Questa è davvero l’ultima volta

È lultima volta

Allora, andiamo a casa? ho chiesto ridendo, salendo in macchina.

Camilla non mi ha risposto subito. Mi fissava, un po spaventata, mordicchiandosi nervosamente il labbro.
Non so proprio come dirlo… Ma, ti prego, non arrabbiarti, va bene? mi ha preso pian piano la mano, indicandomi il sedile posteriore con lo sguardo…

*****

Forse non ci saremmo mai incontrati, se non fosse stato per quellimprevisto. Ero diretto in trasferta a Verona quando, a metà strada, la mia vecchia Fiat Punto si è fermata di colpo.

Dai, non fare capricci, accenditi! sussurravo alla mia vecchietta, portata al tagliando solo il mese prima.

Ma niente da fare.

Non sapevo che altro tentare. Sono sempre stato un bravo automobilista: mai un incidente.
Però, come meccanico… lasciamo perdere. Avrei anche voluto sistemare il motore, ma non era cosa mia.

Dopo aver passato cinque minuti abbondanti a fissare il cofano aperto, lho richiuso e…

…sono rimasto a guardarmi attorno.

La macchina si era fermata allincrocio con una strada sterrata, e secondo il cartello portava dritto al paese di Gattaiola.

Era ormai sera, non avevo molte scelte. Così, mi sono incamminato verso il paese.

Speravo tanto ci fosse qualche persona, e non solo gatti!
Mi sono quasi commosso quando dalla boscaglia ho visto spuntare una ragazza che stringeva nella mano destra un coltello da cucina e con la sinistra teneva un secchio di plastica pieno di funghi.

Signorina, si fermi per favore! ho gridato, aumentando il passo e poi cominciando a correre.

Lei si è voltata, incuriosita. Quando ho incontrato i suoi occhi, mi si è fermato un battito.

Chiaro e distinto…

Mi sono venute in mente le parole di mio padre mentre raccontava di quando aveva conosciuto mamma:
Mi è preso un colpo, figlio mio. Altro che infarto… era amore!.

Posso aiutarla? ha chiesto la ragazza, stanca di vedermi imbambolato.

E sì, ero fermo lì, davanti a lei, incapace di dire una parola.

Io? ho risposto sorpreso.

Certo, cosa cè?

Ah, sì, in effetti avrei bisogno… La mia macchina si è rotta, ho fatto un gesto vago verso la strada. Il paese più vicino dovrebbe essere Gattaiola, giusto?

Sì, a venti chilometri allintorno cè solo Gattaiola. Sta andando nella direzione giusta, stia tranquillo.

E… quanto manca? E cè qualcuno che capisce di motori?

Lei ha sorriso.

Dieci minuti a piedi. Quanto alla macchina… mio papà è meccanico, di mestiere.

Davvero? Fantastico!

Così ci siamo presentati.

Lungo la strada abbiamo chiacchierato subito in modo naturale.

Credo di non essermi mai sentito così a mio agio con una donna.
Sono sempre stato impacciato, mi bloccavo e mi arrossivo con le ragazze che mi piacevano.

Ma con Camilla… era tutto diverso.

Sembrava che il destino avesse deciso di darmi una mano, stanco di vedermi sempre solo.

Mentre il padre di Camilla, Giovanni Angelo, si dava da fare sul mio motore dopo avermi trainato in paese con la sua vecchia Panda io ero seduto sotto il gazebo, coccolato da Camilla e da sua madre, Maria Stella, che mi versava continuamente tè.

Di fianco e intorno a me… gatti dovunque. Ne ho contati almeno cinque.

E ho capito perché il paese si chiama proprio Gattaiola.

Dunque lei stava solo passando di qui? ha chiesto Maria Stella, mentre mi riempiva la tazza.

Sì, passaggio di lavoro. E la macchina mi ha tradito…

Quindi viene dalla città, allora?

Già. Come si dice: paese che vai, usanze che trovi ho sorriso.

Lo ripeto sempre anche a Camilla. Cosa ci fai in città? Studia qui!. Ma almeno ogni tanto torna a trovarci.

In città ci sono sicuramente più opportunità, ho osservato, riflessivo.

