«Torna subito a casa!» quasi urlò suo marito. «O non ti importa niente di tua figlia? Sono stufo di stare con lei!» Elena sollevò il calice di prosecco, sorridendo all’amica Olga. La festa di compleanno era stata un successo: una ventina di persone al bistrot, risate senza sosta, e finalmente, dopo mesi, si sentiva di nuovo donna – non solo la mamma della piccola Giulia di un anno. «Alla tua felicità!» disse, proprio mentre il telefono squillava insistentemente. «Elena, dove sei?!» – la voce di Michele era evidentemente irritata. – «Nostra figlia sta piangendo da più di un’ora!» «Michele, ti avevo detto che sarei tornata più tardi. Olga fa la festa solo una volta all’anno. Avevamo deciso…» «Avevi promesso di essere qui tra due ore! Ne sono passate già tre!» Elena si allontanò dal tavolo per non disturbare gli altri. «Prova a darle un po’ d’acqua, forse ha caldo.» «Ho provato di tutto! Giulia sta male, ha bisogno della sua mamma!» «Michele, calmati. Controlla il pannolino, magari le dà fastidio. Arrivo tra un’ora.» «No! Torna a casa subito!» quasi gridò Michele. «O non ti importa di tua figlia?» «Va bene, vengo via dieci minuti prima.» «Elena, tu…» Tono occupato. Aveva riattaccato. Elena tornò al tavolo, ma l’atmosfera ormai era rovinata. Le amiche la circondarono con preoccupazione. «Cos’è successo?» domandò Olga con aria gentile. «Giulia piange e Michele non riesce a calmarla. Dice che sta male.» «Mamma mia, è un uomo!» intervenne Tiziana. «Mio Igor all’inizio si terrorizzava, pensava che il bimbo gli si rompesse tra le mani.» «Anche mio marito ancora non capisce perché nostra figlia piange!» rise Marina. «Mi chiama per qualsiasi cosa.» «Ragazze, forse è meglio che vada davvero…» Elena era incerta. «È la prima volta che esci in tre mesi!» disse Olga decisa. «Può aspettare un’ora. Che impari che vuol dire essere padre.» Quando Elena provò a riprendere la conversazione, Michele fece irruzione al bistrot con la piccola Giulia in braccio e il viso paonazzo. «Eccola!» tuonò attraversando la sala. «Mamma dell’anno! Mentre sua figlia sta morendo, lei si diverte!» Tutti tacquero. Gli occhi si fissarono su Elena, che si fece rossa. «Michele, ma che fai?» sussurrò lei. «Quello che dovevo fare un’ora fa!» agitava la bambina con enfasi. «Ho portato la nostra figlia morente dalla madre irresponsabile!» «Smettila, non fare scenate!» intervenne Olga alzandosi. «È inopportuno, ricorda che la bambina è anche tua.» «Non ti immischiare!» scattò lui. «È colpa tua se l’ha lasciata sola. Guarda!» indicò gli occhi umidi della piccola. «Abbassa la voce, giovanotto,» lo ammonì un signore canuto al tavolo accanto. «Stiamo cercando di cenare.» «Non sono affari tuoi!» sbottò Michele. «Mia moglie ha abbandonato una bambina malata!» «Michele, basta,» Elena si alzò e prese la figlia. Giulia si calmò subito tra le braccia della madre. «Scusa, Olga,» disse a voce bassa. «Devo andare.» «Certo che devi!» sibilò Michele livido. «Finalmente ti ricordi di essere madre!» «Non scusarti,» Olga l’abbracciò. «Non è colpa tua.» «Ma va all’inferno!» sbottò Tiziana. «I veri uomini non si comportano così!» Michele stava per replicare, ma il gestore del bistrot si avvicinò risoluto. «Mi dispiace, vi devo chiedere di uscire. State disturbando gli altri clienti.» A casa, Elena tolse la maglietta alla figlia e trovò un’etichetta che le aveva arrossato il collo. «Ecco la malattia!» mostrò al marito. «Era l’etichetta.» «Come potevo saperlo?» lui scrollò le spalle, sprofondando sul divano. «Come? Spogliandola e guardando!» «Senti, io non faccio la tata. È roba da donne.» Elena si girò di scatto. «Cosa hai detto?» «Quello che penso. Io lavoro, porto i soldi. I figli spettano a te.» «Michele, mi hai umiliata davanti a tutti per una stupida etichetta!» «Ora almeno hai capito che la madre dev’essere a casa, non al bistrot con le amiche.» «Sei serio?» Elena non credeva alle proprie orecchie. «Io lavoro da remoto, gestisco tre progetti, curo la bimba, cucino, pulisco… e quando dovrei riposarmi?» «Riposare?» Michele sbuffò. «Stai a casa con una bambina, quello sì che è relax. Prova tu dieci ore in ufficio!» «Prova tu a non dormire la notte con una figlia urlante!» Elena insorse. «Dai, non è difficile! Dai da mangiare, cambi il pannolino…» «Già, non è difficile. Eppure nemmeno hai guardato l’etichetta.» Michele afferrò le chiavi. «Basta! Vado da Sergio, mi serve una pausa dalla felicità famigliare.» «Va’,» disse lei piano. «Come sempre.» Elena fissò la porta chiusa e Giulia dormiva serena tra le sue braccia. In fretta preparò una borsa, vestì la bimba e uscì. Mezz’ora dopo era davanti alla porta della suocera, col trolley e il passeggino. «Elena?» Anna Petrovna la accolse sorpresa. «Cos’è successo?» «Me ne vado da Michele. Possiamo stare qui qualche giorno?» «Certo, entra. Racconta cosa ha combinato stavolta.» «Ha fatto una scenata al bistrot davanti a tutti,» raccontò Elena, cullando la bimba. «Ha gridato che sono una madre terribile, che la figlia stava morendo… Poi era solo l’etichetta! Non ha nemmeno provato a capire.» «Che vergogna,» scosse la testa la suocera. «E poi?» «Poi ha detto che i figli sono compito delle donne. Lui non fa la tata.» «Capisco.» Anna Petrovna fu secca. «Quindi Giulia non è figlia sua, vero?» «Esatto. E sai cos’è che mi fa impazzire di rabbia?» sospirò Elena. «Che pensa che stare a casa con un figlio sia una vacanza.» «Ho fatto una sciocchezza,» la donna più grande sospirò. «Ho viziato il ragazzo. Pensavo che il matrimonio lo avrebbe maturato. È peggiorato invece.» Il giorno dopo Michele si presentò a casa della madre, infuriato. «Mamma, dov’è mia moglie? Deve tornare!» «Non si muove da qui,» rispose Anna Petrovna calma. «Ma ti voglio parlare della pagliacciata che hai fatto al bistrot.» «Quale pagliacciata? Stavo difendendo i diritti di mia figlia!» «Da un’etichetta?» replicò fredda la madre. «Elena mi ha raccontato tutto.» «Non darle retta, mamma! Esagera! Mandala via, deve tornare a casa!» «Michele, siediti,» ordinò Anna Petrovna. «Dobbiamo parlare seriamente.» «Di cosa? La moglie sta a casa!» «Elena ha più diritto di vivere in quella casa come madre di mia nipote. Tu invece… mi hai delusa.» «Mamma, sono io quello che porta i soldi!» «Elena lavora, anche se da casa, online. E cresce la bambina. E manda avanti tutto il resto. Tu, invece?» «Mantengo la famiglia!» «Allora fallo senza far scene. Ricordi come ho fatto io da sola dopo la morte di tuo padre? Pensavo avessi capito il senso della responsabilità.» «Dai, non è la stessa cosa. Il mio lavoro è difficile, stressante…» «E il suo invece è facile, vero?» disse sarcastica sua madre. «Michele, quando è stata l’ultima volta che ti sei alzato di notte per la bambina?» «Perché avrei dovuto? Ha il latte della mamma!» «L’ultima volta che hai giocato con tua figlia? Che l’hai portata al parco? Che l’hai lavata?» Michele tacque, non aveva risposte. «Mamma, io sono stanco dal