Diario di una rinascita
Questa sera sono arrivato tardi da mamma a Bologna. Lei non si è sorpresa, ormai ci è abituata: il suo figlio maggiore da quando il matrimonio è finito conduce una vita un po sgangherata. Dopo la separazione abito da solo, mentre mio figlio Michele sta con sua madre.
Michele ti ha aspettato, ha detto mamma guardando lorologio, avevi promesso che sareste andati insieme in pista di pattinaggio. Si è appena addormentato. Non svegliarlo. Vieni, ti scaldo un po di lasagna, mangia qualcosa e poi va a dormire.
Ho cenato in silenzio, poi sono andato nella stanza di Michele e mi sono sdraiato accanto a lui. Il sonno tardava ad arrivare. Non so perché mi sono tornati in mente i tempi di quando stavo con la mia prima moglie, Dina. Dopo di lei ho avuto altre due compagne, ma nulla è stato come prima.
Dina è stata lunica che non sia mai riuscito a dimenticare. Eravamo cresciuti insieme, sin dallasilo, giocando nello stesso cortile. A scuola seduti nello stesso banco, e poi luniversità insieme a Modena. Avevamo persino i nostri genitori abituati alla nostra presenza costante luno con laltra.
Eravamo la coppia che tutti ammiravano. Vivevamo in quellappartamento in centro, venuto in eredità a Dina dalla nonna. Eppure più passavano gli anni più la nostra casa si faceva silenziosa: Dina non riusciva a restare incinta. Era lunica ombra tra noi. Tutto il resto cera: salute, amore, stabilità.
Le proposero delle cure in una clinica sul mare, a Viareggio. Ma io non la lasciai andare.
Non vorrei mai che tornassi con un bambino che non fosse mio, le dissi, scherzando male.
Non ti fidi di me? mi chiese lei con gli occhi lucidi.
I nostri genitori pensarono si potesse adottare un bambino, ma io nemmeno volevo sentirne parlare.
Voglio mio figlio, non uno qualunque, ripetevo e basta.
Al nostro decimo anniversario erano venuti tutti. Gli invitati aspettavano me, che però continuavo a tardare. Alla fine molte sedie restarono vuote, e la tavolata ricca di crescentine, tortellini e prosciutti rimase quasi intatta.
Quella notte non rientrai a casa. Dina pianse lacrime amare, sapeva che tutto stava crollando, ma in fondo lo sentiva da tempo. Ormai ero cambiato. La mattina dopo tornai e le dissi brusco che avevo passato la notte da una donna con due figli, e che lei mi aveva promesso di far nascerne un altro e lasciarcelo.
Ma sei impazzito, davvero mi hai tradita così? piangeva Dina. Perché non me ne hai mai parlato? Non ti perdonerò, vattene. No, aspetta, aiutami prima ad adottare un bimbo
Sì, così poi gli dai il mio cognome e mi chiedi il mantenimento neanche morto.
Il dolore per quelle parole non lo scorderò mai. Dina rimase sola. Solo gli amici e i parenti seppero starle vicino. Avrebbe voluto adottare, ma in Italia una donna sola trova solo muri.
Chiuse la porta di casa in faccia al passato. Dieci anni: speranze, delusioni, flebo, notti di ospedale e silenzio, sempre più denso. Me ne andai senza rumore, come un impiegato che esce dallufficio.
Scusami, Dina. Sono stanco.
Dopo sei mesi apprese dagli amici comuni che avevo avuto un figlio. Il mondo non crollò, ma perse i suoi colori. Divenne una vecchia foto sbiadita.
Per un anno visse come un automa: lavoro, casa, insonnia. Un giorno, sorpresa dalla pioggia, si rifugiò in un caffè di via San Vitale. Lì vide Orazio, vecchio amico, sempre allegro, anima di ogni festa. Ora invece era solo, con lo sguardo perso e una tazzina vuota tra le mani.
Orazio? Dina si avvicinò.
Lui la riconobbe e la salutò con un sorriso stanco.
Dina! Da quanto non ci vediamo? Che ci fai qui?
Piano piano si raccontarono tutto.
Mi sono lasciato con Rita, confessò Orazio. Lei ha sempre badato ai soldi, dopo lincendio in officina e i debiti, mi ha cacciato fuori di casa. Non ho più nessuno, né genitori né amici non sapevo dove andare.
Vieni da me, gli rispose Dina, sorpresa dalla prontezza di quella voce che non riconosceva nemmeno come sua.
Non era compassione, solo una decisione. Aiutare un amico che stava peggio di lei. Nessun pensiero di salvataggio o romanticismo. Solo, nel suo castello svuotato, era entrato qualcuno ancor più disperato.
Sei sicuro che ti vada bene? E Antonello?
Non sai? Antonello mi ha lasciato perché non potevo dargli un figlio, se nè andato da unaltra
Orazio sembrò sinceramente stupito.
Non lo sapevo, disse, viviamo in parti diverse della città, sono anni che non ci vediamo. Sembra proprio che il destino abbia scelto per noi
Mi sono abituata, non ti preoccupare.
