina sul ghiaccio facendo finta di avere solo fretta.

Dopo che se ne sono andati, ho aperto larmadio davanti a lei, ho preso la valigia e lho piazzata al centro della sala.

O ne parliamo adesso, oppure chiamo nostro figlio e gli dico che mi stai nascondendo qualcosa.

Era seduta in poltrona col telecomando. In tv il solito servizio su meteo e lavori pubblici. Ha abbassato il volume, ma non ha spento.

Non coinvolgere nostro figlio.

Allora parla.

Metti via quella roba.

No.

Ha fissato a lungo la valigia, non me. Poi ha appoggiato il telecomando sul bracciolo e ha parlato:

È per lospedale.

Lo avevo intuito.

No, non hai capito. Ti sei fatta mille film.

Perché tu non parli.

Perché con te appena dico una cosa, parti in quarta: Fai questo, prenotati lì, non mangiare quello, vai a dormire, controlla la pressione, dove sono i risultati, perché non me lo dici? Sembro più una cartella clinica che un uomo.

Mi sono seduto sul bordo del divano. La valigia era lì in mezzo, come una terza presenza.

Va bene, ho detto. Niente ordini. Spiegami però.

Lei si è passata la mano sulla fronte, col dorso come fa quando è stanca di discutere.

A maggio, dal cardiologo, hanno portato via uno dalla sala dattesa. Era lì normale, stava parlando, poi la faccia è diventata grigia. Linfermiera ha chiamato la barella, la moglie era accanto con la borsa della spesa e non capiva niente. Niente caricabatterie, documenti a caso, telefono scarico. Lei correva tra i piani a cercare dovera finito. Io guardavo pensavo: se succede a me, tu gireresti con una busta della Conad e chiederesti a tutti.

Ha detto tutto senza carica, ma così pesava di più.

Quindi hai preparato la valigia e lhai messa lì.

Non nascosta. Lì, pronta.

E non me lo dici.

Che ti dovevo dire? Ciao, mi preparo che se mi portano via sono pronto? Bella scena a cena.

Mi è venuto da rispondere male, ma invece ho chiesto:

Ti hanno detto qualcosa di grave?

No. Per ora niente. Mi han detto di fare altri controlli, stare attento, perdere peso, muovermi. Il solito. Però mi ricordo mio padre. Anche lui allinizio era tutto normale. Poi la borsa pronta davanti la porta, poi lospedale, poi la mamma che non sapeva dove erano i suoi documenti, il PIN del bancomat, chi chiamare al lavoro. E lui arrabbiato che senza di lui non si faceva niente come diceva lui. Poi nemmeno più arrabbiato, ormai solo sdraiato.

Si è zittita. In tv scorrevano le immagini delle previsioni.

Non voglio così, ha detto. Non voglio che tu corri e scavalli nei cassetti. Né voglio essere uno che portano via in mutande e senza caricatore, come un vecchio rimbambito. Forse sono già vecchio allanagrafe, però non voglio che mi trattino subito così.

Ho guardato la valigia. Sul manico cera ancora letichetta del negozio, nemmeno tolta del tutto. Significa che laveva presa da poco. Sola. Scelta, portata, messa in armadio. Tutto quel periodo lei aveva vissuto con me portandosi addosso quella paura, come chi tiene un sassolino in tasca e ogni tanto lo tocca.

Quindi io dovevo scoprirlo per caso e poi tacere?

No.

E allora?

Non lo so.

Quel non lo so era la risposta più sincera sentita in tutta la settimana. Solo allora ho visto quanto fosse cambiata, non in volto, ma nel modo di nascondere le cose. Prima celava le sigarette, poi le analisi del sangue, poi la voglia di non venire in campagna. Ora la valigia per lospedale. Non per furbizia. Per vergogna.

Hai paura di essere un peso per me? ho chiesto.

Si è messa a sorridere, ma senza allegria.

Tu credi di no?

Io credo che ti comporti come se fosse già tutto deciso.

E tu che tutto si possa sistemare con una lista.

Se non si sistema, viene il caos.

Viene, e allora? A volte il caos è meglio che essere guardati come un progetto.

Mi sono alzato, sono andato in cucina e tornato. Sul tavolo tagliere, carota a metà, coltello sporco darancione. Non volevo più continuare, ma non potevo neanche lasciare cadere la cosa.

Guardando quella valigia, pensavo che stessi per andare via, ho detto, fermandomi alla soglia.

Mi ha guardato.

Ma dai.

Sì, stupido. Però lo pensavo. Perché non spiegavi niente. Perché ti alzavi di notte, perché tornavi silenziosa dopo la visita, perché dicevi tutto bene quando non era vero. Io mica sono bravo a capire solo dalla schiena.

E io mica so dirlo in modo che tu non ti metti a vivere per due.

E può darsi che lo faccia. Perché ho paura.

Ha annuito. Non per darmi ragione, ma per capire.

Anchio.

Mi sono seduto meglio, stavolta più comodo. Ho spostato la valigia verso la parete, perché non stesse in mezzo.

Daccordo, ho detto. Facciamolo da persone normali. Se non è una fuga o una doppia vita, allora non farlo da sola. Cosa hai messo nella busta?

Le copie dei documenti.

E gli originali?

Nel cassetto di sopra della scrivania.