lavoro…» «Anche lei! Ma non fa scenate nei locali pubblici!» Gli occhi di Michele brillarono di rabbia. «Va bene allora! Troverò un’altra donna, mi risposo! Lasciatela sola col bambino!» «Provaci pure,» rispose la madre fredda. «Ma prima, paga regolarmente il mantenimento. Ci penso io.» «Mamma, di chi sei madre? Di me o di lei?» «Sono madre di un uomo adulto che dovrebbe prendersi la responsabilità delle sue azioni. Per ora vedo solo un egoista infantile.» Un mese dopo il divorzio era fatto. Michele credeva di aver vinto – finalmente libero! Portò in casa una nuova conoscenza, Silvia, una bionda dell’ufficio accanto. «Michele, che bella casa!» ammirava lei, guardandosi attorno. «E non hai visto niente,» sorrise Michele. «Presto cambio tutto, moblio nuovo. Ora che mi sono liberato dal peso della famiglia, vivo per me.» «E tua ex moglie?» chiese Silvia. «Che vuoi che sia? Sta da mia madre con la bambina. Che se la sbrighi.» «E il mantenimento?» «Quale mantenimento?» sbuffò Michele. «Mia madre sta bene, non moriranno di fame.» Stavano in cucina quando la porta si aprì col mazzo di chiavi. Dentro entrarono Anna Petrovna ed Elena con Giulia. «Perché l’hai portata qui?» chiese Michele allarmato, vedendo ex moglie e bimba. «Riporto la proprietaria di casa,» annunciò Anna Petrovna. «L’appartamento ora è di mia nipote Giulia. Tu, ragazza, sei libera di andartene.» «Mamma, che combini?» urlò Michele. «Quello che dovevo fare prima. Prepara le valigie, vieni a vivere da me.» «Michele, cosa succede?» chiese Silvia, turbata. «Niente di particolare,» disse Anna Petrovna gelida. «Mio figlio ha dimenticato di dire che l’appartamento è stato intestato a Giulia sei mesi fa. Lo avevo previsto.» «Mamma, non puoi farlo!» implorò Michele. «Posso. E lo faccio. Elena, accomodati pure.» Silvia afferrò la borsa e scappò senza salutare. «Silvia, aspetta!» Michele gridò, ma la porta si richiuse. Passarono due anni. Gli amici di Michele cominciarono a evitarlo, esausti dai suoi piagnistei. Sua madre gli parlava fredda e vietava categoricamente di portare nuove donne a casa sua. Chiamò Elena. «Lenuccia, parliamone. Possiamo tornare insieme?» «Non c’è più nulla da tornare, Michele. Io sono già a casa.» «Ma siamo una famiglia! Giulia ha bisogno del padre!» «Puoi essere padre anche dopo il divorzio. Nessuno ti vieta di vedere tua figlia.» «Posso aiutare a rifare la cameretta?» «Grazie, è già fatta. Mi ha aiutato Vittorio.» «Chi è Vittorio?» chiese Michele teso. «Un collega. Un brav’uomo. Domani mi ha invitato al bistrot.» «Ci vai davvero?» «Penso di sì. È ora di ricominciare, senza di te.» «Ma chi è questo? Un tizio qualunque?» «Non qualunque. Mi aiuta da tre mesi. Gioca con Giulia, fa la spesa quando sono malata.» «Dai anche i soldi?» domandò acido Michele. «No, Michele. Aiuta perché lo vuole. Senza scenate e rimproveri.» Solo nella stanza della madre, Michele all’improvviso capì: tutto era crollato per colpa di un’etichetta. Anzi, per non avere nemmeno provato a togliere la maglietta alla figlia. Il telefono squillò. Elena. «Michele, non sapevo se dirtelo, ma forse dovresti sapere. Vittorio mi ha chiesto di sposarlo.» «Cosa?!» urlò Michele. «E tu che hai detto?» «Ci penso. Ma sai… lui non fa scene in pubblico. E ama passare tempo con Giulia. Non ho ancora deciso, però…» «Aspetta, Lenuccia… sei seria? Abbiamo vissuto insieme cinque anni!» «E allora? Ti danno diritto di urlarmi contro davanti a tutti?» «Non volevo! Mi fai impazzire con la tua “ragione”.» «Vedi? Nemmeno adesso sai parlare senza urlare.» «Lena, proviamo ancora!» «No, Michele. Vittorio mi ha mostrato come può comportarsi un vero uomo. Racconta a Giulia le favole per dormire, non si sente degradato.» «Posso leggerle anche io quelle stupide favole!» «Non stupide – importanti. Tu non lo capisci.» «Lo capisco! Ero solo stanco di lavorare per voi!» «Ecco. “Per voi”. Vittorio dice “con voi”, non “per voi”. Noti la differenza?» «Aspetta, Lenuccia…» «È deciso. Mi dispiace, ma la nostra famiglia è morta quel giorno al bistrot. Per sempre.» Tono occupato. Michele posa piano il telefono, consapevole di avere finalmente ciò che voleva: la libertà dai legami familiari. Solo che ora non gli dava nessuna gioia. Dalla stanza accanto la voce della madre: «Certo, Lenuccia, verrò al tuo matrimonio. È la tua scelta, la mia nipotina…» Michele uscì di corsa. «Mamma! Che fai?» «Parlo con Elena. Mi ha invitata al matrimonio.» «Non puoi andare! Sono tuo figlio!» «E allora? Ti dà il diritto di rovinare la vita a una brava ragazza?» «Brava ragazza? Mi ha mollato lei!» «Ha fatto bene. Al suo posto l’avrei lasciata molto prima.» «Grazie per il sostegno, mamma!» «Il sostegno si dà quando lo meriti. Adesso meriti solo la verità.» «Quale verità?» «Che sei un egoista, Michele. Pensi solo a te stesso.» «Io lavoravo! Portavo i soldi!» «E pensavi che fosse sufficiente. Mentre tua moglie doveva stare zitta e sopportare i tuoi scatti.» «Quali scatti? Non bevo, non tradisco!» «Ma urlavi sempre. La umiliavi. Ti vergognavi persino della tua bambina.» «Non mi vergognavo! Non sapevo cosa fare!» «Dovevi solo amarla, Michele. Solo amarla.» Una settimana dopo Michele incontrò Elena fuori dalla scuola materna. Lei aspettava Giulia, accanto a un uomo alto e con gli occhiali. «Elena!» Lei si voltò, lo sguardo diffidente. «Ciao, Michele.» «Lui è quello?» chiese Michele indicando l’uomo. «Vittorio, lui è Michele, il papà di Giulia.» Vittorio porse la mano. «Piacere di conoscerla.» «Non è reciproco,» borbottò Michele, ignorando la mano. «Michele, non ricominciare,» lo avvertì Elena. «Non ricominciare cosa? È mia figlia!» «Nessuno lo nega. Puoi vederla nel weekend.» «Sotto la sua supervisione, giusto?» «Certo che no. Ma se la vuoi, avvertimi in anticipo.» «Ora devo chiedere il permesso?» «Non solo devi – è obbligo. Io sono la tutrice, tu… solo il padre biologico.» «Papà!» urlò Giulia uscendo dalla scuola. La bambina gli saltò in braccio. Michele la sollevò. «Ciao tesoro. Mi sei mancata.» «Anche tu! E zio Vittorio ha detto che andiamo allo zoo!» «Zio Vittorio?» Michele si irrigidì. «Sì! È buono, compra il gelato, racconta le storie!» «Ha comprato mia figlia col gelato. Come ti permetti! Stai invadendo la mia vita!» «Non la tua – la loro,» rispose Vittorio. «E tu hai scelto di andar via.» «Non sono andato! Mi avete cacciato!» «Giulia, andiamo,» intervenne Elena. «È ora di tornare a casa.» «Elena, aspetta! Non andare!» «Perché dovrei? Per farti fare un’altra scenata?» «Non faccio scenate!» «Le fai, papà,» disse quieta Giulia. «Urli sempre con la mamma.» Michele restò di sasso. Le parole della figlia di tre anni avevano più peso di mille rimproveri. «Giulia, io…» «Mi fa paura quando urli.» «Basta,» disse Elena. «Giulia, andiamo.» Se ne andarono. Michele rimase solo fuori dalla scuola materna, consapevole di aver perso non solo sua moglie, forse anche sua figlia. E non aveva nessuno da incolpare se non sé stesso.

