Ho rifiutato di fare la nonna-sitter tutta l’estate e i miei figli mi hanno minacciato di mandarmi in una casa di riposo

Mamma, dai, perché fai la difficile, manco fossi una ragazzina? Non ti stiamo mica chiedendo di scaricare container a Genova! Solo di stare un po con i tuoi nipoti. Tre mesi, che vuoi che siano? Cè aria buona, ci sono i pomodori dellorto, la tua casa al mare… In città si soffoca, lasfalto si scioglie, mentre da te cè il paradiso. Abbiamo già preso i biglietti e prenotato lalbergo. Non vorrai mica farci annullare tutto?

Valentina Ruggieri fissava suo figlio Simone, mescolando il tè ormai freddo. Le foglie di tè giravano in tazza, disegnando strane forme, come nuvole temporalesche, simili a quelle che stavano prendendo posto nella sua cucina, dove fino a cinque minuti prima si respirava laroma dei cantucci e della pace.

Di fronte a lei sedeva lunico figlio, Simone. Trentacinque anni, fili dargento sulle tempie, smartwatch al polso, lespressione di un adolescente a cui hanno negato la nuova PlayStation. Accanto, con le labbra strette, la nuora Bianca. Scrollava il telefono visibilmente scocciata, ma presente come quando si va dal dentista: è necessario, anche se fa male.

Simone, disse piano, ma ferma, Valentina, poggiando il cucchiaino. Il tintinnio sulla porcellana rimbombò in un silenzio stranamente intenso. Non sto facendo la difficile. Sto solo esprimendo i miei programmi. Questanno non posso tenere i tuoi ragazzi per tutta lestate. Sono stanca. Da primavera la pressione fa la giravolta, il medico ha consigliato riposo e cure. Ho prenotato una settimana alle terme di Salsomaggiore. A giugno. E poi, vorrei vivere per me. Curare le rose, leggere, dormire decentemente.

Bianca staccò lo sguardo dal telefono e guardò la suocera, scandalizzata.

Per te? Valentina, davvero? I nipoti sono una gioia! La gente sogna di coccolare i nipoti, e lei le rose. I bambini hanno bisogno di crescere con laffetto della nonna. E ci avvisi solo una settimana prima della partenza? Noi abbiamo prenotato in Sardegna, è il nostro anniversario, sono tre anni che non facciamo una vacanza da soli!

Bianca, te lho detto già a marzo, Valentina si sforzava di restare calma, anche se dentro le si agitava la rabbia. Ti ho detto chera meglio non contare su di me questestate. Tu annuivi e sorridevi. Ora fai finta di sentirlo per la prima volta.

Ma mamma, dai, che vuoi che sia? ribatté Simone. Pensavamo fosse solo un momento. Che differenza ti fa stare da sola in villa o con i ragazzi? Sono grandi ormai, Ettore ha otto anni, Luca sei. Ormai sono uomini.

Valentina sorrise amaramente. Quegli uomini lanno scorso le hanno distrutto la serra giocando a calcio, affogato il cellulare nel bidone dell’acqua e spaventato le galline del vicino facendole smettere di deporre. E, nonostante avesse locchio sempre vigile, la sera si accasciava esausta, inghiottendo pillole per il cuore, mentre i grandi uomini volevano crepes, favole e bicchieri dacqua alle tre di notte.

La differenza è abissale, figliolo. Voglio bene ai nipoti, tantissimo. Ma la mia salute non mi permette di fare la tata 24 ore su 24. Posso prenderli nei week end, ogni tanto. Ma tre mesi di fila no. È lavoro da schiavi, Simone. Ho sessantadue anni.

Proprio! Bianca irrompe brusca. Sessantadue! Letà in cui si deve pensare allanima, alla famiglia, non alle terme. Si comporta in modo egoista. Noi ci contavamo su di lei. Le abbiamo regalato anche la multicooker per il compleanno, ci siamo preoccupati. E lei ci tradisce.

La multicooker? Valentina solleva il sopracciglio, sorpresa. Quella che non ho mai usato perché preferisco cucinare sui fornelli? Grazie, ma i regali non si fanno per presentare poi il conto dei servizi, giusto?

Bianca arrossì e diede una gomitata al marito. Simone sospirò, si grattò il naso e tirò fuori quello che fece gelare Valentina alla radice.

