Non sono la vostra trattoria gratis! disse la mamma, accogliendo i figli sulla soglia di casa.
La signora Giuliana Bianchi si preparava, in quel sabato mattina, a partecipare a una gita. Era la prima volta in due anni.
La sua amica, Patrizia Rossi, aveva scovato un viaggio organizzato in pullman verso Siena; avevano comprato i biglietti in anticipo e Giuliana si era persino regalata un cappellino nuovo blu, con un pompon, che secondo lo specchio dellingresso le stava divinamente.
Alle otto del mattino beveva il tè, quando sentirono suonare alla porta.
Rimase immobile, la tazzina a mezzaria.
«No, proprio oggi no», pensò tra sé, ma il campanello insistette.
Poi ancora. E infine una voce:
Mà, apri, abbiamo le mani occupate!
Dietro la porta cerano Andrea, sua moglie Daniela, i due figli di sette e nove anni, e quattro borsoni. Sembrava dovessero passare linverno lì, non qualche giorno.
Mamma, ci hanno tolto lacqua a casa, annunciò Andrea con laria di chi comunica una notizia di importanza nazionale. Stiamo solo un paio di giorni, va bene?
Giuliana guardò i borsoni. Poi i nipoti.
Entrate pure, disse lei.
Cosa avrebbe dovuto dire?
Mentre Andrea e Daniela sistemavano le giacche, i nipoti accendevano subito la televisione a tutto volume, e Giuliana si diresse in cucina. Le mani da sole aprirono il frigorifero; da sole presero uova, panna e cipolla. La testa però pensava solo al pullman che partiva alle dieci, e al cappellino blu col pompon, ora destinato a restare appeso.
Alle dieci e un quarto telefonò Patrizia:
Giuli, dove sei? Il pullman parte tra cinque minuti!
Pà, non posso più. Sono arrivati i ragazzi.
Silenzio.
Di nuovo?
Di nuovo
Patrizia sospirò così forte che parve sentirsi sin dalla piazza del Campo.
Alle dieci e mezza il campanello risuonò ancora. Stavolta era la figlia, Francesca. Trentasei anni, divorziata, con una borsa a tracolla e laria di chi ha un disperato bisogno della cucina e delle parole materne, ma nasconde tutto dietro un passavo solo, resto poco.
Vieni, disse Giuliana.
E iniziò a preparare le polpette.
Non era la prima volta. Né la seconda. E nemmeno la quinta.
I figli di Giuliana Bianchi spuntavano così, a intermittenza. Andrea arrivava, in genere, per due motivi: o mancava qualcosa in casa, o cera una piccola discussione con la moglie e serviva un appoggio. Francesca spuntava senza nemmeno un pretesto. Prendeva la metro e veniva.
Giuliana lo sapeva. E scivolava lo stesso in cucina.
Ci sono persone che si trovano davanti ai fornelli prima ancora di rendersene conto. Giuliana era così. Quarantanni in mensa scolastica le avevano creato un riflesso più forte di chiunque altro. Se cè gente, bisogna sfamare; se non cè, arriverà. Le mani pelavano patate, la testa ancora incerta.
Allora di pranzo, sulla cucina fumavano tre pentole e una padella.
Patate bollite, polpette, e una minestra improvvisata con quello che cera.
I nipoti si erano nel frattempo trasferiti dal divano al tappeto, rovesciando dappertutto i mattoncini colorati. Andrea parlava al telefono, camminando per casa come un ministro tra una riunione e laltra. Sua moglie Daniela si era sdraiata a leggere in camera. Francesca stava in cucina, raccontando per lennesima volta dei suoi guai con lex marito quelluomo di cui parlava in ogni occasione.
Immagina, mamma, mi ha scritto di nuovo ieri. Ma cosa vuole? Dice che gli manco. Tu che dici, gli rispondo?
Non lo so, Fra.
Ecco, le tue solite risposte ti chiedo, e tu non so.
