Appena arrivata davanti alla porta dingresso, Francesca si riempì i polmoni daria e sputò fuori con una finta allegria: «Ho una sorpresa per te!» Sorrise forzatamente. «Se non ti piace, puoi sempre dire che devi scendere a comprare il pane.» Marco non fece in tempo a rispondere: lei spalancò la porta del suo appartamento davanti a lui. Una sorpresa? E se non gli piacesse? Si frequentavano già da quattro mesi e solo ora lei lo invitava da sé. Solo questo invito cancellava ogni possibile imperfezione.
Limperfezione, però, non tardò ad arrivare: dal corridoio sbucò un bimbo urlando «Mamma! Mamma!» poi si bloccò, spalancando due enormi occhi su Marco. Marco rimase immobilizzato. Era un maschietto, sette forse otto anni. Suo figlio.
Certo, Marco entrò mica poteva girare i tacchi e andarsene sul momento? ma ormai la serata, ogni possibile romanticismo, era svanita. Francesca sembrava più agitata che mai, fuggiva il suo sguardo e la conversazione arrancava. Ovviamente Marco rivolse le classiche domande di cortesia al bambino. Si chiamava Matteo. Sette anni e mezzo. Sì, già va a scuola. È in seconda. No, non ama studiare più di tanto, il calcio è meglio.
«Ieri ho fatto la crostata, venite che prendiamo un tè caldo,» propose Francesca alzandosi troppo in fretta.
«Eh mamma, lho finita io,» fece Matteo, sgranando nuovamente gli occhi.
Ora o mai più.
«Beh, posso andare un attimo al supermercato a prendere qualcosa per il tè.»
Probabilmente, quello sguardo tra madre e figlio Marco lo avrebbe ricordato per tutta la vita: li trovava lì, davanti a sé, con quegli occhi spalancati da pulcini, in silenzio. Marco si congedò rapidamente, va detto a suo merito.
Nessun rimprovero, né occhiate maliziose a Francesca, nulla. Sapeva bene che era meglio tagliare subito: più veloce, meno doloroso.
Fuori pioveva a dirotto, unautentica pioggia dautunno. Il vento tagliava il volto, sentiva le gocce filtrargli tra il collo e la sciarpa. Perché non glielo aveva detto prima? Non era un gattino da nascondere, un bambino! Ormai erano adulti: avrebbe dovuto poter scegliere, sapere dove andava a parare. Covava risentimento verso Francesca: per avergli nascosto tutto, per il fatto che lui già si era invaghito di lei, per questo teatrino finale.
Il punto non era nemmeno quello Era la sensazione che lei non si fosse fidata di lui, che non lo avesse considerato un uomo degno, uno in cui confidare davvero. Ma cosa sperava? Che lui si sarebbe lanciato ad abbracciare quel bambino come un vecchio amico? Marco avanzava tra le pozzanghere, amareggiato, e in fondo al cuore desiderava soprattutto una cosa: che lei lo chiamasse e gli chiedesse di tornare indietro.
Quello che desiderava di più, in fondo, era vivere con quella donna. Era già tutto programmato: come le avrebbe chiesto di sposarlo, con un gesto bello e fuori dal comune, niente banalità. Sentiva che si incastravano perfettamente. Credeva che lei fosse il dono del destino, che tutta la sua vita fosse stata solo una lunga preparazione a quel loro incontro, che la vera vita iniziasse adesso.
E invece, ora affondava nelle pozzanghere, guardando in faccia la propria impreparazione, il proprio timore. Abbracciava in silenzio il suo orgoglio tradito e se ne andava. Che sorpresa, davvero.
«Mamma, quello era il mio papà?» domandò improvvisamente Matteo.
«Papà? Perché pensi questo, amore mio?»
«Uhm Vieni, che ti devo far vedere una cosa.»
Matteo la trascinò nella propria cameretta. Nel mezzo della stanza cera lalbero di Natale, addobbato in modo buffo, luci sparse ovunque.
«Ma come hai fatto a prenderlo giù? E perché lhai montato, tesoro?»
«Mi sono arrampicato sulla sedia. Non pesa! Ho chiesto a Babbo Natale di regalarmi un papà.»
