La suocera pretende il duplicato delle chiavi di casa nostra, ma mio marito si schiera dalla mia parte

Questa serratura… mi sembra un po fragile. Siete sicuri che sia sicura? Ormai, i ladri aprono tutto con un dito E qui avete tecnologia, lavori nuovi La donna in un impeccabile trench beige tamburellò col dito perfettamente curato sulla porta dingresso ancora lucida di fabbrica.

Giulia cercò di trattenere il respiro, sperando che non suonasse troppo pesante o, peggio, irritato. Si girò verso il marito, impegnato a staccare con attenzione la pellicola dal nuovo spioncino. Matteo, incrociando gli occhi della moglie, le fece appena un cenno con le spalle: porta pazienza, è mia madre.

Signora Rosetta, la serratura è ottima, made in Italy, quarto livello antiscasso, rispose Giulia a tono, aprendo la porta e invitando la suocera ad entrare. Ci siamo informati bene. Abbiamo letto tutte le recensioni. E il prossimo mese metteremo lallarme. Prego, non stia lì sulluscio.

Era la prima volta che Rosetta entrava nel loro nuovo appartamento. Erano passati cinque lunghi anni, sempre in affitto, in case dove non potevano appendere un quadro senza il permesso dei proprietari, anni di rinunce, di colazioni risparmiate al bar e vacanze annullate. Poi il mutuo, le chiavi, i lavori infiniti. Ora, finalmente, questa era la loro roccaforte: ogni piastrella in bagno, ogni tappezzeria era stata frutto di combattute discussioni ma scelta da loro, senza nessunaltra influenza.

Rosetta entrò nel corridoio e osservò i muri chiari; lo sguardo si fermò sullarmadio a muro, le labbra si piegarono in una smorfia.

Un colore così chiaro che fatica a tenerlo pulito, decretò, sfilando il trench e porgendolo al figlio. Te lavevo detto: la carta da parati con i fiori, quella di vinile, nasconde lo sporco. Ma ormai… Ognuno fa come vuole, si sa.

Giulia preferì tacere. Era inutile discutere. Rosetta era una di quelle donne convinte che la propria opinione fosse lunico faro nel mare della vita; ogni deviazione era presa come unoffesa o una sciocchezza.

La suocera ispezionò ogni angolo. Aprì il rubinetto del bagno ( Ma esce abbastanza forte?), palpò le tende in camera da letto ( Troppa sintetica, non si respira ), esaminò il frigorifero come una funzionaria dellASL. Matteo sorrideva e annuiva dietro la madre, cercando di smorzare i toni. Giulia invece preparava il tè, sentendo aumentare la tensione. Conosceva troppo bene la piega che avrebbe preso la serata: no, non ci si sarebbe limitati al tè e alla pasticceria.

Quando tutti si sedettero al piccolo tavolo rotondo in cucina, Matteo versò il tè. Rosetta, con un morso misurato alla fetta di millefoglie, andò dritta al punto.

Lappartamento è carino, niente da dire spazioso, ne avete fatto un bel lavoro, e sistemò la tovaglietta. Ma cè una cosa che mi turba, Matteo. Siete giovani, sempre fuori a lavorare. Qui tutto nuovo, tubi, fili E se scoppiasse un tubo, o vi dimenticaste il ferro da stiro acceso?

Mamma dai Il nostro ferro si spegne da solo. E i tubi sono in PVC, saldati a regola darte.

Prevenire è meglio che curare! Rosetta alzò il dito come una maestra. Tutto può succedere. Guarda la mia vicina, la signora Teresa, il figlio era in vacanza e hanno allagato mezzo stabile! Se non avessi avuto le chiavi Insomma, ecco cosa penso: dovreste fare una copia delle chiavi e lasciarle a me.

Giulia rimase con la tazza tra le mani. Allimprovviso, il tè sembrava solo acqua calda. Lentamente, posò la tazza, cercando di non far rumore. Ci siamo, pensò, è proprio questo che temevo.

Per quale motivo, signora Rosetta? chiese calma, ma decisa, fissandola negli occhi.

