“Tutti mi dicevano di sposarmi, che studiare tanto non serve a nulla… tanto non andrai mai lontano”….

Tutti mi dicevano che dovrei sposarmi, che studiare tanto non ha senso tanto non arrivi lontano comunque.
Farebbe meglio a trovarsi un marito che se continua così, resta zitella.
Chi mai si prende una come lei?

Giovanna è nata in un piccolo paese della campagna toscana, dove la gente si conosce tutta, non solo per nome ma anche per le disgrazie.
E dove, purtroppo, spesso nessuno ti chiede quali sogni hai
ma piuttosto, che senso hai.

La sua famiglia era povera.
Non quella povertà che si racconta davanti a un caffè, sospirando e scherzando
ma la povertà che la senti nel piatto vuoto, nelle scarpe bucate, nei vestiti passati di mano in mano tra parenti.

Giovanna è cresciuta con poco.
Ma dentro di lei cera qualcosa che nessuno le avrebbe potuto togliere:
una voglia matta di studiare.
Sin da piccola diceva:
Da grande farò la dottoressa.
E ogni volta che lo diceva, nel paese si sentiva una risatina amara.
Non perché fosse impossibile diventare medico
Ma perché, nella testa di certa gente, era impensabile che una ragazza povera potesse avere il diritto di sognare.

Le malelingue del paese non perdonavano.
Un giorno, mentre camminava per la strada sterrata con i quaderni stretti al petto, sentì ancora:
Guarda quella che crede di fare? La dottoressa?
Non ha nemmeno i soldi per prendersi una focaccia!

Unaltra volta, nella bottega allangolo, una donna disse ad alta voce, apposta per farsi sentire da Giovanna:
Farebbe meglio a sposarsi che se continua a studiare così tanto, resta zitella.
Chi se la prende una come lei?

A volte faceva ancora più male capire che non parlavano solo gli sconosciuti.
Anche i suoi, per paura, le dicevano:
Figlia mia lascia stare la scuola. Non vedi che è dura?
Non abbiamo soldi
Almeno sposati, che almeno un ruolo ce lhai anche tu.

Ma Giovanna non voleva il ruolo deciso dagli altri.
Giovanna voleva un cammino.
E il suo sentiero era in salita.
Faceva freddo in camera dinverno.
Studiava con la luce fioca, le mani ghiacciate.
A volte camminava per chilometri per arrivare a scuola.
E spesso nascondeva le lacrime tra le pagine dei quaderni, per non farle vedere a nessuno.
Perché in paese, se piangi, non sempre la gente ti dà una mano
A volte giudica soltanto.

Ma Giovanna è andata avanti.
Gli anni sono volati
È andata in città.
Si è sforzata fino allo stremo.
Ci sono state notti in cui si è addormentata sui libri.
Giorni in cui ha mangiato solo un pezzo di pane, per far bastare i soldi per lautobus.
Momenti in cui si è sentita sola, come se tutto il paese fosse contro di lei.
Eppure
Quando era quasi pronta a mollare, si ricordava sempre una cosa:
Nel suo paese cerano anziani soli.
Cerano persone che morivano abbandonate, non perché mancassero le cure
ma perché mancava chi li ascoltasse.

E allora si prometteva:
Tornerò.
Tornerò e sarò la dottoressa che il mio paese non ha mai avuto.

E così ha fatto.
Una mattina, il paese si sveglia con una notizia:
Giovanna è davvero diventata dottoressa.
Non sulla carta, non allestero, non nei racconti.
Ma lì.
Al consultorio che tutti avevano ormai dimenticato, quello che molti evitavano.

Il primo giorno, è arrivato un vecchietto con il bastone, tremante per letà.
Entrò timido e disse:
Dottoressa io sono anni che non vado da un medico
Giovanna gli sorrise con dolcezza.
E gli rispose semplice:
Adesso è qui. Va bene. Stia tranquillo ci sono io.
E quelluomo si mise a piangere.
Perché a volte non sono le medicine a curare
ma basta che qualcuno ti parli con gentilezza.

Nei giorni dopo la gente cominciò ad arrivare sempre di più.
Nonne col fazzoletto in testa.
Uomini stanchi dopo una vita nei campi.
Persone che non chiedevano tanto
Solo di essere viste.
E Giovanna li accoglieva tutti con pazienza.
Misurava la pressione.
Ascoltava il cuore.
Ascoltava anche lanima.
E pian piano, il paese ricominciò a parlare di lei.
Ma stavolta in modo diverso.
La dottoressa Giovanna che Dio la benedica!
È la figlia di quella famiglia chi lavrebbe mai detto?
Guarda che brava ragazza che è diventata

E un giorno, Giovanna è passata sulla stessa via dove, anni fa, tutti ridevano di lei.
Solo che adesso
Non rideva più nessuno.
La salutavano.
La rispettavano.
La volevano bene.

E lì Giovanna ha capito una cosa:
Non bisogna dimostrare nulla a chi ti ha giudicato.
Basta arrivare dove hai sempre sognato
E restare te stessa.
Perché la vera vittoria non è andarsene da dove sei partita
Ma tornarci con il cuore più grande.
E Giovanna
è rimasta la stessa ragazza semplice, con lanima pulita, del suo paese.
Solo che adesso, oltre ai sogni
aveva anche il camice.
E al posto delle cattiverie
riceveva benedizioni.

Morale?
Quando la gente ti dice non ce la farai
Non dimenticarlo mai:
A volte Dio fa nascere in te un sogno proprio per dimostrare agli altri che si può.

