Dalla medaglia d’oro al pancione: come la riservata Giulia ha sconvolto il paese rifiutandosi di rivelare il padre del bambino (anche se tutti ormai indicavano le sue lezioni)

Dal diario di Veronica

Nel cuore di un paese tranquillo, accarezzato dal verde degli ulivi e dal lento scorrere dellArno, sono nata e cresciuta io, Veronica. La mia vita fin da bambina è stata come una ricamata tovaglia: ogni punto preciso, ogni dettaglio curato, ogni giornata guidata dallamore dei miei genitori, dalle vittorie scolastiche e dalla percezione serenissima che il futuro fosse sempre luminoso e nitido davanti a me. Ero una di quelle ragazze rare che sbocciano al momento giusto, sorprendendo con la delicatezza di ogni petalo. Il mio percorso era una strada pulita e prevedibile: voti eccellenti, attestati di merito, esercizi musicali alla tastiera, passi precisi in sala di danza, il fruscio delle pagine in biblioteca. Sembrava che tutto il mondo mi aspettasse, che il cammino fosse lastricato di sogni e aspettative.

Mamma e papà, Maria e Costantino, mi guardavano come uno scrigno prezioso, il loro unico tesoro, regalo del destino. La medaglia doro al liceo fu solo linevitabile conclusione di una prima parte di vita. La seconda doveva cominciare in città: Firenze, università, convitto che odorava di libertà e pittura fresca. Mi immersi in quella realtà nuova con la stessa naturalezza con cui affrontavo equazioni e componimenti. A casa, nel vecchio album sullo scaffale, mamma conservava articoli dellEco del paese dove il mio nome brillava tra i migliori.

Tutti erano convinti che quel volo non si sarebbe mai fermato, che quella fosse la vera vita, ampia e scintillante come il lungarno. Perciò la notizia giunta in quella primavera fredda, quando ancora le colline erano bianche di brina, fu come un fulmine. Tornai. Non per le vacanze, ma per sempre. Senza laurea, senza concludere, senza salutare i sogni. E dopo poco, con i primi fiocchi di neve tardiva, fu chiaro il motivo: la mia figura, nascosta sotto maglioni larghi, si era dolcemente arrotondata. Nei miei occhi si era insinuata una malinconia nuova, profonda e silenziosa.

Il paese cominciò a mormorare, come il vento dautunno tra i vicoli: Veronica? Impossibile! Così giudiziosa, così concentrata Chi lavrebbe mai immaginato? I sospetti si diffondevano pesanti e appiccicosi come la nebbia sul fiume. Ma tra tutto questo, il cuore di mamma e papà batteva un ritmo diverso: inquietudine, smarrimento e una voglia damore senza fine.

I primi giorni passarono in un silenzio che schiacciava. Le domande, sussurrate mentre si beveva il tè serale, restavano sospese e sparivano. Poi, solo una frase, la mia voce roca ma ferma, È mio. Solo mio. Nessun altro dettaglio.

Papà, con le mani abituate al lavoro e lanimo ampio come i campi fuori paese, guardò a lungo i passeri sulluscio, poi si voltò verso mamma, gli occhi pieni di lacrime.

Maria, ascolta. Non scaldiamo forse nostro nipote? Non lo accoglieremo? Il sangue non tradisce. Il suo sangue è quello di nostra figlia. Il resto è vanità. Lo cresceremo noi.

Mamma si asciugò una guancia e annuì, sentendo sciogliersi dentro lei un nodo gelato che lasciava spazio a qualcosa di caldo, quasi infantile.

Lo crescere-mo, Costantino. Se tace, la ferita è ancora viva. Non aggiungiamo dolore. Tutto verrà fuori col tempo. I figli non sono mai un errore, sono sempre un dono. A volte il dono ha una carta ruvida.

E così si immersero in gesti semplici: maglioncini, lavori nella cameretta, la scelta del nome per il piccolo che doveva arrivare. Io osservavo tutto con un sorriso stanco. Di notte, mentre la casa dormiva, mamma sentiva gemiti soffocati oltre la porta, pianto dal profondo. A quellascolto ogni parola diventava superflua.

Una sera, col profumo delle foglie dautunno dalla finestra, mamma provò ad avvicinarmi piano come una rondine, ma io mi scostai, coprendomi il viso: quel gesto diceva lasciami andare.

