Provavo una strana vergogna, quasi irreale, mentre mi dirigevo come in sogno verso la chiesa per il matrimonio di mio figlio. I miei passi echeggiavano in una Roma nebbiosa e surreale, ed ogni pietra sembrava giudicare il mio vestito consunto un vecchio abito verde che odorava di memorie e basilico. Ricordavo che la mia borsa conteneva poche monete di euro, mentre gli altri invitati brillavano come gioielli intagliati dal sole di Firenze.
Ero stata una vita intera dietro un banco di frutta al mercato di Campo de Fiori. Le mie mani odoravano di arance e di sudore; la paga era poca, la dignità tanta. Crescere un figlio da sola, tra casse di pomodori e sogni mai detti, era stato il mio orgoglio segreto. Certo, la ricchezza non ci aveva mai sfiorato, ma nella mia casa a Trastevere la onestà era sempre invitata a tavola.
Quando mio figlio Marco mi disse, tra un espresso e laltro, che avrebbe sposato una ragazza di buona famiglia, il mio cuore ballò come una tarantella lenta e confusa. Fui felice e anche no, perché le lire che non avevo più si erano ormai trasformate in euro che non bastavano mai; come avrei potuto aiutarli a festeggiare?
E per tre mesi Roma mi fu matrigna: le notti mi cullavano, insonni, tra pensieri di bomboniere e doveri da madre. Ma soprattutto mi tormentava un pensiero: come avrei potuto presentarmi? Lunico vestito decente era quello stesso abito verde, che mi aveva visto giovane, madre, eppure sempre sola.
Il giorno della cerimonia, varcai la soglia di una chiesa che pareva galleggiare in una nebbia di sogno. Intorno a me, parenti della futura sposa bisbigliavano in un dialetto dolciastro:
Ma quella è la madre dello sposo?
Non poteva mettersi qualcosa di più… italiano? È una vergogna, proprio nel giorno di suo figlio…
Sentivo ogni parola come una nota stonata di mandolino. Ero piccola tra cravatte di seta, vestiti di stilisti milanesi e sorrisi che sapevano di limoncello troppo dolce.
Allimprovviso, come in una scena capovolta, la mia futura nuora, Lucia, si avvicinò. Sembrava una Madonna felliniana, bella e altera, avvolta in un abito bianco che riverberava come luce tra le colonne della chiesa. Accanto a lei, il mio abito verde si trasformava in muschio pallido.
Lucia, però, mi colpì con parole di miele e vino rosso, abbastanza forti da fermare il tempo:
Ma che fortuna che avete scelto proprio quel vestito! È magnifico. Ho visto le vostre foto da ragazza e giuro, il tempo su di voi non è passato. Siete ancora bellissima.
Il brusio cessò come un colpo di vento tra i cipressi. Tutti si fermarono, perfino le statue della chiesa trattennero il fiato.
Lei posò una mano leggera sulla mia spalla e, più piano, mi disse con voce piena di Vivaldi:
Non so come ringraziarvi per aver cresciuto Marco così bene, con tutto lamore che potevate dare. Io sono onorata di entrare nella vostra famiglia. E gli abiti be, nella vita non sono certo la cosa più importante.
Lucia mi baciò la mano come una regina vestita dingenuità. I miei occhi divennero una fontana a Piazza Navona; nessuno mai, mai aveva dato voce al mio sacrificio, alla mia fatica, al mio amore seme di ogni giorno.
Nella chiesa tutti guardavano, sospesi come nei sogni, in silenzioso stupore e io sapevo che tutto, persino quel vecchio abito verde, per una volta brillava di un bagliore nuovo, impossibile e magnifico come solo nei sogni italiani può accadere.