Come per quale? Te lho appena spiegato! Potreste perdere le chiavi, oppure rimanere chiusi fuori. Magari andate in vacanza, e le piante vanno annaffiate, bisogna spolverare, oppure il frigorifero va sbrinato! Passo io, controllo tutto. Sono in pensione, ho tempo da vendere.

Alla memoria di Giulia tornò lincubo di tre anni prima. Vivevano ancora in affitto, e Rosetta, convinta il figlio le affidasse le chiavi per una settimana, aveva rivoluzionato il loro mondo: cambiato i cassetti della biancheria (Metto tutto a posto, bello, così), le pentole spostate, il diario personale, nascosto nel comodino, era misteriosamente apparso sul tavolo. Quando Giulia laveva trovata, la suocera aveva sorriso: Stavo spolverando, lho visto per caso, mica lho letto, ci mancherebbe! Nei mesi successivi risultò chiaro, dai suoi commentini, che una bella lettura se lera fatta eccome.

Grazie della premura, signora Rosetta, ma ce la caviamo da soli replicò Giulia, con voce ferma ma gentile. Non abbiamo neanche piante, a parte un cactus che innaffio una volta al mese. Se perdiamo le chiavi, chiamiamo un fabbro oggi si fa in un attimo.

Il volto di Rosetta cambiò. La maschera materna lasciò spazio a unespressione dura e offesa.

Un fabbro? Per pagare uno sconosciuto? Giulia, sei uno spreco, lho sempre pensato. Io invece, da madre, offro un aiuto gratis! Matteo, senti tua moglie! È una questione di sicurezza!

Matteo simbarazzò. In quelle situazioni soffriva, costretto a scegliere tra le due donne più importanti della sua vita. Guardò la madre, poi la moglie. Gli occhi di Giulia erano fermi, pieni di un no inamovibile.

Ma mamma, perché dovresti venire fino a qui? Vivi a Quarto Oggiaro, noi a Porta Romana ci vogliono due ore! Se succedesse qualcosa, comunque arriverei prima io: lavoro a venti minuti da casa.

Non è questione di velocità! protestò Rosetta È questione di fiducia! Pensi che venga qui a rubarvi, o a ficcare il naso? Sono tua madre! Voglio solo essere tranquilla per te! Ma tu, Matteo, fai quello che ti dice lei. Ecco cosè essere “sottoposto”.

Signora Rosetta, basta con le accuse personali, intervenne Giulia, mentre sentiva le guance in fiamme. Nessuno insinua che lei rubi. Si tratta di confini. Questa è la nostra casa. La nostra famiglia. Noi vogliamo sentirci davvero padroni qui. Anche solo sapere che qualcuno ha un altro mazzo di chiavi ci toglie quella serenità.

Ah, la privacy la suocera ripeté storcendo la bocca. Parole moderne! Privacy da tua madre! Ti ho cambiato i pannolini fino a cinque anni, e adesso privacy!

Rosetta spinse avanti la fetta di torta, chiarendo che lappetito era sparito.

Non vi chiedo le chiavi subito, si ricompose con aria offesa. Fatemi la copia, portatemela. O vengo io in ufficio da Matteo. Non ho fretta. Ma voglio le chiavi. Solo così mi sento in pace. Già ho la pressione alta

Il resto della sera fu carico di tensione. Rosetta restò muta, rispondeva a monosillabi e dopo poco si congedò. Davanti alla porta, rivolse ancora unocchiata al nuovo cilindro luccicante.

Pensateci bene. Lorgoglio non porta lontano.

Quando la porta si richiuse, Giulia si lasciò cadere contro la parete, esausta.

Matteo, lo sai che le chiavi non gliele do. Mai.

Matteo si stropicciò il naso.

Giulia, lei si preoccupa È fatta così. Il controllo, per lei, equivale a prendersi cura. Magari diamogliele: le mette via e se ne dimentica. Risparmiamo litigi.

Ma scherzi? Giulia si staccò, guardandolo incredula. Ti sei scordato lappartamento di affitto? Le mattine in cui arrivava senza avviso, alle sette, e cucinava il brodo? Diceva “pensavo foste al lavoro”, al sabato! Io voglio vivere a casa mia, in biancheria, lasciare la tazza nel lavello se non ho voglia di lavarla, senza temere revisioni a sorpresa. Questa casa è mia. Nostra.

