Diario di Giacomo Ferrante
Rientrando una sera prima del previsto, mi sono trovato davanti alla verità che sconvolge una vita intera. Il medico della nostra ASL aveva rimandato gli appuntamenti per malattia, così mi sono goduto il lusso raro di una serata libera. Pensavo di cucinare con calma, invece sono tornato a casa e ho sbloccato la porta piano, per non svegliare Caterina se stava riposando dopo il lavoro. Ma non si riposava affatto.
Voci che provenivano dalla cucina.
– Non ce la faccio più, Laura, ogni fine settimana è una bugia la voce di mio fratello, Marco, era stanca.
– E che vorresti fare? Raccontarle tutto così, di punto in bianco? Laura, mia sorella. Quando era arrivata?
Sono rimasto immobile dietro la porta socchiusa. Qualcosa dentro di me si è spento.
– Se Caterina scopre la verità, cade tutto continuava Marco Dopo trentanni di matrimonio, tutto svanirebbe.
– Devi decidere Laura si era fatta più dura vuoi continuare ad andare da lei ogni sabato?
Da lei?
– Come posso lasciarla? È sola, non ha nessuno oltre me.
– Ma la moglie ce lhai, o no?
Mi sono stretto forte allo stipite della porta. Il cuore mi batteva così forte che sembrava mi stesse per uscire dal petto.
Quindi non era mai andato a pescare sul lago Maggiore con il Petrucci, come raccontava.
Cera lei, a cui lui si recava ogni fine settimana.
– Guarda che se lo dico a Caterina, mi odierà Marco sospirò Mi tormenta la coscienza.
– La coscienza! sbuffò Laura E dovera prima?
– Prima era tutto più semplice. Adesso lei sta davvero male.
– Senti, forse è ora di spiegare a Caterina come stanno le cose.
– Ma scherzi?! Marco era spaventato Mi uccide! O peggio, mi caccia di casa. Dove vado a sessantanni?
Mi sono allontanato dalla porta, tremando.
Per trentanni ho preparato polpette per la sua “pesca”. Stirato camicie, lavato stivali di gomma. Preoccupata se rientrava tardi. E invece lui andava da unaltra.
E Laura lo sapeva.
Mia sorella, che avevo sempre creduto la mia confidente, sapeva tutto e taceva.
Santa pazienza.
Come ho fatto a non vedere nulla?
– Io vado disse Laura infine Pensaci bene: quanto credi che possa durare questa farsa? Prima o poi tutto viene fuori.
– Lo so. Lo so fin troppo bene.
Sentii passi avvicinarsi alla porta: di corsa in bagno.
Avevo bisogno di tempo.
Tempo per capire cosa fare con questa verità.
Tempo per decidere come andare avanti.
O forse se ne valesse la pena.
Davanti allo specchio in bagno mi sembrava di non riconoscermi. Questo sono io, Giacomo Ferrante, marito esemplare?
Esemplare sciocco, piuttosto.
Sono uscito col volto di sempre verso Marco. Era seduto al tavolo, sfogliava La Stampa. Sembrava la solita scena domestica.
– Ah, Giacomino! si è finto contento Sei tornato presto oggi.
– Visita annullata.
– Passata Laura, ti saluta.
Bugiardo. Non era solo un saluto.
– Vuoi cenare? ho chiesto col tono piatto.
– Certo! Cosa prepari?
– Polpette. Come sempre.
È passata una settimana di inferno. Osservavo ogni gesto di mio fratello, ogni parola. La menzogna si annidava ovunque: nel modo in cui nascondeva il cellulare, nel nervosismo dei venerdì sera, nei preparativi per la finta pesca.
Sabato mattina, non ce lho fatta.
– Marco, perché non vengo con te a pescare? glielho chiesto con innocente curiosità.
È diventato bianco.
– Ma a te non piace, ti annoieresti.
– Voglio provare. Magari mi appassiona.
– No, lascia stare, fa freddo e ci sono troppi insetti. Resta a casa.
E se nè andato. Col volto colpevole.
