La padella per le crêpes Secondo ogni orologio possibile, Galina era in ritardo per l’ufficio, con …

La padella per le crêpes

Guarda, stamattina Chiara era completamente in ritardo per andare al lavoro, e con il capo pignolo che si ritrova, non ci voleva: un altro ritardo, unaltra multa, e via di nuovo discorso antipatico. Tutta colpa di una marea di intoppi appena svegli: il piccolo Andrea, che fa la seconda elementare, si è messo a piagnucolare che aveva mal di gola e non voleva la sua colazione. Chiara, con gli occhiali sul naso, tentava di scovare almeno un accenno di rossore in gola, ma si è subito accorta che stava solo facendo il furbo. Così, dopo averlo minacciato di due ceffoni ben assestati, gli ha messo lo zaino sulle spalle e via, pronti a uscire. Intanto il maggiore, Luca, correva avanti e indietro per casa come una trottola, cercando il diario e quel suo agitarsi faceva girare la testa anche alla mamma. A un certo punto, urlando che non era il momento di stare a giocare, Chiara prende Andrea per mano ed escono di corsa sul portone. Ma nemmeno la macchina si era liberata subito, perché il marito Pietro ancora stava terminando di lavarla davanti casa.

Quando finalmente riescono a partire, e tutta la tribù di Chiara svolta sul viale, trovano il traffico bloccato: coda infinita. Addio speranza di arrivare puntuale.

Arrivata davanti al suo ufficio di prevendita biglietti ferroviari, Chiara quasi ci finiva lunga su quellasfalto scivoloso. Lha salvata solo una valigia gigantesca a cui si è aggrappata per non inciampare e baciare il marciapiede sporco. Ripresasi, guarda la proprietaria anziana della valigia, si scusa e le riconsegna il bagaglio, poi entra di corsa. Meno male, le colleghe dicono che il capo ancora non si è visto. Tira un respiro di sollievo, beve un bicchier dacqua tutto dun fiato e si siede al suo posto.

Dopo mezzora era già immersa nella solita routine di lavoro e si stava quasi dimenticando delle disavventure di prima. Ma durante la pausa pranzo si mette a guardare fuori e le cade locchio di nuovo su quella donna: sulla panchina, sempre la stessa, solitaria e col valigione. Il suo sguardo era perso, rassegnato, e fra le sue dita il biglietto del treno sembrava una foglia secca pronta a volare via appena ci fosse stato un po più di vento. Ma gli occhi della signora, sbiaditi dalletà, sembravano non vedere nulla.

Da quanto sta lì fuori? chiede Chiara a Marta, la collega.
Pare sia il secondo giorno che sta lì
E sai almeno dove va con quel biglietto?
A Torino.
Strano, ci sono diversi treni per Torino ogni giorno perché non è partita?

Chiara si versa un tè dal termos, prende un pezzo di ciambella fatta in casa, poi esce e si siede accanto allanziana, porgendole la merenda: Mi sa che ti ricordi di me. Stamattina la tua valigia mi ha salvato. Ti va di raccontarmi dove stai andando?

Con una voce fievole lei risponde: A Torino.

Ma quando Chiara guarda meglio il biglietto, scopre che il treno era partito due giorni fa. Ma il treno tuo era due giorni fa! Perché sei ancora qui?

La donna sistema il cappello marrone un po passé, si schiarisce la gola e si spiega con fatica: In fondo, qui non faccio che dare fastidio. Tranquilla, mi sposto subito Cerca di alzarsi ma Chiara la ferma delicatamente. No, signora, stai pure qui dove sei più comoda. Solo qui fuori fa freddo, umido.

Non sento più niente, davvero sussurra, tirando fuori un fazzolettino ricamato dal borsellino malconcio per asciugarsi una lacrima. Non saprei manco dirti dove devo andare. Robe normali, di famiglia. Mio figlio o meglio, la sua fidanzata. Una bella ragazza, ma sempre arrabbiata, scansa fatiche, sempre dietro ai soldi. Lui non vedeva più nulla, accecato dallamore, e ogni parola mia suonava come una critica. Così, per far felice lei, voleva togliersi il pensiero di me di torno. Mi ha comprato un biglietto per andare da mia sorella a Torino, ha preparato tutto e mi ha portata in stazione. Solo che non sa che mia sorella è morta tre anni fa e la casa venduta da un pezzo. Dirglielo? Non mi è venuto. Allora ho pensato: vada come vada, magari stanno meglio senza di me in mezzo ai piedi. E adesso sono qui, senza sapere che fare. Aspetto forse mi prenderanno per portarmi in una casa di riposo, forse me ne andrò in silenzio. Grazie per il tè e la torta, cara. Solo adesso ho capito quanto avevo fame.

