Posso aspettarti?
Il cammino verso la felicità di Giovanni Giovanni, come lo chiamavano tutti, passava senza dubbio attraverso il suo stomaco, martoriato da una gastrite capricciosa.
Tutti i giorni, dalla mattina alla sera, Giovanni Giovanni Cortesi dirigeva il suo reparto dallo stretto ufficio dellospedale di Siena, troppo piccolo per un uomo della sua taglia. Infilava ogni giorno un completo impeccabile di sartoria e una camicia sempre fresca, pulita, ben stirata. E chi, se non la lavanderia di fiducia, poteva prendersene cura? Giovanni viveva da solo. Ogni giorno sudava sotto la giacca pesante di lana, si sistemava la cintura che gli segnava la pancia, si aggiustava il nodo della cravatta, brontolava, sbatteva il pugno sulla scrivania, arrossiva, si accarezzava il mento, tormentava una barba inesistente, firmava pratiche, faceva telefonate, farfugliava al telefono, ascoltava, sbuffava ancora, poi, deglutendo a fatica, rimaneva in piedi sul tappeto davanti ai dirigenti e, alla fine, soffriva dei soliti dolori addominali.
Per rimettersi in sesto, Cortesi si ricoverava ogni sei mesi alla clinica “Santa Caterina” per “prevenzione”: prendeva medicine, poi ingoiava una sonda, tra le battute sarcastiche dei medici che si divertivano a raccontare barzellette sulle sue mucose gastriche, poi di nuovo pillole, smorfie e borbottii. Quando era ricoverato, Giovanni Giovanni si alimentava sono con cibi dietetici. La sera, davanti a un bicchiere di tè, discuteva con gli amici che venivano a trovarlo di vita, di universo, doccasione in occasione, strizzava locchio alle infermiere carine, che, imbarazzate e arrossendo, rifiutavano le tavolette di cioccolato che porgeva loro.
Ma prendete! Non mi dite che non vi piace il dolce! si offendeva Giovanni. Non voglio mica altro, solo a me piace offrire qualcosa di buono a una donna.
Le infermiere, un po per cortesia, finivano col prendere il cioccolato e poi se lo gustavano in sala infermieri, tra una chiacchiera sulla vita e sullamore e qualche parola di compassione per quel povero, solitario uomo, augurandogli ogni bene.
Oltre a queste pacate distrazioni, Giovanni Giovanni aveva anche furiose discussioni con la dottoressa, Nina Timofei, che, ogni volta che si affacciava sul terrazzino, lo trovava lì con la sigaretta in mano.
Di nuovo, Giovanni?! Non era chiaro che qui è vietato fumare? E voi sempre a fare di testa vostra Guardate che domani chiedo le dimissioni e non ci tornerete più! diceva Nina con aria battagliera, guardandolo in alto dal basso dei suoi grandi occhi grigio-verdi.
Su, dottoressa Nina! Anche voi vi ho vista fumare, eh! E a me niente? Sarei anche andato fuori se non piovesse, ma avete visto che pioggia? Mi volete far prendere lacqua? ribatteva Giovanni, tirando ancora qualche boccata, poi gettava il mozzicone nella scatoletta di pelati appoggiata lì, piena di mozziconi, e se ne andava, avvolgendosi nel troppo grande, morbido accappatoio rosso che gli aveva regalato la sorella, Zina.
Nina non faceva un passo indietro per lasciar passare il peccatore, così lui si infilava a fatica accanto a lei, sentendo per un istante quel profumo di pulito, di disinfettante, di detersivo usato per i camici, e quel tocco di essenza leggera e floreale.
Qui non siamo mica in vacanza, Giovanni! sbottava Nina con voce acuta, quasi bambina Domani siete fuori di qui!
Nina si arrabbiava e non capiva nemmeno il motivo. Non lo sopportava, punto e basta. Era tanto che non si sentiva così, prima che lui comparisse nella sua vita aveva pensieri diversi, pesanti e monotoni, e adesso eccolo lì, questo Giovanni Giovanni.
