Non riuscirai a salvarlo

Diario di Elena

Ho visto Sergio oggi. Anzi, lho scorto da lontano, mentre camminava lungo via Garibaldi, un po ingobbito. In lui cera qualcosa di cambiato: la bellezza rimasta la stessai lineamenti, landaturama non cera alcuna traccia di gioia nei suoi occhi, né nel suo passo, né nel modo in cui guardava avanti o intorno a sé. In realtà, nemmeno guardava, lasciava solo vagare lo sguardo, come se non importasse più nulla.

Mi sono sorpresa a pensare che fosse infelice. Forse lo desideravo molto che fosse così, scontento accanto a quella moglie che non lha mai amato davvero. Non ho avuto il coraggio di chiamarlo, sono rimasta ferma finché non è sparito dietro langolo. Solo allora ho tirato un respiro lungo, come se finalmente potessi uscire dallacqua dopo aver trattenuto il fiato.

Tornando a Firenze, mi sono ricostruita: fredda, composta, quasi inflessibile. Ho riversato tutta me stessa nel lavoro, come solo sanno fare le persone con troppi nodi dentro da sciogliere. Turni infiniti, notti in ospedale, corridoi pieni, il dolore degli altri copriva il mio. E così sono passati gli anni.

Ho discusso la mia tesi di dottorato, sono diventata primario di reparto. I colleghi mi stimavano per la fermezza e la competenza, i pazienti per lo sguardo attento e la calma paziente. Non mi sono mai sposata. Allinizio era argomento di chiacchiere tra le colleghe, poi più nessuno ha fatto domande. Avevo trentacinque anni, qualcuno mi ha persino chiamata zitella, e stranamente questa parola non mi pungolava più.

Un giorno, durante il solito giro mattutino nei reparti con i medici, ho varcato la soglia di una stanza e sono rimasta senza respiro. Seduto sul letto, ho visto un uomo smagrito, con guance scavate, pelle secca color ocra, le mani sottili, quasi trasparenti. La malattia sembrava avergli tolto ogni cosa, lasciando solo uno scheletro.

Bastò uno sguardo. Avrei riconosciuto Sergio Rossi ovunque, comunque fosse cambiato. Era luila mia passione, la mia ombra, la mia ferita. Per un momento le gambe si sono fatte molli; ho stretto la cartella clinica contro il petto, sentendo quel dolore sordo, antichissimo.

Ho indossato la maschera da medico come fosse la mia seconda pelle, senza lasciar trapelare nulla. La voce ferma, le domande precise, lanalisi attenta. Lui non mi ha riconosciuta. Guardava con la stessa indifferenza con cui avrebbe osservato chiunque; oppure… semplicemente, io non significavo più nulla per lui.

Ironico, pensai quasi offesa, che nemmeno mi abbia ricordata. Ho concluso la visita come sempre, un cenno, parole brevi, e sono uscita senza voltarmi. Nel corridoio, appena, ho rallentato il passo. Entrando in ufficio, ho chiuso la porta a chiave e mi sono lasciata scivolare a terra, con la schiena contro il legno freddo. Non sono riuscita neanche a piangere: le lacrime appartenevano a una vita lasciata altrove. Dentro solo peso, un dolore sordo, come una pietra antica sistemata sul cuore.

Eccolo qui, lamore mio. Malato, davvero malato. E io, medico, so bene cosa significa. Lo avevo notato subito: la pelle, il respiro, come stringeva la sponda del lettostava aggrappandosi alla vita. E ora, nel silenzio dello studio, la realtà si faceva irrimediabile.

Mi sono seduta, ho aperto la sua cartella: numeri, diagnosi, date. Soffriva da almeno un anno, vista la storia clinica. Avrà resistito finché ha potutocome sempre. Mai dal medico, mai davvero. Forse non ci credeva, forse aveva paura.

Allimprovviso ho capito: ho conosciuto questuomo tutta la vita, senza mai esserle indispensabile. Ora, però, aveva bisogno di me. Cera una strana, crudele giustizia in tutto questo.

Lo chiamai nel mio studio appena finito il giro dei reparti. Entrò piano, come se anche un passo fosse uno sforzo troppo grande. Le spalle curve, i gesti controllati. Con un brivido gelido ho percepito che si avvicinava la fine, era questione di settimane forse.

Non mi sono girata tanto intorno. «Sergio,» dissi piano. «Non mi hai riconosciuta. Sono Elena Bianchi.»

Mi fissò con attenzione, ma senza meraviglia, niente sorpresa: «Elena? Bianchi? Sei davvero tu?» chiese senza emozioni, come se stessimo parlando di qualcosa di banale. «Cosa ci fai qui? Qui non è un posto sicuro…»

Poteva essere seduto davanti a una famosa attrice, e non sarebbe cambiato nulla: non aveva più forze per provare sorpresa. Si appoggiò pesantemente sulla poltrona.

Alla fine parlammo. Non come vecchi amici di scuola, ma come medico e paziente che ha paurama è troppo stanco per dimostrarlo. Io gli spiegai terapie, sperimentazioni, prospettive. Nessun miracolo, solo lavoro, costanza, disciplina. Tempo. «Serve mangiare di più, Sergio,» dissi con un filo di dolcezza. «Carne, pesce, ricotta, uova, olio doliva, verdura, frutta: ti danno forza. Dille a Silvia di portartene. È importante. Come ha fatto a lasciarti ridotto così? Centottantadue centimetri e solo quarantanove chili. Sergio?»