Sarà, ma in città la gente pensa solo a sé. Qui siamo come una grande famiglia. E a proposito di famiglie… da noi i gatti sono di casa.

Ha preso in braccio una micia, sorridendo.

Solo due dei nostri nove gatti sono di Gattaiola: Mina e Lilla, regalataci da una vicina quanderano cucciole. Gli altri li abbiamo trovati tutti randagi dalle parti di Firenze. In città li abbandonano senza pietà, ormai!

Già, purtroppo è vero, ho annuito.

Abbiamo continuato così. Dopo un po’, anche Giovanni è tornato, tutto orgoglioso di aver rimesso in moto la Punto.

Davvero, grazie mille! ho detto, recuperando il portafoglio. Quanto le devo?

Giovanni e Maria Stella si sono guardati come se avessi chiesto loro di vendermi la figlia.

Ragazzo, ha risposto Giovanni, qui non si usa farsi pagare per un aiuto. Rimetta via i suoi euro.

C-certo… scusate tanto. Allora, magari vado? Si è fatto tardi…

Proprio perché si è fatto tardi deve restare a dormire qui, ha sorriso Maria Stella. Domattina riparte con calma.

Ho tentato di rifiutare, ma contro tre adulti decisi e una squadra di gatti non ho potuto nulla. Ho dormito a Gattaiola.

La mattina dopo, dopo una colazione da re, sono finalmente ripartito.

E, una settimana dopo, al ritorno, non ho resistito: sono passato di nuovo per dire grazie a quelle persone meravigliose.
A Giovanni ho portato un set di attrezzi nuovo per lofficina, a Maria Stella un servizio da tè elegante, e a Camilla…

…un mazzo spettacolare di fiori. Poi lho accompagnata personalmente in città e lho aiutata a portare su le valigie allo studentato.

Ma non è finita lì.

Ho continuato a sentire Camilla, finché una sera emozionato da morire le ho chiesto di sposarmi. Lei ha detto sì.

Ora mancava solo informare i futuri suoceri.

Dimmi la verità, Marco… tu i gatti li ami? mi ha chiesto Maria Stella, seria.

Sì! ho risposto convincente (forse troppo).

Poi ho aggiunto subito:
Però amo di più vostra figlia.

Bravo. Ma almeno una micia a casa dovreste prenderla… una casa vuota non va bene!

Veramente… prenderemo una casa in affitto finché non riusciamo ad accendere il mutuo, e la padrona non vuole animali…

Capisco… Un vero peccato. Una casa senza un gatto non è casa, davvero. Almeno uno bisognerebbe averlo.

A me, in realtà, i gatti non davano fastidio. Ero solo stato abituato così: animali solo in cortile, mai in casa.

O forse, semplicemente, non ero pronto.

Per questo, poco prima del matrimonio, ho detto chiaro a Camilla:
Camilla, contaci: non vorrai fare come tua madre e tenerne nove?

Tranquillo, Marco. Capisco. In un appartamento… non è come avere una casa col giardino.

Infatti. E poi è pure in affitto!

Insomma, nonostante idee diverse sui gatti, tra noi tutto andava benissimo.

In vari anni insieme non abbiamo mai litigato. Mai!
Lena cioè, Camilla era non solo una moglie saggia e premurosa, ma anche una perfetta padrona di casa. Studiava per la laurea e intanto teneva tutto in ordine.

Allinizio era tutto calmo, finché…

…finché Camilla non ha mostrato il suo talento: tornava da lezione o da una passeggiata, e trovava sempre gatti bisognosi per strada.

Ma non un gatto qualsiasi: erano proprio quelli in pericolo, a cui serviva aiuto subito.

Li portava a casa, li accudiva, li curava e poi li portava dal veterinario, se necessario.

Il primo trovatello glielo aveva quasi strappato dalle grinfie di un gruppo di ragazzini che lo maltrattava nel cortile.

Se non fosse state per lei, non saprei come avrebbe finito.

Camilla, lo sai che la padrona di casa non vuole animali, ho brontolato quando è arrivata col micino.

Sì… ma tu sapevi con chi ti sposavi. Ho vissuto a Gattaiola, lì si aiuta sempre gli animali.

