Vacanze Senza Programma: Un Capodanno in Famiglia, Senza Corse e Senza Maratone, Tra Dubbi, Paure e la Scoperta di un Nuovo Ritmo Italiano

Vacanze senza agenda

In cucina il rumore della cappa era continuo, e Andrea, per la terza volta, rilesse il messaggio sul gruppo di famiglia.

Allora, ci siete? Noi, come sempre, travolti dalle insalate, scriveva la cugina della moglie, aggiungendo una faccina col sudore.

Andrea posò il telefono accanto al tagliere. Sul legno, una carota giaceva sola e sconsolata. Non aveva alcuna voglia di pelarne altre.

Cè di nuovo il bollettino delle insalate? domandò Nadia, entrando con una molletta in bocca. Stava stendendo gli strofinacci puliti sul termosifone perché fossero asciutti per le feste.

Andrea annuì e indicò lo schermo:

Hanno già tre ciotoloni di insalata russa e una trota ripiena. Prove fotografiche annesse.

Nadia prese la molletta, lanciò unocchiata, sorrise:

Ognuno ha le sue gioie.

Il tono era calmo, ma Andrea avvertì una sottile tensione. Normale, pensò. Era il ventotto dicembre, le sette di sera, e sulla loro tavola non campeggiava la solita montagna di liste: menù, spese, tabella orari, chi incontrare e dove accompagnare.

Gli anni passati, di questi tempi, stavano già correndo tra le corsie della Coop, discutendo se prendere un altro tronchetto o meno, litigando perché Andrea aveva dimenticato di prenotare il taxi per la zia. Due anni fa era stato un susseguirsi di code, brindisi, e piatti da lavare fino alle due. Ogni volta Nadia prometteva che lanno successivo sarebbe stato diverso, ma alla fine non cambiava mai nulla.

Quellanno, invece, la conversazione era avvenuta in macchina, nel parcheggio sotto casa. Andrea ricordava quel momento: loro seduti nei sedili gelidi, e dal retro il lieve russare della cagnolina, stanca dei viaggi fuori porta.

Non ce la faccio più così, aveva detto Nadia, appoggiando la fronte al volante. Sono stanca di festeggiare in cucina.

Andrea era rimasto zitto, guardando le lucine fioche della ghirlanda appesa in ingresso. Anche lui era stanco. Delle chiamate obbligate, degli ospiti che restano solo un po e si fermano fino allalba, di dover sempre essere lorganizzatore della felicità degli altri.

Questanno non facciamo nulla, aveva proposto. Basta maratone.

Allinizio avevano discusso piano. Forse dimezzare la lista degli invitati. Magari prendere parte dei piatti già pronti. Poi Nadia aveva chiesto, quasi sollevata:

E se non invitassimo nessuno? A parte Laura, ovviamente. E i miei genitori, solo per un giorno.

Non era la proposta a stupirlo, ma il modo timido, come se stesse suggerendo qualcosa di sconveniente.

E se davvero nessuno? ribadì Andrea. Ai tuoi genitori portiamo i regali il trentuno mattina, ci fermiamo un paio dore. E a mezzanotte siamo solo noi tre.

Nadia era rimasta in silenzio a lungo, poi aveva annuito. Allora sembrava tutto un gioco.

Ora, a tre giorni dalla vigilia, il gioco si faceva realtà.

Mamma, papà, chiamò la voce di Laura, la loro figlia ventenne, dal corridoio. Non trovo gli anfibi.

Controlla sotto il mobile, rispose Andrea. Ieri li hai buttati là.

Laura apparve sulla soglia, in calzino di lana, il telefono in mano.

Trovati! sorrise. Ma davvero non viene nessuno per Capodanno? Ho detto alla mia amica che resto, che è festa in famiglia.

Sarà festa, confermò Nadia. Solo senza lassedio.

Quindi sono da sola con voi? sospettò Laura. Non volete farmi vedere il veglione della Rai, vero?

Neanche noi lo guardiamo, rispose Andrea. La nostra tabella è: non fare niente. Un programma ricco.

Laura rise, si infilò il piumino, e mentre sistemava la sciarpa chiese:

La nonna lo sa che non invitate nessuno?

Lo sa, sospirò Nadia. Anche il nonno. Pensano sia strano, ma ci stanno.

