Lasciatemi andare, vi prego
Io non voglio andare da nessuna parte sussurrava la donna con voce fievole, quasi indecifrabile. Questa è la mia casa, non la abbandonerò. Nella sua voce tremava un filo di pianto, pronto a scivolare fuori in qualsiasi momento.
Mamma, disse piano luomo. Lo sai che non posso più occuparmi di te Con il lavoro e tutto il resto, devi capire.
Giovanni era triste nel profondo. Sapeva benissimo quanto la mamma soffrisse e quanto fosse turbata. Sedeva sopra un vecchio divano sgangherato, nella casa che loro avevano sempre amato, nel cuore di un piccolo paese dellentroterra toscano.
Va tutto bene, me la caverò da sola, non serve che stiate dietro a me, ribatté ostinata la donna. Vi prego, lasciatemi qui.
Ma Giovanni sapeva che non ce lavrebbe fatta. Era stato un ictus. Caterina Moretti aveva sempre avuto una salute fragile, e lui lo ricordava bene, come fu costretto allora a prendere diversi mesi di aspettativa, dopo la frattura della gamba della madre. Anche allora Caterina si era fatta forza, ma i primi tempi senza suo figlio non riusciva nemmeno a camminare da sola.
Giovanni, da poco, aveva finalmente uno stipendio buono e, per quellestate, aveva in mente di rifare la casa di famiglia, renderla accogliente per la mamma. Poi però arrivò lictus. Il progetto di ristrutturazione perse ogni senso: bisognava portare via la mamma e trasferirla a Firenze.
Lucia raccoglierà le tue cose, disse indicandole la moglie. Se ti serve qualcosa, dillo pure a lei.
Caterina Moretti rimase in silenzio, continuando a fissare dalla finestra il vento tiepido dautunno che staccava le prime foglie dorate dagli antichi olmi che aveva visto crescere per tutta la vita. La sua mano destra quella che ancora rispondeva ai suoi comandi stringeva con forza laltra, ormai inerte.
Nel frattempo Lucia stava cercando con cura tra i vestiti, domandando spesso alla suocera cosa portare e cosa no; ma Caterina fissava il vetro, persa in pensieri lontani da nuore, vestaglie logore e occhiali ormai rotti.
Caterina Moretti era nata e aveva vissuto per sessantotto anni in quel piccolo paese che ormai si stava svuotando. Per tutta la vita aveva cucito: prima nellatelier locale, poi, quando la bottega chiuse troppi paesani se nerano andati iniziò a lavorare da casa. Il lavoro diminuiva ogni anno, così Caterina si dedicò allorto e alla casa, mettendovi dentro tutto il suo amore. Ora non riusciva neppure a immaginare di lasciarsi tutto alle spalle per finire in un appartamento grande, sconosciuto e freddo in città
Gianni, non ha toccato nulla neanche stavolta, sospirò Lucia, posando stanca il piatto in cucina. Io così non ce la faccio più non ho più forze.
Giovanni guardò in silenzio la moglie, poi il piatto rimasto intatto. Sospirò profondamente e andò nella stanza della madre. Caterina era seduta sul divano, lo sguardo sempre fuori. Nemmeno sbatteva le palpebre, sembrava. I suoi occhi, ormai spenti e grigi, guardavano ciò che non si vedeva. La mano buona stringeva ancora la sinistra, quasi a volerle trasmettere vita. Nella stanza cerano attrezzi per la riabilitazione, molle per le mani sparpagliate ovunque, e medicinali ammucchiati sul comodino. Giovanni sapeva che, se non avesse insistito, sua madre a tutto ciò non si sarebbe nemmeno avvicinata.
Mamma?
Nessuna risposta.
Mamma?
Figliolo? rispose, flebile e confusa. Dopo lictus parlare era diventato difficile, le parole si impastavano. Ora era un po meglio, ma capirla rimaneva spesso arduo.
Perché oggi non hai mangiato nulla? Lucia ha cucinato con tanto impegno. Da giorni non tocchi quasi niente.
Non ho fame, Gianni, sussurrò Caterina. Lentamente si voltò verso il figlio. Davvero. Non costringetemi.
Mamma Dimmelo cosa vorresti davvero
Si sedette accanto a lei, Caterina gli afferrò piano la mano:
Tu lo sai cosa voglio, Gianni mio. Voglio tornare a casa. Ho paura di non rivederla più.
Lui scosse la testa con rassegnazione.
Lo sai che devo lavorare ogni giorno, e Lucia ormai ha medici e visite in continuazione. È inverno, non possiamo rischiare Dai, aspettiamo almeno la primavera.
La madre annuì, lui le sorrise piano, ed uscì.
Speriamo non sia troppo tardi, figliolo Speriamo di non arrivare tardi.
Mi dispiace, la procedura non ha funzionato nemmeno questa volta, disse la dottoressa togliendosi gli occhiali e guardando Lucia.