Io nella busta delle bollette tengo la procura del lascito e lassicurazione. Lo sapevi?

Più o meno.

Vedi? Non va bene.

Per la prima volta in serata, ha quasi sorriso.

Ecco, cominciamo.

Forse, ma ti avviso.

Ha preso il taccuino dove segna le spese e i contatori. Sulla pagina bianca ha scritto in cima: Se succede qualcosa. Poi ha cancellato e scritto: Per ogni evenienza.

Non scrivere così, ho detto.

E come?

Una cosa normale.

Questo è normale.

Abbiamo fatto lelenco. Carte didentità. Tessere sanitarie. Caricabatterie. Occhiali. Elenco delle medicine con dosi, scritto chiaro e pulito. Numeri di nostro figlio, della signora del primo piano che di giorno è casa e può dare da mangiare al gatto se serve. Numero del cardiologo di lei. Numero dellendocrinologo mio. I duplicati delle chiavi della casa in montagna. La password del telefono, allinizio non voleva scriverla, poi ha detto meglio metterla in una busta a parte. Ho proposto di fare le copie delle ultime analisi. Lei ha aggiunto le ciabatte e la prolunga lunga, perché in ospedale le prese sono sempre lontane.

E le mutande quelle buone, ha detto.

E quali sarebbero, scusa?

Non quelle con lelastico mollato.

E buttale via allora.

Ci sto a casa, io, con quelle.

Non lo farai più.

Abbiamo fatto silenzio, poi lei ha sbuffato. Non una risata, ma aria più leggera di prima.

Serve per due, ha detto. Non solo per te. Anchio posso finirci, in ospedale. Ho anche io il diabete, ricordi.

Lo so.

Macché, lo sai… A grandi linee. Ma dove tengo i risultati, quali medicine prendo la mattina, quale la sera, quando devo stare a digiuno non lo sai.

E allora si scriverà anche quello.

Lho detto senza tono di compiacenza, come una cosa normale. E già così mi sentivo un po meglio. Forse meglio non è la parola, più che altro il pavimento si era rimesso quasi dritto.

Poi siamo andati in camera e insieme abbiamo rimesso ordine nellarmadio. Lei ha tirato fuori un altro sacchetto dove cerano calzini nuovi e sapone da viaggio. Non le ho chiesto quando gli aveva presi. Solo ho trasferito i documenti in una cartellina rigida, segnato con il pennarello. Ha tolto letichetta dalla valigia e non riusciva a staccare il pezzetto di plastica finché non ho preso le forbici.

Domani chiamo il dottore, ha detto. Non al posto tuo. Facciamo insieme. Chiediamo cosa cè da fare e cosa invece può aspettare.

Chiameremo, ho detto.

Daccordo. Chiameremo.

E poi, ha aggiunto, senza guardarmi se mi capita qualcosa, non voglio che ti metti subito a fare leroe. Non stare giorni e notti, non litigare con tutti, non portare pentole in corsia. Facciamola una cosa da persone.

E tu non decidere come devo affrontarla io, la cosa.

Non decido. Te lo chiedo.

Ha riposto la maglietta nella valigia, poi lha cambiata con una più calda.

E non decidere per me quando posso sapere o meno. Anche questo, da persone.

Mi sono avvicinato, ho preso la cartellina dalle sue mani, lho infilata nella tasca laterale. Non lho abbracciata, non ho detto le solite parole. Ho solo sistemato bene la cerniera, per non farla impuntare, e ho chiesto:

Vuoi il tè?

Sì, grazie.

In cucina ho messo lacqua nel bollitore, lei ha tirato fuori la ricotta e lultima marmellata dal frigo. La nostra solita cena improvvisata, nei giorni in cui tutto va storto. Ho messo il portapillole sul tavolo, quello che avevo scostato al pomeriggio.

Metti anche le tue, le ho detto. Visto che ormai facciamo la contabilità.

Lei è tornata con la scatola dei medicinali. Siamo rimasti vicini sul tavolo a sistemare le pastiglie negli alloggi delle settimane, leggendo istruzioni e annotando quello che andava ricomprato. Lei borbottava per la lampada troppo fioca, io socchiudevo gli occhi senza occhiali. Sul cortile si sentiva uno sbattere di portiera, sopra qualcuno spostava una sedia.

Quando abbiamo finito, ha preso il foglietto del taccuino, lo ha riletto, in fondo ha aggiunto: gatto. Poi, dopo averci pensato, ci ha scritto anche il numero del veterinario.

Esageri, ho detto.

No. Se serve, serve anche a lui.

Ha annuito. La valigia era di nuovo al suo posto, ripiano basso dellarmadio, ma ora lanta sembrava meno chiusa. Domani compreremo unaltra cartellina, faremo le copie, chiameremo il dottore, magari butteremo anche via quelle mutande slabbrate. Nessun trionfo in tutto questo.

Prima di dormire sono andato in camera, ho aperto larmadio e, accanto alla sua valigia, ho messo la mia borsa sportiva, quella grigia con i manici corti.

Questa che ci fa? mi ha chiesto dalla porta.

Così non ci sono segreti tra mio e tuo, ho risposto. È casa nostra.

Si è fermata, poi ha annuito in silenzio e ha messo la busta coi codici nella mensola sopra.

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