Quel cara così affettuoso, rivolto da una perfetta sconosciuta, ha riportato Chiara allinfanzia in orfanotrofio. Quante volte aveva invidiato i bambini fortunati, adottati e coccolati Lei, coi capelli rossi, i lineamenti mai apprezzati, e la lettura ad alta voce che non le riusciva. Dopo il collegio lavevano mandata in tessitura, le avevano dato una stanza minuscola nella casa popolare, la stessa dove aveva vissuto finché non aveva sposato Pietro. Per fortuna, almeno quello: un matrimonio felice e due figli.

Quel caldo materno mai provato prima si era infilato nelle vene proprio con quella parola, cara, e aveva sciolto, letteralmente, qualcosa dentro di lei.

Toccandole il cappotto, Chiara le sussurra: Ti prego, resta qui sulla panchina. Quando finisco a lavoro, vieni a casa con noi. Abbiamo una casa grande, un posto in più non dà fastidio. Se non ti piacerà, tornerai qui, va bene?. Lanziana, tremando, la guarda con gli occhi pieni di lacrime di gratitudine.

In macchina si presentano: Io sono Chiara, mio marito è Pietro, e questi sono Luca e Andrea. E tu come ti chiami?
Chiamatemi nonna Lucia, risponde la signora, un po timorosa ma ormai più rilassata, al calduccio in auto.

La mattina dopo era domenica. Chiara si sveglia invasa da un magnifico profumo che veniva dalla cucina estiva. Indossa la vestaglia e va sulla veranda: sul tavolo una montagna di crêpes leggere come nuvole. Nonna Lucia, già allopera, fa girare la padella e, senza perdere tempo, mette subito le crêpes appena pronte nel piatto davanti a Pietro e ai ragazzi, che fanno festa a ogni morso.

Alla vista di Chiara, si giustifica: Non arrabbiarti, cara. Ho trovato una padella che non attacca nemmeno un po e mi è venuta voglia di fare qualcosa di buono. Siediti, assaggia queste crêpes.

Dopo una colazione così, si sono messi tutti a rastrellare le foglie cadute in giardino; hanno acceso il fuoco per bruciarle e buttato dentro qualche patata, come si fa in campagna. Chiara guardava nonna Lucia: instancabile, il viso pieno di colore, canticchiava una canzone antica mai sentita.

Non sorprenderti, cara. Io sono tosta, come dicevano in guerra. Mi chiamavano Lucia-cavallo, perché portavo in salvo tutti i feriti sulle spalle, di tutte le stazze finché non sono rimasta ferita anchio. Dopo mi hanno mandata a casa a riprendermi. Lì mi sono sposata, è nato mio figlio, la voce le si spezza per un attimo, Peccato che mio marito sia mancato poco dopo, per colpa delle ferite ai polmoni. Mi sono ritrovata da sola con un bambino piccolo, ma sono andata avanti. Lho cresciuto, ho fatto il massimo.

Poi tace, persa nei ricordi, e torna a cantare in giardino.

Lunedì mattina, solita frenesia: Andrea che piagnucola ancora, Luca che è sempre in giro a raccattare i libri, Pietro che prepara la macchina. Quando Chiara esce sul portone con i bambini, trova nonna Lucia già vestita, con la valigia: Grazie, cara, sono stata bene, ma ora è giusto che me ne vada

Nonna Lucia! Non ti sei trovata bene da noi?

Anzi, benissimo ma a chi serve una sconosciuta in casa vostra?

Nonna Lucia! Resta! Ma chi altro ci fa delle crêpes così? Io non ci riesco nemmeno a provarci… Resta, per favore, ormai sei parte di noi

Chiara prende la sua pesante valigia come se fosse vuota, le prende il braccio e tornano insieme verso la veranda.

La famiglia era già in macchina, quando si sente la voce di nonna Lucia:
Cara, mi compri unaltra padella? Così, con due, le crêpes vengono più in fretta

E Chiara, sottovoce: Va bene, mamma Lucia…E mentre avanzavano insieme verso casa, nonna Lucia le strinse la mano con forza, come si stringe làncora quando la barca oscilla troppo. Chiara sentì sciogliersi, in quel gesto, lultimo grumo di solitudine che si era portata dietro dallinfanzia. Attraverso i vetri appannati vide i bambini battere le mani a ritmo di festa, Pietro che già sorrideva dal sedile del guidatore, e capì che il cammino solitario di entrambe era davvero finito.

Quella sera, quando le luci della cucina si spensero e il silenzio si posò sulla casa come una coperta, Chiara si accorse che la valigia di nonna Lucia era rimasta chiusa, in un angolo, a testimoniare che, a volte, il viaggio più atteso non è quello verso un luogo nuovo, ma verso uno sguardo che ti riconosce e ti accoglie. E con due padelle pronte sulla mensola, il futuro profumava sorprendentemente di zucchero a velo e famiglia ritrovata.

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