E poi arrivò il giorno. Tra il fruscio delle foglie di tiglio nacque lui: un bimbo forte, dagli occhi limpidi e il mento deciso come quello del nonno. Lo chiamammo Matteo. Il suo arrivo portò una nuova luce: tenera, pulita, capace di sciogliere le ombre e le paure passate. I nonni ci trovarono pace, io scoprii una tenerezza insospettata che mi colpiva.

Così passarono settimane scandite dai sorrisi del piccolo e da chiacchiere tranquille, finché, in un crepuscolo di novembre, col cielo basso e i primi cristalli sotto le scarpe, tornammo da una passeggiata. Mamma spingeva la carrozzina, io camminavo avvolta nella sciarpa. Sotto il lampione tremulo cera un uomo, alto, leggermente curvo, con un cappotto lungo e senza cappello. Il volto era nellombra. Io mi immobilizzai, stretta nella sciarpa.

Mamma, rimani qui con Matteo, per favore. Devo devo parlare. La voce non era la mia, era sottile.

Mamma annuì senza chiedere, girò con la carrozzina sui sentieri ghiacciati. Il cuore le batteva forte. Sapeva già. Sapeva prima ancora di vedere me, ferma con quelluomo sconosciuto, laria tra noi come elettricità.

Quando tornò, luomo era andato. Io ero lì, le mani sulle guance, con le lacrime sul volto illuminate dal lampione.

Hai parlato? chiese mamma sottovoce.

Sì, risposi.

Quella sera, dopo che Matteo si addormentò e la casa rimase solo col ticchettio dellorologio, mamma entrò nella mia stanza. Io fissavo la finestra, riflessa nel buio.

Tesoro, era lui? Il padre di Matteo?

Mi voltai piano. Non rabbia, né paura: solo stanchezza e un leggero sollievo di non dover tacere più.

Sì, mamma. Era Leonardo. Leonardo Vittorio.

E allora, nella notte, come se aprissi un piccolo scrigno nascosto, iniziai a raccontare. La storia scivolava piano, con pause e accelerazioni.

Non era solamente un professore. Era quello che dava vita a pagine polverose, in cui la storia diventava tela di passioni e vita vera. Leonardo Vittorio. Le sue lezioni erano eventi, dove andavi non per dovere, ma per desiderio. Molte ragazze sospiravano per lui, era naturale: i suoi modi pacati, la voce calda, lo sguardo profondo e riflessivo. Questa distanza affascinante era irresistibile.

Mi sono ritrovata affascinata quasi senza accorgermene. Prima era interesse per la materia, poi aspettavo le sue lezioni, tremavo quando mi rispondeva con un sorriso. Poi è arrivato un sentimento diverso, enorme, spaventoso, che il mio cervello razionale non riusciva a gestire.

Che mi sta succedendo? È folle! bisbigliavo la notte, le mani sulle guance rosse.

Lui, Leonardo, vedeva in me una persona affine: intelligente, sensibile, senza superficialità. Le nostre chiacchiere dopo le lezioni si allungavano, diventavano conversazioni su letteratura, arte, sul senso della vita. Un giorno, con la scusa della scelta della tesi (che avrei dovuto decidere solo tra due anni), mi invitò a passeggiare per Firenze di sera. Accettai, consapevole del vero significato.

Così è iniziata la nostra storia segreta. Un romanzo nascosto agli occhi di tutti, nato tra i cinema, sulle panchine dei giardini, nei caffè silenziosi. Tenni fede al segreto, convincendomi che era necessario: dignità sua, posizione, reputazione. Mai ho pensato che avesse unaltra vita; non portava anelli, non parlava mai di casa, sembrava che il suo mondo fosse solo luniversità e quei nostri incontri. Con la mia inesperienza scambiai quei limiti per pienezza.

Poi è arrivato lineluttabile. La vita appena nata dentro di me non poteva essere nascosta. Quando, tremando, glielo dissi, il mio mondo si è distrutto. Guardandomi oltre la spalla, mi confessò la verità: sua moglie, Caterina. La figlia di sette anni, Giuliana. Un matrimonio finito, ma Caterina, da un anno, malata gravemente. Aveva giurato di restare fino allultimo, non aggiungere dolore con una separazione.

Lascoltavo. La mia fiducia e adorazione si spaccavano come cristallo sul marmo. Non solo mi sentivo tradita, ma umiliata. Tutto quello che avevamo vissuto sembrava parte di una bugia volgare. La storia della moglie malata era banale, mi faceva solo sorridere amaramente. I sentimenti, i gesti, parevano sporchi di menzogna. E lui continuava a parlare damore, offrire aiuto. Ogni parola era falsa.