Diario di Elena, 16 marzo Milano

«Torna subito a casa!» ha urlato quasi mio marito. «O forse non ti interessa tua figlia? Sono stufo di restare con lei!»

Ho alzato il bicchiere di prosecco, sorridendo a Chiara. La sua festa di compleanno era perfettauna ventina di amici, chiacchiere, risate continue, e finalmente, dopo mesi, mi sentivo di nuovo solo una donna e non solo la mamma di Martina, che ha compiuto un anno.

«Alla tua felicità!» ho scherzato, proprio quando il cellulare ha squillato rumorosamente.

«Elena, dove sei?» La voce di Davide era nervosa. «Martina urla da più di unora!»

«Te lavevo detto che sarei tornata tardi. Chiara fa gli anni una sola volta allanno. Avevamo accordi»

«Avevi promesso due ore! Sono già passate tre!»

Mi sono allontanata dal tavolo per non disturbare nessuno.

«Dai la sua acqua. Magari ha caldo.»

«Ho provato di tutto! Martina sta male, vuole sua madre!»

«Davide, stai tranquillo. Controlla se il pannolino la infastidisce. Arrivo tra unoretta.»

«No! Vieni subito! O non ti importa di tua figlia?»

«Ok, arriverò dieci minuti prima.»

«Elena, tu» chiamata interrotta.

Ho fatto ritorno al tavolo, il sorriso spezzato. Le mie amiche mi hanno guardata con preoccupazione.

«Che succede?» ha chiesto dolcemente Chiara.

«Martina piange e Davide non riesce a calmarla. Secondo lui è ammalata.»

«Ah, sono uomini!» ha commentato Silvia. «Il mio Marco allinizio pensava di spezzarla solo toccandola.»

«Mio marito ancora non sa perché nostra figlia pianga!» ha riso Laura. «Mi chiama per ogni sciocchezza.»

«Ragazze, forse è meglio se vado» ho titubato.

«Sono tre mesi che non esci!» Chiara ha detto decisa. «Può aspettare unora. Deve imparare a fare il papà.»

