Non siete più la mia famiglia – La storia di Nina, che ha cresciuto i figli della sorella sacrifican…

Mamma, ho portato la piccola Livia, la voce di Tamara galleggiava nellaria dellingresso come un filo sottile. Passo a prenderla stasera, adesso devo scappare.

Il portone sembrava chiudersi da solo, lasciando dietro di sé leco di valigie, sciarpe e la polvere del giorno. Nina ruotò la testa di lato, distogliendosi dagli appunti. Un attimo dopo, sua madre, Ornella, apparve con la nipotina addormentata tra le braccia. Livia, occhi gonfi di sogni, muoveva appena le ciglia.

Di nuovo? domandò Nina, la voce impastata di sbadiglio.

Ornella annuì appena, posando la bimba sul pavimento. Livia si precipitò, senza parola alcuna, al letto, arrampicandosi leggera come una rondine abituata, tirò fuori da un cassetto un vecchio album da colorare e una scatola cigolante di pastelli. Si sistemò con le gambe raccolte, immersa in quella liturgia di colori come se già lo avesse sognato.

Nina si alzò e seguì la madre in salotto. Ornella rovistava nella borsa di pelle, faceva linventario della giornata.

Mamma, sussurrò Nina, cauta. Questanno è lultimo di università. La laurea è tra tre mesi. Devo studiare, non…
Tamara va aiutata, tagliò corto Ornella, sistemando la zip. Lo sai comè andata col matrimonio. Ora cerca di rifarsi una vita, dovresti capirla.

Che si rifaccia tutto ciò che vuole! Nina alzò la voce in un sibilo, abbastanza perché Livia non sentisse. Ma perché scarica tutto su di noi? È sua figlia, mamma. Sua!

Finalmente Ornella la guardò negli occhi.

Basta con questi discorsi. Devo andare al lavoro, e le chiavi tintinnarono come sorrisi forzati. Oggi badi tu a Livia.

Nina avrebbe voluto gridare che era ingiusto, che dopodomani cera lesame di macroeconomia e la tesi languiva come pane raffermo. Ma bastò uno sguardo a Ornella per scegliere il silenzio.

Annì, poi tornò da Livia. La bimba stava colorando un unicorno di viola, la lingua tra le labbra, gli occhi persi.

Zia Nina, guarda! sollevò la pagina con orgoglio Ti piace?

È bellissimo, Livietta, e si sedette accanto a lei, spostando gli appunti con una rassegnazione liquida.

La giornata si srotolò lenta, come pasta sfatta: disegni, cartoni sul portatile, una pentola di pasta col burro e parmigiano per la bambina, il manuale spalancato sul tavolo inondato di sole. Le lettere ballavano sulle pagine, Livia rovesciò il succo sulla tovaglia, ebbe i suoi capricci stanchi tra stuoie di sbadigli e pianti. Nina la sballottava in braccio per la casa, sussurrando canzoni senza senso. Solo così Livia si abbandonò al sonno, con il fiato caldo sulla sua spalla.

Verso sera, Nina era vuota come una bottiglia dacqua finita. Il manuale era rimasto dovera.

Tamara arrivò alle sette, buscando sulla porta, Nina con Livia ancora sonnecchiante in grembo.

Forza, tesoro, andiamo disse Tamara, recuperando la figlia. E via, senza un grazie, un comè andata.

Nina si sentiva trasformata in unombra.

Per due mesi fu sempre lo stesso copione surreale: Livia appariva allimprovviso come nei sogni senza trama, Tamara spariva in cerca di sé, Nina barcamenava tra appunti e favole, terminando la tesi con le pupille infiammate nottetempo.

Poi Tamara incontrò Riccardo. Tutto prese a girare come una giostra impazzita, e appena tre mesi dopo, Nina era davanti agli uffici comunali, osservando la sorella in abito bianco accanto a un uomo dal sorriso largo, gli occhi pieni di promesse. Ornella piangeva sottovoce nel fazzoletto, Livia roteava felice nel vestitino rosa. Nina applaudiva come tutti, sperando che, forse, ora il destino si sarebbe quietato.

Dopo poco arrivò un maschietto, lo chiamarono Marco. Nina visitò lospedale con un mazzo di fiori e palloncini azzurri, stringendo il neonato, pensò che Tamara era forse, finalmente, felice. Riccardo ostentava orgoglio, Livia rivendicava con gravità il ruolo di sorella maggiore.

Quellidillio svanì come nebbia in otto mesi.

Un giorno, mentre Nina era sommersa dal rendiconto trimestrale, Ornella la chiamò: Riccardo aveva unamante, Tamara aveva trovato i messaggi. Liti, separazione.

La storia si ripeteva, ora con due bambini sbadati come ombre nelle stanze. Tamara naufragava ancor peggio. Arrivava dalla madre in lacrime, scaricava figli e spariva per ore, a volte giorni.

Nina cadeva ogni giorno fuori dalla propria vita, come nei sogni quando vuoi correre ma vai a rallentatore.

Passò un anno. Nina ottenne una promozione, gioia subito annegata. Tamara conobbe Andrea. Si ricominciò da capo: mazzi di fiori, cene, racconti incantati. Terzo matrimonio, sobrio, solo intimi. Nina sorseggiando prosecco capì che sarebbe andata anche peggio.

Una chiamata in pausa pranzo, col telefono che sembrava vibrare di ansia: Nina, sei seduta? era Ornella, strana, quasi eccitata.

Sì, mamma. Che succede?
Tamara è di nuovo incinta. Di due.

