Senza rimorsi, ha mandato sua madre in una casa di riposo per avere un appartamento tutto per sé.

Lauto scivolava delicatamente sulle strade lucide, mentre Emilia guardava intens la foresta che si allungava accanto alla strada. In macchina, suo figlio Marco era al volante, e sua nuora, Gisella, se ne stava accanto a lui. Mille pensieri le giravano nella testa possibile che proprio il suo Marco volesse spedirla in una casa di riposo? Dove aveva sbagliato nella sua crescita? Forse non laveva coccolato abbastanza, ma insomma, aveva sempre fatto di tutto per lui e gli aveva regalato una infanzia serena. Però Marco aveva sempre la sua opinione.

Una mattina, Marco era arrivato con una borsa traboccante di oggetti vari. Emilia era in cucina, sorseggiando tè e sgranocchiando biscotti. Marco era entrato con laria sicura, ha posato la borsa sul pavimento e ha detto sorridendo:

Eccoci, mamma, preparati per il centro. Andiamo, lì starai molto meglio. Ma quale centro, Marco? Che stai dicendo?

La casa di riposo, mamma. Ho già pagato sei mesi in anticipo, tra poco saldo anche il resto. Hai una camera tutta per te, niente coinquilini. Oh, e ci sono dei dottori bravissimi tra massaggi e cure varie, la pressione te la controllano ogni ora. E poi ti servono il pranzo cinque volte al giorno. Insomma, mamma, sarà come stare in paradiso, ma con il wi-fi.

Ma Marco, io non voglio andare da nessuna parte! Voglio stare qui con te, con la mia famiglia e se proprio devo, morire a casa mia! Dai, non esagerare. Gisella e io abbiamo pensato a tutto, deciso e già pagato. Non fare la ragazzina vestiti e andiamo a mangiare qualcosa.

La povera madre sentiva il cuore stringersi, una lacrima le correva sul viso segnato dal tempo. Si ricordava di quando il piccolo Marco si sbucciava un ginocchio, si rifugiava tra le sue braccia piangendo e ripeteva: Mamma, non ti lascerò mai. I suoi occhi castani fissavano quelli verdi di lei e il cuore di Emilia batteva forte, credendo che sarebbe stato il suo futuro sostegno. Alla fine, era proprio quello che desiderava.

E invece, da bambino dolce con gli occhi castani, Marco si era trasformato in un uomo senza scrupoli, pronto a spedire la propria mamma in quel posto chiamato casa di riposo.

Durante il tragitto in auto, le tornavano alla mente ricordi del primo incontro con il padre di Marco. Ricordi di un colpo di fulmine, dei progetti per una casa insieme, dei sogni e dei figli. Poi, la sua prima e unica grande storia damore era volata via quando lei era incinta di sei mesi.

Amore mio, chi mi ha lasciato davvero? Chi? I pensieri e le suppliche al suo amore perduto si rincorrevano sempre più forti nella sua testa, mentre il nodo alla gola diventava una cascata di lacrime e sospiri.