Stavo rientrando nella conversazione quando Davide è entrato trafelato nel bar, tenendo una Martina che singhiozzava.

«Eccola qui!» ha sbraitato. «La madre dellanno! Mentre tua figlia muore, tu ti diverti!»

Il silenzio era totale. Tutti si sono voltati a guardare. Io sono arrossita.

«Davide, cosa fai?» ho sussurrato.

«Quello che avrei dovuto fare unora fa! Porto la nostra figlia moribonda dalla madre irresponsabile!»

«Basta scenate,» ha ribattuto Chiara, alzandosi. «Non è degno, e Martina è figlia tua quanto di Elena.»

«Non ti impicciare!» ha sibilato Davide. «Sei tu che hai spinto Elena a staccarsi dalla bambina. Guardala!»

Un signore anziano al tavolo accanto ha commentato: «Giovanotto, moderati. La gente vuole mangiare.»

«Non sono affari vostri!» ha gridato Davide. «Mia moglie ha abbandonato la figlia malata!»

«Davide, ti prego,» mi sono alzata, prendendo in braccio Martina che si è calmata subito.

«Chiara, scusa, ma devo andare.»

«Certo!» ha ribattuto Davide con cattiveria. «Finalmente la madre si ricorda del suo dovere!»

«Non chiedere scusa,» Chiara mi ha abbracciata. «Non hai colpa.»

«Vai allinferno!» ha urlato Silvia. «Un uomo normale non fa così!»

Voleva controbattere, ma il gestore del locale si è avvicinato deciso.

«Mi dispiace, dobbiamo chiedervi di andare via. State disturbando gli altri.»

A casa ho spogliato Martina e ho trovato unetichetta sul colletto che le aveva arrossato la pelle.

«Ecco la malattia,» ho mostrato a mio marito. «Era solo letichetta.»

«Come facevo a saperlo?» ha detto sedendosi sul divano.

«Come? Spogliandola e guardando!»

«Senti, non sono una tata. Queste sono cose da donne.»

Mi sono voltata verso di lui.

«Cosa hai detto?»

«Ho detto quello che penso. Io lavoro, mantengo la famiglia. I bambini sono affar tuo.»

«Davide, mi hai umiliata davanti a tutti per unetichetta!»

«Almeno ora hai capito che una madre deve stare a casa, non al bar con le amiche.»

«Davide, lavoro da casa, gestisco tre progetti, curo la bambina, cucino, pulisco Quando dovrei riposarmi?»

«Riposarti?» ha sbuffato Davide. «Stare a casa con una figlia è riposo. Prova a stare dieci ore in ufficio!»

«Prova a non dormire per una notte con una bimba che piange!» ho risposto esasperata.

«Ma dài, che ci vuole? La nutri, cambi il pannolino»

«Appunto! Che ci vuole? Eppure non sei riuscito a vedere letichetta.»

Davide ha afferrato le chiavi.

«Basta, sono stufo. Vado da Matteo, almeno mi rilasso.»

«Vai pure,» ho detto piano. «Come sempre.»

Ho guardato la porta chiudersi, tenendo Martina tra le braccia calma. In fretta ho preparato una borsa con le cose della piccola, lho vestita e siamo uscite.

Mezzora dopo ero davanti alla porta di mia suocera, con trolley e passeggino.

«Elena?» ha domandato sorpresa la signora Anna. «Che succede?»

«Sto lasciando Davide. Possiamo stare qui qualche giorno?»

«Certamente, entra. Raccontami cosha combinato quella testa calda stavolta.»

«Ha fatto scenate al bar davanti a tutti,» mi sono seduta sul divano, cullando Martina. «Gridava che ero una madre orribile, che nostra figlia stava morendo E invece era solo letichetta. Non ha nemmeno guardato davvero.»

«Madonna santa, che vergogna,» ha scosso la testa Anna. «Poi?»

«Poi mi ha detto che i figli sono faccenda di donne. Che lui non è una tata.»

«Ho capito,» Anna ha detto secca. «Martina non è figlia sua, quindi?»

«Esatto. E ciò che mi manda in bestia è che lui considera stare a casa una vacanza.»

«Sono stata cretina,» si è lamentata. «Lho viziato troppo. Pensavo che la famiglia lavrebbe cambiato, invece no.»

Il giorno dopo Davide arrivò arrabbiato.

«Mamma, dovè mia moglie? Deve tornare a casa!»

«Non va da nessuna parte,» Anna rispose tranquilla. «Ma tu spiegami perché hai fatto il pagliaccio al bar?»

«Pagliaccio? Difendevo mia figlia!»

«Da unetichetta?» chiese fredda la madre. «Elena mi ha raccontato tutto.»

«Non crederle! Esagera!» Davide passeggiava nervoso. «Cacciala da qui, deve tornare a casa!»

«Davide, siediti,» disse Anna severa. «Parliamo da persone serie.»

«Di che? La moglie deve stare a casa!»

«Elena ha più diritto di vivere in quellappartamento come madre di mia nipote. Tu mi hai delusa.»

«Mamma, sono io che porto i soldi!»

«Elena lavora anche lei, da casa, online, e intanto cresce la bambina e gestisce tutto. Tu cosa fai?»

«Mantengo la famiglia!»

«Allora fallo in silenzio! Ricordi quanto era dura per me, dopo la morte di tuo padre? Crescerti da sola mi sembrava impossibile.»

«Ma non è uguale. Io ho un lavoro stressante»

«E il suo è facile?» sarcasmo nella voce della madre. «Davide, quandè lultima volta che ti sei alzato tu la notte con Martina?»

«Perché dovrei? Lei ha il latte!»

«Quando hai giocato con tua figlia? Lhai portata al parco? Lhai lavata?»

Davide tacevanon aveva risposta.

«Mamma, io mi stanco!»

«Anche Elena! Ma non fa scenate pubbliche!»

Gli occhi di Davide accesero rabbia.

«Troverò unaltra donna! Così lei starà sola con la bambina!»

«Prova pure,» replicò Anna pacata. «Ma prima paga il mantenimento. Ci penso io.»

«Mamma, ma tu di chi sei madre?»