Silenzio sopra il tavolo, tra il vapore di caffè, le insalate rattrappite. Quattro figli. Quattro figli da tre uomini diversi. E quando lennesimo matrimonio sarebbe crollato, e sarebbe crollato perché nei sogni succede sempre, quei bambini tornavano tutti a lei e a sua madre.

Nina, mi senti? la voce di Ornella era un faro che non trovava porto.

Sì, mamma. Falle le mie congratulazioni, rispose con dita che massaggiavano la radice del naso. Poi chiuse la telefonata, lasciando il telefono nero e muto sul tavolo. Lappetito svanì, evaporando del tutto.

Tornò a casa tardi, svuotata. Ornella era in cucina, le mani strette attorno a una tazza di tè ormai fredda. Appena vide Nina, iniziò a parlare a raffica, come chi teme che il tempo la soffocherà.

Nina, non ci dormo più, ma come si fa, due gemelli adesso sono quattro figli, e se pure stavolta non funziona, lo vedi comè tua sorella, pensa ai mariti e non ai figli, chi ci pensa poi, io invecchio, ho la pressione, tu lavori e come facciamo?

Nina sospirò, appese la borsa, non si sedette. Guardò la madre da sopra, i capelli scompigliati, la stanchezza che balenava nel colore slavato degli occhi e nelle mani tremanti.

Mamma, disse, e Ornella tacque immediatamente. Voglio andarmene. Cambiare città.

Ornella rimase di sasso, gli occhi increduli.

Non ce la faccio più, continuò Nina, stanca. Non posso vivere così, sempre prigioniera dei problemi di Tamara. Ho già dato tutto, il mio tempo, la carriera, lamore. Basta.

Ornella provò a parlare, Nina la zittì alzando la mano.

Se vuoi venire, vengo con te, mamma. Cambiamo aria, ricominciamo. Ma se resti, vado da sola. Perché sono stanca di crescere figli non miei. Sì, sono i miei nipoti, li amo. Ma non sono la mia responsabilità.

Fu come svuotarsi di un peso enorme. Ornella taceva, fissava un punto invisibile, mentre la luce del lampadario tremava.

Nina aspettò un minuto, poi se ne andò in camera, si sdraiò in vestiti sul letto e fissò il soffitto fino al mattino, il cuore gonfio e le mani sudate. Aveva detto, finalmente, quello che aveva sempre pensato.

Si addormentò allalba.

Al risveglio, trovò sulla tavola una cartellina con documenti. Riconobbe le carte dellappartamento ereditato dalla nonna ai tempi della scuola. Sfogliò le pagine, perplessa.

La vendiamo, disse Ornella dalla soglia.

Pallida, ma composta, come chi ha preso una decisione irrevocabile e non la lascerà più.

Un terzo andrà a Tamara, per legge. Con il resto compriamo qualcosa altrove. Una casa piccola, ci basta, e posò la cartellina.

Nina la fissò, incredula, con la voglia di chiederle mille volte se era sicura. Ma quegli occhi erano pieni della stanchezza che anche lei sentiva addosso da anni. Si abbracciarono fortissimo, stringendosi. Ornella le accarezzò i capelli come da bambina.

Andiamo via, figlia mia. Basta così.

In due mesi fecero tutto. Trovarono un acquirente, trovarono un piccolo trilocale in una città quattrocento chilometri lontana, nulla di speciale. Nina si accordò col lavoro per farsi trasferire. Tamara non seppe nulla fino allultimo.

Lo dissero il giorno stesso del trasloco, le valigie pronte, i biglietti del treno nella borsa. Tamara arrivò gonfia di rabbia e di pancia, sul settimo mese, gli occhi furiosi e il rossetto sbavato dalla corsa.

Ma siete impazzite? Mi abbandonate adesso? Con i gemelli in arrivo?

Nina le porse una busta con euro in contanti, la sua quota della vendita. Tamara la strappò dalle mani, diede unocchiata dentro, il volto trasfigurato dallira.

E con questi che ci faccio? e gettò la busta, le banconote sparse sul pavimento. Ho bisogno di aiuto, non di elemosine! Ma non capite che per me è difficile adesso?
È difficile da cinque anni, Tamara, disse Nina. Noi siamo esauste.

Esauste? Voi? E io, invece, vengo coccolata magari? Due figli, incinta di altri due!

Hai scelto tu questa vita, Tamara. Ora tocca a noi.

Tamara cercò approvazione dallo sguardo di Ornella, ma la madre si voltò, fingendo di riordinare la borsa.

Non siete più la mia famiglia, sibilò Tamara, raccogliendo le banconote tremando. Nessuna delle due.

Sparì sbattendo la porta dietro di sé. Nina e Ornella si guardarono; nessuna aggiunse parola. Nina prese la borsa, Ornella la valigia. Uscirono, chiusero la porta per lultima volta, scesero.

Il treno partiva tra unora. Nina guardava dal finestrino le luci dei lampioni, i garage, i condomini grigi che scorrevano via come se sogno e realtà si mischiassero. Ornella dormicchiava sulla sua spalla, sfinita dalle valigie e dal silenzio.

La città evaporava tra i binari, portandosi via le liti infinite, i bambini altrui fra le braccia, il senso di colpa e il dovere ignoto. Nina si abbandonò al sedile e per la prima volta, da anni, riempì il petto di respiro.

Il futuro era un mistero, la nebbia di una notte irreale.

E il treno le portava via, lontano. Nina chiuse gli occhi.

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Non siete più la mia famiglia – La storia di Nina, che ha cresciuto i figli della sorella sacrifican…
La mia pazienza è finita: perché la figlia di mia moglie non metterà mai più piede nella nostra casa