Orazio prese il divano nella sua casa. Allinizio era come unombra, si scusava per ogni pezzetto di pane mangiato. Poi cominciò pian piano a riprendersi: riparò il rubinetto che perdeva, rimise insieme la libreria rotta, cucinò una pasta buonissima. Era incredibilmente premuroso e sereno. Accanto a lui, il silenzio, che prima era un buco nero, diventò finalmente pace.
Ogni sera si parlava, e poi lei riuscì a trovargli un posto nellufficio dove lavorava. Orazio fu contento davvero. Passo dopo passo impararono a vivere luno accanto allaltra. Poi sposarono.
Un giorno si imbatterono persino in Rita. Li guardò dallalto in basso, con aria ironica:
Goditelo pure, a me non serve più magari a te riesce a fare un figlio, eh?
Se Dio vuole, sorrise Dina, grazie per laugurio.
Con Orazio tornò a provare la felicità. Aveva accanto una persona che la proteggeva, che la voleva. E finalmente le risate erano vere, non di facciata. Dina aveva ricominciato a vivere: progetti insieme, litigi sui film, caffè al mattino nella cucina illuminata dal sole.
Un giorno, Orazio parlò con serietà:
Dina, prendiamo un bimbo in affido dal centro dei minori?
Dina rimase di sasso, incredula. Lo guardava perduta tra meraviglia e speranza.
Sì, Dina, hai capito bene. Hai perso le parole? rise lui.
Ripresasi, lei balbettò:
Sarebbe la felicità più grande per me. Crescere un bimbo è il mio sogno da sempre. Orazio, non so come ringraziarti, ci pensavo da tanto e avevo paura di chiederlo Grazie perché mi hai capita così.
Orazio era sinceramente commosso.
Allora non perdiamoci in chiacchiere, domani stesso ci informiamo.
Sei il mio dono più grande, rise Dina, con quegli occhi lucidi di gratitudine.
Si misero a raccogliere tutti i documenti per ladozione. Aspettavano la risposta. Nel frattempo cominciarono a frequentare la Casa dei Bambini di Reggio Emilia, a cercare il loro piccolo. Un giorno, però, Dina si accorse che da un mese la vita era cambiata. Quel pensiero cresceva dentro di lei. Senza dire nulla a Orazio, andò in farmacia. Il test le restituì due linee rossissime, come a dire Eccolo qui il tuo percorso: il tuo, non quello di nessun altro.
Quasi incredula, corse a dirlo a Orazio.
Non ci crederai, ma guarda disse porgendogli il test. Avremo un bambino!
Oddio, Dina è vero? Domani subito in ospedale!
Il medico confermò la gravidanza. Finalmente un vero miracolo nella loro vita.
Orazio era al settimo cielo, premuroso come non mai. Vietato sollevare pesi. Le preparava le sue crostate preferite, le comprava qualunque desiderio le venisse.
Quando arrivò il momento, nacque la nostra bambina: Anita. Occhi limpidi, sana come un pesce. Orazio non si vergognò a piangere davanti al reparto di Ostetricia, e quando prese Anita in braccio per la prima volta, mormorò:
Ecco, finalmente tutti insieme, a casa. Una lunga vita felice ci aspetta. Ora abbiamo il nostro tesoro: nostra figlia.
La casa si riempì di nuovi suoni: pianti, risate, profumo di borotalco e quelle notti in bianco passate abbracciati mano nella mano sul divano. La felicità aveva finalmente i piedi per terra, con tutte le sue rughe: litigate, fatica, giornate storte. Ma era robusta come una quercia antica, cresciuta su un terreno difficile.
Un pomeriggio destate stavamo passeggiando ai Giardini Margherita con la carrozzina. Anita dormiva. Io e Orazio, mano nella mano, discutevamo su quale via prendere. Fu lì che ci imbattemmo in Antonello. Solo, invecchiato, sguardo spento e una birra in mano. Si fermò. Silenzio per qualche secondo.
Ciao, disse infine.
I suoi occhi scorsero da Dina a Orazio, poi alla piccola Anita, e tornarono altrove.
Ho sentito che vi va bene.
Sì, risposi semplicemente. Benissimo. Tu?
Antonello alzò le spalle, evitando il nostro sguardo.
Mah Mi sono risposato altre due volte. Niente da fare. Michele vive con sua madre, io li vado a trovare. Sto da solo, insomma. Fortuna non ne ho più.
Nessun odio nella sua voce, solo la rassegnazione amara di sempre. Guardò ancora Orazio, sorrise di lato.
Va bene, vi lascio, buona giornata.
Si allontanò curvo, una figura solitaria nel parco pieno di sole e di gente.
Orazio mi cinse le spalle:
Su, amore, torniamo a casa, Anita presto si sveglia.
Presi il manico della carrozzina e incamminandoci ho capito: la nostra casa non era perfetta, ma reale. Costruita non sopra i sogni, ma sulle macerie di tante illusioni. E proprio per questo, forte e luminosa.
Grazie di avermi ascoltata, e buona fortuna a tutti voi. Che il bene non vi manchi mai.