«Di un uomo che dovrebbe prendersi le sue responsabilità. Ma adesso vedo solo un egoista infantile.»

Un mese dopo il divorzio fu ufficiale. Davide esultavalibero! Invitò persino una nuova collega, Stefania, bionda dellufficio accanto.

«Davide, che bello il tuo appartamento!» esclamò ammirata.

«Aspetta che lo rinnovo! Niente più palla al piede, ora penso a me stesso!»

«La tua ex?» domandò Stefania.

«Vivrà da mia madre con la bimba. Che ci pensi lei.»

«E lassegno?»

«Quale assegno?» Davide sorvolò. «Mia madre sta bene, non moriranno certo di fame.»

Seduti in cucina, la porta si aprì con la chiave. Entrarono Anna e dietro Elena con Martina.

«Che ci fa qui?» Davide domandò preoccupato, vedendo Elena con la figlia.

«Riporto casa ai legittimi proprietari,» dichiarò Anna. «Lappartamento è di mia nipote Martina. E tu, ragazza, sei libera di andartene.»

«Mamma, cosa fai?» Davide gridò.

«Quello che avrei dovuto fare prima. Prepara le valigie, vieni a stare da me.»

«Cosa sta succedendo?» chiese spaesata Stefania.

«Niente,» rispose Anna fredda. «Mio figlio ha dimenticato che lappartamento è stato intestato alla nipote sei mesi fa. Lavevo previsto.»

«Mamma, non puoi!» supplicò Davide.

«Eccome. Elena, accontentati pure.»

Stefania afferrò la borsa e scappò senza salutare.

«Stefi, aspetta!» urlò Davide, ma la porta si era già chiusa.

Due anni dopo Davide si rese conto che gli amici lo evitavano, stufi delle sue lamentele. Sua madre parlava fredda e vietava categoricamente di portare una nuova donna in casa.

Compose il numero di Elena.

«Lenuccia, parliamo. Magari torniamo insieme?»

«Non cè più niente da tornare, Davide. Sono già a casa.»

«Ma siamo una famiglia! Martina ha bisogno di suo papà!»

«Puoi essere padre anche dopo il divorzio. Nessuno ti vieta di vederla.»

«Posso aiutare con la cameretta?»

«Grazie, è già fatto. Mi ha aiutato Lorenzo.»

«Cosa? Chi è Lorenzo?» domandò rigido.

«Un collega. Una brava persona. Mi ha invitata al bar domani.»

«Vai?»

«Credo di sì. È ora di cominciare a vivere senza di te.»

«Chi è questo tizio? Un altro qualsiasi?»

«No. Mi aiuta da tre mesi. Gioca con Martina, fa la spesa quando sono malata.»

«Ti dà i soldi?» chiese acido Davide.

«No, lo fa perché gli va. Senza scenate né rimproveri.»

Davide fissava il soffitto. Tutto era crollato per colpa di una stupida etichetta. No, per non aver saputo spogliare e guardare sua figlia.

Squillò il telefono. Era Elena.

«Davide, non sapevo se dirtelo, ma dovresti sapere. Lorenzo mi ha chiesto di sposarlo.»

«Cosa?!» Davide urlò. «E tu cosa hai risposto?»

«Ci penserò. Ma non fa scenate, ama stare con Martina. Non ho deciso, ma»

«Lenuccia, aspetta Non puoi! Siamo stati insieme cinque anni!»

«E allora? Quei cinque anni ti danno il diritto di urlarmi contro davanti a tutti?»

«Non volevo! Mi fai impazzire quando ti credi sempre nel giusto!»

«Vedi? Nemmeno ora sai parlare normalmente.»

«Elena, riproviamoci ancora!»

«No, Davide. Lorenzo mi ha fatto vedere come dovrebbe essere un uomo con una donna. Legge storie a Martina, e non si sente sminuito.»

«Le posso leggere anchio queste stupide storie!»

«Stupide? No, sono importanti per nostra figlia. Ma tu non lo capisci.»

«Lo capisco! Ero solo stanco di lavorare per voi!»

«Appunto. Per voi. Lorenzo dice con voi, non su di voi. Lo cogli?»

«Lenuccia, aspetta»

«Basta. Mi dispiace, ma la nostra famiglia è finita quel giorno al bar. Per sempre.»

Tono occupato. Davide appoggiò il telefono e capì di aver ottenuto proprio quello che volevalibertà totale dai doveri familiari. Ma senza nessuna gioia.

Nella stanza accanto sentiva sua madre telefonare:

«Certo, Elena, verrò al tuo matrimonio. È la tua scelta, e mia nipote»

Davide entrò di scatto.

«Mamma! Cosa stai facendo?»

«Parlo con Elena. Mi ha invitata al matrimonio.»

«Non puoi andarci! Sono tuo figlio!»

«E? Questo ti autorizza a rovinare la vita a una brava ragazza?»

«Brava? Mi ha lasciato!»

«Ha fatto bene. Al suo posto, avrei lasciato molto prima.»

«Grazie del sostegno, mamma!»

«Il sostegno va dato quando lo meriti. Ora meriti solo la verità.»

«Quale verità?»

«Sei egoista, Davide. Pensi solo a te stesso.»

«Ho lavorato! Ho portato i soldi!»

«E pensavi bastasse. Mentre tua moglie doveva stare zitta e sopportare.»

«Quali scenate? Non bevuto, non ho tradito!»

«Hai urlato sempre. Lhai sminuita. Ti vergognavi di tua figlia.»

«Non mi vergognavo! Non sapevo gestirla!»

«Dovevi amarla, Davide. Solo amare.»

Una settimana dopo ho incontrato Elena fuori dallasilo. Prendeva Martina, con accanto un uomo alto con gli occhiali.

«Elena!»

Si è voltata, cauta.

«Ciao, Davide.»

«È lui?» ho chiesto indicando Lorenzo.

«Lorenzo, questo è Davide, il padre di Martina.»

Lorenzo mi ha stretto la mano.

«Piacere.»

«Non posso dire lo stesso,» ho borbottato, ignorando la mano.

«Davide, non ricominciare,» mi ha ammonito Elena.

«Non ricominciare cosa? È mia figlia!»