E la zia Silvia? insistette Laura.

La zia Silvia è impegnata con la trota, commentò Andrea cupo.

Laura scoppiò a ridere, uscì di corsa e la porta sbatté forte. Il cane, che dormiva sul tappeto, alzò il muso, sbadigliò e si acciambellò di nuovo.

Allora, disse Andrea, tornando alla carota. Lo facciamo davvero.

Nadia non rispose subito. Si avvicinò alla finestra e scostò la tenda. Là fuori, le lucine erano già appese, i bambini scivolavano sulle piccole colline di neve, i genitori nei loro piumini si spostavano da un piede allaltro.

Lo facciamo davvero, ripeté piano. Mi fa quasi paura.

Il trentuno dicembre non iniziò col suono della sveglia. Andrea si alzò per conto suo, quando al di là dei vetri era già chiaro, e si stupì del silenzio. Gli anni passati, a quellora, in cucina già cera chiusura di pentole, brodini a bollire, qualche telefonata con la domanda a che ora arrivo?.

Adesso, solo il ticchettio dellorologio. La stanza di Laura chiusa, Nadia che dormiva abbracciata al piumone.

Andrea si stiracchiò, controllò il telefono. Un paio di mail di lavoro, niente più. I colleghi si erano augurati almeno un po di riposo pur sapendo che avrebbero lavorato fino allultimo minuto.

Si mise il pigiama e andò in cucina. Caffè, pane tostato, formaggio. Nadia il giorno prima aveva scritto il menù su un foglietto: Insalata russa, aringa, un secondo semplice. Basta. Il foglio era sul frigo, bloccato da un magnete di Positano.

Andrea bollì le uova, le sbucciò, tagliò wurstel e cetriolini. Ci mise meno tempo di quanto di solito serviva solo per la lista della spesa.

Riempendo la ciotola grande, sentì una fitta. Quella ciotola sembrava vuota. Gli anni scorsi usavano una da insalata, perché ce ne fosse per tutti e avanzasse. Adesso tutti significava tre.

Si accorse che stava per prendere il secondo pacchetto di wurstel e si fermò.

Basta, disse a voce alta. Ce ne è abbastanza per noi.

Abbastanza per chi? chiese Nadia, entrando assonnata con il pigiama e i capelli scompigliati.

Per noi. Ho fatto insalata russa, non per lintero esercito.

Si avvicinò alla ciotola, guardò dentro, corrugò la fronte:

Sembra poco.

Siamo tre, ricorda lui.

Sì, però passò la cucchiaia sul bordo, come a verificare la profondità. E se passa qualcuno?

Ci siamo accordati: nessuno passa.

Nadia alzò le spalle, prese il caffè.

Sai, disse, appoggiandosi al tavolo. Ho passato la notte convinta che mamma chiamerà per dire che vengono lo stesso. E non saprei dirle di no.

Chiamerà, ammise Andrea. E tu le ricorderai che domani andiamo noi. Come detto.

Nadia sospirò, bevve un sorso.

Proviamo, allora.

A pranzo partirono: sul sedile dietro, i pacchetti regalo e la torta che Nadia aveva cucinato per sicurezza. Il tragitto dai genitori richiese quaranta minuti, Andrea scherzava sulle code, Laura mandava meme sulle frenesie di Capodanno.

Appena arrivata, Nadia finì in cucina ad aiutare, pur avendo giurato di non cascarci più. Andrea brindò col suocero, parlarono di politica e benzina. La suocera brontolava che ormai non è più come una volta e guardava lorologio mentre Nadia ricordava loro che sarebbero dovuti andare via presto.

Ma come, fate la festa solo tra voi? domandò quando indossavano i cappotti. E Silvia con i bambini?

Silvia resta a casa sua, rispose Nadia, sistemando il foulard. Questanno facciamo diversamente.

Diversamente, sempre diversamente, borbottava la madre. Una volta si stava tutti insieme, si rideva.

Nadia sentì salire la solita onda di colpa. Stava per dire Venite da noi stasera, ma Andrea, come se sapesse, le mise una mano sulla spalla.

Domani torniamo, disse. Stiamo con voi con calma. Stanotte casa nostra.

La suocera lo fissò, poi guardò la figlia, sospirò.

Come volete. Ma non lamentatevi poi che restiamo soli.