Capisco, sospirò lui. Però adesso lei mi chiama ogni giorno, mi fa il lavaggio del cervello. Lo sai che pressione

Lascia che chiami. Ma non avrà le chiavi. Se le dai di nascosto, cambio serratura. Non sto scherzando.

La settimana fu un assedio. Rosetta chiamava Matteo ogni giorno. Iniziava col cuore (Mi sento svenire le gambe fanno male), passava al tempo e finiva sempre: Avete fatto la copia delle chiavi?

Matteo svicolava: Sono stato impegnato, il ferramenta chiuso, mi sono scordato il mazzo. Tattiche di resistenza, inutili con una donna testarda come Rosetta.

Giovedì toccò a Giulia.

Ciao Giulietta, come stai tesoro? Come va al lavoro? La voce zuccherosa.

Salve, signora Rosetta, tutto bene, grazie.

Sono stata a San Marco, ho acceso una candela per voi. Ho parlato col parroco: dice che le case nuove vanno benedette, serve una protezione! Ho comprato unicona miracolosa. Vorrei venire domani, la appendo, dico una preghiera, e via. Tanto Matteo lavora. Lasciami le chiavi in portineria, entro, sistemo e me ne vado.

Giulia strinse il telefono con le nocche bianche.

Grazie molte, signora Rosetta. Ma se decideremo per licona, la appenderemo noi. Niente chiavi in giro. Venga la sera, così stiamo insieme e mi fa vedere il regalo.

Ma quanto sei ostinata! la voce si fece dura. Io agisco per affetto, e tu Tu metti Matteo contro di me! Lo so, è tutto per colpa tua! Mio figlio era così dolce, fino a che sei arrivata tu!

Signora Rosetta, è una decisione presa insieme. Siamo due adulti.

Adulti? Siete ancora dei bambini. Io ho vissuto, so come si vive! Ascolta bene: se entro il weekend non avrò quelle chiavi, vuol dire che non mi considerate di famiglia. Non metterò più piede a casa vostra!

Fine della chiamata. Giulia fissò lo schermo spento, le mani tremanti. Ricatto. Puro ricatto emotivo.

Quella sera, Matteo rientrò cupo.

Mia madre mi ha chiamato esordì senza nemmeno togliere le scarpe. Piangeva. Dice che ha avuto una crisi, ha chiamato la guardia medica. Sostiene che la faremo morire di dolore. Giulia, molliamo: facciamo quella benedetta copia, gliela diamo, poi la istruisco: niente visite a sorpresa.

Giulia gli tolse la giacca e lo abbracciò stretto.

Tesoro, lo so che è dura per te. Ma se molliamo ora, non finirà mai. Oggi sono le chiavi, domani le tende, poi leducazione dei figli. La crisi? Una forma di controllo sottile. Se cedo per pena, perdiamo la nostra famiglia. Siamo solo una propaggine della sua. Sei pronto a questo?

Matteo tacque, la fronte sui suoi capelli. Sapeva che Giulia aveva ragione, ma la colpa lo rosicchiava dentro.

Va bene, sussurrò. Qualcosa inventerò.

Sabato. Una semplice giornata che volevano dedicare a riposo e lasagna, ma alle dieci il citofono squillò.

Chi è? chiese Matteo, ancora assonnato.

Apri, amore, sono la mamma! Ho portato qualche cosa! la voce squillante di Rosetta.

Matteo e Giulia si guardarono: nessun avviso, nessuna chiamata. Solo, improvvisamente, eccola lì.

Non doveva bisbigliò Giulia.

Ci tocca aprire sospirò Matteo.

Rosetta entrò come una regina vittoriosa. Due gigantesche borse strette in mano.

Ho portato patate del contadino, conserve, marmellata esclamò, già ai fornelli, a sistemare ordinatamente i vasetti. Così non mangiate roba chimica del supermercato. Ma che è, piatti sporchi dal giorno prima? Giulia, una vera padrona di casa tiene la cucina lucida!