«Nessuno discute. Puoi vederla nei weekend.»

«Sotto la sua supervisione, vero?»

«No. Ma se vuoi portarla via, avvertimi prima.»

«Quindi devo chiedere il permesso?»

«Non solo devi, è tuo dovere. Sono il tutore legale, tu sei solo il padre biologico.»

«Papà!» ha gridato Martina dal cancello dellasilo.

Mi è corsa incontro. Lho sollevata.

«Ciao tesoro. Mi sei mancata.»

«Anche tu! E lo zio Lorenzo ha detto che domani andiamo allo zoo!»

«Zio Lorenzo?» mi sono irrigidito.

«Sì! È gentile. Compra il gelato e legge le storie!»

«Ah. Compra mia figlia con il gelato. Ma chi ti credi di essere! Stai rovinando la mia vita!»

«Non la tua la loro,» ha ribattuto Lorenzo. «Sei stato tu a uscire dalla loro vita.»

«Non sono uscito! Sono stato cacciato!»

«Andiamo, Martina,» Elena è intervenuta. «Dobbiamo rientrare.»

«Elena, aspetta!» ho chiamato. «Non andare!»

«Perché dovrei restare? Per altre scenate?»

«Non faccio scenate!»

«Sì che le fai, papà,» ha detto piano Martina. «Urli sempre con la mamma.»

Mi sono bloccato. Le parole della mia bimba di tre anni erano più dure di qualsiasi rimprovero.

«Martina, io»

«Ho paura quando urli.»

«Basta così,» Elena ha detto. «Martina, andiamo.»

Se ne sono andate. Sono rimasto solo davanti allasilo, capendo che avevo perso non solo mia moglie ma forse anche mia figlia. E che la colpa era solo mia.

