Nonno, guarda! esclamai, incollando il naso contro la finestra. Un cagnolino!
Dallaltra parte del cancello correva avanti e indietro un bastardino. Nero, sporco, con le costole sporgenti.
Ancora quel randagio brontolò il nonno Vittorio, infilando gli scarponi. Sono tre giorni che gira qui intorno. Vai via, su!
Brandì il bastone. Il cane saltò indietro ma non scappò. Si sedette a cinque metri ed osservava. Solo osservava.
Nonno, non cacciarlo! gli afferrai la manica. Avrà sicuramente fame, e poi starà morendo di freddo!
Non mi bastano già i miei pensieri! borbottò lui. Porta solo pulci e problemi. Via!
Il cane abbassò la coda e si allontanò. Ma quando mio nonno rientrò in casa, tornò di nuovo
Vivo con nonno Vittorio ormai da sei mesi, da quando i miei genitori sono morti in un incidente. Lui mi ha accolto anche se coi bambini non ha mai avuto gran feeling. Era abituato al silenzio, alle sue abitudini.
E ora si ritrova questa nipote che piange la notte e chiede sempre: Nonno, quando tornano la mamma e il papà?
Come spiegare che non torneranno più? Di solito lui sbuffava e si girava dallaltra parte. Era dura per tutti e due. Ma non avevamo alternativa.
Dopo pranzo, mentre mio nonno sonnecchiava davanti alla TV, sgattaiolai fuori col resto del minestrone in una ciotola tra le mani.
Vieni qui, Lilla sussurrai piano. Ti ho chiamato così. Bel nome, vero?
La cagna si avvicinò timidamente. Pulì la ciotola fino allultimo cucchiaio e poi si sdraiò, poggiando il muso sulle zampe. Mi guardava. Con riconoscenza, fedele.
Sei buona, la accarezzai. Molto buona.
Da quel giorno Lilla rimase nei dintorni della casa. Faceva la guardia al cancello, mi accompagnava a scuola e mi veniva incontro quando tornavo. Quando il nonno usciva, si sentiva la sua voce per tutta via:
Ancora tu! Ma non ti stanchi mai?!
Ma Lilla sapeva ormai: quel vecchio borbotta, ma non morde.
Il vicino, il signor Giacomo, passava spesso vicino alla recinzione e ci osservava divertito. Un giorno mi disse:
Vittorio, secondo me sbagli a scacciarla.
E perché mai! Mi serve tanto quanto una carie, quel cane!
Forse, azzardò Giacomo, Dio te lha mandata per una ragione.
Il nonno sgranò gli occhi e borbottò qualcosa tra i denti
Passò una settimana. Lilla continuava a vegliare al cancello, che piovesse o tirasse vento.
Io, di nascosto, le portavo qualcosa da mangiare. E nonno Vittorio faceva finta di niente.
Nonno, posso far entrare Lilla nellandrone? sospirai durante cena. Almeno lì si scalda.
No e poi no! sbatté il pugno sul tavolo. Gli animali in casa non entrano!
Ma lei
Niente ma! Basta con queste storie!
Feci il broncio e tesi le labbra. Quella notte il nonno rimase sveglio a lungo. Al mattino guardò fuori dalla finestra.
Lilla riposava arrotolata nella neve. Sarà questione di tempo e se ne andrà per sempre, pensò amaramente. E si sentì uno schifo dentro.
Il sabato uscii a pattinare sul laghetto ghiacciato. Ovviamente, Lilla mi seguì. Ridevo e giravo sul ghiaccio, mentre la cagnolina mi osservava dalla riva.
Guarda cosa so fare! gridai, scivolando verso il centro.
Il ghiaccio scricchiolò. Poi si spezzò, e caddi nellacqua.
Fu gelida e nera. Cercai di restare a galla, urlai, ma i suoni si perdevano nello spavento.
Lilla si immobilizzò un attimo, poi corse verso casa.
Il nonno stava spaccando la legna. Sentì abbaiare, un latrare furioso e disperato. Vide Lilla correre su e giù, afferrargli la gamba dei pantaloni, strattonarlo verso il cancello.
Allora? Sei impazzita? non capiva.
Ma Lilla non smetteva. Ululava, correva, graffiava i suoi abiti. Nei suoi occhi cera una tale angoscia E a quel punto, il nonno capì.
Anna! gridò, e corse dietro il cane.
Lilla correva davanti, si voltava a vedere se il nonno la seguiva davvero. E poi ancora avanti, verso il laghetto.