Mamma, non cominciare. La questione è… abbiamo parlato. Di recente sei un po… strana. Dimentichi le cose. Sei irritabile. Adesso rifiuti di aiutare la famiglia. Forse è letà? Comincia la demenza o roba del genere?

Cosa?! Valentina sentì la gola stringersi.

Beh, che vuoi? Simone allargò le braccia, evitando il suo sguardo. Gli anziani perdono il contatto con la realtà. Se non riesci a badare ai nipoti, tra poco non curi nemmeno te. Casa grande, gas, acqua… rischioso. Abbiamo pensato… ci sono buone case di riposo private. Cura, medici, compagnia tra coetanei. Non devi preoccuparti di niente, ti nutrono cinque volte al giorno. Potresti starci meglio. E noi affitteremmo casa, i soldi pagherebbero la residenza. Così ci aiutiamo col mutuo.

In cucina calò un silenzio tagliente. Si sentiva il tram che passava fuori dalla finestra, il ticchettio dellorologio della parete regalo del defunto marito. Valentina guardava suo figlio senza riconoscerlo. Dovera il bambino cui rammendava i calzini? Dovera il teenager per cui ha pagato tutor risparmiando su se stessa? Davanti sedeva uno sconosciuto, freddo e calcolatore, che le aveva appena lanciato una minaccia, a mo di casa di riposo.

Vuoi… spedirmi in una casa di riposo? sussurrò.

Ma no, Bianca fece una smorfia, si chiama garantire una vecchiaia dignitosa. Lei stessa dice che ha la pressione alta, è stanca. Lì ci sono i medici. Se le viene un attacco mentre è sola, e noi siamo in vacanza? Di chi sarebbe la colpa? Nostra. Così invece siamo tranquilli.

Dunque ho due opzioni: o tengo i nipoti e mi massacro in orto da giugno a settembre, o voi mi dichiarate incapace e mi chiudete in una residenza? Valentina si drizzò. La schiena, che doleva da mattina, si raddrizzò come una statua.

Mamma, non drammatizzare, Simone alzò finalmente lo sguardo, con vergogna e ostinazione. Solo, capisci, ci serve una mano. Se tu non aiuti la famiglia, allora… che senso ha occupare un trilocale da sola? I nipoti stanno stretti, noi pure. E tu quaggiù a far la regina. Non è un ultimatum. È solo… logica della vita.

Valentina si alzò lentamente dal tavolo. Si avvicinò alla finestra. Nel cortile il lilla era in fiore. La vita seguiva il suo corso.

Andatevene, disse senza voltarsi.

Mamma, non abbiamo finito…

Andate! si girò e la sua voce li colpì come una frustata. Fuori. Subito.

Simone e Bianca si guardarono indecisi. Lui voleva dire qualcosa, ma vedendo le labbra bianche della madre, rinunciò.

Pensaci, mamma, lanciò lui nel corridoio. Ti diamo una settimana. Poi decidiamo diversamente. I biglietti sono pagati.

La porta sbatté. Valentina si lasciò cadere sulla sedia e si coprì il viso. Nessuna lacrima. Solo quel secco, pungente terrore e una delusione profonda.

La notte passò senza sonno. Fissava il soffitto, ripensando alle parole del figlio: Residenza, strana, pericolosa. Conosceva le leggi. Nessuno poteva obbligarla alla casa di riposo se era lucida. Ma lintenzione… solo il pensiero che il figlio fosse disposto a dichiararla incapace per risolvere ferie e mutuo, era una pugnalata.

Al mattino si fece un caffè nero, indossò il tailleur migliore, si diede un tocco di rossetto e uscì. Ma non verso farmacia o supermercato; era diretta dal notaio, una vecchia amica Elena Petroni che aveva curato le pratiche di famiglia.

Elena, mi serve una consulenza, disse appena entrata. E forse qualche documento da aggiornare.

Dopo due ore da Elena, Valentina uscì leggera, con una cartella di carte. Poi passò in agenzia viaggi. Quindi in ospedale, dove chiese una visita dallo psichiatra e una certificazione ufficiale: lucida, sana, capacità cognitive normali. Il medico, un giovanotto, rimase stupito, ma firmò, lodando memoria e chiarezza.

La sera il cellulare impazziva. Simone chiamava, Bianca messaggiava: Mamma, rispondi, non fare la scema, Abbiamo trovato una residenza in pineta, andiamo a vedere? Valentina silenziò tutto.

