Sei sicura, figlia mia?
Giulia strinse la mano della mamma e sorrise.
Mamma, amo Matteo. E lui ama me. Ci sposiamo, vedrai, andrà tutto bene. Avremo una famiglia, capisci?
Il padre spinse via il piatto di pasta e fissò cupo la finestra. Il suo silenzio durò pochi istanti, ma a Giulia sembrarono uneternità.
Hai solo diciannove anni disse infine. Dovresti pensare agli studi, a un lavoro… Non ai matrimoni.
Papà, ce la farò. La voce di Giulia era calma, anche se dentro ribolliva il desiderio di convincerli, di mostrare la certezza che sentiva. Matteo lavora, io studio. Non vi chiediamo di mantenerci. Solo di lasciarci stare insieme, essere una famiglia.
Il padre scosse la testa, silenzioso.
Non approvavano. Giulia lo vedeva dalle labbra strette di suo padre e dal modo in cui la mamma sistemava ansiosa il tovagliolo. Eppure, non si opponevano. Forse perché si ricordavano delle loro gioventù, forse perché sapevano che vietare sarebbe servito solo a spingerla ancora di più.
Il matrimonio si fece a maggio, semplice e raccolto: niente ristoranti da cento invitati, nessuna macchina di lusso, nessun lancio di colombe. Ma erano felici, immersi in un tepore che ancora oggi Giulia sente sulla pelle nei ricordi.
Il viaggio di nozze fu una settimana scarsa a Sestri Levante, perché Matteo non poteva chiedere più ferie e i soldi scarseggiavano. Ma quei giorni furono per Giulia una parentesi magica: si svegliavano tardi, facevano colazione sul balconcino dellalbergo guardando il mare, giravano per la passeggiata fino a sera, mangiavano focaccia dai chioschi e si baciavano come se il domani non dovesse mai arrivare.
Poi cominciò la vita vera. Quella senza filtro romantico. Un bilocale in affitto nella periferia di Bologna, dove dinverno entrava aria da ogni finestra e i vicini di sopra sembravano ballare la tarantella sulle teste. Matteo scappava al lavoro presto, Giulia correva ai corsi universitari, la sera si rivedevano stanchi, riscaldavano qualcosa per cena e crollavano a letto senza quasi parlarsi.
Eppure, anche in quella stanchezza cera qualcosa di giusto, di autentico.
Sei mesi dopo, i genitori li chiamarono chiedendo di passare la domenica. Giulia immaginava mille ragioni, alcune tragiche, altre assurde… Invece, seduti intorno al tavolo con una tazza di tè, padre e madre le allungarono una busta.
Questa è per voi disse il padre, guardando altrove. Un aiuto per lacconto della casa. Almeno un bilocale vostro. Basta buttare via euro in affitto.
Giulia guardava la busta e non trovava il coraggio di prenderla. Aveva un nodo alla gola e sentiva gli occhi pizzicare.
Papà… balbettò lei, ma lui fece solo un gesto con la mano.
Prendila e basta, su. Considerala un regalo di nozze. Anche se un po in ritardo.
La casa la trovarono dopo un mese: ventotto metri quadri in un palazzo anni settanta, terzo piano, affaccio sul cortile interno, cucina minuscola, bagno piccolo. Per molti niente di speciale, per Giulia un universo nuovo tutto da plasmare. Sceglieva i colori delle pareti, trattava con gli idraulici, appendeva le tende e sistemava le piantine comprate dal mercato.
Un anno dopo, mentre passava al terzo anno di università, fu colta da una strana stanchezza. Pensò a uninfluenza, poi allo stress degli esami. Comprò il test di gravidanza quasi per scrupolo, giusto per escludere lovvio.
Le due linee si colorarono nette, senza ambiguità.
Giulia rimase seduta sul bordo della vasca, stringendo quel piccolo oggetto che in un attimo aveva ribaltato la sua vita. Terzo anno, la laurea tra due. Erano appena riusciti a stabilizzarsi. Perché adesso? Come avrebbero fatto?
Matteo tornò stanco dal lavoro, ma colse subito che qualcosa non andava. Giulia gli passò il test in silenzio, incapace di trovare le parole.
Lui si fermò a fissare quelle due linee per lunghi minuti. Poi sollevò lo sguardo, e cera nei suoi occhi qualcosa che le mozzò il respiro.
Lo teniamo sussurrò, deciso.
Ma io sono ancora alluniversità, come faccio…
Lo teniamo ripeté prendendole le mani tra le sue. Chiederai la sospensione, io lavorerò di più. Ce la faremo, Giulia. È nostro figlio.