In macchina, Nadia tacque. Laura continuava sui messaggi, ridendo ad alta voce.

Mamma, disse ad un certo punto, posando il telefono. Loro là discutono se sia meglio casa o discoteca. Una dice che la famiglia è sacra, unaltra che si deve vivere la notte finché si può. Voi che pensate?

Che sacro è anche non affogare nella stanchezza, borbottò Nadia.

Io penso aggiunse Andrea che lanno prossimo puoi andare dove vuoi. Ce la faremo.

Laura sbuffò:

Vedremo. Questanno sono qui con voi, poi vediamo.

Alle otto di sera la casa sembrava enorme e silenziosa. Tre piatti in tavola, una insalatiera modesta, aringa, pollo al forno, una bottiglia di prosecco. La ghirlanda sulla finestra non brillava come le luci a casa dei genitori, dove di solito si stipavano tutti i parenti.

Sembra vuoto, disse Nadia sistemando le salviette.

È solo che eravamo abituati al frastuono, rispose Andrea.

Laura uscì dalla stanza in jeans e maglione, niente abitino festoso come le comprava Nadia negli anni passati.

Che dress code abbiamo, poi? domandò ruotando su sé stessa. Pensavo che mi costringeste a vestirmi elegante.

Dress code: come vuoi, le rispose Andrea.

Siete sospettiamente rilassati.

Si sedettero a tavola. Il televisore acceso in sottofondo, senza il frastuono degli show. Andrea trovò un vecchio film che un tempo guardava con Nadia alluniversità.

Facciamo a meno degli spettacoli, propose. Meglio il silenzio.

Ma i rintocchi? chiese Laura.

Quelli restano, disse Nadia. Non sono ancora pronta a rivoluzionare tutto.

Mangiavano, parlavano. Laura raccontava di un professore che aveva assegnato come compito pensare al futuro, e ora tra compagni si disputava sul vero significato. Nadia si accorgeva che non saltava su ogni cinque minuti per servire qualcosa. Andrea che non doveva farsi largo per un nuovo ospite.

Alle nove, chiamò Silvia.

Allora, che fate? chiese. Noi già pieni, i bambini impazziti, insalate che non ci stanno in frigo. Peccato non esserci, cè da ridere.

Nadia, tenendo il telefono allorecchio, guardava la loro tavola piccola, Laura intenta a mostrare un video divertente al padre, e sentiva una nota stonata dentro.

Anche da noi si sta bene, disse. Abbiamo scelto così questanno.

Sì, ho sentito, nel tono di Silvia traspariva il risentimento. Va bene. Non disturbo. Buone feste.

Dopo, Nadia tornò a tavola ma non riusciva più a chiacchierare serenamente. Peccato non esserci, riecheggiava nella testa.

Tutto bene? domandò Andrea, mentre Laura andava in cucina per il succo.

Sì, rispose troppo in fretta Nadia. È solo strano.

Alle dieci e mezza, il telefono di Nadia vibrò ancora. Era il gruppo di famiglia: foto di tavole imbandite, bambini con le stelle filanti, commenti peccato non ci siete, senza di voi non è uguale. Qualcuno mandò una vecchia foto dove lei e Andrea stanno sullo sfondo, stanchi ma sorridenti.

Nadia fissò quellimmagine e sentì il vuoto salire, gli occhi pizzicare.

Ho rovinato tutto, le scappò. Loro sono tutti insieme, e noi

Anche noi siamo insieme, rispose piano Andrea.

Ma non è la stessa cosa, balzò in piedi. Guarda come si divertono. E noi qui, come se nessuno ci avesse invitati.

Ci hanno invitato, disse lui. Abbiamo scelto noi.

Forse abbiamo sbagliato, Nadia passò nervosa la mano sul tavolo. Forse dovevamo fare come sempre. Adesso scrivo che veniamo. Siamo ancora in tempo.

Mamma, Laura rientrò con il succo, fermandosi sulla soglia. Che succede?

Niente, disse Nadia, la voce tremante. Sciocchezze.

Afferrò il telefono, scrisse: Arriviamo, se non è troppo tardi Le dita tremavano.

Andrea la guardava, capiva che tutto poteva tornare come prima. Il giorno dopo si sarebbero svegliati stremati, con la sensazione di aver vissuto il Capodanno ancora una volta per gli altri.