Sono rimasto solo con i pensieri che mi rosicchiavano lanima.
Lunedì ho deciso di affrontare Laura.
– Laura, dobbiamo parlare.
– Di cosa? si è irrigidita.
– Così, fra sorelle. Non ci vediamo mai.
Ci siamo incontrati al bar sotto i portici. Laura era tesa, girava nervosa il suo anello.
– Tutto bene? ho chiesto piano.
– Sì, e voi?
– Tutto a posto. Marco si è fissato con la pesca.
Laura tossì sul caffè.
– Davvero? Va spesso?
– Ogni sabato. Come se non potesse farne a meno.
– Gli uomini e i loro hobby ha bofonchiato.
– Sai da che parte va a pescare?
– Io? Come dovrei saperlo?
Ma guardava in basso. Mentiva.
– Pensavo di andare anchio una volta, vedere che gusto ci trova.
– Giacomo, ma che ti importa? Laura improvvisamente seria Lascia stare tuo fratello, ognuno ha bisogno dei suoi spazi.
Spazi. Certo. Spazi per tradire.
– Laura mi sono avvicinato Tu sai qualcosa?
– Nulla! Anzi, smetti di indagare pure tu.
Si è alzata di scatto e se nè andata.
Lasciandomi la sgradevole certezza: Laura copriva tutto.
A casa ho deciso di indagare da solo. Ho frugato nelle tasche di Marco, nel suo portafoglio, nella macchina.
Ho trovato.
Nel cassetto ricevute mensili. Mille euro al mese.
Residenza per disabili Santa Speranza. A Novara.
Una residenza!
Non un casale, né una stazione di pesca.
Seduto davanti alla ricevuta, ho capito che il mio mondo stava per crollare. Una residenza è per persone che hanno bisogno di assistenza.
Quindi Marco mantiene qualcuno. Va a trovare qualcuno ogni sabato.
Moglie? Amante?
Non ho dormito. Mille ipotesi, tutte tremende.
La mattina dopo, ho deciso.
Andrò a Novara. Vedrò con i miei occhi cosa nasconde mio fratello.
Venerdì ho preso un giorno di permesso. Ho detto che dovevo andare dal medico.
Tre ore di autostrada, e ogni chilometro pensavo al peggio.
La residenza era piccola, ben tenuta. Sul cartello: Accoglienza per persone con disabilità.
Disabili.
Il cuore ha saltato un battito. Possibile che Marco abbia una parente disabile di cui nessuno sa?
– Da chi vuole andare? mi ha chiesto linfermiera.
– Volevo sapere chi riceve visite da Marco Ferrante.
– È parente?
– Sono il fratello.
Linfermiera ha consultato il registro.
– Beatrice Ferrante, stanza dodici. Prego.
Ferrante!
Porta il suo cognome!
Davanti alla porta dodici, non riuscivo a entrare. Dietro quella porta cera la verità. Quella che avevo sempre temuto, ma che ora volevo a tutti i costi.
Beatrice Ferrante.
Con il nostro cognome.
Quando ho aperto, tremavo.
– Posso?
La stanza era luminosa, il profumo di medicine si mischiava a quello dei fiori. Accanto alla finestra, in sedia a rotelle, una donna giovane. Trentaquattro anni, forse meno. Capelli scuri, magra, occhi profondi.
E molto simile a Marco.
– Sono qui per me? mi ha chiesto sorpresa, con voce gentile ma flebile.
– Mi chiamo Giacomo. Tu sei Beatrice?
– Sì. Ci conosciamo?
Conosciamo mi pare una domanda senza risposta.
– Sono il fratello di Marco Ferrante.
Sul viso di Beatrice è passato un lampo, è diventata pallida.
– Mio Dio ha balbettato Sa tutto allora?
– Ora sì. Raccontami.
– Non posso, papà mi ha raccomandato di non dirlo a nessuno.
Papà.
Mi sono seduto, le gambe tremavano.
– Lui è tuo padre?