Giuliana restò zitta. Stava levando la schiuma dalla minestra, mansione che chiedeva attenzione.
Alle tre Andrea lasciò il telefono ed entrò in cucina.
Mà, ma sono pronte le polpette?
Ci siamo quasi.
Abbiamo fame, da stamattina niente. Solo il caffè in macchina.
Giuliana annuì.
La tavolata fu chiassosa. I nipoti non volevano la minestra, solo le polpette, ma senza cipolla. Francesca non voleva il pane: era a dieta di nuovo. Andrea chiese il bis. Daniela, che non aveva fame, ne prese comunque una.
Dopo pranzo Andrea si sdraiò sul divano. Francesca andò a lavarsi i capelli. I nipoti sparpagliarono altri giochi in unaltra stanza.
Giuliana lavava i piatti e guardava fuori dalla finestra. Sulla panchina del cortile cera la vicina, signora Anna, con cui faceva nordic walking il mercoledì. Anna si beava al sole tranquilla, senza polpette, senza piatti da lavare.
Giuliana sospirò, e si dedicò alla pentola successiva.
Sul far della sera, finito il brodo, lavata ogni stoviglia, tolte le macchie lasciate dai nipoti e finalmente seduta su uno sgabello a riprendere fiato, ecco Andrea sulla porta.
Stava lì, pacifico, sazio, con la maglietta stropicciata.
Mà, sono rimaste altre polpette? Ne mangerei ancora.
Giuliana lo guardò.
Le polpette cerano: tre, sotto una copertura. Giuliana le aveva messe da parte non aveva ancora avuto tempo di mangiare nulla davvero, sempre dietro ai fornelli.
Ma suo figlio la fissava, e qualcosa in lei si ruppe.
La signora Giuliana pensava al cappellino blu col pompon, a Siena, al pullman che laveva lasciata indietro, a Patrizia che probabilmente ora girava tra le chiese e assaggiava dolci locali con Vera, laltra amica.
Pensava alle polpette.
Mamma? ripeté Andrea. Mi senti?
Giuliana posò la tazza sul tavolo.
Si tolse il grembiule.
Lo piegò con cura e lo posò sullo schienale della sedia.
In quel momento, Francesca stava al cellulare, la tv nella sala urlava con i cartoni animati a tutto volume, e la moglie di Andrea passava davanti alla cucina per andare in bagno, lasciando cadere un asciugamano senza raccoglierlo.
Lasciugamano restava a terra, nellingresso.
Mamma? Andrea era in imbarazzo. Che succede?
Allora Giuliana Bianchi parlò.
Con il tono calmo di chi da tempo sa quello che deve dire e non vuole più aspettare.
Non sono la vostra trattoria gratis. E nemmeno il vostro albergo.
In cucina calò un silenzio denso. Persino il cattivo del cartone parve ammutolirsi.
Francesca alzò lo sguardo dal telefono.
Andrea restò a bocca aperta.
Stamattina, disse Giuliana, dovevo andare in gita. A Siena. Con Patrizia e Vera. I biglietti li avevamo da febbraio. Ho anche comprato un cappellino, blu, col pompon. Sta nellingresso. Il pullman partiva alle dieci. Alle otto e mezza avete suonato. Tu, Andrea, con la famiglia. Alle undici è arrivata Francesca.
Nessuno parlava.
Non ci sono più andata, continuò Giuliana. Sono rimasta ai fornelli. Perché così si fa. Perché ai nipoti piacciono le polpette. Perché a Daniela serve qualcosa di leggero, lei è a dieta. Perché a voi tutti serve mangiare.
Pausa.
Però anchio ho una vita, disse Giuliana. Non ci pensate mai. Non vi biasimo. Ci siete abituati. Vi ho abituato io. Ma oggi no.
Oggi no cosa? domandò a voce bassa Francesca.
Non cucinerò. Non vi servirò.