Ma lasciatemi passare! Ho le mie procedure! Se volete che vada, lasciatemi uscire. Fate la Regina del Castello, allora avvelenatevi pure! Ah, dottoressa Nina, la gastrite è nervosa e voi mi fate agitare, complimenti! borbottava Giovanni, passandole accanto. Una volta le era anche finito col piede sulla scarpa azzurra, che lei ritrasse veloce. Scusate mormorò Giovanni.
Lasciamo stare, tanto vi sospendo le procedure a giorni, altro che paziente modello! sibilò Nina, poi si voltò di scatto e sparì. Ma, la sera, quando il reparto si acquietava nellattesa del kefir e del panino, tornava lei stessa sul terrazzino a fumare. Poteva uscire, ma fuori pioveva davvero troppo
Devo trasferirmi, cambiare vita, ricominciare! sospirava per lennesima volta Nina, lasciando cadere la cenere nella scatoletta. Credete che non ce la faccio? borbottava ai giovani dottori ritratti sul manifestino, col cappello bianco come aspiranti chef. Invece sì. Ce la farò. E sarò felice, vedrete! di solito sospirava, si sedeva sulla sedia arrugginita trovata in cantina, e ripassava mentalmente tutti i suoi pazienti. Però, allEgorov manca poco, anche Volkov, poverino, ci siamo quasi E ieri hanno riportato Nikiforov, una pena continua.
Sempre decideva di restare ancora un anno, magari due, fino alla fine di tutti i pazienti, e finché non tornava sua sorella, Giulia. Ma i pazienti non finivano mai, sempre nuovi, sempre volti diversi, la salutavano per strada, la ringraziavano, o passavano senza vederla, fissando il marciapiede. Di solito erano i parenti, col cuore spezzato, che speravano nel miracolo mai arrivato.
Nina non si offendeva, era abituata: lei non era un cioccolatino da piacere a tutti. Però un certo amaro restava.
Finita la sigaretta, si sistemava i capelli corti, biondo cenere, una ciocca lunga su un lato, una strana asimmetria; si osservava poi nello specchio dal bordino di ferro appeso nel corridoio per volere delle infermiere, «perché anche noi, a volte, abbiamo voglia di sistemarci», diciamo la verità.
Si scrutava con dubbio: le stava bene quel taglio? Forse sì. I lineamenti fini, gli occhi grandi ed espressivi, gli zigomi pronunciati Quel taglio le dava unaria sottile, fragile. O la rendeva un po maschiaccio? Si vestiva spesso con camicie a quadri di flanella, jeans e giubbotto di pelle. E, ovviamente, sneakers. E un berretto nero, sempre quello, sottile, di lana.
Compratene almeno uno nuovo, fanno dei berretti favolosi ora! commentava spesso zia Tania, la guardarobiera, una specie di nonnina uscita da una fiaba. Altrimenti sembri il protagonista di un film poliziesco!
No, zia Tania. È di Giulia, replicava Nina, mettendo sempre quella cuffia nella tasca del giubbotto.
Non tenerla lì! È bagnata, mettila sullo scaffale. Sei proprio una testolina ostinata! zia Tania la sistemava, mentre Nina già scivolava via nei corridoi sui suoi zoccoli azzurri.
Pazienza, ragazza. Andrà tutto bene, vedrai! le mormorava dietro zia Tania, facendole il segno della croce, poi riprendeva a risolvere i suoi cruciverba, aveva una rivista intera piena.
Ed ora, Nina, finite le faccende, salutati i colleghi, si rimetteva il berretto, chiudeva la giacca con la solita mossa.
Nina, vuoi un passaggio? le si avvicinava come sempre Denis Sergio, il dongiovanni della clinica, le mani sulle spalle.
Lasciami stare, Paolo. Torno da sola. Guarda che ti aspetta la Ginevra, nuova, del radiologico; portala tu! A domani! Ciao, Oleg! Nina salutò un altro medico, afferrò lo zainetto e corse verso la fermata.