Giulia, in accappatoio davanti al caffè, inspirò profondamente.

Signora Rosetta, stiamo rilassandoci. Oggi è sabato, laveremo quando ci va.

Certo, certo sbuffò la suocera. Sei nata pigra, eh. Ma eccomi qui per altro. Matteo, vieni qua.

Matteo la raggiunse.

Ecco. Rosetta estrasse dal borsellino un piccolo sacchetto di velluto. Qui cè un portachiavi dargento benedetto: “Difendi questa casa”, cè scritto. Lo voglio sui miei cioè sui vostri duplicati. Avete fatto le copie?

Guardava il figlio aspettando solo una risposta affermativa. In quel momento, tra regali e cibo, era più difficile dire no che mai.

Matteo guardò la madre, poi Giulia. Lei, braccia incrociate davanti alla finestra, aspettava. Un attimo cruciale. Se cedeva ora, lei non lo avrebbe lasciato ma la fiducia sarebbe crollata, così come la sicurezza in casa.

Si sedette davanti a Rosetta, le prese la mano.

Mamma, grazie per i regali e il portachiavi Ma niente chiavi.

Cosa?! gli occhi di Rosetta si fecero tondi. Stai scherzando?

No, mamma. Niente scherzi. Abbiamo deciso, con Giulia: solo due copie. Una per me, una per lei. Altre non ne faremo.

Ma perché?! Che assurdità! È per la vostra sicurezza! Sono vostra madre!

Proprio perché sei madre, non la polizia, rispose Matteo con nuova fermezza. Si accorse che il mondo non era crollato nel dire no. Mamma, ti voglio bene. Saremo sempre felici di ospitarti, ma previo invito o telefonata. Vogliamo vivere da soli, fino in fondo. Se ci saranno problemi, li risolveremo noi. Fa parte dellessere adulti.

Rosetta tolse di scatto la mano, la faccia chiazzata di rosso.

Lei ti ha convinto! puntò il dito contro Giulia. Sono parole sue. Mio figlio non mi avrebbe mai trattato così! Mi hai tradita, per una donna!

Non centra nessuno, rispose Matteo, calmo. Giulia è mia moglie. Questa è la mia famiglia. E pretendo rispetto per le nostre scelte. Se non accetti le nostre regole, ci vedremo meno. Non lo voglio, ma dipende da te.

In cucina calò il silenzio. Si sentiva solo il frigorifero borbottare. Rosetta fissava il figlio: cercava quella docilità di sempre e invece riconobbe la maturità di un uomo pronto a difendere la propria casa.

Si alzò lenta.

Sta bene, fate come volete. Affogate la casa, perdete le chiavi, arrangiatevi. Quando avrete bisogno, però, non venite da me. Vi arrangiate.

Imboccò il corridoio. Matteo avrebbe voluto seguirla, ma lei lo bloccò: Non serve. So andare da sola.

La porta sbatté.

Giulia andò da Matteo, gli si sedette sulle gambe e labbracciò.

Sei il mio eroe, sussurrò.

Mi sento un traditore, confessò lui, guardando la porta chiusa. Ho un peso sul cuore.

Passerà, lo rassicurò Giulia. Non è tradire, è crescere. Hai solo tagliato il cordone. Fa male, ma era necessario.

Per un mese, Rosetta mantenne il punto. Nessun messaggio, nessuna risposta. Matteo ogni tanto lasciava la spesa dietro la porta, sapendo che dentro lei cera.

Anche Giulia soffriva, vedendo quanto Matteo soffrisse ma sapeva che non dovevano cedere.

Poi, una sera di luglio, una tempesta inondò la città: vento, alberi abbattuti, quartieri al buio. Matteo vide le immagini al telegiornale e, non ricevendo risposta dalla madre, corse subito da lei. Giulia lo seguì.

Trovarono Rosetta seduta al buio, tremante, senza più medicine. Alla vista del figlio e della nuora, tazzina e cena calda alla mano, scoppiò finalmente in lacrime: non teatrali, ma quelle vere, dolci e stanche.