– Sì Beatrice aveva gli occhi pieni di lacrime Mi dispiace, non volevo. Mi ha detto che voi non avete figli, che soffrireste troppo se scopriste di me.
– Aspetta ho alzato la mano Partiamo dallinizio. Quanti anni hai?
– Trentaquattro.
Trentaquattro! È nata un anno prima delle nozze di Marco con Caterina. Lui stava con unaltra donna.
– E tua madre?
– È morta due anni fa. Tumore. Papà ci ha aiutato sempre. Mandava soldi, veniva a trovarci. Quando mamma non cera più, mi ha portato qui. Ho una paralisi cerebrale, vivo solo qui.
Sono rimasto in silenzio. Ordinare i pensieri per me era impossibile.
Mio fratello aveva una figlia. Malata. Che manteneva. Di cui io non sapevo nulla.
– È buono, papà continuò Beatrice Viene ogni sabato. Mi porta viveri, medicine. Mi racconta di voi. Dice sempre che siete bravissimi.
– Racconta di me?
– Sì. Vi adora. Dice sempre: La mia Caterina, la migliore moglie al mondo.
Ho riso amaramente.
– La migliore moglie che lui ha ingannato per trentanni.
– Non è vero! si è fatta forza Beatrice Ha paura. Ha paura che lo lasciate scoprendo di me. Io non sono normale, sono un peso.
– Tu non sei un peso.
– Per molti lo sono. Anche mia madre lo pensava, diceva Sarebbe stato meglio non fossi nata. Ma papà non lha mai detto. Ha detto che sono sua figlia, che deve occuparsi di me.
Arrivò linfermiera.
– Beatrice, hai una visita! Che bello ma poi notò il volto serio Va tutto bene?
– Tutto bene, signora Carla. Questa è zia Caterina.
Zia Caterina.
– Oh! Finalmente! linfermiera sorrise Marco parla sempre di lei! Dice che siete una donna gentile e comprensiva.
Gentile e comprensiva. E io invece avevo sospettato di Marco.
Restammo soli.
– Raccontami di tua mamma chiesi.
– Era bellissima. Papà voleva sposarla, ma quando capì comero, lei disse che non voleva un futuro così. Gli disse di andare da una donna sana. Da voi.
– Lui voleva restare?
– Sì, ma mamma lo convinse. Se amava unaltra, doveva andare da lei.
– E dopo?
– Si è sposato con voi. Ma non ci ha abbandonate. Ha sempre aiutato. Crescendo, veniva ogni settimana. Mamma aveva imposto che non sapeste nulla. Aveva paura che vi rovinasse la famiglia.
Ho pensato a tutte le volte che Caterina piangeva per non avere figli. A ogni tentativo fallito. E in realtà, mio fratello aveva sempre avuto una figlia.
– Perché non me lha mai detto? ho chiesto piano.
– Aveva paura. Diceva che voi desideravate tanto un figlio. Se aveste scoperto che lui ne aveva già uno, malata poi, lo avreste odiato.
– Perché avrei dovuto?
– Per le bugie, per i soldi dati a me invece che ai suoi figli, per il tempo sottratto.
Beatrice era tesa.
– Soffre tanto. Mi dice sempre: Come faccio a dirlo a Caterina? Capirà?. E io rispondo: Papà, magari ti capisce.
In corridoio i passi familiari. Pesanti, lenti.
Marco.
– Oddio sussurrò Beatrice Non sa che siete qui!
I passi si avvicinarono.
– Ciao, piccola! la voce al di là della porta.
Mi sono girato.
Marco era sulla soglia, fiori e buste della spesa in mano. Visto Caterina, lasciò cadere tutto.
– Giacomo? Come?
– Sono venuto a conoscere mia nipote ho detto calmo.
Marco impallidì, si appoggiò allo stipite.
– Come hai fatto?
– Sei stato troppo distratto.
Entrò piano, chiuse la porta. Si sedette, esausto.
– Ecco, lo sai.
– Sì.
– Mi odi?
Mi sono girato verso lui, poi verso Beatrice.