Nonno Vittorio vide la sagoma scura nellacqua. Un debole sciabordio.
Resisti! urlò, afferrando una lunga pertica. Resisti, nipotina!
Si trascinò sul ghiaccio che scricchiolava sotto il peso ma reggeva. Mi afferrò per il giubbotto e mi tirò a riva. Lilla girava intorno, incoraggiando.
Quando mi tirarono su, ero blu. Il nonno mi strofinava col ghiaccio, mi soffiava sul viso, pregava tutti i santi.
Nonno sussurrai, alla fine. Lilla dovè Lilla?
La cagna era lì, tremante, forse per il freddo, forse dalla paura.
È qui, rispose rauco il nonno. È qui.
Dopo quella giornata, qualcosa cambiò. Il nonno non sgridava più Lilla. Ma in casa non la faceva entrare.
Nonno, perché? non la smettevo. Mi ha salvato la vita!
Sì, ti ha salvata. Ma qui non cè posto per lei.
Ma perché?
Perché in questa casa si fa così! tuonava.
Era arrabbiato con se stesso, lo capivo. Per cosa? Nemmeno lui lo sapeva. Certo, ha le sue ragioni però, in fondo, sembrava che il cuore gli si strappasse.
Il signor Giacomo veniva a bere un tè ogni tanto. Stavamo in cucina, sgranocchiando cantucci.
Hai saputo cosè successo? iniziò il vicino con cautela.
Ho sentito, mugugnò il nonno.
Bel cane. Intelligente.
Ce ne sono.
Uno così andrebbe protetto.
Il nonno fece spallucce.
La proteggiamo. Non la scacciamo più, no?
Non la scacci, ma con questo freddo dove dorme?
Fuori. È un cane, no?
Giacomo scosse la testa.
Sei proprio un tipo strano, Vittorio. Ti salva la nipote e Si chiama ingratitudine, questo.
Io non devo niente a quel cane! sbottò il nonno. Le diamo da mangiare, non la picchiamo. Basta così!
Dovuto o meno. Ma umanità dovè?
Umanità è voler bene alle persone, non alle bestie!
Giacomo non insistette più, ma aveva uno sguardo pieno di rimprovero.
Febbraio fu davvero gelido. Tormente, bufere, la neve sembrava non finire più.
Il nonno passava le giornate a spalare, ma ogni notte i cumuli tornavano.
Lilla era sempre lì. Più magra di uno scheletro, pelo arruffato, occhi spenti. Non se ne andava. Aspettava.
Nonno, lo tiravo per il braccio, guardala è stremata.
Ha scelto di stare qui, rispondeva lui. Nessuno la obbliga.
Però
Basta! sbraitava. Sempre con sta storia! Ho le tasche piene di quel cane!
Mi offesi e tacqui. Alla sera, mentre lui leggeva il giornale, dissi piano:
Oggi Lilla non si è vista.
E allora? senza alzare lo sguardo.
Tutto il giorno, non si è fatta vedere. Starà male?
Magari se nè andata. Era ora.
Nonno! Come puoi dire certe cose?
E come dovrei parlare? Non è nostra! Capisci? Non le dobbiamo niente!
Invece sì, dissi sottovoce. Mi ha salvata. E noi nemmeno un posto al caldo le abbiamo dato.
Il posto non c’è! si arrabbiò battendo il pugno sul tavolo. Qui non siamo uno zoo!
Scappai in camera a piangere. Il nonno rimase solo al tavolo, ma il giornale non aveva più senso.
Nella notte si scatenò una tempesta tremenda, la casa tremava. Il vento sibilava nella canna fumaria, il vetro vibrava, la neve picchiava sui vetri.
Nonno si girava e rigirava nel letto, senza trovare pace.
«Tempo da cani», pensava. Si rimproverava «Ma che ti importa, non è affar tuo!». Invece importava. Lo sentiva benissimo.
Al mattino il vento si placò. Il nonno si alzò, preparò il caffè, guardò fuori.
Il cortile era sommerso. Non cerano più sentieri, la panchina spuntava appena. E al cancello
Cera qualcosa di nero tra la neve. Sarà spazzatura, pensò. Ma sentiva il cuore precipitare.
Si mise la giacca, infilò gli scarponi, uscì. Il manto nevoso gli arrivava al ginocchio. Arrivò al cancello e si fermò.
Lilla era lì, seppellita quasi del tutto. Solo le orecchie e la punta della coda emergevano dal cumulo.
Ecco, se nè andata, pensò. E qualcosa dentro si spezzò.