Francesca lo abbracciò, si lasciò cadere sul divano stringendo la testolina di Matteo al petto. Scoppiò a piangere senza rumore. Che cosa cè di più doloroso che realizzare di non servire a nessuno, né tu né tuo figlio? Che cosa cè di peggio che ritrovarsi rifiutata, impotente davanti al proprio bambino e davanti a Dio? Che cosa può fare più male del sentire che nessuno, nessuno al mondo, si interessa davvero alla tua vita, figuriamoci condividerla o sognare con te?
Adesso le sembrava ancora più terribile di quando si sentiva inutile accanto al marito. Allora perlomeno aveva lillusione dessere felice, silludeva che il marito fosse solo un uomo chiuso nei suoi silenzi, che non pranzasse con lei solo perché davvero non aveva fame, non per altro.
Era stato tutto più semplice: credeva allora che tutti gli uomini fossero diversi, che il suo fosse solo fatto così, uno che non amava le cene fuori, le uscite, le serate allegre. Un uomo serio. Un compagno daffari, più che un marito. Lillusione di poter essere felice. Oggi nemmeno quella.
Francesca avrebbe tanto voluto chiamare Marco e raccontargli quanto sia complicato essere una donna sola con un figlio, che cercare lamore non è più una priorità, che un uomo deve diventare non solo marito ma anche padre. Che colpa ne aveva se in Marco vedeva entrambe le cose? Quando si erano conosciuti, Francesca aveva imparato a non coinvolgere un uomo nella famiglia troppo in fretta, a dare tempo a entrambi, a non presentare i suoi spasimanti al figlio chi lo sa quanti sarebbero passati Che per costruire qualcosa servono almeno interessi comuni, una visione della vita condivisa.
«Capisci, tesoro, ognuno ha un suo tempo. Non basta volerlo, mettere lalbero, esprimere un desiderio e il giorno dopo si realizza. Anche lalbero si monta quando è ora, i sogni si avverano quando è il momento giusto.»
«Non è vero!» Matteo difendeva la sua teoria con tutta lostinazione possibile solo ai bambini, imbronciato. Francesca sospirò, gli diede ragione e cercò di distrarlo. Presero il suo libro preferito e si strinsero insieme sul divano. La vita va avanti. Quello era solo un episodio. Un episodio che poteva essere la felicità vera, e non lo era diventato. Non cera motivo di autocommiserarsi.
Uno schianto: la porta dingresso, rimasta socchiusa dopo che Marco se nera andato.
«Brrrr! Che tempaccio! E che vento! Ho vagato in tutto il quartiere per trovare i cioccolatini migliori!»
Francesca e Matteo si bloccarono, poi spiarono dal corridoio. Marco, fradicio, col volto però acceso da un sorriso, sorreggeva una sporta di dolci.
«Te lavevo detto!» sussurrò Matteo, radioso.
La donna scoppiò a piangere di gioia e si gettò al collo di Marco.
«Ma dai, miei occhioni grandi, sono solo passato al supermercato solo al supermercato!»Matteo si fece avanti, fiero e imbarazzato. «Hai preso quelli con la nocciola?»
Marco annuì, sfoderando dal sacchetto una scatola dorata. «Mi sembrava il minimo, per il futuro campione della seconda B.»
Francesca rise tra le lacrime e lo trascinò in cucina, senza lasciare la mano di lui. Per la prima volta, Marco sentì la casa accoglierlo, tiepida e piena di voci, come una vita che forse aveva solo sognato.
Si sedettero tutti e tre attorno al tavolo della cucina. Matteo scrutava Marco di sottecchi, come per decifrare se quel miracolo fosse reale. Marco gli strizzò locchio e gli passò un cioccolatino, poi si voltò verso Francesca, che ancora non riusciva a smettere di sorridere.
Fu allora che Marco capì quanto poco bastasse, a volte, per sentirsi finalmente al proprio posto: una sera di pioggia, una porta lasciata socchiusa, un bambino che sognava, e una donna che aveva trovato il coraggio di aspettarlo ancora.
E mentre fuori il vento continuava a soffiare, lì dentro, per la prima volta, la vera primavera stava appena cominciando.