La decisione fu istintiva, totale: avrei tenuto il bambino, era mio. Ma di lui, del suo aiuto, delle sue parole, avrei fatto a meno per sempre. Presi un anno sabbatico, raccolsi le cose, e lasciai Firenze. Non mi voltai, portando con me una vita nascente e un peso gelido nella coscienza.

Oggi è venuto, mamma, la voce mi tremava. Ci ha trovate. Ha detto che Caterina è morta un mese fa. Ha giurato che non ha mentito sulla sua malattia, che il suo impegno era una promessa alla donna morente. Ora dice che è libero. Ha amato solo me, sempre, e quella sofferenza lha straziato. Chiede una possibilità.

Io io non so più nulla, mamma. Non so chi sono in questa storia. Una sciocca offesa o Oggi guardandolo, ho visto nei suoi occhi una desolazione, una perdita profonda, e gli ho creduto. Ho creduto nel suo dolore. Ma il mio dolore non è sparito; resta qui come un nodo. La compassione non è amore. Cosè allora quel sentimento che mi rimane? Cosè rimasto della mia antica passione?

Mamma mi abbracciò, sentendo tremare il mio corpo.

Tesoro mio, lamore, quello vero, non se ne va mai del tutto. Si copre di cenere, si addormenta, si irrigidisce per la sfiducia. Ma se è stato autentico, è un seme sotto la neve che aspetta il suo momento. Hai chiamato tuo figlio Matteo: in fondo sapevi già a chi pensavi mentre lo nominavi? È il nome di un santo, significa dono di Dio. E Leonardo Leonardo è cuore. Li hai uniti nel tuo piccolo senza neppure accorgerti. Chiedi cosa fare. Solo il tuo cuore sa rispondere. Ricorda tutto, ama e soffre. Solo lui può trovare la pace. La strada verso la casa vera è rara e faticosa, piena di svolte. Ma se ti porta al focolare, non sarà inutile.

Una settimana dopo, piccoli bagagli erano vicini al nuovo seggiolino per Matteo. Fino allultimo ho lottato coi dubbi. Ricordi del passato mi turbavano: la confessione, le lacrime, i lunghi silenzi. Potrò dimenticare? Potrò fidarmi? Sarà Giuliana capace di accettarmi, lei che ha appena perso sua madre? Non sarà la nostra famiglia solo un tentativo di rattoppare due mondi infranti?

Ma quando ho preso in braccio mio figlio, avvolto nel sacco caldo, e lho visto sorridere, inatteso mi ha invaso una pace nuova. Ho ascoltato il suo respiro, quello del mio cuore, che parlava di futuro, di tenerezza, di errore e redenzione. Ho capito che la famiglia è scelta: scegliere di perdonare, provare ancora, costruire una casa sulle cicatrici e sulle speranze.

Papà ha caricato le valigie sullauto che aveva mandato Leonardo. Mamma, asciugando una lacrima, mi ha infilato una piccolo medaglietta in tasca.

Scrivici, amore. E torna spesso, col piccolo nipote.

La macchina è partita, portandoci lontano dalle vie conosciute, dal portone di casa, verso una nuova pagina. Osservavo i miei genitori che si rimpicciolivano nel retrovisore, poi il visino di Matteo, addormentato. Davanti cera una lunga strada, il primo incontro con Giuliana, i giorni incerti nel nuovo appartamento, il ritmo da trovare. Sarà difficile. Piangerò ancora, lamarezza tornerà. Ma arriverà un mattino dove sentirò due risa di bambini. Arriverà una sera dove le mani che si incontrano tra le pagine di un libro, non avranno più menzogna, ma solo fiducia. Arriverà la vita: vera, imperfetta, ma insieme.

La neve fuori danzava, promettendo inverno. Ma io sapevo che dopo ogni inverno arriva la primavera. Magari lenta, ostinata, ma arriva sempre. E allora sbocciano perfino i fiori che tutti credevano perduti.

