Ho già dato il mio contributo da mamma

Ho già fatto la mia parte

Lavreste pure potuto mandare in pensione per animali, come un gattino. Perché no? Paghi e arrivederci, vai a goderti la tua libertà sbottò con sarcasmo acido la signora Giuliana Marchetti.

Sonia, infastidita, strinse le labbra e con forza tirò la zip della valigia. Inutile. Bloccata. Proprio come il disco rotto che la suocera ricominciava ogni volta che loro progettavano una vacanza.

Mamma, basta, cercò di placarla Stefano, mio marito. Anche Lorenzo va in vacanza, soltanto che lui va in campagna dai miei suoceri, non da estranei. Avrà aria buona, lorto, la piscinetta gonfiabile e latte fresco ogni giorno. È perfetto per la sua età.
Ma che vacanza! È esilio! esplose la signora Giuliana. Il bambino ha tre anni, a questa età ha bisogno dei genitori! Ma i genitori cosa fanno? Pensano solo a scappare a Firenze, a girare musei! E al figlio niente musei? Nessuno sviluppo culturale?

Sonia riuscì a domare la zip, si alzò e lanciò uno sguardo torvo alla suocera.

Per ora non gli serve rispose lei freddamente. Gli serve piuttosto routine, il pisolino pomeridiano e il vasino sempre a portata di mano. Non nove ore di viaggio con scalo, cambi di fuso orario e chilometri a piedi. Lei, signora Giuliana, quando è stata lultima volta che ha portato suo nipote almeno al parco?
Io il mio con mio figlio lho già fatto! disse con orgoglio la suocera, alzando il mento. Me lo portavo ovunque. E sono sopravvissuta. Ma a voi serve solo la comodità. Bisogna pensare anche agli altri, non solo a se stessi.
Sì, agli altri! quasi gridò Sonia. Tipo a quelli che dovranno volare con noi sullaereo con Lorenzo a urlare per ore. O quelli che durante la visita guidata vorrebbero sentire la guida invece di mi sono stancato, ho sete, voglio fare pipì, mi fanno male i piedi, quando torniamo?. Vacanza con un bimbo di tre anni non è vacanza, signora Giuliana. È una tortura. Anche per lui.

La suocera serrò le labbra e si voltò.

Si vede, vi siete stancati di fare i genitori. Basta dirlo che non vi serve più Se uno vuole, tutto si può adattare ai bisogni di un bambino.

Sonia chiuse gli occhi, contando mentalmente fino a cento per non esplodere. Se solo la signora Giuliana sapesse che inferno avevamo passato lultima volta, forse ora starebbe zitta. Ma che ne sa lei, se quasi non partecipa mai alla crescita del nipote?

Sonia, invece, ricordava tutto perfettamente. Dopo quel viaggio, il suo occhio sinistro tremava ancora per un mese.

Era lestate scorsa. Decisero, da illusi, di andare in villeggiatura dagli amici. Solo cento chilometri. Gli amici avevano anche loro una bambina, giochi in cortile e un grande giardino. Insomma, prometteva bene.
Invece, tutto iniziò male.

La macchina non partì. Eppure gli amici aspettavano, già marinando la carne per la grigliata Così dovettero cercare in fretta i biglietti per il treno regionale.

Come se non bastasse, ci si mise il caldo: trentacinque gradi. Laria condizionata nel vagone non funzionava, i finestrini erano spalancati ma servivano a nulla. Gente ovunque, nemmeno uno spillo a terra. Laria, irrespirabile.
Lorenzo durò esattamente dieci minuti. Poi cominciò a lamentarsi, monotono, poi a protestare contro il caldo e la noia, poi decise di correre nel corridoio del vagone.

Lasciami! urlava, piegandosi allindietro tra le braccia di Stefano. Voglio andare lì!
Lorenzo, tesoro, non si può. Ci sono gli altri signori seduti, sibilava Stefano, ormai paonazzo dalla fatica e dallimbarazzo, mentre cercava di tenere il piccolo che si muoveva come unanguilla.
Non voglio sedermi! Aaaaah!

Gridava con tutte le sue forze. Superava persino lo sferragliare delle ruote del treno.
I passeggeri iniziavano a voltarsi, prima con compassione, poi infastiditi, poi con odio puro. Una signora in camicetta bianca fece una scenata, e Lorenzo, furioso, agitò la mano con il succo di frutta. Finirono bagnati Stefano, Sonia e quella povera signora.