Andrea guardava la madre come un uomo che vede il mondo muoversi dal suo posto, piano, come un armadio pesante.
Ma mamma, non lo facciamo apposta.
Lo so bene, Andrea. Questo è il problema. Se almeno lo faceste apposta, ci sarebbe una ragione. Invece è abitudine. Aprite il frigorifero, trovate qualcosa da mangiare, lo richiudete, andate avanti.
Dal salotto i nipoti guardavano ancora la tv. Il cattivo dei cartoni fece la sua ultima risata, poi il silenzio.
Giuliana prese la borsa, quella pronta dalla mattina. Prese il cappotto, il cappellino blu.
Dove vai? Andrea non si mosse, solo lo sguardo la seguiva.
Da Patrizia. Mi ha chiamato poco fa. Sono tornate, tutte lì a bere il tè, a guardare le foto. Mi aspettano.
E la cena? chiese Andrea, ma parve rendersene conto appena le parole gli scapparono.
Giuliana gli rivolse uno sguardo profondo, di quelli che fanno regredire i figli quarantenni ai mocciosi di scuola.
In frigo ci sono uova, pasta e formaggio. Il pane è nella panettiera. Avete le mani. La cucina non è unastronave: ce la farete.
Si mise il cappotto. Agganciò i bottoni. Indossò il cappellino.
Si sistemò il pompon. E uscì.
In casa restarono quattro adulti, due bambini, una padella intatta e tre polpette sotto il coperchio che Giuliana aveva riservato per sé a pranzo.
Lasciugamano nellingresso era ancora lì.
Andrea lo fissò. Poi si chinò e lo raccolse.
Giuliana rientrò verso le undici.
Da Patrizia era stato bello. Tè alla menta, ricciarelli in un sacchetto di carta, fotografie sul telefonino la cattedrale bianca, il mercato delle erbe, Vera che beve vin santo e finge che sia solo succo. Giuliana guardava e pensava che sì, un giorno ci sarebbe andata anche lei. Patrizia già aveva in mente un nuovo viaggio.
Il cappellino blu col pompon era lì, accanto a lei sul divano. Alla fine lo aveva messo, non per Siena, ma almeno da qualche parte.
La chiave girò piano nella toppa.
Nellingresso era tutto in ordine. Gli stivali dei nipoti, che al mattino stavano sparsi ovunque, ora erano allineati. Lasciugamano sparito.
Giuliana appese il cappotto. Camminò nel corridoio.
In cucina la luce accesa.
Si fermò sulla porta.
Andrea stava lavando una pentola. La lavava con concentrazione, come chi lo fa la prima volta e vuole riuscirci bene. Sulla cucina cera una pentolina poi Giuliana avrebbe scoperto una pasta un po scotta, ma dignitosa. Sul tavolo, piatti puliti impilati.
Francesca era lì.
I nipoti, dalla quiete, dovevano già dormire.
Andrea si voltò sentendo i passi.
Rimase qualche secondo in silenzio.
Mà, non avevamo mai pensato che fosse così pesante per te, disse con voce sincera.
Giuliana guardò la pentola tra le sue mani. Ai piatti impilati. A sua figlia.
Niente di speciale.
Ma Giuliana Bianchi, che aveva sfamato centinaia di persone per quarantanni senza pretendere nulla in cambio, sentì improvvisamente pizzicare gli occhi. Strano, per una pentola.
Siediti, mamma, disse Francesca. Ti abbiamo lasciato qualcosa.
Sul bordo del tavolo, una ciotola coperta da un piatto. Per lei.
Giuliana si sedette.
Scoperchiò. Pasta al formaggio. Un po appiccicata, un po fredda. Il formaggio grattugiato alla grossa, di fretta.
Prese la forchetta.
E furono, a dirla tutta, i maccheroni più buoni degli ultimi anni. Chi lavrebbe mai detto?






