LASCIATEMI RESTARE, VI PREGO
Io non me ne vado da qui… sussurrava senza chiarezza la donna. Questa è casa mia, non la lascio. nella sua voce tremava un pianto mai realmente scoppiato.
Mamma, disse luomo. Ma lo sai che non ce la faccio più a starti dietro Devi capirlo anche tu.
Giacomo era triste. Vedeva che la mamma soffriva e si rodeva dentro. Era seduta sul vecchio divano sfondato della casa nella sua piccola frazione.
Va tutto bene, me la cavo da sola, non ho bisogno che vi preoccupiate per me, ribatté testarda la donna. Lasciatemi stare.
Ma Giacomo sapeva che da sola non poteva farcela. Aveva avuto un ictus. Lucia Bellini era sempre stata fragile, non raramente costretta in casa da vari malanni. Ricordava benissimo quando aveva dovuto chiedere mesi di permesso al lavoro per occuparsi di lei dopo che si era rotta una gamba. Allinizio lei si mostrava coraggiosa, ma senza di lui non avrebbe fatto neanche un passo.
Negli ultimi anni Giacomo aveva iniziato a guadagnare bene e quellestate pensava di ristrutturare la casa di famiglia per rendere tutto più confortevole per sua madre. Ma poi era arrivato lictus. E il pensiero dei lavori aveva perso senso: bisognava portare mamma in città.
Claudia ti prepara la valigia, disse indicando la moglie. Se ti serve qualcosa, dillo a lei.
Lucia Bellini rimase in silenzio, continuando a guardare fuori dalla finestra, dove il vento leggero dautunno faceva cadere le foglie gialle dei vecchi olmi che aveva visto ogni giorno della sua vita. La mano buona stringeva con forza la destra paralizzata, che cadeva inerte.
Claudia stava rovistando nellarmadio, ogni tanto le chiedeva cosa prendere, cosa lasciare. Ma Lucia guardava solo fisso fuori, lontana da nuore, vecchie vestaglie e occhiali rotti.
Lucia era nata e cresciuta per tutti i suoi sessantotto anni in quella piccola frazione che ormai si era svuotata. Aveva lavorato tutta la vita come sarta. Prima in una sartoria del paese, poi, quando la clientela era finita, da casa. Col passare degli anni il lavoro era sempre meno, così si era dedicata allorto e alla casa, riversando lì tutte le sue energie. Non riusciva proprio a immaginare di lasciare la sua vita, la sua routine, per trasferirsi in un appartamento estraneo, abitato solo dai rumori di città…
***
Giacomo, non mangia di nuovo niente, sospirò Claudia entrando in cucina e posando il piatto intatto sul tavolo. Non ce la faccio, non ho più forza…
Giacomo guardò in silenzio la moglie, poi il piatto, e scosse il capo. Sospirò a fondo e si avviò verso la stanza della madre.
Lucia era seduta sul divano, fissava la finestra come se non battesse mai le palpebre, gli occhi grigi e spenti rivolti al di là dei vetri. La mano buona poggiata sullaltra, tentando invano di darle vita.
In camera cerano attrezzi da ginnastica, espansori ovunque, una pila di medicine sul comodino. Se non fosse stato lui a obbligarla, non li avrebbe mai usati.
Mamma?
Lucia non reagì.
Mamma?
Giacomino? sussurrò piano la donna, con voce incerta.
Dopo lictus parlava a fatica, le parole svanivano in bocca confuse. Da qualche tempo pronunciava meglio, ma spesso era difficile capirla.
Perché non mangi niente, mamma? Claudia si sta preoccupando, cucina per te. Sono giorni che praticamente non tocchi cibo.
Non mi va, figlio mio, rispose Lucia a bassa voce, ruotando lentamente la testa verso di lui. Davvero. Non insistere, non voglio forzarmi.
Mamma… Ma che cosa vorresti? Dimmi solo cosa…
Si sedette vicino a lei. Lucia gli prese la mano.
Sai cosa vorrei, Giacomino. Tornare a casa. Ho paura di non rivederla più.
Lui sospirò, scuotendo la testa.
Mamma, lo sai che ora lavoro tutti i giorni, Claudia corre sempre dai medici. È inverno, non possiamo andare ora… Almeno aspettiamo la primavera.
Lei annuì, Giacomo le sorrise, poi uscì.
Spero solo non sia troppo tardi, figlio mio… Spero non sia troppo tardi.
***
Mi dispiace, la fecondazione assistita non ha funzionato neanche stavolta, disse la dottoressa, togliendosi gli occhiali e guardando la giovane donna.
Claudia rimase senza fiato, si strinse il viso con le mani:
Ma come è possibile? Come fanno a riuscirci tutti gli altri? Mi avevate detto che solo il 40% ci riesce al primo tentativo, ma questo era il terzo! Comè possibile?!
Giacomo rimaneva in silenzio, stringendo la mano della moglie. Era nervoso. Nellala accanto alla clinica Lucia era al massaggio, ormai doveva andare a prenderla.