Lei scoppiò a piangere sulla sua spalla. Di paura, di incertezza, forse degli ormoni, ma anche di felicità. Una felicità che sbucava ostinata, come erba tra le crepe dellasfalto.
Ottenne senza difficoltà il permesso di sospendere gli studi.
Il piccolo Marco nacque a marzo, quando la neve in città era ancora sporca ma laria già profumava di primavera alle porte. Tre chili e duecento, cinquantuno centimetri. Giulia teneva stretto quel fagottino, sospettando che fosse un sogno: suo figlio. Suo e di Matteo.
La felicità era così grande che temeva le scoppiasse il petto.
Poi, come il gelo che scende allimprovviso dopo un autunno ancora mite, tutto iniziò a cambiare senza accorgersene.
Matteo rientrava a casa sempre più tardi. Prima mezzora, poi unora, poi Giulia perse il conto. Rientrava, buttava la giacca, passava davanti alla culla senza nemmeno guardare suo figlio. Un tempo lo prendeva subito in braccio, lo riempiva di bacetti, gli faceva ridere la pancia. Ora sembrava non avesse figlio.
Potresti almeno salutare tuo figlio sbottò un giorno Giulia.
Matteo fece una smorfia, come se lei avesse detto qualcosa di volgare.
Sta dormendo. Che vuoi, dovrei svegliarlo?
Marco in realtà non dormiva. Aveva gli occhi grandi e scuri spalancati su di lui occhi uguali ai suoi. Matteo li ignorava, o forse non voleva vederli.
Poi vennero le critiche. Prima leggere, quasi per caso, ma Giulia si convinceva da sola di star esagerando, di non aver capito bene.
Davvero esci vestita così? chiese una mattina, scrutandola dalla testa ai piedi.
Giulia si guardò: solo jeans e maglione, niente di strano.
Cè qualcosa che non va?
No, niente… rispose lui, lasciando la frase sospesa con una smorfia.
Ogni giorno peggio, ormai senza neppure nascondersi dietro mezze parole.
Ti sei guardata allo specchio? le lanciò una sera mentre si cambiava per dormire. Sei ingrassata, hai perso tono. Altro che ventidue, sembri cinquantenne.
Quelle parole la colpirono come un pugno, le lasciarono il fiato sospeso. Sì, non era ancora tornata in forma dopo il parto ma era giusto parlarle così?
Matteo, ho partorito da poco il suo sussurro le sembrò ridicolo.
Ma va, è passato un anno! Ormai le altre dopo tre mesi sono già in forma, tu invece…
Non concluse, agitando la mano e uscendo dalla stanza. Marco si svegliò piangendo.
Fallo smettere! urlò dalla cucina. Sempre a frignare, non riesco mai a riposarmi!
Giulia prese in braccio il bambino, lo strinse forte a sé, affondando il viso nei suoi capelli morbidi. Piangeva, e le lacrime bagnavano la fronte del piccolo, mentre lui si acquietava tra le sue braccia materne nelloscurità della cameretta.
Non poteva confidarsi con nessuno. O meglio, avrebbe potuto con i suoi genitori. Ma ogni volta che prendeva il telefono per chiamare la mamma, vedeva in mente il volto severo del padre: Hai solo diciannove anni. Devi pensare agli studi. Lavevano avvertita. Lei non li aveva ascoltati, convinta che lamore avrebbe superato tutto.
E adesso? Tornare da loro con la coda tra le gambe, ammettere che avevano ragione e lei era stata solo una sciocca entusiasta che si era rovinata la vita? Immaginava già le lacrime di mamma, il silenzio pesante di papà, e ogni volta lasciava stare. Aveva voluto fare di testa sua ora ne pagava il prezzo.
Quel giorno uscì, come sempre, a passeggio con Marco. Fecero il giro del cortile, raggiunsero il piccolo parco con le panchine sotto gli ippocastani ormai spogli. Solo lì, frugando nella borsa per le salviette, si accorse di aver dimenticato la merenda di Marco.
Dovette tornare a casa.
Aprì la porta in punta di piedi, pensando di recuperare al volo lo yogurtino e uscire subito. Ma trovò un paio di scarpe da donna, nere lucide col tacco, proprio nel corridoio.
Le gambe la portarono avanti da sole, anche se la mente urlava di andarsene, di non vedere.
La porta della camera era socchiusa.
Visto abbastanza. Più che abbastanza. Una donna sconosciuta nel suo letto, tra le sue lenzuola. E Matteo, che non provò nemmeno a alzarsi o a inventarsi una scusa.