Fu uno scandalo. La signora urlava come Lorenzo. Sonia si scusava quasi piangendo, cercando di darle dei soldi come scusa. Lorenzo piangeva disperato perché aveva perso il succo. Stefano digrignava i denti.

Unora e mezza di inferno.

Quando arrivammo in stazione, le forze per le vacanze erano finite. Dopo tutto quello stress, Lorenzo si rifiutò di fare il riposino, capricciò fino a sera e quasi ribaltò il barbecue. Il ritorno fu anche peggio.
Era solo unora e mezza di viaggio. E la signora Giuliana vorrebbe portarselo dietro per una settimana a girare musei? No, grazie. Sarebbe una tortura.

Voi proprio non lo sapete educare! era il mantra preferito della suocera quando Sonia provava a spiegarle qualcosa.

Ma la signora Giuliana, da vera teorica della pedagogia, veniva una volta ogni due settimane, portava banane o cioccolato (a cui Lorenzo era allergico, e glielo avevamo detto mille volte), coccolava il nipote per venti minuti e ripartiva. Magari faceva pure una foto per metterla su Facebook.

Ma signora Giuliana, scusi, a lei che importa con chi sta Lorenzo? chiese un giorno Sonia durante una discussione simile. Non deve mica stare con lei.
Io non sono obbligata! Ha i genitori devono occuparsi loro del figlio. Se serve per ospedale, malattia o lavoro, allora sì, aiuterei. Ma così Lo mollate come si fa coi gattini, non sapete più dove metterlo.

Tutte queste divergenze si potevano anche sopportare, ma minavano le energie giorno dopo giorno. La suocera era di una rigidità di ferro, sempre convinta di avere ragione e mai disposta ad ascoltare le nostre ragioni.

Ma si sa, la vita è la miglior maestra.

Passarono quattro anni in un lampo. Lorenzo compì sette anni. Età grande: parla bene, va a scuola, va alle attività

La vita della signora Giuliana, però, prese una piega più triste. Rimase vedova. Se prima la sua casa era piena di rumori di TV e borbottii del marito, ora era vuota e silenziosa. E forse per riempire quel vuoto, o forse per dimostrare al mondo (soprattutto ai consuoceri) che era ancora in gamba, la signora Giuliana fece un gesto di immensa generosità.

Portatemi qui il bambino, annunciò con solennità. Non è più piccolo, ci intenderemo bene.
Signora Giuliana, è sicura? chiese cauta Sonia. Lorenzo è vivace, ha bisogno di attenzioni. O almeno di un computer
Non insegnare allinsegnante! ribatté la suocera. Ho cresciuto mio figlio! Vuoi che non sappia gestirlo? Leggeremo libri, giocheremo a tombola, faremo benissimo anche senza i vostri computer. Portatemelo qui!

Con il cuore pesante ma incrociando le dita, glielo portammo. Per ben due settimane. Decidemmo di farci solo un weekend in un agriturismo, perché Sonia già lo sentiva: non ci sarebbe stato molto tempo.

E infatti non si sbagliava.

La nonna si immaginava lidillio: il nipote, pulito e pettinato, seduto a sfogliare lenciclopedia degli animali mentre lei lavorava a maglia e di tanto in tanto commentava con saggezza. Poi mangiavano la zuppa e andavano a passeggiare mano nella mano.
Questa bella illusione crollò dopo mezzora dalla nostra partenza.

Nonna, mi annoio! disse Lorenzo Hai un tablet?
No, non ce lho.
Allora giochiamo allapocalisse zombie. Tu fai lo zombie e io il sopravvissuto!
Ma quale apocalisse? si perse danimo la suocera. Lorenzo, perché non disegni? Ti ho preso un bel libro da colorare.
Non voglio colorare, è da piccoli! Lorenzo cominciò a girare intorno al divano. Dai, giochiamo! Daaai, nonna! Gioca con me! Guarda come faccio! Guarda! Guarda! Tu non guardi!

Non stava fermo un secondo. Faceva laereo, sbatteva i coperchi delle pentole, tentava di trascinarla in giochi incomprensibili. Non gli interessavano i racconti di Pirandello né il vecchio meccano. Voleva un pubblico, un compagno di giochi, un animatore personale. Ogni tre minuti: Nonna, perché?, Nonna, dai che, Nonna, guarda!

La signora Giuliana, abituata ai suoi ritmi lenti, a pranzo era stremata come se avesse scaricato un vagone di carbone.