Doveva assolutamente essere a casa prima delle dieci. Aveva appena cambiato la serratura e Giulia non aveva le chiavi nuove: sarebbe arrivata, avrebbe aspettato, si sarebbe offesa e sarebbe sparita. E Nina magari non avrebbe più saputo che Giulia era passata, che era stata sul loro pianerottolo. Non lo avrebbe mai saputo
Nina corse, infilò al volo le bretelle dello zaino sulle spalle, calpestò una pozzanghera, le sneakers si inzupparono, i piedi gelidi.
Maledizione sussurrò tra sé guardando il bus che già spariva dietro la curva, rimase a sbuffare nei calzini zuppi, prese a camminare, infilando il tesserino di viaggio nella copertina verde brillante con un gatto che le aveva regalato Giulia per l8 marzo. Era stato dolcissimo
Di nuovo da solo, Denis? rise ironica zia Tania. Non è donna per te la nostra Nina. Trovatene una più semplice.
Eh, zia Tania, sempre a impicciarsi, eh? borbottò Paolo. Magari sono serio, che ne sai?
Provò a infilare la manona nella manica, ma la dannata nevralgia non gli lasciava girare bene il braccio.
Che rabbia! sbuffò proprio mentre Nina perdeva il bus. Sempre tutti impicciati!
Dai, niente drammi. Sei nuovo qui, lei è con noi da una vita. Da quando stava con Giulia. Non la capite voi uomini, la nostra Nina! Dai, dammi qui la mano! Così Ora vai, niente vita privata!
Denis allargò le spalle, voleva chiedere qualcosa, poi lasciò perdere. Se si sbrigava, forse, beccava Nina alla fermata No, non fece in tempo, davvero meglio lasciare perdere. Meglio Ginevra
Zia Tania, a differenza degli altri, non aveva fretta di rientrare, rimase un po con le “ragazze” in sala infermiere a bere il tè. In quella stanzetta, stipata di divanetti e tavolini bassi, con tende a pois blu e luci chirurgiche fredde, laria era un po pesante; Tamara e Lidia, di turno quella sera, finivano pigramente la cena portata da casa, sbadigliando ogni tanto, guardando lorologio.
Buon appetito! salutò zia Tania, riprendendo, senza preamboli, la conversazione. Denis spesso gira intorno alla nostra Nina, non sembra più lui, quasi bello. Lei ha detto che non sopporta la barba, lui sè rasato e pare un ragazzino! E pure il cioccolato: glielo ha portato, ci ho visto, ma Nina niente, orgogliosa. Peccato, sarebbero stati belli insieme
Lidia ripose il contenitore, mise le tazze sul tavolola sua, quella di Tamara e pure quella per zia Taniaaggiunse il tè e lo zucchero, poi acqua calda, spalle alzate.
A Nina, che sia con o senza barba, non cambia nulla Da tempo ormai. Da tanto sembra non viva, solo aspetta, aspetta O lavora coi pazienti o controlla il telefono, chiama qualcuno, si arrabbia, fuma e litiga con come si chiama? Ah sì, con Cortesi. Lui fa il simpatico con le giovani, si comporta come a casa sua solo perché è in stanza privata. E tormenta Nina. Ma lei ci casca. È un signore, va a fumare sul terrazzino col suo accappatoio, gira la cintura attorno al dito, fuma. Nina urla, lui risponde, è felice. E guarisce mai, sto gastritico?! I soldi non mancano, potrebbe andare in una super clinica, ma arriva sempre qui puntuale. Dai, bevi il tè, zia Tania
Secondo me viene qui solo per Nina, sorseggiò volentieri Tamara, srotolando una caramella.
Ma va! fece zia Tania con la mano.
Io invece dico di sì! A certe cose ci arrivo subito, ribadì Tamara, massaggiandosi le tempie.
Beh, una come Nina bella, intelligente, brava dottoressa, come non innamorarsi? rispose zia Tania, anche lei con una smorfia. Solo che Nina dovrebbe lasciar perdere, smettere di aspettare, andare via, rifarsi una vita Ma è come la nonna, che durante la guerra aspettava il marito disperso. Niente tomba a cui andare, nessun posto dove piangere. Ha aspettato per sempre, anche se la volevano in sposa, poteva vivere e amare Ma Giulia, la piccola Giulia Ha scombinato tutto, sia a sé che alla sorella
Un colpo di tosse dal corridoio, tutte zitte, Tamara sporge la testa fuori, poi chiude bene la porta.