– Devo capire.
– Capire cosa? Ti ho mentito per trentanni. Ti ho ingannato. Ho speso i soldi di famiglia.
– Papà, basta! intervenne Beatrice Zia Caterina, lui è buono! Solo aveva paura!
Mi sono alzato, mi sono avvicinato alla finestra.
Fuori, un cortile qualunque. Gli alberi, le panchine, la vita normale.
Qui, invece, la mia si stava rompendosi e ricompattando.
– Mi serve tempo ho detto.
Per tre giorni non ho parlato con Marco. Né una parola. Lui come un fantasma, tentava di rivolgersi a me. Io preparavo da mangiare, pulivo, ma senza rivolgergli lo sguardo.
Intanto pensavo.
Pensavo che avevo vissuto trentanni alloscuro. Che ho una nipote. Che la paura della verità aveva piegato Marco più della bugia.
Mercoledì sera ho ceduto.
– Siediti ho detto. Dobbiamo parlare.
Si è seduto, le mani tremavano.
– Sono tornato da Beatrice ho iniziato Abbiamo parlato.
– E?
– E ho capito una cosa. Sei stato un idiota, Marco.
Ha sussultato.
– Idiota, perché hai pensato che avrei abbandonato una bambina malata. Idiota, perché hai sofferto da solo invece che insieme.
– Caterina
– Zitto. Non ho finito. Mi sono alzato, ho girato la cucina Mi hai creduta così fredda da lasciarti per questo? Così piccola?
– No! Solo paura di perderti.
– E hai rischiato di perdermi davvero.
Marco ha abbassato la testa.
– Scusami. So che non lo merito. Ma ti chiedo scusa.
– Alzati.
Si alzò.
– Domani andiamo da Beatrice. Insieme. Voglio parlare con i medici: posso portarla a casa con noi?
Marco rimase di sasso.
– Cosa?
– Hai capito bene. Se è mia nipote, deve stare con la famiglia.
– Ma ha bisogno di assistenza.
– Troveremo unaiutante. Sistemeremo la sua stanza. Ce la faremo. Gli strinsi le mani Sai qual è sempre stato il mio più grande desiderio?
– Un figlio.
– Una famiglia. Ora ce lho. Sei mio fratello, lei è una figlia speciale. La nostra Beatrice.
Marco scoppiò a piangere. Non lavevo mai visto così.
– Sei sicura?
– Già. Ieri le ho comprato un pigiama nuovo e lo shampoo. Domani glieli portiamo.
Mi ha abbracciato forte.
– Non ti merito.
– Non mi meriti ho sorriso. Ma ti sopporterò. A una condizione: mai più bugie. Mai più.
– Prometto.
– E unaltra cosa. Voglio che Beatrice mi chiami zia mamma. Ora è anche un po mia figlia.
Un mese dopo, Beatrice si era trasferita da noi. Nella ex dispensa piccola, ma piena di luce. Ho scelto personalmente le tende e la carta da parati.
– Mamma, sei sicura? Do solo fastidio…
– Se lo ripeti, ti tolgo la cioccolata le ho detto. Non sei un peso. Sei la mia bambina. Punto.
La sera, mentre Beatrice dormiva, io e Marco stavamo in cucina a bere un tè.
– Lo sai, Marco? La nostra vita adesso comincia davvero.
– A sessantanni?
– Proprio ora. Siamo una famiglia vera. Non più due coniugi che si annoiano. Siamo genitori. Abbiamo una figlia che va aiutata.
Marco annuì.
– Grazie.
– Smettila di ringraziarmi. E non temere mai di dirmi la verità.
– Non lo farò mai più.
Dalla stanza, arrivava una risata di Beatrice stava guardando una commedia sul tablet.
E quello, per me, è il suono più bello del mondo.
Ho imparato che la verità può spaventare, ma restare soli nel dolore è peggio. La famiglia non sono solo legami di sangue, ma il coraggio di sostenersi anche nelle tempeste. Ed è allora che la vita ricomincia davvero.