Sì, ma…

Marco, ricordo la nostra promessa: niente animali in appartamento. Però non posso voltare lo sguardo. Aiutiamo questo a trovare una famiglia, tutto qui, almeno non rimane alla mercé dei malintenzionati.

Così quel micino, una volta rimessosi, lo abbiamo dato a mia cugina.

Il secondo lo aveva trovato la mattina dopo, nascosto sotto lauto di un vicino. Giovane, malandato, per poco non crollava per terra.

Ma anche lui si è rimesso (amore e flebo fanno miracoli). E grazie a me, ha trovato casa da un amico che abita in campagna.

Mi serve proprio un gatto giovane, per tenere a bada i topi, aveva sorriso Pietro.

Ottimo! avevo sospirato sollevato.

E, come potete immaginare, non erano né il primo né lultimo.

Così abbiamo “lavorato in squadra”: lei salvava gatti randagi, io li sistemavo a parenti, amici, colleghi.
A forza di sistemarli, ormai anche il mio capo, Ignazio, aveva due pestiferi mici tigrati (che il primo giorno hanno distrutto il suo ufficio…).

Ammetto che ho davvero temuto che si risentisse e mi licenziasse! Invece Ignazio era raggiante.

Poco dopo, mi ha proposto di diventare responsabile dufficio, con un aumento di stipendio.
Tempismo perfetto: ora potevamo finalmente puntare alla casa nostra, col mutuo.

Ormai anche Camilla lavorava. Laureata e subito assunta, su segnalazione del rettore, in una ditta importante. La vita prendeva finalmente una bella piega.

*****

Aspettami in macchina, e per favore, non uscire! le ho detto prima di attraversare la strada per andare al ricambista.

Camilla ha annuito, mi ha seguito con lo sguardo pensierosa e ha acceso la radio.

La musica di adesso però le dava fastidio, così ha spento tutto.

Ha preso il telefono, scorrendo distratta le notizie sui social senza interesse.

Alla fine è scesa dalla macchina, nonostante il mio divieto, stirandosi le gambe, e ha passeggiato avanti e indietro lungo la macchina.
Dopo tre ore di viaggio, era stanca.

Eravamo appena tornati dalla prozia di Marco che vive a Padova, e che era stata felicissima di prendere a casa con sé… un gatto a tre zampe.

Camilla lo aveva salvato dalla strada e portato subito dal veterinario. Larto era ormai perduto, ma almeno il micio sarebbe vissuto.

«Peccato che Marco proprio non riesca a decidersi a prenderci anche noi un gatto» pensava Camilla.

Tanto, ormai era fatta: domani ci trasferiamo dalla vecchia casa in affitto alla nuova, quella del mutuo.

Mobili acquistati, trasloco pronto. Solo poche cose da sistemare…
Chissà, magari riesce a convincermi alla fine.

Come diceva sempre la mamma: Una casa vuota è come una pentola senza minestra.

Per ingannare lattesa, Camilla ha guardato in cielo, ascoltando i passerotti sulle grondaie senza capirci nulla.
Poi il suo sguardo è caduto su una panchina poco distante dalla macchina.

Lì, proprio accanto, sedeva un minuscolo gattino. E la fissava dritto negli occhi.

Nel suo sguardo cera scritto chiaramente: Sono libero, puoi portarmi a casa quando vuoi.

Eh, quanto vorrei… Ma temo che Marco non lo capirebbe proprio, sospirò forte Camilla.

Poi, fingendo di guardare altrove, continuava a spiare il micino con la coda dellocchio. Piccolino, dolce, col pelo del colore del sole.
«Magari dovrei parlarne con Marco…» il pensiero le attraversò la mente per un attimo, ma lo scacciò subito.

Negli ultimi tempi Marco era già abbastanza esasperato.
Forse realizza che, tra amici, parenti e colleghi, ormai quasi tutti hanno almeno un gatto per merito nostro!
Ma sapeva anche che Camilla non avrebbe mai smesso di aiutare gli animali.

Il gattino, intanto, continuava a osservarla, poi si alzò e si avvicinò deciso.

«Ecco che succede adesso…» Camilla era in crisi.

Si chinò verso il micino, che tentava già di infilare il musetto tra porta e carrozzeria.