Cosa cè tra lei e la sorella? Io sono stata in maternità, mi sono persa tutto chiese Tamara.
Nina è arrivata da noi con la sorella, Giulia, dopo che sono mancati i genitori, spiegò volentieri zia Tania. Giulia aveva almeno dieci anni meno, se non di più. Vennero qui, Nina lavorava già da noi, presero in affitto un piccolo appartamento, Giulia finiva le superiori, veniva ogni tanto a trovarci. Era una ragazza particolare, nervosa, riservata. Ve la ricorderete: copia della sorella, ma coi capelli viola acceso e un piercing al naso! zia Tania annuisce, addenta un pezzetto di formaggio duro.
Le infermiere annuiscono: Giulia era difficile da dimenticare.
Tamara, proprio quando restasti incinta e andasti in maternità, Giulia invece di iscriversi alluniversità sparì. Scappava già da prima, davamo la colpa al lutto. Nina la cercava ovunque, la trovava nei locali, la sgridava, la riportava a casa, una volta anche la polizia chiamò: qualcuno sapeva che era la sorella di Nina, che si occupava di loro in reparto. Per fortuna scelsero di non procedere. Giulia andò dallo psicologo, raccontò mille fandonie Rischiava il ricovero psichiatrico, ma lei rideva. Poi, sparì davvero, nessuno la trovò più. Cercarono ovunque, incollarono foto, zero, niente, come inghiottita. Da allora Nina si è come spenta.
Ci sono persone così, pensano solo a se stesse, zero parenti Dai vicini, il figlio è sparito, mai trovato. Da bambino scappava già di casa, bivaccava nelle cantine, poi più nulla. Qualcuno chiamava ogni tanto per chiedere soldi. Era lui o no? Boh, ma i soldi li mandavano lo stesso chissà. Povera Nina, dovrebbe andare via
Non riesce, perché ogni sera corre a casa, di corsa, per non perdersi la sorella se dovesse tornare! Qualche mese prima i ladri sono entrati a casa sua; lei ha cambiato le serrature, ma ora Giulia come farà a entrare? E se non entra, pensa che Nina non abiti più lì E lei si preoccupa. Potrebbe vivere vicino allospedale, o trasferirsi e rifarsi una vita. Ma non ci riesce, non lascia andare.
Silenzio, carte delle caramelle che frusciano.
Come si fa a lasciar andare, se è tua sorella? Ne risponde davanti ai genitori ormai scomparsi Che pena! sospirò Tamara. Ancora colpi di tosse, poi lo sbattere di una porta. Tutte tacciono, ognuna nei suoi pensieri
Giovanni Giovanni si sdraiò sul letto, le mani dietro la testa, fissando il soffitto.
«È come spillare una farfalla su un cartoncino, pensava. Volerebbe, bella comè, giovane, piena di vita, potrebbe vedere il mondo invece, si è inchiodata da sola, lancora lha calata lei, una catena enorme, impossibile da spostare. Che peccato.»
E gli tornarono in mente gli occhi enormi di Nina, il taglio sbarazzino dei capelli, il corpo mingherlino sotto i jeans stretti, le mani fredde quando gli palpava la pancia, premendo come per fargli male Giovanni osservava tutto. Donnaiolo? No, non era quello. Voleva salvarla, proteggerla. Da cosa? Nemmeno lui lo sapeva.
«Fuma troppo, troppo davvero!» concluse.
Giovanni non dormì quasi nulla, si rigirava, si sedeva sul letto. Si vergognava per come aveva parlato con Nina sul terrazzino, per i rimproveri e il comportamento sfrontato. Male. Tutto andava proprio male.