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«Torna subito a casa!» quasi urlò suo marito. «O non ti importa niente di tua figlia? Sono stufo di stare con lei!» Elena sollevò il calice di prosecco, sorridendo all’amica Olga. La festa di compleanno era stata un successo: una ventina di persone al bistrot, risate senza sosta, e finalmente, dopo mesi, si sentiva di nuovo donna – non solo la mamma della piccola Giulia di un anno. «Alla tua felicità!» disse, proprio mentre il telefono squillava insistentemente. «Elena, dove sei?!» – la voce di Michele era evidentemente irritata. – «Nostra figlia sta piangendo da più di un’ora!» «Michele, ti avevo detto che sarei tornata più tardi. Olga fa la festa solo una volta all’anno. Avevamo deciso…» «Avevi promesso di essere qui tra due ore! Ne sono passate già tre!» Elena si allontanò dal tavolo per non disturbare gli altri. «Prova a darle un po’ d’acqua, forse ha caldo.» «Ho provato di tutto! Giulia sta male, ha bisogno della sua mamma!» «Michele, calmati. Controlla il pannolino, magari le dà fastidio. Arrivo tra un’ora.» «No! Torna a casa subito!» quasi gridò Michele. «O non ti importa di tua figlia?» «Va bene, vengo via dieci minuti prima.» «Elena, tu…» Tono occupato. Aveva riattaccato. Elena tornò al tavolo, ma l’atmosfera ormai era rovinata. Le amiche la circondarono con preoccupazione. «Cos’è successo?» domandò Olga con aria gentile. «Giulia piange e Michele non riesce a calmarla. Dice che sta male.» «Mamma mia, è un uomo!» intervenne Tiziana. «Mio Igor all’inizio si terrorizzava, pensava che il bimbo gli si rompesse tra le mani.» «Anche mio marito ancora non capisce perché nostra figlia piange!» rise Marina. «Mi chiama per qualsiasi cosa.» «Ragazze, forse è meglio che vada davvero…» Elena era incerta. «È la prima volta che esci in tre mesi!» disse Olga decisa. «Può aspettare un’ora. Che impari che vuol dire essere padre.» Quando Elena provò a riprendere la conversazione, Michele fece irruzione al bistrot con la piccola Giulia in braccio e il viso paonazzo. «Eccola!» tuonò attraversando la sala. «Mamma dell’anno! Mentre sua figlia sta morendo, lei si diverte!» Tutti tacquero. Gli occhi si fissarono su Elena, che si fece rossa. «Michele, ma che fai?» sussurrò lei. «Quello che dovevo fare un’ora fa!» agitava la bambina con enfasi. «Ho portato la nostra figlia morente dalla madre irresponsabile!» «Smettila, non fare scenate!» intervenne Olga alzandosi. «È inopportuno, ricorda che la bambina è anche tua.» «Non ti immischiare!» scattò lui. «È colpa tua se l’ha lasciata sola. Guarda!» indicò gli occhi umidi della piccola. «Abbassa la voce, giovanotto,» lo ammonì un signore canuto al tavolo accanto. «Stiamo cercando di cenare.» «Non sono affari tuoi!» sbottò Michele. «Mia moglie ha abbandonato una bambina malata!» «Michele, basta,» Elena si alzò e prese la figlia. Giulia si calmò subito tra le braccia della madre. «Scusa, Olga,» disse a voce bassa. «Devo andare.» «Certo che devi!» sibilò Michele livido. «Finalmente ti ricordi di essere madre!» «Non scusarti,» Olga l’abbracciò. «Non è colpa tua.» «Ma va all’inferno!» sbottò Tiziana. «I veri uomini non si comportano così!» Michele stava per replicare, ma il gestore del bistrot si avvicinò risoluto. «Mi dispiace, vi devo chiedere di uscire. State disturbando gli altri clienti.» A casa, Elena tolse la maglietta alla figlia e trovò un’etichetta che le aveva arrossato il collo. «Ecco la malattia!» mostrò al marito. «Era l’etichetta.» «Come potevo saperlo?» lui scrollò le spalle, sprofondando sul divano. «Come? Spogliandola e guardando!» «Senti, io non faccio la tata. È roba da donne.» Elena si girò di scatto. «Cosa hai detto?» «Quello che penso. Io lavoro, porto i soldi. I figli spettano a te.» «Michele, mi hai umiliata davanti a tutti per una stupida etichetta!» «Ora almeno hai capito che la madre dev’essere a casa, non al bistrot con le amiche.» «Sei serio?» Elena non credeva alle proprie orecchie. «Io lavoro da remoto, gestisco tre progetti, curo la bimba, cucino, pulisco… e quando dovrei riposarmi?» «Riposare?» Michele sbuffò. «Stai a casa con una bambina, quello sì che è relax. Prova tu dieci ore in ufficio!» «Prova tu a non dormire la notte con una figlia urlante!» Elena insorse. «Dai, non è difficile! Dai da mangiare, cambi il pannolino…» «Già, non è difficile. Eppure nemmeno hai guardato l’etichetta.» Michele afferrò le chiavi. «Basta! Vado da Sergio, mi serve una pausa dalla felicità famigliare.» «Va’,» disse lei piano. «Come sempre.» Elena fissò la porta chiusa e Giulia dormiva serena tra le sue braccia. In fretta preparò una borsa, vestì la bimba e uscì. Mezz’ora dopo era davanti alla porta della suocera, col trolley e il passeggino. «Elena?» Anna Petrovna la accolse sorpresa. «Cos’è successo?» «Me ne vado da Michele. Possiamo stare qui qualche giorno?» «Certo, entra. Racconta cosa ha combinato stavolta.» «Ha fatto una scenata al bistrot davanti a tutti,» raccontò Elena, cullando la bimba. «Ha gridato che sono una madre terribile, che la figlia stava morendo… Poi era solo l’etichetta! Non ha nemmeno provato a capire.» «Che vergogna,» scosse la testa la suocera. «E poi?» «Poi ha detto che i figli sono compito delle donne. Lui non fa la tata.» «Capisco.» Anna Petrovna fu secca. «Quindi Giulia non è figlia sua, vero?» «Esatto. E sai cos’è che mi fa impazzire di rabbia?» sospirò Elena. «Che pensa che stare a casa con un figlio sia una vacanza.» «Ho fatto una sciocchezza,» la donna più grande sospirò. «Ho viziato il ragazzo. Pensavo che il matrimonio lo avrebbe maturato. È peggiorato invece.» Il giorno dopo Michele si presentò a casa della madre, infuriato. «Mamma, dov’è mia moglie? Deve tornare!» «Non si muove da qui,» rispose Anna Petrovna calma. «Ma ti voglio parlare della pagliacciata che hai fatto al bistrot.» «Quale pagliacciata? Stavo difendendo i diritti di mia figlia!» «Da un’etichetta?» replicò fredda la madre. «Elena mi ha raccontato tutto.» «Non darle retta, mamma! Esagera! Mandala via, deve tornare a casa!» «Michele, siediti,» ordinò Anna Petrovna. «Dobbiamo parlare seriamente.» «Di cosa? La moglie sta a casa!» «Elena ha più diritto di vivere in quella casa come madre di mia nipote. Tu invece… mi hai delusa.» «Mamma, sono io quello che porta i soldi!» «Elena lavora, anche se da casa, online. E cresce la bambina. E manda avanti tutto il resto. Tu, invece?» «Mantengo la famiglia!» «Allora fallo senza far scene. Ricordi come ho fatto io da sola dopo la morte di tuo padre? Pensavo avessi capito il senso della responsabilità.» «Dai, non è la stessa cosa. Il mio lavoro è difficile, stressante…» «E il suo invece è facile, vero?» disse sarcastica sua madre. «Michele, quando è stata l’ultima volta che ti sei alzato di notte per la bambina?» «Perché avrei dovuto? Ha il latte della mamma!» «L’ultima volta che hai giocato con tua figlia? Che l’hai portata al parco? Che l’hai lavata?» Michele tacque, non aveva risposte. «Mamma, io sono stanco dal lavoro…» «Anche lei! Ma non fa scenate nei locali pubblici!» Gli occhi di Michele brillarono di rabbia. «Va