Avevo paura che mi aveste dimenticata singhiozzò, mentre Giulia le misurava la pressione.

Ma dai, mamma come possiamo lasciarti sola? Sei la mamma. Viviamo per conto nostro, ma ci siamo sempre quando serve.

Rimasero a lungo insieme, tra candele e tazze di tè, a parlare di orto, ferie, sogni. Non si accennò mai alle chiavi: cancellata, quasi, la lite.

Prima di andare via, Matteo le propose:

Mamma, vuoi venire da noi, dormi da noi finché non torna la corrente?

Rosetta lo guardò, poi guardò Giulia. Nel suo sguardo brillò una nuova, pacifica dolcezza.

No, Matteo caro. Sto bene qui, col mio Teo il gatto siete stati splendidi, ma ormai sono abituata al mio nido. Andate pure.

Li accompagnò fino alla porta.

E voi chiamatemi ogni tanto. Così, senza motivo.

Sicuro, signora Rosetta, sorrise Giulia. E domenica venga da noi, ho imparato una ricetta nuova di torta.

Da allora sono passati sei mesi. Rosetta non ha mai ricevuto la copia delle chiavi. Ma, paradossalmente, i rapporti sono migliorati: compresa la situazione, ha riversato la sua energia altrove si è iscritta al coro della parrocchia, cammina nei parchi con le amiche. E le ispezioni ai cassetti di Giulia sono solo un ricordo.

Matteo e Giulia, quando tornano e infilano la loro unica chiave nella solida serratura italiana, provano ogni volta un senso di calore speciale. Dietro quella porta cè il loro mondo, privato, non inaccessibile: aperto agli ospiti, a chi sa rispettare i confini.

A volte, per stare vicini, serve solo imparare a chiudere al momento giusto una porta.