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Dalla medaglia d’oro al pancione: come la riservata Giulia ha sconvolto il paese rifiutandosi di rivelare il padre del bambino (anche se tutti ormai indicavano le sue lezioni)
La sedia di troppo La scatola delle decorazioni natalizie era sul tavolo già da tre giorni. Nadia ci passava accanto, sfiorava il coperchio con la mano e andava a riempire il bollitore. Accendeva il gas e si appoggiava al lavello, pensierosa, col desiderio di riporre di nuovo la scatola sull’armadio in alto. Un tempo, lei e Vittorio la tiravano fuori ai primi di dicembre. Lui borbottava che era troppo presto, ma poi saliva comunque sullo sgabello e si divertiva a sciogliere le vecchie corde impolverate. La pallina avvolta nel giornale, la statuetta di Babbo Natale col naso rotto, i festoni che si attaccavano al maglione. Ora lo sgabello era vuoto, accostato al muro. La scatola, in primavera, l’aveva riportata giù il figlio, quando era venuto per il quarantesimo giorno, e da allora non si era più mossa. Il bollitore brontolava, Nadia spegneva il gas. Versò il tè, accese la luce sopra ai fornelli. La cucina si riempiva di una luce gialla e diventava subito più stretta. Le solite quattro sedie intorno al tavolo. La camicia calda di Vittorio, appesa ancora sulla sedia vicino alla finestra, da aprile. Nadia non sapeva cosa farne. Nasconderla nell’armadio sembrava un tradimento. Togliere la camicia e lasciare la sedia nuda, peggio ancora. Il telefono vibrò sul davanzale. Messaggio dal figlio: una foto della nipote all’asilo, i bambini facevano un pupazzo di neve con il cotone. «Mamma, come stai? Qui stiamo provando lo spettacolino, dopo ci sentiamo». Nadia fissava lo schermo finché le lettere non si confondevano. Rispose breve, come aveva imparato in questi mesi: «Tutto bene. Sono impegnata. Non preoccuparti per me». Le faccende erano semplici. Ieri era passata la ragazza dell’amministrazione, con le bollette e una carta per il ricalcolo. Bisognava andare al CAF. E finite le pastiglie per la pressione. La dottoressa diceva di non saltarle. Nadia lo sapeva, ma mettere insieme la voglia di uscire era più difficile che togliere le tende per lavarle. Suonò il campanello. Si riscosse, poggiò la tazza sul tavolo e andò ad aprire. Sull’uscio c’era Rita, la vicina, con il berretto di lana e una busta in mano. — Nadia, buongiorno! Sono passata dal fruttivendolo: i mandarini sono in offerta, ne ho presi un po’ anche per te. Tese la busta. I mandarini profumavano di dolce acido, d’inverno. — Oh, grazie… — sospirò Nadia. — Ne ho ancora. — Non li mangio tutti, prendili! Come va… tutto bene? Rita abbassò lo sguardo, timorosa della propria domanda. — Si vive, — disse Nadia. — Ti ringrazio. Vuoi entrare? — No, corro, i figli hanno compiti. Se ti serve qualcosa, chiamami. Ho cambiato la lampadina sulle scale, ora c’è più luce. Così la sera se scendi non è buio. Nadia annuì, anche se la sera non usciva quasi mai. Chiuse la porta, rimanendo appoggiata. La busta coi mandarini era fredda in mano. Tornò in cucina. Poggiò i mandarini vicino alla scatola delle decorazioni, sospirò e tirò verso di sé una sedia. La sedia di Vittorio. Si sedette. La schiena si appoggiava in modo diverso, da lì si vedeva solo la parete, dove l’anno prima c’era la ghirlanda di carta. L’idea di rimettere la ghirlanda le pareva quasi un oltraggio. Come organizzare una festa senza chi le dava senso. Tutti, medici, amici, ripetevano che bisognava andare avanti, che il tempo guariva. Il tempo, per ora, si limitava a mostrare quanti oggetti c’erano da evitare in casa. Mancavano tre settimane a Capodanno. Nel cortile il ghiaccio era grigio, i ragazzini lo avevano annerito coi petardi. Nadia la mattina guardava dalla finestra il bidello che faticava con la pala. Poi si distraeva con l’avena e la televisione, per sentire almeno qualche voce. Ma i programmi gridavano di offerte, di miracoli, e a un certo punto doveva