bene allora! Troverò un’altra donna, mi risposo! Lasciatela sola col bambino!» «Provaci pure,» rispose la madre fredda. «Ma prima, paga regolarmente il mantenimento. Ci penso io.» «Mamma, di chi sei madre? Di me o di lei?» «Sono madre di un uomo adulto che dovrebbe prendersi la responsabilità delle sue azioni. Per ora vedo solo un egoista infantile.» Un mese dopo il divorzio era fatto. Michele credeva di aver vinto – finalmente libero! Portò in casa una nuova conoscenza, Silvia, una bionda dell’ufficio accanto. «Michele, che bella casa!» ammirava lei, guardandosi attorno. «E non hai visto niente,» sorrise Michele. «Presto cambio tutto, moblio nuovo. Ora che mi sono liberato dal peso della famiglia, vivo per me.» «E tua ex moglie?» chiese Silvia. «Che vuoi che sia? Sta da mia madre con la bambina. Che se la sbrighi.» «E il mantenimento?» «Quale mantenimento?» sbuffò Michele. «Mia madre sta bene, non moriranno di fame.» Stavano in cucina quando la porta si aprì col mazzo di chiavi. Dentro entrarono Anna Petrovna ed Elena con Giulia. «Perché l’hai portata qui?» chiese Michele allarmato, vedendo ex moglie e bimba. «Riporto la proprietaria di casa,» annunciò Anna Petrovna. «L’appartamento ora è di mia nipote Giulia. Tu, ragazza, sei libera di andartene.» «Mamma, che combini?» urlò Michele. «Quello che dovevo fare prima. Prepara le valigie, vieni a vivere da me.» «Michele, cosa succede?» chiese Silvia, turbata. «Niente di particolare,» disse Anna Petrovna gelida. «Mio figlio ha dimenticato di dire che l’appartamento è stato intestato a Giulia sei mesi fa. Lo avevo previsto.» «Mamma, non puoi farlo!» implorò Michele. «Posso. E lo faccio. Elena, accomodati pure.» Silvia afferrò la borsa e scappò senza salutare. «Silvia, aspetta!» Michele gridò, ma la porta si richiuse. Passarono due anni. Gli amici di Michele cominciarono a evitarlo, esausti dai suoi piagnistei. Sua madre gli parlava fredda e vietava categoricamente di portare nuove donne a casa sua. Chiamò Elena. «Lenuccia, parliamone. Possiamo tornare insieme?» «Non c’è più nulla da tornare, Michele. Io sono già a casa.» «Ma siamo una famiglia! Giulia ha bisogno del padre!» «Puoi essere padre anche dopo il divorzio. Nessuno ti vieta di vedere tua figlia.» «Posso aiutare a rifare la cameretta?» «Grazie, è già fatta. Mi ha aiutato Vittorio.» «Chi è Vittorio?» chiese Michele teso. «Un collega. Un brav’uomo. Domani mi ha invitato al bistrot.» «Ci vai davvero?» «Penso di sì. È ora di ricominciare, senza di te.» «Ma chi è questo? Un tizio qualunque?» «Non qualunque. Mi aiuta da tre mesi. Gioca con Giulia, fa la spesa quando sono malata.» «Dai anche i soldi?» domandò acido Michele. «No, Michele. Aiuta perché lo vuole. Senza scenate e rimproveri.» Solo nella stanza della madre, Michele all’improvviso capì: tutto era crollato per colpa di un’etichetta. Anzi, per non avere nemmeno provato a togliere la maglietta alla figlia. Il telefono squillò. Elena. «Michele, non sapevo se dirtelo, ma forse dovresti sapere. Vittorio mi ha chiesto di sposarlo.» «Cosa?!» urlò Michele. «E tu che hai detto?» «Ci penso. Ma sai… lui non fa scene in pubblico. E ama passare tempo con Giulia. Non ho ancora deciso, però…» «Aspetta, Lenuccia… sei seria? Abbiamo vissuto insieme cinque anni!» «E allora? Ti danno diritto di urlarmi contro davanti a tutti?» «Non volevo! Mi fai impazzire con la tua “ragione”.» «Vedi? Nemmeno adesso sai parlare senza urlare.» «Lena, proviamo ancora!» «No, Michele. Vittorio mi ha mostrato come può comportarsi un vero uomo. Racconta a Giulia le favole per dormire, non si sente degradato.» «Posso leggerle anche io quelle stupide favole!» «Non stupide – importanti. Tu non lo capisci.» «Lo capisco! Ero solo stanco di lavorare per voi!» «Ecco. “Per voi”. Vittorio dice “con voi”, non “per voi”. Noti la differenza?» «Aspetta, Lenuccia…» «È deciso. Mi dispiace, ma la nostra famiglia è morta quel giorno al bistrot. Per sempre.» Tono occupato. Michele posa piano il telefono, consapevole di avere finalmente ciò che voleva: la libertà dai legami familiari. Solo che ora non gli dava nessuna gioia. Dalla stanza accanto la voce della madre: «Certo, Lenuccia, verrò al tuo matrimonio. È la tua scelta, la mia nipotina…» Michele uscì di corsa. «Mamma! Che fai?» «Parlo con Elena. Mi ha invitata al matrimonio.» «Non puoi andare! Sono tuo figlio!» «E allora? Ti dà il diritto di rovinare la vita a una brava ragazza?» «Brava ragazza? Mi ha mollato lei!» «Ha fatto bene. Al suo posto l’avrei lasciata molto prima.» «Grazie per il sostegno, mamma!» «Il sostegno si dà quando lo meriti. Adesso meriti solo la verità.» «Quale verità?» «Che sei un egoista, Michele. Pensi solo a te stesso.» «Io lavoravo! Portavo i soldi!» «E pensavi che fosse sufficiente. Mentre tua moglie doveva stare zitta e sopportare i tuoi scatti.» «Quali scatti? Non bevo, non tradisco!» «Ma urlavi sempre. La umiliavi. Ti vergognavi persino della tua bambina.» «Non mi vergognavo! Non sapevo cosa fare!» «Dovevi solo amarla, Michele. Solo amarla.» Una settimana dopo Michele incontrò Elena fuori dalla scuola materna. Lei aspettava Giulia, accanto a un uomo alto e con gli occhiali. «Elena!» Lei si voltò, lo sguardo diffidente. «Ciao, Michele.» «Lui è quello?» chiese Michele indicando l’uomo. «Vittorio, lui è Michele, il papà di Giulia.» Vittorio porse la mano. «Piacere di conoscerla.» «Non è reciproco,» borbottò Michele, ignorando la mano. «Michele, non ricominciare,» lo avvertì Elena. «Non ricominciare cosa? È mia figlia!» «Nessuno lo nega. Puoi vederla nel weekend.» «Sotto la sua supervisione, giusto?» «Certo che no. Ma se la vuoi, avvertimi in anticipo.» «Ora devo chiedere il permesso?» «Non solo devi – è obbligo. Io sono la tutrice, tu… solo il padre biologico.» «Papà!» urlò Giulia uscendo dalla scuola. La bambina gli saltò in braccio. Michele la sollevò. «Ciao tesoro. Mi sei mancata.» «Anche tu! E zio Vittorio ha detto che andiamo allo zoo!» «Zio Vittorio?» Michele si irrigidì. «Sì! È buono, compra il gelato, racconta le storie!» «Ha comprato mia figlia col gelato. Come ti permetti! Stai invadendo la mia vita!» «Non la tua – la loro,» rispose Vittorio. «E tu hai scelto di andar via.» «Non sono andato! Mi avete cacciato!» «Giulia, andiamo,» intervenne Elena. «È ora di tornare a casa.» «Elena, aspetta! Non andare!» «Perché dovrei? Per farti fare un’altra scenata?» «Non faccio scenate!» «Le fai, papà,» disse quieta Giulia. «Urli sempre con la mamma.» Michele restò di sasso. Le parole della figlia di tre anni avevano più peso di mille rimproveri. «Giulia, io…» «Mi fa paura quando urli.» «Basta,» disse Elena. «Giulia, andiamo.» Se ne andarono. Michele rimase solo fuori dalla scuola materna, consapevole di aver perso non solo sua moglie, forse anche sua figlia. E non aveva nessuno da incolpare se non sé stesso.
Ogni giorno corre in ospedale, fa la guardia sotto le finestre, aspetta che il suo padrone lo chiami o gli faccia un cenno con la mano. E poi, con l’ultimo tram, torna a casa. Ormai lo conoscono tutti gli infermieri e i pazienti: è il secondo anno che fa così…