MARINA, MA SEI IMPAZZITA?! HAI QUARANTACINQUE ANNI! TUO FIGLIO È GIA UN UOMO, FA IL MILITARE! E TU TI PRENDI UN NEONATO? E PER GIUNTA CON UN BEL MAZZO DI DIAGNOSI? SARAI UNA VECCHIA QUANDO ANDRÀ A SCUOLA! TI PORTERÀ ALLESASPERAZIONE, TI ROVINERÀ LA VITA!
Marina ripiegava in silenzio le minuscole tutine, sistemandole nella borsa.
In cucina, la sua migliore amica, Donatella, era una furia.
Marina, SVEGLIATI! Dovevamo trasferirci a Firenze! Dovevamo iniziare a vivere per noi stesse! Finalmente ti eri liberata di quel buono a nulla del tuo ex, potevi respirare E invece ti prendi unaltra croce sulle spalle. Parliamo di paralisi cerebrale, di problemi cardiaci addio vita!
Marina chiuse la zip della borsa. Sollevò lo sguardo su Donatella. Occhi stanchi, ma sereni.
Dona, l’ho visto io quel bambino. Allorfanotrofio, quando siamo andate con i volontari a portare pannolini. Era lì solo, in un angolo, non piangeva. Guardava il soffitto. Aveva lo sguardo… Da adulto, come uno che ha già capito tutto. Non sono riuscita ad andarmene. Ho sentito che, se me ne fossi andata, non avrei più potuto respirare.
Il bambino si chiamava Matteo. Otto mesi.
La madre lha lasciato in ospedale. Un vegetale, hanno detto i medici. Non arriverà a vivere.
Marina lha portato a casa.
È iniziato linferno che aveva previsto Donatella. Matteo non dormiva di notte. Urlava per il dolore, per gli spasmi. Marina ha imparato a fare massaggi, punture, a nutrirlo col sondino. Ha lasciato un posto fisso in banca, si è arrangiata facendo la ragioniera in remoto, per pochi euro.
Molti le hanno voltato le spalle. È matta, sparlavano le vicine. Fa la santa perché non sa che altro fare.
Anche il figlio, Antonio, appena tornato dal servizio, non capiva.
Ma, che roba è questa? disse, disgustato guardando il piccolo ricurvo nella culla. Ci spenderai tutto per lui? E il mio matrimonio? Avevi detto che mi avresti aiutato.
Antonio, il matrimonio può aspettare. Ma la vita, quella no.
Sono passati cinque anni.
Marina è invecchiata. Ha i capelli grigi, rughe profonde agli occhi. La schiena dolente dagli anni passati a sollevare Matteo.
Ma Matteo Matteo vive.
Contro ogni previsione, non è diventato un vegetale.
Marina ha girato per tutti i centri di riabilitazione. Ha venduto la casa in montagna, la macchina, tutti i suoi piccoli gioielli.
Ogni giorno: fisioterapia, piscina, logopedista.
Ma-ma, ha detto a tre anni. Per la prima volta.
Marina ha pianto, la testa appoggiata sul suo piccolo caldo. Quella parola valeva più di tutti i tesori.
A cinque anni ha iniziato a gattonare.
A sette, si è alzato da solo, sorretto.
I medici scuotevano la testa, Un miracolo.
Ma Marina sapeva: non era un miracolo. Era lavoro, fatica, amore. Amore vero, quello incondizionato, che può spostare montagne.
Delusione e gioia insieme.
A dieci anni Matteo aveva bisogno di una difficile operazione alle gambe, per poter camminare.
Costava una fortuna.
Marina ha chiesto aiuto al figlio Antonio, che ormai aveva aperto la sua carrozzeria.
Antonio, prestami dei soldi. Te li restituisco, venderò la casa, ci trasferiamo in un monolocale.
Antonio la fissò freddo.
Ma’, io ho i miei progetti. Sto costruendo casa. Sei stata tu a scegliere quella palla al piede. Te lavevo detto. Non te li do.
Marina uscì dal negozio, barcollante.
Si sedette su una panchina nel parco. Non aveva più forza, né speranza.
Un uomo si avvicinò. Con il bastone, zoppicante.
Tutto bene, signora? chiese.
Si chiamava Giuseppe, ex geniere dellEsercito in pensione.
Cominciarono a parlare. Marina, senza capire come, gli raccontò tutto di Matteo, delloperazione, di Antonio.
Giuseppe ascoltava, in silenzio.
Le do una mano io, disse. Ho qualche risparmio da parte, gli ultimi soldi, come si dice. Cosa me ne faccio? Sono solo. Mia moglie se nè andata, figli non ne ho. E quel ragazzo deve camminare.
Giuseppe diede i soldi. Nessuna cambiale, nessuna garanzia.
Matteo fu operato.
Un anno di riabilitazione durissimo. Giuseppe si trasferì a casa di Marina in due, la carrozzina si tirava meglio.
Diventò per Matteo il padre che non aveva mai avuto. Gli costruiva attrezzi, giocava a scacchi, raccontava storie di caserma.
E un giorno Matteo camminò. Incerto, con deambulatore, trascinando le gambe nei tutori, ma da solo.
Papà Beppe, guarda! Sto camminando! urlò.
Marina e Giuseppe si tenevano per mano nel corridoio. Due anziani e sfiniti, che avevano compiuto limpossibile.
Passarono altri dieci anni.
Ora Matteo ha ventanni. Usa ancora il bastone, ma cammina. Studia per diventare programmatore, ha quello sguardo profondo da adulto.
Antonio, il figlio di sangue, non è mai stato felice col suo villone. La moglie è andata via, i figli scapestrati. Ogni tanto telefona a Marina, si lamenta della vita, ma non si fa mai vedere si vergogna.
Marina e Giuseppe, invece, vivono tranquilli. Poco tempo fa sono stati finalmente anche loro in giro per lItalia. In tre, con Matteo.
Con i soldi che ha guadagnato Matteo scrivendo una app per telefoni.
Mamma, papà, questi sono per voi, disse, porgendo i biglietti. Mi avete regalato le gambe. Ora voglio regalarvi il mondo.
Seduti in una piccola pasticceria a Roma, bevevano il caffè.
Donatella, lamica di sempre, vide le foto su Facebook. Nella foto, Marina, capelli dargento, felice, stringeva tra le braccia due uomini uno anziano, uno giovane.
Donatella commentò: Alla fine avevi ragione, Marina. Sei tutto fuorché una vecchia. Sei la più viva di tutte noi.
Morale:
A volte quello che sembra una croce è in realtà le nostre ali. Temiamo la fatica, temiamo di abbandonare la comodità e la chiamiamo buon senso. Ma il vero senso della vita non è la tranquillità e non sono le vacanze al mare. Il senso è essere tanto importanti per qualcuno da compiere miracoli damore.
Non abbiate paura di amare persone difficili e di prendere decisioni scomode. Alla fine non ci pentiremo della fatica fatta, ma delle occasioni mancate davanti al dolore degli altri.
E voi conoscete storie di figli adottivi che sono divenuti più cari dei figli naturali?







