Mio figlio non mi ha chiamato per tre mesi. Pensavo fosse impegnato con il lavoro. Alla fine sono andata a casa sua senza avvisare. Mi ha aperto la porta una donna sconosciuta che mi ha detto di vivere lì da sei mesi.

Mio figlio non chiamava da tre mesi. Pensavo fosse immerso nel lavoro, perduto tra scartoffie dufficio e messaggi su WhatsApp che mai arrivavano. Alla fine, una mattina, senza avvisare nessuno, presi il treno per Firenze. Fu una giornata sfocata, come quelle viste attraverso i vetri piovosi di un tram; varcai mondi senza capire dove stessi andando, con il cuore imbottito di sogni surreali e pesante come un mattone.

Se quella volta non avessi preso il regionale da Siena a Firenze, forse mi sarei cullata ancora a lungo nella bugia: che Luca aveva solo tanto da fare. Che il lavoro, che il progetto nuovo, che ormai i ragazzi vivono come venti tra le chiome dei cipressi scompaiono, dimenticano di chiamare le madri. Ma io presi il treno. E tutto quello che ho visto davanti alla sua porta ha stravolto la mia realtà, lasciandomi galleggiare senza peso.

Era iniziato allimprovviso. Di solito, la domenica intorno alluna, tra il mio brodo e il suo caffè, squillava il telefono. A volte, nel mezzo della settimana, arrivava un messaggio: Come va la pressione?, Hai visto il medico?, La signora Rosalba del pianerottolo è ancora rumorosa?. Piccole cose di ogni giorno. Dopo la morte di Franco, quelle telefonate erano diventate laria che respiravo. Lunico filo a tenermi ancorata.

Sessantuno anni, quattro da vedova, trentadue passati nellufficio del catasto di Siena. Poi, allimprovviso, pensione, silenzio, stanze vuote. Solo quella telefonata circolare ogni domenica a colmare la distanza.

A maggio Luca smise di chiamare.

Non mi preoccupai subito. La prima settimana pensai che avesse dimenticato. Mandai un messaggio. Rispose: Tanto lavoro, ti richiamo. Non richiamò. La settimana dopo, di nuovo: Tutto bene, mamma. Parliamo presto. Poi niente. Telefono muto, e quando scrivevo rispondeva dopo ore. Come se non fosse neppure lui.

La mia amica Giulia, compagna di ginnastica nella sala parrocchiale, fu schietta:

Paola, devi andare da lui. Non è normale.

Avrà una fidanzata, magari non vuole dirlo cercavo di proteggerlo, più che altro dalle mie paure.

Appunto, dovrebbe chiamarti ancora di più allargò le braccia.

Ma io rimandavo. Luca non amava le sorprese. Una volta, quando Franco era ancora vivo e arrivammo a sorpresa, fece una faccia che sembrava avessimo interrotto un rito magico invece aveva solo la cucina in disordine. Era così, Luca: aveva bisogno del suo spazio. O almeno così credevo.

Ad agosto non ce la feci più. Comprai un biglietto per il pullman Siena-Firenze, quasi tre ore tra un paesaggio ondeggiante e sogni confusi. Portai con me un vasetto della mia marmellata di albicocche e una scatola di crostata alla ricotta, la preferita di Luca dai tempi del liceo. Lungo il viaggio non capivo dove terminavano i binari e dove iniziavano i miei pensieri; pensavo avrei detto che mi mancava, che non serve chiamare ogni giorno, ma una volta a settimana, sì; sono pur sempre sua madre, non un peso.

Al terzo piano, porta a destra, non cera più lo zerbino color cioccolato con scritto Benvenuti che gli avevo regalato al suo trasloco. Solo una triste stuoia grigia.

Suonai il campanello. Mi aprì una donna giovane, forse trentanni, capelli scuri tagliati a caschetto, tuta e una tazza di tè tra le mani.

Buongiorno, cerco Luca Marchesi dissi, la voce posta chissà dove.

La donna strizzò gli occhi come per vedere oltre il sogno.

Qui non cè nessun Luca. Abito qui da sei mesi.

Rimasi lì, con la crostata e la marmellata nella borsa, senza fiato. Lei si presentò poi come Federica mi invitò a entrare, forse temendo che svanissi da un momento allaltro.

Lappartamento era cambiato: mobili nuovi, tende diverse, le pareti pitturate di azzurro. Nessuna traccia del passato, neanche un ombra di Luca.

Federica affittava la casa tramite agenzia, non conosceva il proprietario, tutto gestito da intermediari. Mi diede un numero. Chiamai dal suo divano, lo stesso sul quale avevo visto Luca seduto nei miei sogni più recenti.

Lintermediario confermò: Luca aveva affittato casa a febbraio. Nessun nuovo indirizzo lasciato. Pagava regolarmente, bonifico da conto italiano.

Ritornai a Siena con lultimo pullman la città pareva irreale, fitte nebbie e lampioni che si inclinavano come se volessero sussurrarmi un segreto antico. Non piansi, ero troppo stordita. Mio figlio unico, quello che mi teneva per mano al funerale di Franco, quello che mi aiutava con le tasse, quello che sussurrava mamma, puoi sempre contare su di me era andato via, affittato il suo appartamento a una sconosciuta, senza dirmi nulla.

Per tre giorni non chiamai. Volevo che fosse lui a chiamare. Non chiamò.

Il quarto giorno scrissi solo: Sono venuta a Firenze. So che non abiti più in via della Scala. Chiama.

Richiamò dopo unora. Per la prima volta dopo tre mesi, sentii la sua voce, viva e distante come il suono di un’orchestra nella notte.

Mamma, scusa. Avrei dovuto dirtelo.

Dove sei?

Silenzio. Una pausa gonfia di tutte le parole mai dette.

A Lisbona. Da marzo.

Sprofondai sulla sedia. Fuori, la vicina stendeva i panni al sole, il mondo pareva ordinato e io ero sospesa in una bolla che ruotava.

Luca parlò a lungo, voce bassa: dopo papà si era sentito soffocare. Le mie telefonate, le domande, i dolci che spedivo tutto lo tratteneva. Non trovava il coraggio di spiegarmi che aveva bisogno di fuggire, temeva di spezzarmi il cuore. Così scelse la fuga.

Mamma, non era da te che scappavo. Era dallidea di dover essere il papà. Di colmare quel vuoto.

Volevo gridare che non glielavevo mai chiesto davvero. Ma chiusi gli occhi, e dentro a quel silenzio vidi tutti i pranzi della domenica, le mie storie sulle visite dal medico, sul contatore del gas, come se fossi suo marito invece che sua madre.

Non lo dissi. Non ero pronta.

Torna a Natale dissi soltanto.

Torno, mamma.

Rimasi seduta in cucina come davanti a un lago fermo. La crostata, intatta, sul tavolo. Ne tagliai una fetta per me. Buona. Sempre buona.

Luca tornò a dicembre. Sedeva di fronte a me, a tavola nella Vigilia al posto di Franco, ma non più come sostituto. Da adulto, con i suoi errori, le sue ragioni. Non parlai di Lisbona davanti al panettone. Forse ne parleremo, forse no.

Giulia ogni tanto mi chiede se lho perdonato. Non so rispondere. So solo una cosa: ora, la domenica, quando mi chiama e chiama sempre parlo meno, ascolto di più la sua voce. Chiedo come sta, non solo come sto io. È poco, ma da qualche parte bisogna pure cominciare.

A volte, la forma più grande di amore che una madre può dare a un figlio ormai cresciuto è lasciarlo andare. Anche se nessuno le ha mai insegnato come si fa.

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