Preparò la valigia. Non quella vecchia e stinta da casa al mare, ma quella nuova, presa anni prima in saldo, mai usata. Sistemò vestiti leggeri, cappelli, il costume.

Tre giorni dopo, sabato mattina, il campanello suonò: insistente e ansioso. Valentina guardò dallo spioncino. Simone, Bianca e i due ragazzi con gli zainetti. I nipotini schiamazzavano, Bianca rimproverava il marito.

Valentina aprì. Era pronta, vestita da viaggio: pantaloni chiari, blusa, foulard di seta al collo. La valigia accanto.

Oh, nonna è già pronta! gridò Ettore, il maggiore. Andiamo al mare?

Simone rimase bloccato sulla soglia, scrutando la madre.

Mamma, dove vai? Abbiamo portato i figli. Abbiamo laereo stanotte. Hai dimenticato?

Non ho dimenticato nulla, Simone. Sto andando alle terme. Il mio treno parte tra due ore. Il taxi mi aspetta sotto.

Come, a Salsomaggiore?! Bianca strillò. E i bambini?! Dove li mettiamo?!

Sono vostri, Bianca. Vostro problema. Ve lho già detto: questestate io sono impegnata.

Lo fai apposta?! Simone diventò paonazzo. Avevamo parlato della residenza! Vuoi…

Vuoi cosa? tagliò corto Valentina. Tolse un foglio dalla borsa. La certificazione dello psichiatra. Ecco qui. Relazione ufficiale. Totalmente sana, lucida. Nessuna demenza. Quindi, ogni tentativo di dichiararmi incapace sarà visto dal giudice come diffamazione e truffa per appropriazione di beni. Mi sono informata dalla legale.

Simone prese la carta, sbirciò. Le braccia caddero.

Mamma, dai… era solo per spaventarti, così magari cedevi.

Bel metodo, figliolo. Da Gestapo. Terrorizzare una madre per risparmiare sulla babysitter.

Ma i biglietti! Lalbergo! I soldi li perdiamo! Bianca quasi piangeva, realizzando che la Sardegna era sfumata.

Avete scelte, ribatté Valentina glaciale. O uno di voi resta con i ragazzi, o assumete una tata. Oppure li portate con voi.

Con noi?! In Sardegna?! Ma non è vacanza! Bianca era sconvolta.

E per me tre mesi con loro al mare cosera? replicò la suocera. Comunque, niente chiavi della villa. Ho piantato rose rare, ho sistemato lirrigazione. Vi conosco, distruggerebbe tutto. La villa è chiusa. La vicina controlla.

Sei… un mostro, Bianca sbuffò. Sangue del tuo sangue e ti comporti come…

Come una persona che si rispetta, concluse Valentina. E poi. Ho rifatto il testamento.

Questa frase fu più quieta, ma colpì come una granata. Simone impallidì.

Su chi?

Per ora su nessuno. Casa al Comune o a unassociazione per gatti randagi, se non imparate a comportarvi. Magari mi risposo, alle terme ci sono uomini interessanti, dicono.

Afferrò la valigia e la portò in corridoio, costringendo figli e nuora a scansarsi. I nipoti, silenziosi, la guardavano con rispetto e un po di paura.

Nonna, ci porti un magnete? chiese timidamente Luca, il piccolo.

Valentina si fermò. Il cuore si strinse. I bambini non centrano, è chi li ha fatti che non va. Li abbracciò.

Lo porto, belli miei. E magari del miele. Ascoltate mamma e papà, perché ora per loro sarà dura. Crescere è difficile.

Si drizzò e guardò il figlio.

Addio. Torno tra tre settimane. Speriamo che allora ricordiate che sono vostra madre, non un bonus allegato allappartamento. Chiudete la porta: avete le chiavi.

Entrò in ascensore. Le porte si chiusero, isolandola dai volti stravolti dei suoi cari. In taxi, si permise una lacrima. Solo una. Davanti Salsomaggiore, fanghi, parco e, soprattutto, libertà.

Lestate fu un capolavoro. Valentina passeggiava per i viali, respirava aria pulita, conobbe una signora di Firenze e un ex-colonnello galante. Il cellulare lo accendeva la sera.

Allinizio Simone scriveva messaggi furiosi. Poi lamenti: Abbiamo perso biglietti, Bianca non mi parla. Poi affari: La tata costa cara, puoi aiutarci? Valentina rispondeva secca: Ho la pensione e le terme costano. Vedete voi.