Nadì, si alzò, le prese delicatamente il polso. Fermati un istante.

Lasciami, chiese lei, senza alzare gli occhi. Voglio solo vedere se ci aspettano.

Ci aspettano ogni anno, spiegò. La domanda è: cosa aspettiamo noi?

Laura, stringendo il succo, taceva. Nei suoi occhi brillò una titubanza, poi una decisione.

Mamma, fece un passo avanti. Io sono contenta di essere a casa. Non volevo dirlo per non ferire la nonna, ma neanche io sopporto tanto quelle tavolate. Ogni anno penso: quando posso andarmene?

Nadia si voltò verso la figlia.

Davvero? domandò.

Sì, Laura alzò le spalle. Vi voglio bene tutti. Ma quando il rito diventa obbligo, mi viene voglia di scappare. Stasera invece mi sento tranquilla.

Nadia posò il telefono, il messaggio incompleto sullo schermo.

Ho paura che diventiamo isolati, ammise. Che poi smettano di invitarci, che restiamo soli.

Non saremo mai estranei, disse Andrea. Solo non dobbiamo essere ovunque. A volte si sta anche solo a casa.

Parlava calmo, ma anche in lui cera quella paura: trovarsi ai margini delle recite familiari, fuori dal giro. Solo che lui ci aveva fatto pace prima.

Ecco, propose. Stasera restiamo come da piano. Domani, se ci va, usciamo. Non per obbligo, ma per piacere.

Laura assentì.

E la prossima volta decidiamo, aggiunse. Non facciamo le cose per tradizione.

Nadia si passò una mano sul volto, prese fiato.

Va bene, disse. Si resta.

Cancellò il messaggio, spense il telefono e lo capovolse.

Ma mi sento comunque colpevole, ammise. Come se avessimo abbandonato qualcuno.

Ci vorrà più di una sera, rispose Andrea. Abbiamo vissuto così per anni.

Posso dire una cosa eretica? intervenne Laura. Magari non solo voi, ma anche loro vi spingevano. Potevate dire basta già dieci anni fa.

Nadia sorrise, con le lacrime agli occhi.

Grazie, capitana ovvietà.

Prego, fece seria Laura.

Tornarono a tavola. Meno di unora a mezzanotte. In tv scorrevano concerti, nessuno ci badava.

Giochiamo a qualcosa? propose Andrea. Così non guardiamo lorologio.

Carte? silluminò Laura.

Carte siano.

Distribuirono il mazzo, discutevano sulle regole, ridevano mentre Laura tentava di barare. Nadia notava che rideva veramente, non per cortesia come al tavolo affollato dove doveva vigilare che nessuno si annoiasse.

I rintocchi del nuovo anno li seguirono davvero. Con bicchieri alzati, si augurarono salute e riposo. La parola emerse inaspettata, ma giusta.

Voglio che impariate a riposare, disse Laura, sollevando il succo. Anchio.

Concordo, disse Andrea.

Proviamo, aggiunse Nadia.

I primi giorni scorsero lenti. Dormivano fino a tardi, persino alle undici. Andrea si sdraiava sul divano leggendo un libro dimenticato. Nadia selezionava vecchie foto sul portatile, non per pubblicarle, ma per se stessa.

Laura a volte usciva con gli amici, a volte restava, guardava serie e disegnava sul tablet. Ogni tanto uscivano insieme verso il parco, dove bambini scendevano sulle lastre di ghiaccio e i grandi sorseggiavano caffè nei bicchieri di carta.

Un giorno, Andrea si accorse di essere annoiato. Non come in riunione, ma diversamente. Troppo silenzio, poche commissioni.

Si pose alla finestra, guardando i ragazzini che sparavano petardi diurno, e sentì agitazione. Come se stesse sprecando il tempo.

Nadia, la chiamò. Si va da qualche parte? Al centro commerciale, al cinema. Mi sembra di stagnare.

Nadia alzò lo sguardo dal pc.

Al centro non mi va, disse. Troppa gente. Il cinema sì, ma non oggi. Finalmente sto bene senza fare nulla.

Senza far nulla ripeté. Ma se poi non facciamo nulla di utile?

Cosè utile per te? chiese.

Non so, grattandosi la testa. Sistemare il balcone. Vedere i miei. Passare a trovare tua zia. Rinnovare il bagno.