Eppure era abituato così. Fare il superiore, infilare la cioccolata in tasca a una donna come dire prendi, posso spendere anche tre euro per te, scegliere sempre il meglio, pretendere attenzione e rispetto.
Daltra parte, Nina sa bene che i privati sono una categoria speciale, una specie di élite; bisogna darsi delle arie. E lei, mani fredde e palpate sulla pancia!..
Si sedette, calò i piedi a terra, cercò le ciabatte, infilò i piedi grandi e lunghi, si alzò.
Dalla stanza vicina arrivavano lamenti. Giovanni si grattò il mento, ascoltò, aprì di nascosto la porta e guardò in fondo al corridoio. Nessuna infermiera in vista, così andò lui stesso verso la stanza riservata ai privati.
Permesso? si affacciò Giovanni. Laria era viziata, pesante. O forse è meglio di no
Esitò sulluscio, poi entrò: i lamenti erano tristi.
Forse dovremmo chiamare un medico? Che succede qui? Accendo la luce, apro una finestra balbettò Giovanni.
Tutti nella sua vita si erano sempre presi cura di lui: un cuscino, un tè col miele, le tende sistemate, il cappotto pronto.
A prendersi cura degli altri, Giovanni aveva dimenticato come si fa. Da quando erano morti i genitori ancora si dava da fare, ma poi, quando rimase solo, smise.
Anche con le fidanzate che ogni tanto abitavano con lui si comportava da re; lui pagava, faceva regali, concedeva, e loro servili ringraziavano
Giovanni trovò il bottone della luce.
Una luce fredda blu inondò la stanza, tendoni viola alle finestre, un tavolo con la cena fredda abbandonata, una vestaglia per terra. E il corpo di un anziano, magro, ossuto. Lombra sul suo volto sembrava più una maschera che un viso.
Mi passi un po dacqua, per favore, sputacchiò la maschera senza denti.
Giovanni prese il bicchiere, ma era vuoto. Andò a riempirlo dal dispenser, tornò.
Il vecchio si era tirato su a fatica.
Ecco. Ma forse è meglio chiamare un medico, vi sentivo lamentarvi tentò Giovanni.
Non serve. Le infermiere hanno diritto a dormire. Le disturbo già troppo di giorno Ma il vecchio agitò le mani e le lasciò cadere sulle ginocchia con un tonfo triste. Grazie. Vada pure, cercherò di non disturbare più. Scusi Lo stomaco mi strazia Hanno fatto iniezioni, ho preso tutto quello che mi hanno dato, eppure È come il conto delletà: si paga per i bei tempi in gioventù, e comera bella la gioventù! Il malato sorrise, ma tristemente.
Eh, da giovani tutti felici, annuì comprensivo Giovanni, rivedendo la sua stessa giovinezza per le strade di Siena negli anni Novanta, ricordando la paura di notte quando sentiva passi alle spalle. Un brivido. Apro la finestra, qui si soffoca.
Faccia pure. Ma non pensi che siano tutti felici, ognuno ha i suoi pesi. Il vecchio si accasciò, si rannicchiò quasi in posizione fetale, gemeva.
Mai aveva sentito piangere così per il dolore. Bestemmiare, ringhiare, sì, ma così, mai.
Chiamo qualcuno! Non possono lasciarvi così, in stanza privata, il servizio dovrà pure funzionare! Giovanni saltò giù, pronto a correre lungo il corridoio.
Privata, sì rise il vecchio. Mio figlio mi ha sistemato qui, così da non disturbare gli altri. Ha racimolato i soldi e mi ci ha lasciato. Ma non vengono mai a trovarmi, ormai hanno pagato. Ecco babbo, comodità da re, tra due settimane vengo a riprenderti, mi ha detto il mio Michele. Ed eccomi qui, che aspetto che venga.
Che ingrato, quel vostro Michele! sussurrò Giovanni, stringendo i pugni come se parlasse di se stesso. Anche lui, in fondo, non aveva meno colpe.