Senta, disse sottovoce la dottoressa. Capisco che sia importante per voi, che sia un sogno, però siete troppo ossessionati, sempre sotto stress. Il corpo non regge…
Certo che sono stressata! scoppiò Claudia. Lavoro da casa per pagare questi maledetti cicli di fecondazione che costano un patrimonio! Devo fare procedure, prendere medicine che mi devastano, occuparmi di tua madre e i suoi capricci. Non mangia, non prende le medicine… Sì! Voglio un figlio, magari così Giacomo penserà anche a me, non solo a sua madre!
Poi, realizzando daver esagerato, si zittì di colpo, afferrò la borsa e uscì di corsa.
Mi scusi… sussurrò Giacomo.
Non si preoccupi, la dottoressa fece un gesto. Vedesse che scene succedono qui… tutto normale.
Giacomo uscì, ritrovando Claudia in sala dattesa. Era seduta sul divanetto, piangeva con il viso tra le mani, scossa dai singhiozzi. Quando lo vide, si asciugò le lacrime e mormorò:
Perdona… Ti giuro, non volevo parlare così di tua madre, sono solo stanca. Sono stanca di guardare una persona che si spegne giorno dopo giorno. Sono stanca di vedere solo una linea nei test, e di sprecare centinaia di euro per un’altra procedura. Non ce la faccio più…
Se potessi, farei tutto il possibile per entrambe. Ma non è nelle mie mani…
Lo so, rispose Claudia tra le lacrime, abbozzando un sorriso. Lo so…
Restarono così, per qualche minuto, mano nella mano. Poi lei si sollevò, sistemò il colletto della camicia, sorrise:
Andiamo. Lucia ora sarà libera. Non le piacciono gli ospedali, la rattristano sempre…
***
Sua madre purtroppo migliora poco, disse piano il dottor Moretti, anziano, basso e con gli occhiali tondi. Aveva chiesto a Giacomo di parlare lontano dallorecchio di Lucia. Claudia era con lei.
Vede… Quando è venuta da me credevo avrebbe recuperato. Dopo un ictus le probabilità sono poche, ma sua madre non aveva vizi o malattie croniche, aveva tutte le chance.
Eppure… non si muove niente. Lo vedo anchio.
Credo che lei non voglia davvero guarire. Si è arresa. Nei suoi occhi non cè scintilla, non ha più voglia di vivere…
Giacomo annuì in silenzio. Laveva visto anche lui. Lucia era dimagrita, quasi irriconoscibile. Rintanata sempre sul divano, gli occhi oltre la finestra. Niente libri, niente televisione, niente parole. Solo la finestra.
Dopo un ictus possono esserci disturbi comportamentali, aggiunse a bassa voce il medico. Ma a lei allinizio non erano venuti.
Penso che sia altro, concluse Giacomo con voce spenta.
***
Giacomo, disse Claudia al telefono, puoi rimandare il viaggio di lavoro? Tua mamma sta davvero male, ho paura che non faccia in tempo…
Era difficile per lei dirlo. Sapeva quanto contasse Lucia per il marito. E anche a lei pesava guardare la suocera così, rannicchiata sul divano, quasi immobile.
Una volta ascoltava musica con il vecchio giradischi portato dalla casa in campagna laveva lasciato il papà, maestro di musica.
Ora stava solo distesa, guardava un punto fisso, non parlava, non mangiava quasi più da giorni. Solo latte, anche se spesso diceva che non aveva sapore come quello di una volta. Eppure adesso ne beveva…
Giacomo arrivò quella stessa sera e non si staccò dal suo letto per tutta la notte.
Sai cosa voglio. Me lhai promesso.
Lui annuì. Sì, glielo aveva promesso. Il giorno dopo andarono in paese. Lucia si rifiutò di andare dal medico.
Non voglio lospedale. Voglio casa.
Era marzo, ma le strade non erano troppo fangose, così riuscirono ad arrivare fino davanti alluscio. Giacomo la aiutò a sedersi sulla carrozzina.
Attorno il disgelo primaverile scioglieva la neve, lasciando la terra libera dal bianco. Gli alberi si piegavano appena al vento leggero, il sole già scaldava.
Lucia rimase seduta in cortile per ore, finalmente con un sorriso sul volto. Respirava a pieni polmoni, guardava il cielo e piangeva lacrime di gioia.
Era finalmente a casa. Guardava la sua casetta sbilenca, il sole caldo, sentiva i suoni della natura, il freddo umido della neve che si scioglieva…
La sera mangiò qualcosa e si attardò ancora un po in cortile prima di andare a dormire. Il sorriso non la lasciava mai. E quella notte se ne andò. Così, col sorriso sulle labbra. Felice.
Giacomo e Claudia presero qualche giorno di ferie per salutare Lucia, sistemare la casa, decidere il da farsi. Ma, a dire il vero, a Giacomo andava solo di restare lì, di respirare quellaria di campagna che metteva pace. Non passava lì più di due giorni da anni.
Proprio prima di tornare in città, Claudia si sentì male. Andò in bagno ed ebbe un conato. Quando tornò da Giacomo aveva gli occhi sbarrati e un test in mano. Ne portava sempre con sé, ma sempre inutilmente. Ora invece cerano due linee. Due!
È merito tuo mamma… Ce lha mandata Lucia… sussurrò tra le lacrime, incredula.
Giacomo alzò lo sguardo al cielo limpido e azzurro, annuì stretto abbracciando la moglie. Era davvero un dono. Il più prezioso di tutti.