Ristrutturare il bagno in ferie, geniale, rise. Dai tuoi andiamo, va bene. Non voglio rinunciare alla gente di per sé. Solo non correre sempre.

Andrea sentì crescere il fastidio.

Io non so stare fermo, sbottò. Mi sento sempre pigro.

Tutto lanno stai sempre in movimento, lo calmò. Una settimana si può.

Facile da dire, brontolò andando in cucina.

Lì cominciò a sistemare il cassetto dei sacchetti per misure, per non si sa quale scopo. Cinque minuti dopo si accorse dellassurdità, sbottò a ridere. Ma la frenesia non passava.

La sera, Andrea scrollò Instagram. Gente in settimana bianca, allestero, alle terme con rametti di rosmarino. Sotto ogni foto Vacanze attive, Niente divano.

Andrea si accorse di irritarsi. Con loro, con sé stesso, con lansia di non essere sufficienti.

Perché sei cupo? chiese Laura, sbirciando lo schermo.

Guardali, le mostrò dei post. Loro vivono, e noi

E noi che? lo interruppe. Viviamo anche noi. Diversamente.

Si fermò un attimo.

Vuoi che ti insegni a non guardare ciò che serve solo a confrontarsi?

Andrea rise.

Sembri mia mamma.

Voi ci insegnate tanto, si schermì. Ad esempio, mai caffè dopo le sei. Non si dorme.

Gli tolse il telefono, scrollò su e giù.

Vedi? disse. Lui è in montagna. Bello, ma magari ha fatto una sfacchinata. Quello alle terme, troppo caldo. Tu ora sei qui, in casa calda, col pigiama. E non devi muoverti. Anche questo è un vantaggio.

Lo dici come fosse una conquista, sbuffò Andrea.

Per voi lo è, disse Laura. Non sapete riposare.

Voleva ribattere, ma non aveva risposte.

Il giorno dopo litigarono. Poco, ma abbastanza. Andrea iniziò un nuovo telefilm e ci rimase fino a pranzo. Nadia girava mettendo a posto oggetti accumulati. Alla fine perse la pazienza.

Stai davanti allo schermo da stamattina, sbottò. Ti verranno gli occhi quadrati.

Tu non fai che riordinare, ribatté lui, senza staccarsi dallo schermo. Ti sembra più produttivo?

Almeno qualcosa faccio.

Io riposo.

Questo non è riposo, esplose Nadia. È fuga.

Andrea mise in pausa la serie, si voltò.

Il tuo ordine non è una fuga? domandò. Non sai stare ferma senza fare nulla. Devi sistemare sempre.

Silenzio. Ognuno vedeva nei gesti dellaltro il proprio timore.

Facciamo così, disse Nadia abbassando le spalle. Metà giornata la passi davanti ai tuoi film, io lascio stare lordine. Nessuno critica laltro.

Ci sto, annuì Andrea. Ma almeno una cosa al giorno la facciamo insieme.

Una passeggiata, propose Nadia. O un film.

O un gioco da tavolo, intervenne Laura, che aveva ascoltato tutto dal corridoio. Io voto giochi.

Così nacque la prima regola delle vacanze. Non cancellava le abitudini, ma offriva un confine. Andrea guardava serie senza sentirsi in colpa, Nadia si concedeva di sdraiarsi accanto, senza una lista in mano.

Dopo un paio di giorni andarono dai genitori di Andrea. Anche lì, confusione, ma più smorzata. I genitori erano invecchiati, le visite rare. Rimasero qualche ora, mangiarono la torta, parlarono del tempo e della salute.

Come mai siete così liberi oggi? domandò il padre, versando il tè. Di solito avete tutto programmato.

Volevamo un po d’aria, spiegò Andrea.

Fate bene, sorprendentemente lo appoggiò la madre. Sempre tutto sulle vostre spalle. Riposate, almeno una volta.

Andrea restò colpito. Aspettava rimproveri, invece ottenne approvazione. In macchina, lo disse a Nadia.

Vedi? disse. Non tutti credono che abbiamo tradito la tradizione.

Forse sono io, ammise lei. Dopo tanti anni, difficile uscirne subito.

Possiamo uscirne a tappe.

Lei acconsentì.