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La suocera pretende il duplicato delle chiavi di casa nostra, ma mio marito si schiera dalla mia parte
Lasciatemi restare, vi prego — Io non andrò da nessuna parte… – sussurrava la donna in modo confuso. – Questa è casa mia, e non la lascerò. – la sua voce vibrava di lacrime mai versate. — Mamma, – disse l’uomo. – Lo sai che non riuscirei a prendermi cura di te… Devi capirlo. Alessio era triste. Vedeva che sua madre era agitata e si preoccupava molto. Era seduta sul vecchio divano affossato della casa di campagna, nella sua amata borgata. — Va tutto bene, ce la faccio da sola, non avete bisogno di occuparvi di me – disse la donna con ostinazione. – Lasciatemi qui. Ma Alessio sapeva che era impossibile. Era stato un ictus. Svetlana Petrovna soffriva spesso anche prima. Ricordava bene quando dovette prendere mesi di aspettativa per accudire la mamma dopo una gamba rotta. Anche se lei faceva la coraggiosa, non poteva camminare nemmeno un passo senza di lui. Negli ultimi tempi Alessio aveva iniziato a guadagnare bene e d’estate voleva ristrutturare la casa d’infanzia per rendere confortevole la vita della mamma. Ma poi l’ictus. E i lavori persero senso: bisognava portare la mamma in città. — Marina ti preparerà le cose – annuì verso la moglie. – Dille se hai bisogno di qualcosa. Svetlana Petrovna rimase in silenzio, fissando la finestra dove il venticello d’autunno faceva cadere le foglie dorate dai vecchi alberi che aveva visto per tutta la vita. La sua mano destra – l’unica che funzionava – stringeva forte la sinistra, che pendeva inerte. Marina frugava nell’armadio, chiedendo continuamente alla suocera cosa portare e cosa lasciare. Ma la suocera si limitava a guardare fuori dalla finestra. Sembra che la sua mente fosse altrove, lontana dalla nuora, dagli abiti vecchi e dagli occhiali rotti. …Svetlana Petrovna era nata ed aveva vissuto tutti i suoi sessantotto anni nel piccolo borgo che col tempo si era svuotato. Aveva fatto la sarta per tutta la vita. Prima nella sartoria del paese, che aveva chiuso quando non erano rimasti quasi più abitanti. Poi lavorando da casa. Ma anche lì il lavoro era diventato sempre più scarso; così si era dedicata all’orto e alla casa, riversandoci tutto il suo amore. Ora non riusciva nemmeno a immaginare di lasciare tutto e andare in città. In un appartamento grande e per lei estraneo… … — Ale, non ha toccato il cibo un’altra volta, – sospirò Marina, entrando in cucina e poggiando stanca il piatto. – Non ce la faccio più. Non ho più forze… Alessio guardò la moglie in silenzio, poi il piatto rimasto intatto, scuotendo la testa. Fece un respiro profondo ed entrò nella stanza della madre. Svetlana Petrovna era seduta sul divano, lo sguardo fisso fuori dalla finestra. Sembrava non sbattere nemmeno le palpebre. Gli occhi grigi, spenti, rivolti all’orizzonte. La mano attiva poggiata sull’altra, come a volerle trasmettere vita. Attorno, gli esercizi riabilitativi, manubri, medicine sul comodino; ma a parte per l’insistenza di Alessio non toccava nulla. — Mamma? Nessuna reazione. — Mamma? — Figlio mio? – mormorò la donna a fatica. Dopo l’ictus, quasi non riusciva a parlare; ora era migliorata ma comunque spesso era difficile capire. — Perché non hai mangiato ancora? Marina ci tiene tanto. Sono giorni che tocchi appena cibo. — Non ho fame, amore mio, – rispose piano. Si voltò a guardare Alessio. – Davvero. Non voglio. Non obbligatemi. — Ma, mamma… Cosa desideri? Dimmi solo questo… Alessio le fu accanto e lei gli strinse la mano. — Sai bene cosa voglio, Ale mio. Voglio tornare a casa. Ho paura di non rivederla più. Lui sospirò e scosse la testa. — Lo sai che ora lavoro ogni giorno, e Marina deve andare sempre dai medici. È inverno, spostarsi… Aspettiamo almeno fino a primavera. La donna annuì, Alessio sorrise e uscì. — Speriamo solo non sia troppo tardi, figlio mio… Speriamo solo non sia troppo tardi. … — Mi dispiace, la fecondazione assistita non ha funzionato ancora – disse, mesta, la dottoressa, abbassando gli occhiali e guardando la giovane donna. Marina soffocò un singhiozzo, portando le mani al viso: — Ma com’è possibile? Perché tutti riescono? Dicevate che la prima volta non era un problema. Ma questa è la terza procedura e niente! Perché? Alessio rimaneva in silenzio, le teneva la mano. Era agitato. Nel frattempo, nell’altra ala della clinica, la madre stava facendo massaggi: era già tempo di andare a prenderla. — Ascoltatemi, – cominciò la dottoressa, dolcemente. – Capisco tutto. Per voi diventare madre è un sogno, ma ci state pensando troppo. Vivete nello stress. Il corpo… — Certo che sono stressata! – la interruppe Marina – Devo lavorare da