spegnere. Telefonò l’amica, Sveva, una che parlava brusco ma restava sempre. — Nà, ho preso i biglietti per il concerto in casa della cultura, il trenta. Vieni con me. Non puoi stare sola… — Non lo so, Sve. Ho quelle carte, i medicinali… — Le carte aspettano. Vieni almeno un’ora, guarda la gente. Rispose incerta, Sveva disse che avrebbe richiamato per convincerla. Dopo la telefonata, Nadia tornò al tavolo. Guardò la giacca di Vittorio, piegata sulla sedia. Mise le dita in tasca, anche se sapeva che era vuota. Sentì solo la fodera e un vecchio biglietto dell’autobus stropicciato di primavera. La sera aprì finalmente la scatola di decorazioni. La portò in soggiorno. Togliendo il coperchio, respirò l’odore di vecchia ovatta e vetro. Estrasse qualche pallina, girandola fra le dita. Ricordava Vittorio che borbottava quando le appendeva tutte vicino alla finestra «così da fuori si vede bene». Era tutto così chiaro che dovette richiudere. La spinse contro il muro con il piede. Che restasse lì. Le medicine erano finite. Rimise la ricerca fino all’ultimo blister, la mattina restava solo la scatola vuota. Rovistò ancora nei cassetti. Nulla. Si vestì, prese cappotto, berretto, guanti. Di fianco alla sua giacca c’era ancora il piumino di Vittorio. Evitava ancora di guardarlo mentre si chiudeva. Fuori il vento le pungeva il viso. Il freddo sembrava diverso da prima. Nadia camminò lenta attorno al palazzo, tra cumuli di neve, fino alla fermata. La farmacia era a tre isolati. Decise di andare a piedi. Un autobus rumoroso la superò al semaforo; vide visi conosciuti e stanchi dietro i vetri. In farmacia c’era ressa. Prima di Capodanno, tutti pensano alle proprie magagne. Dentro, odore di iodio e profumo economico. Si mise in coda, stringendo la borsa. Un uomo con cappellino tossiva a destra, una ragazza scorreva il telefono a sinistra. — Anche lei per la pressione? — chiese qualcuno davanti. Alzò lo sguardo. Un uomo basso, canuto, con giacca verde, con la ricetta in mano. — Sì, — rispose Nadia. — Le prendo ogni giorno. — Io ho appena iniziato, — sospirò lui. — Il medico dice che è l’età. Mi chiedo come sia possibile… ieri giocavo ancora a pallone sotto casa. Nadia sorrise amara, lui serio. — Già, ieri, — disse lei, e le labbra tremolavano. — Ho sessant’anni. Ieri portavo mio figlio all’asilo, oggi passo il mese in farmacia. — Vuol dire che si vive, — concluse lui. — Finché siamo qui. La fila avanzava, la chiacchiera finì. Al banco, mentre pagava, il signore chiese: — Lei è del nostro palazzo? Mi sembra la conosco. — Sì. Scala B. — Io sono in A. Allora ci vediamo. Nadia annuì e uscì. Nessun nome chiesto, nessuna domanda. Bastava così. Ma tornare a casa ora sembrava meno pesante. Come se qualcuno avesse pulito il vetro fra lei e il mondo. I giorni passavano, come neve sul davanzale. Al CAF non era mai andata, la carta era ancora sulla mensola. Sveva chiamava, insisteva per il concerto. All’ultimo, Nadia si scusò che non stava bene. Era quasi vero. Dentro bruciava, in testa martellava come febbre ma il termometro segnava normale. Il trentuno si svegliò presto. Nessun programma particolare. Il figlio l’aveva chiamata, offrendo di prenderla a casa sua, ma aveva impegni, e Nadia disse che con la neve sarebbe venuta lei in marzo. Aveva bisogno di non sentirsi un soprammobile avvolto di premure. Cucinò maccheroni, tagliò mezza fetta di salame, aprì una scatola di piselli. L’insalata venne minuscola, nella ciotola dei cereali. Una volta facevano una bacinella, che durava fino al tre gennaio. Mise la ciotola in frigo, coperta. I mandarini li lasciò interi, arancioni come le palline sull’albero. Nel pomeriggio chiamarono dal consultorio, ricordarono la visita rimandata. Annotò la data su gennaio. Poi aprì una nuova tovaglia, comprata prima della primavera, e la stese sul tavolo. Le mani tremavano vicino al posto dove di solito c’era il piatto di Vittorio. Ora lì, vuoto. Verso sera, il telefono cominciò a