Nei giorni rimasti vissero davvero a tappe. Un giorno tutto in casa, tra libri e piatti semplici. Un altro fecero escursione cittadina: centro, strade illuminate, una piccola pasticceria dove non dovevano accogliere o salutare nessuno.

Sai, disse Nadia davanti al vetro con la cioccolata calda. Mi piace non avere piano. La mattina mi chiedo non cosa devo, ma cosa voglio.

E cosa vuoi? chiese Andrea.

Oggi? rifletté. Niente di speciale. Solo camminare insieme.

Lui sorrise.

Io voglio non rimproverarmi se non succede niente di speciale.

Quello è più difficile, notò lei.

Possiamo allenarci.

Osservavano i passanti. Chi portava borse, chi posava per una foto allalbero, chi trascinava un bambino stanco. Ognuno aveva il suo modo di vivere la festa.

Lultimo giorno di vacanza era limpido e gelido. Laura fuori dalla sua amica, promessa di tornare per cena. In casa, un silenzio particolare.

Andiamo al parco? propose Andrea. Noi due, niente cane, niente gente.

Andiamo, rispose Nadia.

Si vestirono, uscirono. Il rumore della neve sotto le scarpe, laria che pizzicava. In zona meno famiglie che a inizio anno. Qualche persona sul ghiaccio, carrozzine.

Camminavano, ogni tanto scambiandosi qualche parola. Il silenzio era leggero. Nella mente di Nadia, si accavallavano pensieri: da domani mail, chiamate, richieste di aiuto e organizzazione. Ma sentiva anche una calma strana.

Sai, disse fermandosi alla panchina. Pensavo che senza la grande festa mi sarei rotta dentro. Che avrei smesso di essere brava figlia, brava padrona di casa.

E allora? chiese Andrea.

Non si è rotto niente, sussurrò sorridendo. Si può essere normali anche così.

Pensavo che se non risulta utile, non servo a nulla, confessò lui. Ma si può stare sul divano e valere. Almeno per te e Laura.

Soprattutto per Laura, disse Nadia. Lei vede tutto.

Camminarono ancora, poi si sedettero. Andrea tolse i guanti, le prese la mano.

Facciamo un patto, propose. Lanno prossimo, niente inviti di default. Prima capiamo cosa vogliamo, poi ci adattiamo agli altri.

Ok, rispose. E se inizio a scrivere a tutti che arriviamo, tu mi fermi.

Se invece mi iscrivo a mille feste, fermami tu.

Affare fatto.

Restarono lì, poi tornarono a casa. In ingresso, odore di pini e arance, la musica dai vicini appena percettibile.

Andrea mise il bollitore, Nadia accese una candela sul davanzale, gesto dinverno.

Tu pensi che faremo così sempre? Niente maratone, niente tabelle? domandò.

Non so, sincero. Forse ci tornerà voglia di riunire tutti. Ma stavolta sarà scelta nostra, non dovere.

Lei annuì. Cera ancora un po dansia, ma non comandava più lei.

Alla sera tornò Laura, il naso rosso, il sorriso largo.

Lamica mia ha trovato una lettera dei genitori partiti alle terme: Abbiamo deciso di riposare. Sei grande, ce la fai da sola. Allinizio ci è rimasta male, poi ha detto che le piace.

Vedi, fece Andrea. Si impara sempre.

Ho imparato anchio, sorrise Laura. Mi piace stare quando voi non vi agitate, ma state semplicemente qui. Anche se ogni tanto discutete per i film o per i sacchetti.

Nadia rise.

Cercheremo di essere più semplicemente casa, promise.

Si sedettero in tre sul divano, Laura scelse il film. Il tè si raffreddava, le briciole sul piatto, e fuori rari botti coloravano la notte, senza coprire le loro risate quiete.

La festa che temevano di saltare non era dove cera più rumore. Era in quella scena: tre persone che si erano concesse di riposare vicine, senza dover dimostrare a nessuno come si deve vivere il Capodanno.

E quello bastava.

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Vacanze Senza Programma: Un Capodanno in Famiglia, Senza Corse e Senza Maratone, Tra Dubbi, Paure e la Scoperta di un Nuovo Ritmo Italiano
Ho lavorato all’estero per tre anni e mandavo soldi a mia sorella per aiutare nostra madre, ma al mio ritorno ho scoperto in che terribili condizioni viveva