Abbassò lo sguardo, parlò a lungo quasi scusandosi. «Non serve a niente, Elena.» Mi sono irrigidita. «Perché? Cosa vuoi dire?» Si strinse nelle spalleun piccolo gesto, stanco. «Silvia se nè andata con i bambini dai suoi. Quando ha scoperto la mia malattia. Ha avuto paura per i piccoli. Sono solo, ormai da tempo.»

Le sue parole mi piombarono addosso pesanti, ma senza cattiveria, senza amarezza. Era solo un fatto. Stava quasi giustificando lei.

E in quellistante ho sentito qualcosa spezzarsi dentronon un boato, solo il colpo secco di una corda tirata per una vita che si recide. Ora tutto era chiaro. E terribile.

Sergio lasciò lo studio chiudendo la porta con cura, quasi temesse di disturbare il silenzio. Tornò in stanza. Io rimasi lì, tra scartoffie e radiografie, tutte improvvisamente inutili.

Mi sommerse tutto insieme. Ricordi e emozioni: le mattine di maggio a Greve, il cortile della scuola, la notte della maturità, il suo sguardo sempre rivolto altrove. Ho vissuto per anni imparando a respirare in silenzio, con dignità, senza una lamentela. Credevo che fosse passato, che non facesse più male, che lamore fosse ormai solo una foto sbiadita. Invece no.

Ora era vivo e terribile, adulto, senza illusioni ma profondo come allora. Non mi spingeva a follie, chiedeva solo azione. Dovevo esserci; non solo per dovere di medico, ma come donna che ha amato per tutta la vita un solo uomo. Proprio lui, adesso così fragile.

Ho scelto in silenzio, senza grandi gesticome sempre. Farò quanto posso per curarlo, userò tutto quello che so, tutti i miei contatti, lesperienza, la determinazione. Sarò scrupolosa, esigente, anche scomoda. Cerano possibilità: la maggior parte dei miei pazienti si riprendeva. La statistica, per una volta, non era solo un numero: era un appiglio solido.

Ho chiuso la sua cartella, sistemato i fogli. E per la prima volta dopo anni mi sono concessa un pensiero da donna, non da medico: Tu non te la porterai via, questa malattia. Non ora. Non così.Mi sono seduta di nuovo alla scrivania, le mani salde sulla cartella chiusa, mentre la luce del primo mattino si infilava tra le veneziane, timida ma decisa. Mi sono concessa un sorriso acerbo: quante volte avevo immaginato di incontrarlo ancora, di dirgli una parola importante, di vedermi finalmente restituita nel suo sguardo? Ora la realtà era diversa, non aveva spazio per sogni adolescenziali, ma in quello spazio minuscolo che resta tra la rassegnazione e la speranza sentivo fiorire qualcosa di inaspettato.

Ho preso l’abitudine di passare ogni sera da lui, dopo il turno e prima del buio. Lo trovavo spesso assopito, o con un libro chiuso tra le mani. Allinizio parlavamo pocouna domanda sul dolore, una risposta breve. Poi, gradualmente, cominciò a raccontare: storie d’infanzia, i figli, ricordi senza colpa e senza nostalgia. Io ascoltavo, mai giudice, solo presente. Ogni tanto cera spazio per una battuta, una carezza discreta, un vassoio di fichi dindia acquistati dal contadino prima di salire in reparto.

Col tempo Sergio rispose alle cure, con fatica, ma la vita gli tornò sulle guance come un rossore lieve. Mangiare diventava un atto di volontà, le sue mani riprendevano vigoresufficienti, almeno, a stringere le mie per ringraziarmi, qualche volta. Un giorno mi confidò a bassa voce, senza guardarmi: «Non credevo di poter tornare a volere la vita, Elena. Non credevo tu ci fossi ancora.» Incassai il suo sguardo come un dono e, per la prima volta dopo tanto tempo, mi sentii finalmente necessaria.

La primavera arrivò, dolce e silenziosa, riempiendo di verde le terrazze dellospedale. Il giorno delle dimissioni, accompagnai Sergio al portone; fuori c’era un vento tiepido che faceva volare i cappotti e i pensieri. «Ti va di bere un caffè?» mi chiese con quellironia sottile che avevo amato negli anni lontani. Sorrisiun sorriso pieno, adulto, consapevole. «Volentieri.»

Camminammo insieme verso il bar della piazza, senza dire nulla per un po’. Non cera più bisogno di spiegazioni. Forse la felicità non era come lavevamo sognata da ragazziaveva bordi sbrecciati, un cuore stanco, e il sapore struggente dellinatteso. Ma era nostra, e bastava questo.

Il campanello della porta suonò alle nostre spalle. Ci sedemmo, di fronte, e per la prima volta dopo anni, mi sentii intera. Guardandolo bere piano, pensai che esistono incontri che durano tutta la vita, anche quando pensi di averli perduti per sempre. E in quel momento seppi che, qualunque cosa sarebbe accaduta, nessuno di noi due sarebbe più stato davvero solo.

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