vibrare. La zia da un’altra città, la vicina della casa al mare, la cugina. Immagini standard di auguri. Nadia rispondeva con «grazie» e «ricambio». Una volta sentì la fitta, quando qualcuno scrisse «sarà l’anno più bello della tua vita». Spense la suoneria, lasciò il telefono sul comò. Dall’appartamento accanto arrivava il rumore di posate, il profumo di carne arrosto. La televisione ronzava in mezza casa, si sente dal mormorio. Nadia faceva avanti e indietro dal soggiorno alla cucina. Controllava che fosse tutto spento, anche se lo sapeva. L’acqua si raffreddava nel bollitore. Sullo sgabello restava un avvolgicavo. Alle undici e cinquanta si sedette in poltrona. Accese la TV, ma senza audio. Sullo schermo presentatori e artisti ballavano, la gente sventolava bandierine. L’anno nuovo arrivava, senza chiedere permesso. Nadia guardò la sedia con la camicia di Vittorio. La ciotola vuota davanti. Chiuse gli occhi. Una cosa chiara: ora i rintocchi, poi i fuochi, poi tutti chiameranno e faranno finta che non sia cambiato nulla, e lei dovrà rispondere allegra. Nel corridoio si accese una luce, qualcuno usciva sul pianerottolo. Voci, porta dell’ascensore. Nadia si alzò, cercò a tentoni il pattume, controllò che il sacco fosse chiuso. Indossò le ciabatte, una giacca. Nessuna vera ragione: solo uscire dal giro tra la TV e la sedia. Aprì la porta just in time, mentre i fuochi cominciavano fuori. Il rumore tagliava la casa, tremavano i vetri. Sul pianerottolo c’erano Rita, suo marito in tuta, e – a sorpresa – il signore della farmacia. Guardavano fuori, le luci esplodevano sopra il cortile. — Nadia! Buon anno! — disse Rita. — Vai a buttare? Vieni qui, si vede bene. Nadia esitò, stringendo il pattume. — Solo… volevo buttarlo. — Lo butti dopo, — disse l’uomo in verde. — Un fuoco così merita. Si fece indietro, lasciandole spazio. Nadia appoggiò il sacco. Sotto, i fuochi coloravano il cielo, qualcuno gridava, i telefoni illuminavano la notte. — Lui è mio fratello, Sandro, — spiegò Rita del signore. — È venuto per le feste. — Buonasera, — disse lui. — Ci siamo visti in farmacia. — Ricordo, — disse Nadia. Stavano stretti, spalla a spalla, l’odore di cucinato dalla casa di Rita, il freddo dalla finestra aperta, le bucce d’arancia sulla mensola. Qualcuno fece partire la registrazione dei rintocchi sul telefono. Rita versò un po’ di spumante nei bicchieri di plastica. — Almeno un sorso, — disse lei. — Per il brindisi. Nadia voleva rifiutare, ma la mano prese il bicchiere. Un sorso, lo spumante troppo freddo, ma scaldava la gola. — Allora, — disse Sandro. — Che si viva. Come si può. La frase rimase lì. Nessuno precisò di più. Si brindarono, qualcuno disse «auguri». Nadia sentiva che qualcuno avrebbe menzionato Vittorio, il dolore, ma Rita si limitò a sfiorarle il gomito. — Se vuoi, passa da noi, — disse sottovoce. — Per un tè. La sera guardiamo i film vecchi. — Grazie, — disse Nadia. Quindici minuti dopo, tornò a casa. Buttà il sacco lungo la strada. Tolse le ciabatte, appese la giacca. Non aveva più voglia di TV. I fuochi fuori si facevano più spenti, come se abbassassero il volume del mondo. In cucina tirò fuori la ciotolina con l’insalata. Mangiò piano, fissando la sedia con la camicia. Poi si alzò, andò alla sedia, tolse la camicia. La piegò bene, se la strinse al petto. Profumava solo di detersivo, ormai. La mise in armadio. Non con le cose lontane, ma accanto alle sue maglie. Tornata in cucina, prese la sedia e la spinse vicino alla finestra. Sedette lì, qualche secondo, provando la prospettiva. Ora vedeva l’asilo dietro l’angolo, le finestre illuminate delle altre case. Si immaginò a bere lì il tè mattutino, guardando le prime auto che partivano dal cortile. L’idea di sedere al suo posto feriva e rassicurava insieme. La sedia non era più una reliquia, bloccata nel passato. Era solo una sedia alla finestra. Dopo le feste la città era più tranquilla. I negozi tolsero i cartelloni, la gente smise di andare