La guardò con fastidio, come fosse una mosca molesta.
Che ti aspetti? sbottò. Ti sei lasciata andare. Dovrei restare così? Ho venticinque anni, sono ancora un uomo giovane, e tu ormai non sei più quella di prima.
Giulia rimase aggrappata allo stipite, le gambe molli. La donna sul letto si avvolse nel lenzuolo, fissando il muro come se non la riguardasse.
Fuori. La voce di Giulia era roca, quasi irriconoscibile. Fuori di casa mia. Ora.
La sconosciuta si affrettò a raccogliere i vestiti. Matteo la guardava con un ghigno.
Non fare scene disse, chiusa la porta dietro lamante. Non è la fine del mondo. Succede a tutti, si va avanti, è normale.
Normale?!
Certo. Pensi che tuo nonno non abbia mai tradito? Ti credi che sono lunico? Metà degli uomini fa così, e le mogli ci stanno. Dove vuoi andare, soprattutto con un bambino dietro? Si infilò i jeans. A chi pensi che possa importare di te, Giulia? Con un fardello così? Basta drammi, hai già urlato abbastanza.
Non ricorda come si sia ritrovata in corridoio, come abbia vestito Marco, chiamato un taxi, detto lindirizzo dei suoi genitori. Durante il tragitto fissava fuori dal finestrino, accarezzando la schiena del piccolo quasi in trance.
La mamma le aprì la porta: le bastò unocchiata per capire tutto. Le venne incontro e la abbracciò forte, come quando Giulia da bambina tornava a casa piena di graffi e lacrime.
Mamma, io… cominciò, ma la mamma la zittì con un gesto.
Adesso calma, poi ne parliamo. Entra.
Il padre uscì dalla cucina, osservò la figlia, il nipote. Il volto gli si indurì.
Cosè successo?
Giulia raccontò. A tratti senza fiato, tra le lacrime, mescolando dettagli, la voce rotta. Critiche, freddezza, le scarpe rosse… il a chi potresti servire con un figlio.
Il padre ascoltò in silenzio. Poi si alzò e prese la giacca.
Vieni.
Dove? chiese Giulia confusa.
Da lui.
Papà, lascia stare, io…
Marco resta qui con tua madre. Andiamo.
Matteo aprì la porta come se niente fosse. Il padre di Giulia entrò, si guardò intorno, poi si rivolse a lui con voce bassa, ma così ferma che Giulia sentì un brivido.
Adesso raccogli le tue cose e vai. Via dalla casa di mia figlia. Comprare questa casa labbiamo fatto io e sua madre, con i nostri risparmi. Qui non metterai più piede.
Matteo provò a ribattere, a parlare di diritti, di beni condivisi, ma su quella voce il suocero lo bloccò subito.
Diritti? Vuoi parlare di diritti? Parliamo invece di come hai trattato mia figlia. Di come lhai umiliata. Di chi hai portato nella sua casa. Il padre si avvicinò e Matteo dovette indietreggiare. Se tra mezzora sei ancora qui, chiamo i carabinieri. E credimi, di soldi per pagare un buon avvocato ne ho. Fuori, adesso.
Matteo se ne andò. Raccolse una borsa ed uscì, in silenzio. Giulia restò a guardare la porta che si richiudeva.
Perché non sei venuta subito da noi? chiese il padre quando furono soli.
Pensavo… eravate stati chiari, avevate avvertito. Credevo che mi avreste detto che era tutta colpa mia.
Si girò a guardarla, e negli occhi aveva una luce che le fece salire il solito nodo alla gola.
Sei nostra figlia. Sei la mia bambina, capisci? Puoi sempre tornare da noi. Sempre. Qualunque cosa succeda.
Lei lo raggiunse e si abbandonò alla sua spalla, proprio come da piccola. Pianse a lungo, lavando via tutta la sofferenza accumulata.
… Due anni dopo, Giulia si trovava sul tappeto della stessa casa a guardare Marco che costruiva una torre di mattoncini colorati. Il diploma di laurea preso da privatista e con il massimo dei voti era lì sul tavolo. Sul telefono, la notifica dellarrivo dellassegno degli alimenti.
Marco alzò lo sguardo e le sorrise, col sorriso identico a quello del padre. Ma a Giulia ormai non importava più.
Mamma, guarda!
Vedo, amore. È bellissima quella torre.
Fuori il tramonto colorava la stanza di oro e arancio. Giulia guardava il figlio e sorrideva. Ce laveva fatta. Non come sognava, ma ce laveva fatta lo stesso.