Ma questo era solo linizio. Il peggio arrivò a tavola. La nonna servì con fierezza: minestra di manzo. Non la cucinava mai per sé, ma si era impegnata per il nipote.

E lui guardò nel piatto come se ci fossero delle scarpe dentro, e fece una smorfia.

Questo non mi piace.
E perché mai?
Cè la cipolla. Cotta. A me non piace.
Cosa?! saltò la nonna. Ma fa bene! Dai, mangia!
Non la voglio!
E cosa vorresti?
La pasta. Al formaggio. E una wurstel. Ma tagliala a polipetto.

La nonna alzò le sopracciglia, sorpresa. Non sapeva farlo.

Non sono mica un ristorante, sai! replicò.

Lorenzo scrollò le spalle e se ne andò in camera, a costruire una capanna con cuscini, sedie e la lampada.

La pressione sanguigna della signora Giuliana si mise sulle montagne russe: un attimo alta, un attimo bassa. Non poteva stendersi, che Lorenzo le saltava addosso come su un materasso elastico gridando Alzati, che arrivano i mostri!. Non poteva guardare il telegiornale, perché il nipote pretendeva i cartoni animati: Mi annoio!. E con i cartoni non si calmava affatto, anzi correva per casa impazzito.

Noi invece, Stefano ed io, passavamo una serata in pace. Seduti sulla veranda della casetta, davanti a un tramonto col barbecue che scoppiettava piano.

Ma che silenzio sospirò Sonia, chiudendo gli occhi. Sembra impossibile. Forse abbiamo esagerato con tua madre?

Proprio in quel momento squillò il telefono di Stefano.

Pronto, mamma?
VENITE SUBITO! urlò la signora Giuliana appena sentì la voce del figlio. Portatevelo via! Immediatamente!
Mamma, cosè successo, tutto bene?
Un disastro! Vostro figlio è insopportabile! Mi ha sfasciato mezza casa! Non mangia niente! Mi salta addosso come un cavallo! Sto per avere un infarto! Se non arrivate entro unora, chiamo lambulanza e i carabinieri e si portano via lui e me. Non ce la faccio più! Vi aspetto!

Tuu tuu tuu.

Sonia posò il bicchiere sul tavolo senza dire nulla. Il vino rimase nel calice, la grigliata incompiuta.

Dai, andiamo, disse cupo Stefano. La nostra vacanza è finita.

Guidammo in silenzio. Unamarezza da far piangere: era stata proprio la signora Giuliana a promettere, e ora faceva la tragedia.

Appena suonammo il campanello, la porta si aprì di scatto. La signora Giuliana era pallida, puzzava di valeriana, sembrava appena uscita da una guerra. E Lorenzo invece corse da noi allegro e pieno di energie.

Grazie al cielo, sospirò la suocera, spingendo quasi il nipote verso di noi. Portatelo via. E non chiedetemi più niente! Ma che figlio avete cresciuto? Non è un bambino, è un diavolo! Non gli va bene la cipolla, si annoia, vuole saltare addosso ai vecchi!
È solo un bambino, mamma, ribatté Stefano. Vivo, sano. Ti avevamo avvisata. Sei tu che hai detto che ce lavresti fatta.
Pensavo fosse normale! Invece andrebbe portato dal dottore! si prese il petto la signora Giuliana. Andate via, devo sdraiarmi, sennò qui mi viene un colpo.

…In macchina, Lorenzo, accoccolato comodo, chiese:

Mamma, ma andiamo presto da nonno Gino e nonna Luisa?
Presto, tesoro. Ci andiamo di sicuro.
Meno male borbottò già mezzo addormentato. Che nonna Giulia è strana. Grida sempre, non sa giocare. E la sua cucina non è buona.

Da quella sera la signora Giuliana non parlò più di vacanze insieme, né chiese perché non le lasciavamo il bimbo. Ora, quando partivamo, augurava soltanto buon viaggio.

E Lorenzo passò tutte le vacanze dai genitori di Sonia. Là scavava vermi col nonno, giocava alle battaglie e mangiava il minestrone della nonna. Senza cipolla, perché la nonna Luisa sapeva che a suo nipote non piaceva.

I rapporti con la suocera non migliorarono, ma a Sonia andava bene così. Almeno, nessuno più tentò di insegnarle la vita. E la signora Giuliana rimase coi suoi libri intonsi, la sua solitudine, e la sicurezza solo sua di avere sempre ragione.

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