Dopo quindici giorni, il tono cambiò: Mamma, come va? Pressione ok?. Luca ha fatto il tuo ritratto, ti cerca.

Quando tornò, abbronzata e più giovane di cinque anni, la casa era linda. In frigo, una torta.

La sera arrivò Simone, solo. Senza Bianca, né bambini. Era stropicciato, mortificato. A lungo restò impacciato, poi entrò in cucina, si sedette sulla stessa sedia dove un mese prima aveva minacciato la madre.

Mamma, perdonaci, disse basso. Siamo stati cretini. Ci siamo persi, lo ammetto. Bianca con la Sardegna, il lavoro… Non abbiamo più visto i confini.

Valentina gli versò il tè nella sua tazza preferita.

Li avete persi, Simone. Bene che li avete ritrovati. E Bianca?

A casa. Si vergogna. Non credeva che saresti partita. Pensava bluffassi. Alla fine non siamo andati da nessuna parte. Vacanza a casa, coi ragazzi. Sai… è stato divertente. Duro, certo, a volte non li controlli, ma siamo andati al parco, in bicicletta. Ho insegnato a Ettore a nuotare.

Vedi? sorrise Valentina. E si diceva fosse una tortura. Essere padre è un lavoro, caro.

Mamma, ma sul testamento… Lhai davvero rifatto? O era per spaventarci?

Valentina sorseggiò il tè, lanciando uno sguardo sornione.

Eh, caro, quello resta la mia piccola segreta. Così avete il motivo per chiamare mamma più spesso, non solo quando serve parcheggiare i figli.

Simone sorrise, scuotendo la testa.

Capito. Meritato.

Sono passati due anni. Valentina non tiene i nipoti per tutta lestate, solo qualche settimana, quando lo decide lei. I figli non parlano più di case di riposo. Anzi, Simone le ha montato un corrimano nuovo in bagno e comprato un misuratore di pressione serio. Bianca, seppur freddina, la saluta ogni festività e chiede consigli sullorto.

I rapporti cambiano: sparisce la dolcezza da mamma-servizio, resta la distanza, ma finalmente arriva il rispetto. Valentina capisce che vale molto di più che essere la nonna comoda e sfruttata.

Lamore per i figli non deve mai diventare sacrificio che distrugge la tua vita. Ricordate che avete diritto a una vecchiaia felice e nessuno può togliervela.

Seguitemi, lasciate un like e ditemi nei commenti: voi che fareste con figli così?