Ma lasci stare. La vita ai giovani, la morte a noi. Non bisogna sempre sorvegliare qualcuno, ci si stanca. Anche voiavete mai vissuto solo per voi? Si vede, e va bene così, sorrise ancora lanziano. Nina non cè, vero? È già scappata a casa che aspetta Giulia povera ragazza
Dai, non è il momento di parlare di me, né di Nina. Vado a chiamare il medico, siete davvero pallido! Giovanni dun tratto si spaventò che quelluomo, di cui nemmeno sapeva il nome, potesse morire proprio lì, di fronte a lui. Tremo.
Vagò in corridoio, notò linfermiera Tamara addormentata sul divano, la scosse.
Che cè? State male? balzò su Tamara, a cui aveva portato anche lui il cioccolato.
No. Ma il mio vicino non sta affatto bene, si lamenta molto, fece Giovanni indicando la stanza dei privati.
Grazie. Tornate pure a letto, grazie, Tamara corse via, poco dopo arrivò un dottore alto e spettinato, si infilò anche lui in camera.
Giovanni si allungò per sbirciare, ma non capì granché
Si attardò ancora, guardando dalla finestra Siena tutta illuminata nella notte, sospirò. Dentro si sentiva sporco e cupo, avrebbe voluto del tè zuccherato e un cornetto alla cannella. Sua nonna, ogni volta che tornava dal corso di astronomia al circolo Arci, faceva così: lo portava nella piccola cucina, lo sedeva, e diceva: «Amore, fame? Dopo ore a studiare stelle, ci vuole un premio!»
E gli metteva davanti una brioche calda e la tazza bianca del nonno, quella coi cavalli disegnati, piena di tè dolce. Era un premio meritato.
Avrebbe voluto tornare, in quel mondo di cucina con la tovaglia di plastica appiccicosa, con la pianta sul davanzale, i cucchiai di legno e il quadro di una barca a vela sul mare turchese ritagliato da una rivista. La nonna adorava quella stampa
Giovanni riuscì a dormire solo allalba, male, perché dalla stanza vicina arrivavano rumori.
Il mattino dopo stessero già pulendo e sistemando per un nuovo paziente.
E il mio vicino, lanziano? Che fine ha fatto? chiese Giovanni a Tamara, esausta. Lei scrollò le spalle. Giovanni capì: era successo tutto nella notte, proprio dietro quella parete. E lui era stato lultimo a parlargli È brutto non averci fatto caso in tempo. E il biglietto, per tutti, è sempre di sola andata, pur se viaggiamo in vagoni diversi
Giovanni si voltò per tornare, ma andò a sbattere contro Nina Timofei.
Lei, minuta come sempre, una pollicina, era lì dietro e, abbracciandosi le spalle, piangeva.
Avrei dovuto salutarlo, tornare in camera ieri, ma avevo fretta, capite? Dovevo assolutamente essere a casa prima delle dieci, perché Insomma, dovevo! E lui, zio Nicola Chissà, forse mi aspettava e non sono nemmeno riuscita a salutarlo
Nina singhiozzò come una bambina, si asciugò il naso sulla manica, minuta, esile, con quel taglio di capelli assurdo. Giovanni avrebbe voluto prenderle la testa tra le mani, stringerla contro la sua spalla, accarezzarla, proteggerla, sussurrarle qualcosa di bello. E poi offrirle un tè caldo con una brioche.
Non è arrabbiato. Ha detto che dovete vivere la vostra vita. E disse Giovanni sottovoce, porgendole la mano, ma si fermò.
Nina lo guardò con gli occhi larghi, il mascara sbavato, il mento tremante. Svoltò, spinse via Paolo che si attardava dietro, corse via. Trovò la sigaretta in tasca, uscì allaperto, prese fiato, ma senza accendino si innervosì. Proprio allora una mano le offrì un fiammifero.
Giovanni.
Era lì, serio, pronto a sentirsi sgridare da lei sul posto mentre il fiammifero bruciava tra le sue dita.
Nina accese, tirò una boccata, poi sibilò:
Qui è vietato! Tornate in stanza subito! Ve lho ripetuto mille volte, questo terrazzo è solo per il personale. Che facciamo? Mettiamo le sbarre? I lucchetti? Lasciatemi in pace, per favore!