E mo che faccio? Cosa dico a Marco? si disperava Camilla. Mi aveva avvertito: questa è…

…l’ULTIMA VOLTA!

Aveva promesso.

Ma era dura davvero far finta di niente davanti a quellanimaletto.

Così lo guardò negli occhi e ammise:
Piccolo, scusami… proprio non posso portarti con me. Marco… Capisci… Gli ho promesso, stamattina stessa!

Il micetto la guardò, come se capisse. Poi saltò in macchina, si strofinò sulle sue gambe e infine… dritto sulle sue ginocchia, fissandola negli occhi.

Come posso restare indifferente davanti a questo? pensava Camilla, già commossa.

Il micetto era deciso. Si mise in piedi sulle zampe posteriori, abbracciandole il collo con le anteriori. Forte e lieve allo stesso tempo, come avesse paura che lei lo lasciasse andare.

Non ti lascio! sussurrò Camilla, stringendolo a sé. Non ti lascerò mai.

Aveva scelto lei. E Camilla non osava contrariarlo.

«E Marco? Capirà?» si chiedeva agitata, proprio mentre vedeva il marito uscire dal negozio.

*****

Allora, si va a casa? ho chiesto sorridendo, risalendo in macchina.

Camilla era in silenzio, lo sguardo preoccupato, a mordersi le labbra.

Marco… non so come dirtelo. Ti prego, non arrabbiarti, va bene? mi ha preso la mano e poi mi ha fatto cenno di guardare sul sedile…

Dobbiamo fermarci ancora, magari anche due volte.

Ho capito che cera sotto qualcosa, mi sono voltato di colpo.

Ancora?!

Mi dispiace, è successo così, ha provato a spiegarsi. Giuro non volevo, è lui che è venuto da me.

Avevi promesso…

Il gattino, pur così piccolo, sembrava comprenderci. Salì sulle mie ginocchia, si strinse a me, e cominciò a miagolare così piano che mi toccava il cuore. Come se fosse lultimo appello possibile.
Una melodia struggente, come quella dellultimo valzer del Titanic.

E il ghiaccio si sciolse.

Non loceano, ovviamente, ma quello che avevo nel petto.

Accarezzai esitante il micio e lui smise di miagolare, iniziando a fare le fusa.

Camilla, non saprei davvero più a chi affibbiarlo… ormai, grazie a te, tutti conoscenti e parenti hanno almeno un gatto!

Appunto, allora forse… forse è il momento di tenerlo per noi! Ora abbiamo casa nostra, nessuna padrona che ci caccia. E poi… cè anche una vecchia credenza.

Quale?

Che quando si entra in una casa nuova, deve entrare prima un gattino. Porta fortuna. Mai più povertà.

Va bene… ho ceduto, stupendo pure me stesso. Ma chiariamo una cosa: questa è la prima e…

…lultima volta! ha sorriso lei.

Esatto.

Ricorderò, amore. Grazie, davvero. Non voglio sembrare smielata, ma sei il marito migliore che ci sia!

Il giorno dopo, eravamo sulluscio di casa, la porta già aperta.

Ho posato con attenzione il gattino rosso sul tappetino. Lui, coda alta, è entrato deciso.

Siamo entrati dietro di lui, e quando lo abbiamo visto sdraiarsi sul nostro letto, abbiamo riso insieme.

Ecco, adesso chi comanda in casa è chiaro… ho detto.

Credo che voglia solo stare vicino a noi, ha risposto Camilla. I gatti di casa hanno bisogno di un po di umanità.

Forse hai proprio ragione… ho detto, abbracciandola.

Camilla ha continuato a salvare animali e sistemarli in famiglie buone. Io la aiutavo, anche se, ogni volta, le chiedevo che fosse lultima.

E lei ogni volta mi prometteva.

Ma sapete bene anche voi che lultimo… sarà solo quando tutti i gatti e tutti i cani staranno finalmente in casa, accanto a chi li ama, mai più per strada.

E oggi, guardando il nostro micio acciambellato sul divano, credo di aver imparato che in famiglia cè posto anche per chi ha bisogno di un caldo abbraccio, umano o felino che sia.

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