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Ho rifiutato di fare la nonna-sitter tutta l’estate e i miei figli mi hanno minacciato di mandarmi in una casa di riposo
Quindi queste si chiamavano trasferte di lavoro — Non posso sposarti. È quello che ti aspettavi, vero? Ancora adesso Masha non capisce come abbia fatto a non svenire in quel momento. Tutti i “fulmini a ciel sereno” e “coltelli nel cuore” impallidiscono rispetto a ciò che ha provato. Non aveva la minima idea che l’uomo che amava fosse già sposato! Sì, viaggiava spesso per lavoro, ma per quel mestiere era normale… Masha era andata via dal suo paesino a 16 anni e non aveva alcuna intenzione di tornarci. Sua madre, Olga Sergeevna, provata dalla vita e dal faticoso lavoro al pollaio del paese, non si era certo messa di traverso davanti alla partenza della figlia. Ma cosa avrebbe dovuto farci, restando lì? Rompersi la schiena per quattro soldi, senza mai vedere la luce del sole? Così, nei primi anni in città, la mamma cercò di aiutare Masha come poteva. Poi, quando finì l’istituto tecnico e trovò lavoro in una piccola ditta di logistica, Masha cominciò finalmente a mantenersi da sola. E, incredibile fortuna, quasi in contemporanea, una lontana zia che non aveva mai visto le lasciò in eredità a sua madre un piccolo bilocale. Ovviamente Olga Sergeevna lo regalò subito alla figlia. Restava solo una questione irrisolta: quella del matrimonio. E qui le cose si facevano complicate. Masha sognava un marito vero e proprio, non un “paparino” benestante come tante sue amiche, eppure nessun candidato degno di questo ruolo si faceva avanti. Due storie d’amore finite in fretta e senza gioia, e nessuna delle due degna di una vera proposta. C’era stato, tanto tempo prima, il ragazzino della via accanto che la guardava come solo chi è perdutamente innamorato può fare. A lei, allora, di quel Nicola non importava niente, ma quello sguardo non lo aveva dimenticato. Nessuno dei futuri pretendenti la guardò più così. Loro, piuttosto, erano interessati solo a commedie demenziali in TV, partite di calcio e prezzi della birra. Masha non poteva davvero sopportare tutto questo. Ma Paolo invece — alto, affascinante, sicuro di sé, sedici anni più grande— la guardava proprio come sognava. Diceva le cose giuste e agiva con decisione. Ovviamente, lei pensò che fosse il destino e si innamorò follemente. Già si immaginava in abito bianco, il viaggio di nozze e il loro bambino, ma il destino decise di sorprenderla proprio partendo dalla fine dei suoi piani. — Sono incinta! — annunciò con gioia a Paolo dopo sei mesi di relazione, aspettando la sua reazione. Lui avrebbe dovuto chiederle immediatamente di sposarlo. — Accidenti…— sospirò Paolo. — È bellissimo, ma ora non è il momento giusto. — Perché? — Non posso sposarti. È quello che ti aspettavi, vero? Vedi, in realtà… sono già sposato. Ancora adesso Masha non si spiega come abbia fatto a non crollare a terra. Tutti i detti sulle “manate allo stomaco” o “coltelli nel cuore” erano niente in confronto a quello che provò. Non sapeva che il suo grande amore avesse moglie! È vero, spesso era via per lavoro… ma era solo per il suo mestiere… Vedendo il volto di Masha sconvolto, Paolo la rassicurò dicendo che molto presto avrebbe divorziato. Con la moglie era tutto finito da tempo, peccato solo per la figlia quindicenne. Ma Livia era ormai grande e avrebbe potuto lasciarla con la madre per dedicarsi al nuovo bambino — ne avrebbe avuta la forza. Masha voleva credergli, ma dopo tre mesi lui le mostrò il certificato di divorzio e, dopo un altro mese, si sposarono. Niente festeggiamenti o luna di miele, però in fondo i sogni di Masha si erano realizzati. Paolo si trasferì nel suo appartamento — non poteva mica continuare a vivere con l’ex moglie! — e iniziarono una vita felice. Alla scadenza prevista nacque Riccardo, e la felicità aumentò. Paolo continuava ad andare in trasferta — questa volta davvero — e assicurava un buon tenore di vita alla nuova famiglia, senza dimenticare la pensione alimentare per Livia. Masha gestiva il bimbo da sola e non si lamentava. — Masha? — la chiamò una voce maschile mentre usciva dal supermercato. — Ti do una mano! — Un giovane abbassò abilmente il passeggino di Riccardo dalla rampa e lei poté osservarlo meglio. — Nicola? — esclamò stupita. — Scusami, ormai sarai “Nicolò”, vero? — Masha osservò con piacere il suo vecchio ammiratore. Sì, era proprio quel Nicola — il ragazzino della via di casa che un tempo la guardava con adorazione. Ma da timido adolescente era diventato un uomo attraente. Quanti anni saranno passati? Se lei ne ha 26, lui… 25. Come vola il tempo! Nicola li accompagnò fino al portone. Non volle farsi aiutare oltre, anche se le buste della spesa erano pesanti. Non voleva dare troppo nell’occhio ai vicini o dar modo