Non disturbo, voglio solo darvi fuoco. E il regolamento mimporta: qui si può stare, non cè nessun cartello di divieto. Quindi, con permesso, mi appoggio anchio.
Le si accostò, si appoggiò alla ringhiera, stirò il suo accappatoio, nella calda pigiama a righe.
Guardate, è nevicato. Quando? Bello. Bel giardino qui. E là, qualcuno seduto sulla panchina no, hanno fatto un pupazzo di neve! Giovanni parlava a caso per distrarre la dottoressa; Nina lo ascoltava dal basso, sgranando gli occhi. La sigaretta si spense, la gettò via.
Lo conoscevo da quando Giulia quando ho iniziato a vivere sola. Nicola era in pensione, non aveva più niente da fare e andava al parco a suonare il violino, mormorò lei.
Il violino? Quel vecchietto? si sorprese Giovanni, porgendole la sua sigaretta; lei fece una smorfia.
Sì. Quel giorno stava su un vialetto, con il suo giaccone e il cappello. Sempre il cappello, era il suo segno distintivo
E una sciarpa rossa? Allora meglio il sax che il violino pensò Giovanni.
La sciarpa, sì. Lana ruvida, pungente. A Giulia sarebbe piaciuta. Ma è sparita. Nicola è stato lultimo a vederla. Ora anche lui se nè andato. E io sono rimasta.
Voleva dire altro, ma Paolo interruppe la loro conversazione, chiamando Nina per il giro visite.
Che ci fa il paziente qui?! si infiammò Denis, ma Nina lo trascinò via, e Giovanni restò sul terrazzo a guardare il pupazzo di neve che si inclinava, poi crollava poco a poco.
Poi qualcuno chiuse a chiave la porta del terrazzo, e Giovanni Giovanni, nel suo accappatoio rosso e pigiama, rimase là fuori.
Fino a che si sarebbero accorti della sua assenzaNel silenzio ovattato del cortile, Giovanni si strinse nellaccappatoio. La neve cadeva a fiocchi piccoli, lenti, e Siena, sotto quel velo bianco, pareva irreale, quasi gentile. La porta chiusa alle sue spalle era fredda quanto la paura che sentiva, ma non peggiore di quel vuoto che da tempo gli scavava lo stomaco: una fame che il tè alla cannella o le camicie inamidata non avevano mai saziato.
Guardò la ringhiera, e oltre, i rami scossi di un platano che custodiva i fiocchi come reliquie. Pensò a Nina, alla forza tenace con cui restava ancorata al suo dolore, al modo in cui alzava il mento per non crollare, e alle lacrime che aveva cercato di nascondere con una manica. Pensò a se stesso, re sbandato del benessere, e a quantera lunga quella linea sottile tra chi aspetta e chi è atteso invano.
La porta non si sarebbe riaperta per lui; lo sapeva. Ma da qualche parte nel buio della clinica, forse, qualcuno stava ancora sveglio. Forse, Nina era affacciata a una finestra, e pensava a una sorella che forse non sarebbe tornata più, ma a cui non avrebbe mai smesso di lasciar libera una notte, una casa, una speranza.
Giovanni, allora, sorrise piano: nessun biglietto di sola andata, nessuna ultima notte. Solo il gesto di restare anche quando non ci si aspetta più nulla. Solo la fedeltà dolce e lunare di chi accende un fiammifero, anche sapendo che il vento lo spegnerà.
Quando, più tardi, zia Tania entrerà nella sala per cambiare il turno, troverà la finestra socchiusa e due tazze fumanti una con un pezzo di cioccolato che, finalmente, qualcuno ha accettato. E capirà, senza bisogno di domande né risposte, che nella clinica Santa Caterina qualcuno ha imparato a non aspettare soltanto, ma anche a restare.
Fuori, prima che il giorno si sciolga nel rosa, comparirà una traccia di passi freschi sulla neve. A chi vorrà seguirli, sembrerà che vadano sempre avanti. E non sarà mai più, davvero, da soli.