in giro coi pacchi. Nadia finalmente andò al CAF, fece la fila, firmò il foglio per la pensione. Al ritorno passò in farmacia per le vitamine. Quasi niente fila. La farmacista leggeva una rivista. Una signora col piumino guardava gli scaffali dei tè. — Mi scusi, — chiese, — lei ha mai preso quello alla camomilla? È buono? — Normale, — disse Nadia, avvicinandosi. — Lo bevo la notte. Nessuna magia, ma si può bere. La donna sorrise. — Ora tutto è senza magia, — disse. — Mio marito è morto l’anno scorso. Ho cercato qualcosa che aiutasse. Nulla aiuta. Tranne alzarsi la mattina e andare a comprare il tè. Lo disse come si parla del tempo. — Anche il mio, — rispose piano Nadia. — In primavera. Si guardarono. Lo sguardo si trattenne, poi scivolò. — Prendiamolo tutte e due, — propose la donna. — Così sappiamo che qualcuna lo beve anche a casa sua. — Diamoci. La conversazione durò solo un minuto. Nessun nome, numero, promessa. Ma tornando in strada, l’aria sembrava meno acida. Nadia pensò non a quando sarebbe tornata a sdraiarsi sul divano, ma a comprare il pane, un po’ di prezzemolo per la zuppa. A casa, posò le borse sul tavolo, guardò la sedia alla finestra. Sopra, la sua sciarpa di lana, sul davanzale il giornale fresco. Si sedette, sistemò le borse. I mandarini li buttò, i nuovi in una ciotola. Il telefono suonò piano in soggiorno. Messaggio di Sveva: «Allora tutto ok? La prossima settimana passo da te». Nadia sorrise e scrisse: «Sono a casa. Vieni, facciamo la torta di mele». Poi aprì l’agenda. Nella pagina di gennaio, segnò la data della visita dalla dottoressa. Sotto, aggiunse: «Tè da Rita». Rita l’aveva invitata in ascensore, aveva detto che aveva qualche tortina in più e che davano un film di guerra in TV. Nadia, quella volta, accettò. In casa restava silenzio. Ma ora non faceva più paura come in aprile, la prima sveglia senza il russare di Vittorio accanto. In questo silenzio c’era posto per le pagine sfogliate, il rumore del coltello, la TV soffusa dalla casa di fronte. Si alzò, prese il giornale dal davanzale e lo mise sulla sedia alla finestra. Preparò il tè nuovo, alla camomilla, e lo portò lì. Sedette, con le pantofole ai piedi e guardò fuori. Il cortile era grigio, la neve bassa e uniforme. Due ragazzini in cappello colorato facevano un pupazzo storto. Uno cercava di attaccare una carota, rideva quando cadeva. Dall’altra parte, una donna lenta con il cane. Nelle finestre di fronte qualcuno scuoteva uno zerbino. Nadia sorseggiò il tè. Era amaro e semplice. Sentiva la stanchezza, ma una stanchezza che si poteva sostenere: svegliarsi, andare in farmacia, ricevere ospiti, rispondere ai messaggi. Il ricordo di Vittorio non se ne andava. Il posto vuoto restava. Ma accanto c’era la sedia alla finestra, su cui ora sedeva lei. Sfiorò la pagina del giornale, si fermò sul palinsesto TV. La sera davano un vecchio film che avevano guardato insieme. Pensò che avrebbe potuto invitar Rita, se era libera. E se non veniva, lo avrebbe visto da sola, avvolta nella sciarpa. Davanti c’era tutto un nuovo anno. Nessuna garanzia, nessuna felicità come scrivono i biglietti. Solo tanti giorni da riempire di visite mediche, commissioni, chiacchiere, ospiti. E, qualche volta, rientrare a casa senza paura di accendere la luce. Appoggiò la tazza sul davanzale e avvicinò la sedia al termosifone. Dal calore, le gambe si scaldavano. Nadia sentì sciogliersi dentro quel nodo stretto che l’aveva accompagnata per mesi. Non spariva, si ammorbidiva soltanto. Fuori, una palla di neve colpì il vetro dell’ingresso e rotolò via. In soggiorno l’orologio ticchettava piano. Nadia passò la mano sulla schiena liscia della sedia e pensò che domani sarebbe scesa nel cortile, avrebbe passeggiato tra la neve e sarebbe andata in farmacia a comprare un’altra confezione di tè alla camomilla. Così, senza restare senza far nulla. Poi sarebbe tornata lì, sulla sedia alla finestra, e avrebbe continuato a vivere—così, come sapeva ora.