a Paolo di ingelosirsi. In fondo con Nicola avevano già parlato un’ora al parco — non ci doveva essere altro. Lui non si offese affatto, chiese solo il numero, “casomai”. Anche lei prese il suo, ma senza alcuna intenzione di chiamare. Nei due mesi successivi Nicola “per caso” si fece trovare spesso in zona e passeggiarono più volte con Riccardo. Conversavano del più e del meno e Masha non lo vedeva assolutamente come un uomo, ma solo un amico. Lui non sembrava notarlo, la faceva ridere, giocava con il piccolo. Un giorno Riccardo ebbe la febbre alta, dovette chiamare il medico che prescrisse delle medicine. Masha non poteva uscire, Paolo sarebbe dovuto rientrare a momenti dalla trasferta. — Tra quanto arrivi? — gli telefonò. — Serve che passi in farmacia a prendere i farmaci per Riccardo. Ti mando la lista. — Papà, dai, dove sei? Vieni, mamma ed io siamo affamatissimi! — sentì una voce femminile sullo sfondo. — Dove sei esattamente?… — chiese Masha sempre più in ansia. — Sono passato da mia figlia. Che c’è di male? — rispose Paolo con fastidio. — Papà, ti aspettavamo anche ieri e oggi di nuovo! Vieni subito! — rincarò Livia. — Ho capito — Masha chiuse per prima la telefonata. Era furiosa, ma prima doveva trovare le medicine. Grazie alla vicina, che accettò di badare a Riccardo. Il marito arrivò solo tre ore dopo. — Non voglio scusarmi — dichiarò appena entrato. — Sì, amo te e nostro figlio ma mi manca la mia prima famiglia. E sì, negli ultimi sei mesi ci ho dormito più di una volta. Se a te non va bene, mi dispiace. — Non va bene? — Masha restò scioccata. — Pensavo che fossimo una famiglia, che ci amassimo… tu invece… Se si fosse pentito, se avesse detto di scherzare o almeno promesso che non sarebbe più successo, forse Masha lo avrebbe perdonato… Invece Paolo andò in camera, guardò il figlio che dormiva, raccolse le sue cose e se ne andò. — Non ti preoccupare, garantirò sempre il mantenimento per nostro figlio. — Ma va a quel paese! — sbatté la porta così forte che Riccardo si svegliò in lacrime. Per tre giorni Masha pianse senza rispondere a chiamate né messaggi. Paolo non avrebbe certo scritto; di altri non le importava nulla. Ma i continui campanelli la obbligarono ad aprire la porta. — Stai bene? Riccardo tutto a posto? — Nicola la strinse forte. — Perché non mi rispondi più? Lei scoppiò in lacrime, raccontò tutto, e lui la confortò: “Andrà tutto bene”. Quella notte restò a dormire sul divano, la mattina dopo preparò la colazione e andò a lavoro. Per una settimana rimase da lei: aiutava con Riccardo, faceva la spesa a sue spese, aggiustava quello che c’era da sistemare, cucinava. — Non devi andare anche tu al lavoro? — domandò Masha. — Ho preso qualche giorno di permesso. Dopo una settimana finirono a letto insieme. E perché no? Paolo non si fece più vedere, solo un bonifico al mese. Masha decise che Nicola era un compagno molto più affidabile di quel traditore di Paolo. Non venne subito a vivere da lei — stavano aspettando il divorzio, previsto per il mese seguente — ma restava spesso a dormire. Non si poteva dire che Masha si fosse innamorata, ma accanto a lui si sentiva serena. E Riccardo stava bene con lui. E che espressione aveva fatto l’ex marito quando li vide tutti e tre insieme al parco! A Masha si strinse il cuore, pensò: “Ora Paolo capirà tutto, mi chiederà scusa e…” Non fece in tempo a finire il pensiero: lui si voltò, la salutò serenamente e si mise a giocare con il figlio. Così Masha fu convinta di aver preso la decisione giusta scegliendo Nicola. Sua madre arrivò all’improvviso. Le telefonò quando era già arrivata in taxi: “Vieni a darmi una mano con le valigie”. Nicola era appena uscito. Ormai era proprio arrivato il momento di raccontare a sua madre i cambiamenti nella sua vita. Mentre facevano colazione e si raccontavano le ultime novità, sua madre improvvisamente chiese: — Ma Nicola, il figlio di Lucia, vive qui nel tuo palazzo? Masha si irrigidì senza voltarsi. “Lucia” era la mamma di Nicola. — Come fai a saperlo? — L’ho appena visto. Che bravo ragazzo! Da noi non c’è lavoro — lo sai, tutti gli uomini partono per Milano — ma lui ha detto di no. È venuto qui. Porta sempre qualche soldo a casa, torna spesso per vedere “le sue ragazze”. Ti avevo detto che si era sposato tre anni fa, no? Ha anche una figlia, Sofia… Le parole della madre arrivavano a Masha come attraverso una nuvola. Si sedette, senza forze. Una seconda volta! La seconda volta di fila non si era informata se l’uomo fosse sposato o meno! Come si può ancora fidarsi? Con Nicola chiuse subito, o meglio, lo mandò via con una lite furibonda, proibendogli di tornare ancora a casa sua. Non volle nemmeno ascoltare le sue promesse di divorziare appena la figlia fosse cresciuta un po’. Pare proprio che per Maria la felicità femminile sia una fata Morgana…