Il ricordo di quei giorni è rimasto impresso come un’incisione sul legno consumato. Lui era lì, davanti a me: alto, calmo, con unespressione contenuta che non lasciava spazio a discussioni.
Vi hanno cacciato? sussurrò, ma ogni parola tagliava laria come un coltello.
Sì rispose Ginevra, incerta. Non volevo creare problemi. Sono solo venuta a provare.
Mi scrutò con attenzione, poi rivolse lo sguardo alla segretaria.
Da quanto tempo lavorate qui? chiese, asciutto.
Da cinque anni, signor Bianchi rispose la donna, pallida.
E in tutti questi anni non avete capito la differenza tra una madre che lotta e uno che vuole solo disturbare? la sua voce si fece gelida. Chiamate subito il capo del reparto. Subito.
La segretaria deglutì rumorosamente e scomparve nella stanza sul retro.
Nel vestibolo regnava un silenzio totale.
Ginevra non sapeva che cosa dire. Il cuore le batteva forte, le mani tremavano. Non capiva perché quelluomo evidentemente il capo, forse anche il proprietario si schierasse dalla sua parte.
Per favore, non è necessario sussurrò. Me ne andrò. Non voglio darvi fastidio.
No, rispose lui con calma. Resterete.
Un minuto dopo, la porta si aprì di colpo e un uomo ansimante, in giacca e con una cartellina, entrò nella sala.
Signor Bianchi, non sapevo che sarebbe venuto oggi
È evidente, lo interruppe Alessandro. E se così si preoccupano dei candidati, non mi sorprende la nostra alta rotazione.
Luomo rimase muto.
Il piccolo Lorenzo afferrò la madre per la mano.
Mamma, chi è quelluomo?
Il capo, le sussurrò.
Alessandro si chinò leggermente verso il ragazzo.
Tu sei Lorenzo, vero?
Sì, rispose il bimbo timidamente. E questa è la mamma.
Capisco. Sei fortunato, Lorenzo. Non tutti hanno una madre così.
Poi fissò Ginevra.
Vieni con me.
Presero lascensore e salirono allultimo piano.
Il suo ufficio era spazioso, con grandi finestre panoramiche che offrivano una vista sullintera città di Milano. Un massiccio tavolo di noce, libri, foto, ordine e silenzio.
Siediti, disse, togliendosi la giacca.
Ginevra si sedette con cautela, temendo di lasciare tracce sul tavolo.
Raccontami di te. Non dal curriculum, ma dalla vita, chiese, senza distogliere lo sguardo.
Inghiottì.
Ho lavorato otto anni in una fabbrica tessile. Lhanno chiusa. Poi ho fatto pulizie, lavori temporanei, quello che capitava. Cerco disperatamente qualcosa di stabile. Ho visto che cercate unassistente e ho pensato magari mi ascoltate.
Perché proprio qui?
Perché voglio dare a mio figlio qualcosa di meglio. Non vivere nella paura come faccio io.
Nei suoi occhi c’era una sincerità rara.
Alessandro Bianchi la guardò a lungo, poi domandò piano:
Il padre del bambino?
È sparito anni fa. Non ha più dato sue notizie. Nessuno ci aiuta.
Sospirò, come se ricordasse qualcosa di lontano.
Capisco.
Prese il telefono.
Ginevra Rossi inizia domani. Contratto ufficiale, salario completo, e garantite un posto per Lorenzo nel crèche vicino allufficio.
Dallauricolare udii un silenzio assordante.
Sì, ha sentito bene, concluse e riagganciò.
Ginevra balzò dalla sedia.
Signor Bianchi, non voglio che questo suoni come beneficenza!
Non è beneficenza, rispose calmo. È una decisione. Voi avete bisogno di una chance, io ho bisogno di persone che non si arrendano.
Le lacrime le inondarono gli occhi.
Grazie non so cosa dire.
Dite solo a domani, sorrise leggermente.
Lorenzo si avvicinò.
Mamma, avremo davvero un lavoro?
Sì, amore mio. Avremo.
Le settimane successive trascorsero come un sogno.
Ginevra si rivelò una dipendente eccellente: puntuale, organizzata, modesta. I colleghi allinizio la osservavano con curiosità, poi con rispetto.
E Lorenzo veniva ogni giorno con lei al crèche, dove ormai aveva amici.
Una mattina, mentre Alessandro attraversava il reparto, si fermò davanti alla sua scrivania.
Come va?
Bene, signor Bianchi. Ancora non riesco a credere che sia tutto vero.
Credeteci. Ve lo siete meritato, disse con un sorriso che nessun altro aveva mostrato.
Qualche settimana dopo fu convocata nellufficio di Alessandro.
Lui era accanto alla finestra, con in mano una vecchia foto.
Vede quella donna? chiese.
Nella foto cera una donna dal sorriso delicato e gli occhi che somigliavano ai suoi.
No chi è?
Mia madre. Era sola. Andò a un colloquio con me in mano. Lhanno cacciata. Nessuno le ha avuto a cuore.
Rimase in silenzio.
Allora promisi a me stessa, se un giorno avessi potuto decidere del destino altrui, non avrei lasciato che una madre fosse umiliata perché era madre. Quando lho vista nellatrio è stata come vedere lei.
Le lacrime di Ginevra scivolarono senza vergogna.
Grazie non solo per il lavoro, ma per tutto.
Non ringraziate me. Ringraziate voi stessa per non aver ceduto.
Passarono mesi. Ginevra affittò un piccolo ma luminoso appartamento. Lorenzo iniziò la scuola. La vita iniziò a odorare di speranza.
Un venerdì sera Alessandro si avvicinò alla sua scrivania.
Domani vado nella mia villa sul lago. Se volete, venite con Lorenzo. Gli piacerà.
Non so se sia opportuno
A volte non bisogna essere sempre opportuni. A volte basta essere sinceri, rispose.
Il giorno dopo, sul lago, Lorenzo lanciava sassi e rideva.
Ginevra era seduta sulla panca di legno accanto ad Alessandro, guardando il riflesso del cielo sullacqua.
E, per la prima volta in anni, sentì che il mondo non era più contro di lei.
Che le meraviglie non avvengono quando le aspetti,
ma quando sei convinto che non arriveranno mai più da sole.



