Mi chiamo Stefania, ho 68 anni e per tutta la vita ho creduto di aver fatto il meglio che potevo per…

Mi chiamo Leonarda, ho sessantotto anni, e per tanto tempo ho creduto di aver fatto tutto ciò che era in mio potere per i miei figli.
Oggi loro non la pensano così.

Sono stata una madre sola, anche se non ho mai scelto davvero questa strada.
Mio marito se nè andato in un giorno qualsiasi, come se il sole si fosse spento e nessuno lavesse annunciato.
Sparito, senza addii, senza spiegazioni.
Il suo ricordo a volte mi visita sotto forma di vento tra le tende, sussurrato dai vicini: È scappato con unaltra donna, Leonarda.
Non lho mai potuto chiedere direttamente a lui, perché non si è mai più degnato di guardare i nostri figli negli occhi.

Sono svaniti i suoi passi dal corridoio, diventando fantasmi nella mia memoria.
Allepoca, i miei bambini avevano sei e quattro anni.
Piccoli, attaccati a me, io sola su una barca senza remi, in mezzo a un mare silenzioso di solitudine.

Nessuno della mia famiglia era rimasto a sostenermi; provenivo da un paesino dimenticato tra le colline umbre, una di quelle zone dove si parte per cercare il futuro ma ci si ritrova senza reti né mani amiche da stringere quando tutto crolla.

I miei figli non mi incolpano di non aver avuto pane o tetto.
Ho cercato sempre di dargli il necessario; almeno così credevo.

Mi rimproverano quello che non sono riuscita a trasmettere: il calore, lascolto, la tenerezza.
Ero una madre severa, ma non per crudeltà, bensì per paura.
Sono cresciuta fra persone che credevano che lamore si dimostrasse col sacrificio, non con le carezze; con la disciplina, non con le coccole.

Per mantenerli lavoravo in una fabbrica di confezioni a Perugia.
La scelta non fu casuale: la mattina in fabbrica, il pomeriggio libera, a sorvegliarli, a controllare che mangiassero, che fossero sani e salvi.
Quando scendeva la sera e le strade si svuotavano, andavo a vendere pizze appena sfornate fuori dal cinema.
Le gambe di piombo, il cuore stanco io lavoravo il doppio, sempre spinta dal bisogno, per reggere la nave in tempesta.

Fisicamente ero lì, ma con la testa e il cuore spesso altrove; lanima si era fatta distante, come se un vetro spesso ci separasse.
Cerano giorni in cui rincasavo nervosa, incapace di ascoltare.
Quando piangevano, dicevo che stavano esagerando.
Quando volevano attenzioni, rispondevo con comandi.
Quando sbagliavano, correggevo più che consolare.

Non sono mai stata una madre tenera.
Responsabile sì, ma fredda.

Poi venne il crollo.
Vivevamo in affitto in un cucinino che con un soffio di vento quasi si sgretolava.
Senza un marito, con uno stipendio solo, i soldi erano una coperta corta.
La scelta era semplice, e crudele: pagare laffitto o comprare cibo?
Sceglievo sempre di riempire i piatti dei miei figli.

Complice qualche ritardo nei pagamenti, un mese dopo laltro, finché una sera, quasi senza pianto, il padrone di casa ci cacciò via.
Ricordo ancora la carta da parati umida del salotto della signora Rosalia, la vicina gentile che spalancò la sua porta; dormimmo sul tappeto, circondati da valigie e dal fiatone.
Per i miei figli era un gioco, per me lo spettro della vergogna e dellimpotenza.

I vicini, conoscendo la nostra situazione, raccolsero qualche euro tra loro e potemmo trasferirci in una minuscola stanza in una palazzina antica con cortile condiviso.
Stretto, ma finalmente sicuro.
I miei figli ricordano le urla in quel luogo che per me fu solo stanchezza.
Ricordano il gelo, dove io vedo ancora la lotta contro il sonno e la fame.
Ricordano la paura, dove io mi rivedo resistere per non crollare.

Ciononostante li ho cresciuti.
Hanno frequentato la scuola.
Si sono diplomati.
Oggi sono adulti, con famiglie e speranze.
Oggi mi guardano con occhi diversi.
Mi chiedono perché non chiedevo mai come stavano,
Perché non li ho difesi quando qualcuno ha fatto loro del male.
Perché sembrava che tutto fosse più urgente di loro.

Mamma, ti sei occupata di noi, ma non ci hai mai abbracciato mi ha detto un giorno mia figlia maggiore, Bianca.
Quella frase mi ha spezzato il sonno.
Non era mancanza damore la mia, ma mancanza darte.
Nessuno mi aveva insegnato a essere dolce.

Sono stata formata per sopravvivere e non per sentire.
Col passare degli anni, sono diventata come una statua, distante, e i miei figli si sono allontanati come sogni mattutini che svaniscono al primo raggio di sole.
Non vengono spesso.
Hanno le loro case, vite, bambini.
Dicono di essere occupati lo sono, sincera ma sento che non è tutto.

Un giorno, senza capire quanto mi avrebbe ferita, entrambi mi hanno detto la stessa cosa:
le loro mogli sono molto diverse da me.
Più pazienti, più affettuose, più presenti.
Non era unaccusa, ma una spiegazione.

A me è parsa un giudizio silenzioso.
Come a dire che per i propri figli hanno scelto ciò che io non sono mai riuscita a essere.
Ho capito che non giudicano solo la madre che ero,
ma mi paragonano alle madri che oggi camminano al loro fianco.

Probabilmente è vero, la vita mi ha resa più aspra,
mi ha indurita troppo presto,
la stanchezza si è depositata nella voce e nelle mani.

Oggi loro sono miei giudici, perché ora posseggono le parole per quello che da piccoli hanno accettato in silenzio.
Li ascolto, anche se fa male.
Anche se mi costringe a vedere ciò che sono stata.
Anche se mi ridimensiona, mi fa piccolina come una statuina di gesso.

Non scrivo per giustificarmi.
Sì, sono stata una madre che non sapeva sfiorare con dolcezza.
Sì, ho sbagliato.
E ora lo capisco, anche se troppo tardi.
Ma so che ho dato tutto ciò che potevo, con la donna che ero allora.
Ho amato come sapevo.
Nessuno può offrire ciò che non ha mai ricevuto.

Forse un giorno vedranno la madre tutta intera, e non solo le sue mancanze.
Forse no.

Essere madre non vuol dire essere perfetta.
Vuol dire amare, anche quando non sai come si fa.

E anche se oggi i miei figli mi guardano come giudici,
spero che Dio mi guardi come madre
con misericordia, con verità e con quellamore che non condanna,
ma guarisce.

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Mi chiamo Stefania, ho 68 anni e per tutta la vita ho creduto di aver fatto il meglio che potevo per…
E così ci siamo finalmente conosciuti…