casa per pagare questa fecondazione costosissima! Sottopormi a procedure continue e a farmaci che mi rovinano, occuparmi di tua madre e i suoi capricci! Prima mangia, poi non mangia, non prende le medicine! Sì, voglio un figlio, forse così mio marito penserebbe anche a me! Marina tacque di colpo, accorgendosi di aver esagerato. Prese la borsa e uscì dallo studio sbattendo la porta. — Mi scusi, – sussurrò Alessio. — Figurati, – minimizzò la dottoressa. – Ne ho viste di ben peggiori. Tutto normale. Alessio uscì. Marina era seduta su una panchina nella sala d’attesa, piangendo, la faccia tra le mani. Sollevò gli occhi arrossati verso il marito. — Perdonami… Davvero, non volevo. Sono solo esausta. Stanca di vedere una persona spegnersi davanti ai miei occhi. Stanca dell’ennesima linea solitaria sul test e di spendere cifre folli per un’altra procedura. Non ce la faccio più… — Se potessi, farei tutto per aiutarvi entrambe, ma non è in mio potere… — Lo so – sorrise a fatica Marina tra le lacrime. – Lo so. Rimasero ancora un po’ in silenzio, mani strette, poi Marina si alzò, si sistemò il colletto e tentò un sorriso. — Dai, andiamo. Sicuramente Svetlana Petrovna ha finito. Non sopporta gli ospedali; dopo è sempre più triste. … — Temo che sua madre non stia migliorando affatto, – disse il vecchio medico dagli occhiali tondi, quando Alessio gli chiese notizie. Si spostarono lontano dagli orecchi di Svetlana Petrovna; Marina rimase con lei. – Quando siete venuti da me, pensavo che si sarebbe ripresa. Dopo un ictus le probabilità sono poche, ma la sua mamma aveva tutte le carte in regola. — Ma… non cambia nulla. Lo noto anch’io. — Penso che non abbia più voglia di lottare. Si è spenta. Nei suoi occhi non c’è più fiamma, né voglia di vita… Alessio lo sapeva. L’aveva vista spegnersi, perdere quindici chili, non essere più lei. Passava il tempo sempre ferma, lo sguardo fisso fuori. Non leggeva, non guardava la TV, non parlava. Solo la finestra. — Dopo un ictus può esserci un cambiamento nel comportamento per via del cervello, – spiegò il vecchio dottore. – Ma credevo che sua madre fosse diversa. Al primo incontro era un’altra persona. — Penso che sia per altro, – sussurrò Alessio. … — Ale, – disse Marina al telefono, – puoi annullare il viaggio di lavoro? Tua madre sta proprio male. Temo che non arriverai in tempo… Era dura da dire. Sapeva cosa significava la mamma per suo marito. E anche lei, col cuore pesante, la guardava quasi immobile sul divano. Prima almeno osservava fuori o ascoltava i dischi: Alessio aveva portato il vecchio giradischi dal paese, era appartenuto al papà, maestro di musica. Ora invece Svetlana Petrovna fissava il vuoto, non parlava. Da giorni mangiava appena. L’unica cosa che prendeva era il latte. Eppure prima diceva spesso che il latte della città non era come quello del paese. Ora però lo beveva… Alessio arrivò la sera stessa e corse dalla mamma. Passò la notte vegliando al suo capezzale. — Sai cosa desidero. Me lo hai promesso. Alessio annuì. Sì, lo aveva promesso. Il giorno dopo andarono in paese. Niente dottore, Svetlana non lo volle. — Non voglio l’ospedale. Voglio casa. Era marzo, stranamente le strade erano ancora praticabili e poterono arrivare fino alla porta. Alessio la aiutò a scendere dalla macchina e la mise sulla carrozzina. Intorno la neve si scioglieva piano, lasciando l’erba libera, un vento leggero muoveva i rami, il sole già iniziava a scaldare. Svetlana Petrovna rimase ore in cortile, finalmente un sorriso sul volto. Finalmente respirava a pieni polmoni, guardava il cielo e piangeva: ma erano lacrime di felicità… Finalmente a casa. Guardava la casetta un po’ storta, il sole caldo, ascoltava il canto degli uccelli, sentiva il freddo della neve sciolta… La sera mangiò qualcosa e si fermò ancora fuori prima di andare a dormire. Il sorriso non la lasciava. Quella notte se ne andò. Se ne andò con quello stesso sorriso. Se ne andò felice… Alessio e Marina presero le ferie per il funerale di Svetlana Petrovna e per sistemare la casa, capire cosa farne. E a dire il vero, ad Alessio serviva solo stare un po’ lì. Respirare l’aria buona di campagna. Da anni non restava più di un paio di giorni. …Prima di ripartire per la città, Marina si sentì male. Andò in bagno e, inaspettatamente, vomitò. Quando tornò dal marito aveva gli occhi spalancati e in mano un test di gravidanza che portava sempre dietro inutilmente. Ma ora c’erano due linee. Due! — È tutto merito suo, di tua mamma… È lei che ci ha aiutati, – sussurrò tra le lacrime Marina, non credendo ai propri occhi. Alessio alzò lo sguardo al cielo limpido e, annuendo, abbracciò forte sua moglie. Sì, era un dono di sua madre. L’ultimo, il più prezioso…