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Senza rimorsi, ha mandato sua madre in una casa di riposo per avere un appartamento tutto per sé.
SORPRESA PER LA MOGLIE Aprendo la porta, Marisa ha buttato sulla credenza il mazzo di fiori portato dal lavoro, si è tolta finalmente le scarpe col tacco e ha infilato le pantofole. Anche se forse sarebbero stati più indicati gli stivali. C’era più acqua in casa che sulle scale. Dal fondo dell’appartamento arrivavano il miagolio soffocato del gatto e altri strani rumori: colpi, brontolii e persino del fumo. — Alessandro, che è successo?! Il marito è apparso dopo qualche secondo. In mutande, scalzo, coperto di fuliggine, il viso graffiato e un bel livido sotto l’occhio. Un asciugamano annodato in testa, tipo turbante. — Marisina, sei già qui? Non ti aspettavo così presto. Credevo che con il party aziendale, visto che sei la direttrice, saresti rimasta fino all’ultimo ospite… Sbuffando, Marisa si è lasciata cadere su un pouf e ha ordinato: — Racconta, disgraziato. Che hai combinato stavolta? — E-e-ecco, amore mio, — ha balbettato Alessandro, impaurito, — tu però non agitarti… — Mi agitavo, — l’ha interrotto Marisa, — quando negli anni ‘90 la malavita mi minacciava. Mi preoccupavo col default, con la crisi. Dopo tutto ciò, niente mi tocca più. Adesso parla, che succede in casa? — Allora… — Stringi! — Va bene! Volevo farti una sorpresa per festeggiare. Ho deciso di sistemare casa, fare il bucato e preparare una cena speciale. Ho preso un giorno di permesso, caricato la lavatrice, sono andato al mercato… cioè prima al mercato, ho comprato il vitello e quello ha cominciato a… — Il vitello? — ha precisato Marisa. — No, la lavatrice. Ma non subito. Ho messo il vitello al forno, sono andato a fare pulizie, e lì il gatto… — È vivo? — Certo, — si è offeso Alessandro. — Solo un po’ bagnato. Guarda, quando ho avviato la lavatrice, dentro non c’era. Giuro! Poi si è infilato, non capisco come. — Come può un gatto entrare in una lavatrice chiusa?! — Non so, si sarà infiltrato. Perplessa, Marisa chiude gli occhi e fa: — Avanti, la cosa si fa interessante. Prima però fammi vedere il gatto. Voglio esserne certa. — Cuore, non posso. Bisogna andare da lui. — Spero almeno abbia ancora tutte le zampe? Asciugandosi il viso graffiato, Alessandro conferma cupo: — E come! Solo che per sicurezza le ho momentaneamente “bloccate”. — Va bene, dopo. E poi? — Insomma, mentre il gatto faceva il bagnetto, ho sentito puzza di bruciato. Vado in cucina, apro il forno, mi brucio le dita, la carne stava andando a fuoco, ci butto sopra dell’olio… Non sapevo però che sarebbe esploso! — I capelli presi, fumo ovunque, ho iniziato a spegnere tutto. E intanto il gatto urlava. Corro alla lavatrice, vedo i suoi occhi dallo sportellino: stava davvero male. L’ho spenta, provo ad aprirla ma non si apre. Il gatto continua a urlare. E il piano cottura brucia. Prendo un piede di porco. Beh… la lavatrice ha subito ceduto, ma il gatto è libero. — Nel frattempo, mentre spengevo i fornelli, quell’anima in pena si è precipitata in tutta la casa, ha fatto cadere due vasi, ha sporcato il tappeto, strappato le tende, graffiato le pareti, rovesciato lo spumante dal tavolo, i vicini sotto battevano sulla batteria del calorifero e credo abbiano minacciato di sterilizzare… Ma sterilizzare chi? Noi lo abbiamo già sistemato due anni fa! O parlavano di me? Insomma, tutto bene, tu non ti preoccupare… Tra le lacrime dal ridere, Marisa si alza, scansa il marito e passa in salotto. Il disastro è come descritto da Alessandro. Più almeno una decina di dettagli che avrebbero fatto svenire chiunque non fosse stata Marisa. Ma dopo vent’anni al timone di una grossa società, ne aveva viste di peggio: purché i nipoti non fossero a casa e marito e gatto vivi, il resto non contava. Il gatto, in effetti, era legato alla batteria, tutte e quattro le zampe bloccate, e la testa avvolta da una vecchia sciarpa. Ma vivo, niente ustioni: tanto basta. Alessandro si affretta a spiegare: — Capisci, amore, non voleva stare sul termosifone. Temevo non asciugasse. Non sono riuscito a strizzarlo, si agitava. Quindi l’ho legato. E la sciarpa, per non farlo urlare. I vicini avranno suonato dieci volte e minacciato pompieri e polizia. Persino una strega volevano chiamare, per una maledizione. Sciolto il gatto, Marisa lo consola, poi lo asciuga con l’asciugamano (ormai spelacchiato della testa di Alessandro) e lo libera. — Sei uno str… Alessandro. Poteva soffocare! Ma dopo il lavaggio niente lo spaventa più, nemmeno me! Seduta sul divano, Marisa abbraccia il gatto e guarda il marito. — Allora? — Cosa? — balbetta Alessandro deluso. — Mi vado a impiccare subito o ti lascio godere della soddisfazione? — Ah, — sospira Marisa. — Oggi è l’8 marzo. Sorridendo largo, Alessandro corre in camera, torna tutto impettito e misterioso con le mani dietro la schiena. Si inginocchia davanti a lei e solennemente recita: — Marisina, luce dei miei occhi. Siamo insieme da trent’anni e mi sorprendi sempre. Sei la donna, mamma e nonna più bella, misteriosa, elegante, paziente, sensibile e affettuosa. Ti auguro una splendida Festa della Donna, resta sempre come sei. Ecco. Allunga le braccia e porge una scatolina con un anello d’oro e un mazzo di rose, ormai stravolto e spelacchiato. Si giustifica: — Era un bellissimo mazzo, davvero. Solo che non ha retto l’incontro col gatto impazzito. Non arrabbiarti né con me, né con lui. Non è tutta colpa sua. Volevo solo farti felice. Accarezzando la testa del marito, Marisa annusa i fiori e sorride. — Hanno ancora profumo, pensa! E neanche di bruciato. Però, basta esperimenti, Alessandro, ok? Solo i fiori la prossima volta. Un altro “festone” così la casa non lo regge. E nemmeno i vicini. — Sai, al lavoro ti regalano cose belle, fiori costosi, volevo stupirti con qualcosa di diverso. Con un tocco speciale. Una sorpresa con il fuoco, per lasciarti a bocca aperta… — E ci sei riuscito, sciagura mia, — sorride Marisa. — E pure con il fuoco. Non importa cosa ricevo al lavoro. Tu ci metti il cuore, l’amore, e basta. Adesso però, andiamo: sistemiamo sto disastro e chiediamo scusa ai vicini. O davvero chiamano la strega. Che magari ha anche lei il marito a casa, e lui avrà pensato di farle una sorpresa… dopo tutto, chissà che le passa per la testa adesso!