Lascia un Rispetto nei commenti per Giovanna e condividi, così tutti possono vedere che si può farcela, anche partendo dalla povertà.

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“Tutti mi dicevano di sposarmi, che studiare tanto non serve a nulla… tanto non andrai mai lontano”….
– Pronto… Vasà– Non è Vasà. Sono Elena… – Elena? E lei chi è?…– Signora, ma chi è lei? Io sono la fidanzata di Vasile. Cercava qualcosa?… Mio marito non c’è, è rimasto al lavoro… Mi girava la testa, ho notato delle gocce rosse sul pavimento. Il ventre mi tirava così forte che mi contorcevo… Sentivo che il bambino stava per nascere. Mio marito Vasile da cinque anni fa la pendolare per lavoro. Prima in Germania come camionista, poi in Polonia per lavori edili. È partito solo per i soldi: abbiamo due figli maschi, volevamo garantirgli il futuro migliore. Sapevamo benissimo che in Italia non avremmo avuto nulla. Sapete, là Vasile ha avuto fortuna. Una volta al mese ci mandava pacchi con generi alimentari: conserve, pasta, olio, qualche dolce. Mi girava pure soldi in banca per metterli da parte. Siamo riusciti a mettere da parte una bella somma, abbastanza per comprare casa al figlio maggiore. Sembrava che tutto andasse bene. Ma alcuni mesi fa ho sentito che qualcosa nel mio corpo non andava. Primo pensiero: menopausa. Ma no. Engrassata di colpo, sonno continuo, fame costante e sbalzi d’umore. Secondo Internet ero incinta. Ma possibile a 45 anni? Non ci credevo, ho fatto il test: due linee rosse ben visibili. Non volevo dire nulla né ai figli né alle nuore. Perché? Per farmi prendere in giro dai miei figli? Per sentirli dire che la mamma è impazzita in vecchiaia? Ho deciso di nascondere la gravidanza. Era inverno, indossavo solo vestiti caldi e larghi. Nessuno notava la pancia sotto il piumino. Non volevo però tenere questo bambino. Qualcuno dirà che non ho Dio nel cuore. Ma ho 45 anni, non sono più giovane. Ho figli e nipoti cui voglio dedicare tempo, non girare per casa con i pannolini. E non abbiamo i soldi per il terzo figlio. Vasile dovrebbe tornare all’estero ancora, e io senza di lui non ce la faccio. Mi dissero che ormai era tardi e rischioso fare operazioni. Non si sa se sarebbe andato tutto bene. Allora mi sono convinta che sarebbe andato tutto bene. Magari Vasile sarebbe stato felice di avere una figlia. Decisi di chiamarlo su Skype per dirglielo, ma attivai solo il microfono. – Pronto, Vasà… – Non è Vasà. Sono Elena. – Elena? Lei chi è? – Signora, lei chi è? Io sono la fidanzata di Vasile. Cercava qualcosa? Lui non c’è, è al lavoro. Riattaccai subito e scoppiai a piangere. Ecco come capita che un uomo ti possa tradire ovunque e con chiunque. Avrei voluto subito chiedere il divorzio, buttare fuori tutte le sue cose, non vederlo mai più. Ma avevo ancora la speranza che, sapendo del bambino, Vasile sarebbe tornato. Sapevo che a febbraio doveva rientrare per il compleanno dei figli, avevano dato la vacanza. Ho anche sognato che passeggiavamo tutti e tre al parco: Vasile teneva per mano la nostra bambina, io l’altra. Il 14 febbraio, San Valentino, Vasà è tornato. Ho preparato una cena romantica, accesso le candele, messo la musica. Volevo creare un’atmosfera tranquilla. – Vasà, ho una sorpresa per te. Sono incinta. Dicono che sarà una bambina. – Sei proprio una traditrice! – urlò mio marito. Rosso di rabbia, ha rovesciato i piatti a terra, batteva i pugni sul tavolo: – Mentre io sgobbo come un mulo, tu vai con altri uomini? E ora vuoi rifilarmi pure questo bastardo? – Vasà, ti spiego… – Vai via, non voglio vederti! – mi spinse così che sbattei la pancia contro il bordo del tavolo e caddi. Vasile se ne andò urlando, prese la borsa e sbatté la porta. Mi girava la testa, vedevo gocce rosse sul pavimento, il ventre mi tirava da morire. Riuscii a prendere il telefono e chiamare l’ambulanza, ma sentivo che la bambina stava per nascere. Quando i medici arrivarono, tenevo già in braccio la nostra piccola. La bambina tranquilla, non piangeva, dormiva stretta. – Allora, mamma, venite con noi? – No. Portate via la bambina, non la voglio. – Come sarebbe? – Così. Portatela via, dico! Questa bambina mi ha rovinato la famiglia! Qualcuno la amerà, ma io no. Basta, portatela, non voglio vederla! Senza alcun rimorso, ho affidato la bambina ai medici. Mi hanno visitato a casa, nessuna complicazione, parto tranquillo. Quando l’ambulanza se ne andò, ho pulito tutto, sono andata a farmi la doccia e sono andata a dormire. Nessuno dei miei figli sa che ho dato via la bambina. Ogni giorno vado in chiesa a pregare che cresca sana, che trovi la sua famiglia. So benissimo che non ce la farei. Non voglio più rivivere la fatica della maternità. Ho solo un desiderio: che Vasile ritorni. Ma lui è ripartito di nuovo per la Germania e parla solo con i figli. Pensate pure che sono una donna fuori di testa. Ma io scelgo mio marito, non la bambina. E Dio mi giudicherà.