Si piegò, spolverò la neve. Il cane respirava appena, un filo di fiato, gli occhi chiusi.
Povera te, sussurrò il nonno. Perché non sei andata via?
Lilla si scosse, riconobbe la sua voce. Provò ad alzare la testa, ma non aveva forze.
Il nonno rimase lì a guardare. «Tanto vale», pensò, e la raccolse in braccio.
Era leggerissima: solo ossa e pelo. Ma ancora calda. Ancora viva.
Tieni duro, mormorava entrando in casa. Tieni duro, sciocca.
La portò fino in cucina. La mise su una vecchia coperta accanto alla stufa.
Nonno? comparvi sulla soglia, in pigiama. Cosè successo?
Eehm, si confuse il nonno. Era fuori al gelo. Ho pensato, lasciamola scaldare un po.
Corsi a carezzare Lilla.
È viva? Nonno, è viva?
Sì, sì. Metti su un po di latte, caldo.
Subito! Andai ai fornelli.
Il nonno restava accovacciato accanto a Lilla e le carezzava la testa. E pensava: Che razza di uomo sono? Ho quasi permesso che morisse. Eppure, lei è rimasta. Si è fidata, la testarda.
Lilla socchiuse gli occhi. Lo guardava con gratitudine. E lui sentì il nodo alla gola.
Il latte è pronto! posai la ciotola vicino al cane.
Lilla, a fatica, si sollevò e bevve. Poi ancora, e ancora. Io e il nonno restammo seduti a guardare. Felici come se stesse succedendo un miracolo.
A pranzo la cagna sedeva già. Alla sera camminava, traballante, in cucina. Il nonno la osservava da lontano, borbottava:
È solo per poco! Quando si rimette, via!
Ma io sorridevo: sapevo che sotto sotto le dava i pezzi di carne migliori, la copriva meglio, la accarezzava quando pensava che nessuno lo vedesse.
Non la caccerà, lo capivo non più.
La mattina dopo il nonno si alzò presto. Lilla, sul tappeto vicino alla stufa, lo fissava con attenzione.
Allora, ti sei ripresa, eh? mugugnò lui, infilando i pantaloni.
La cagnolina scodinzolò. Con attenzione, come per chiedere: mi scacci di nuovo?
Dopo colazione, il nonno mise la giacca e uscì. Studiò la vecchia cuccia vicino al capanno. Nessun cane ci viveva più da almeno dieci anni.
Anna! mi chiamò. Vieni un attimo!
Corsi fuori, Lilla mi seguì, restando vicina. Ma con il nonno non aveva più paura.
Guarda, indicò la cuccia. Il tetto è sfondato, le pareti marcite. Va aggiustata.
Ma perché, nonno?
Come perché? È vuota lì, non va bene.
Prese delle assi, un martello, dei chiodi dal capanno. Iniziò a lavorare al tetto, brontolando ogni due minuti.
Lilla osservava con intelligenza. Aveva capito per chi lavorava il nonno.
A pranzo la cuccia aveva il tetto nuovo. Il nonno mise una coperta dentro, portò due ciotole.
Ecco, sbuffò, asciugandosi la fronte. Finito.
Nonno, chiesi piano, è per Lilla?
E per chi sennò? mugugnò. In casa non entra, ma fuori almeno si sta a modo.
Lo abbracciai forte.
Grazie, nonno! Grazie davvero!
E va bene, si schermì. Non esageriamo. Ricordati: è solo finché non le troviamo dei veri padroni.
Ma entrambi sapevamo che nessuno la cercherà. E che ormai, Lilla aveva trovato casa.
Arrivò pure il signor Giacomo. Guardò la cuccia nuova, la cagnolina, il mio viso felice. Sorrise furbo:
Eh, Vittorio, te lavevo detto che forse era il destino.
Ma piantala con questa storia del destino, borbottò il nonno. È solo che mi è dispiaciuto, tutto qui.
Dispiaciuto, sì, annuì Giacomo. Hai un cuore buono, solo che lo tieni ben nascosto.
Il nonno stava per ribattere, poi lasciò perdere. Guardava Lilla che esplorava la cuccia, io che la coccolavo. E capiva: ora siamo una famiglia. Non perfetta, magari un po strana, ma famiglia.
Va bene, Lilla, disse piano. Questa è casa tua, adesso.
La cagnolina lo guardò a lungo, piena di fiducia. Poi si sdraiò allingresso della cuccia, di fronte alla porta di quella casa dove vivevano le sue persone.