Lucia portò le mani al volto, soffocando un singulto:
Ma come? Perché io no, quando agli altri va bene? Mi avete spiegato che dopo il primo tentativo solo il quaranta per cento ci riesce, ma questo era il terzo e niente! Perché?
Giovanni, in silenzio, le strinse la mano. Era anche lui provato. Nellaltra ala della clinica Caterina era a fare fisioterapia, e presto sarebbe stato tempo di riportarla a casa.
Vedete capisco bene, iniziò la dottoressa con voce dolce. So quanto desideriate una gravidanza, ma siete talmente ossessionata dallidea che vivete costantemente sotto stress. Il corpo, così, non ce la fa
Certo che sono stressata! Devo lavorare da casa per pagare questa maledetta fecondazione assistita, sottopormi alle punture, prendere pastiglie che mi stanno distruggendo, accudire mia suocera e sopportare i suoi umori! Non mangia, non prende i farmaci, niente! Certo che voglio un figlio, magari così mio marito penserà anche a me e non solo a sua madre!
Lucia si interruppe brusca, comprendendo che aveva esagerato. Presa dal nervoso, afferrò la borsa e uscì dimpeto dal gabinetto.
Mi scusi mormorò Giovanni.
Ma si figuri, rispose la dottoressa con un moto della mano. Ho visto ben di peggio, creda.
Giovanni la seguì in silenzio. Trovò Lucia sul divanetto della sala dattesa, piangeva nascondendo il viso tra le mani. Gli occhi bagnati e rossi, interruppe il pianto fissandolo.
Scusami scusa Non volevo parlare male di tua madre. Solo, sono esausta. Non ce la faccio più a vedere una persona spegnersi ogni giorno, vedere sempre una sola linea sul test e spendere centinaia di euro per nulla. Non ce la faccio più
Se potessi far qualcosa per aiutarvi entrambe, lo farei. Ma non è in mio potere
Lo so, fece Lucia, forzando un sorriso tra le lacrime. E capisco.
Rimasero qualche istante abbracciati in silenzio. Poi Lucia si rialzò, si sistemò il colletto e sorrise.
Su, andiamo. Sicuramente Caterina ha già finito. Non sopporta le cliniche, dopo diventa sempre triste.
Temo che sua mamma non stia facendo molti progressi, sussurrò il dottor Bernardi, un vecchietto basso con gli occhiali rotondi, quando Giovanni gli chiese come andava la madre. Si erano allontanati, perché Caterina non sentisse. Lucia era rimasta con lei. Quando lho conosciuta, pensavo sinceramente che si sarebbe ripresa. Dopottutto, i danni causati dallictus sono spesso difficili da superare, ma sua madre non aveva vizi e la salute era tutto sommato buona. Aveva delle chance.
Sì, ma Non succede nulla. Me ne rendo conto anchio.
Mi pare proprio che non voglia provarci. Si è arresa. Non ha più né fiamma né volontà nello sguardo È come se avesse rinunciato a vivere
Giovanni annuì in silenzio, dentro di sé. Era ben conscio di tutto ciò. Caterina era dimagrita quindici chili, la sua figura ormai stentava a riconoscersi. Stava tutto il giorno nello stesso punto, a osservare il mondo dalla finestra. Non leggeva più, non guardava la TV, non parlava con nessuno. Solo la finestra.
In certi casi, dopo lictus si manifestano dei cambiamenti psicologici, aggiunse il dottor Bernardi, sempre sommesso. Ma non avrei mai pensato che, su sua madre, sarebbero stati così evidenti. Non me lo aspettavo, davvero.
Credo che sia unaltra la causa, commentò piano Giovanni.
Gianni, disse Lucia al telefono, riesci a cancellare il viaggio di lavoro? Tua madre sta sempre peggio. Ho paura che non arrivi a rivederti
Dirlo la soffocava. Sapeva bene cosa rappresentasse Caterina per il marito, e anche per lei stessa era duro vedere la suocera, ormai, quasi immobile sul divano. Prima passava le ore guardando fuori, a volte ascoltava vecchi vinili che avevano portato da casa del padre, che era stato un maestro di musica. Ma ora Caterina giaceva fissa, muta, senza reagire. Da giorni toccava appena cibo solo il latte. Eppure, prima diceva sempre che il latte cittadino non era come quello del paese. Adesso invece, lo beveva
Giovanni tornò quella sera stessa, correndo dalla madre. Passò tutta la notte seduto vicino al suo letto.
Tu sai cosa voglio. Me lo hai promesso.
Giovanni annuì. Sì, laveva promesso.
Il mattino dopo andarono in paese. Caterina rifiutò il parere del medico.
No, non voglio andare in ospedale. A casa.
Era marzo, ma, inspiegabilmente, le strade non erano ancora impraticabili: riuscirono a raggiungere la casa in macchina. Giovanni scese e aiutò la madre sulla sedia a rotelle.
Intorno, la neve si scioglieva, lasciando affiorare la terra. I rami degli alberi si piegavano leggermente sotto il primo venticello di primavera e il sole cominciava a scaldare. Caterina, rimasta fuori ore nel cortile, mostrava finalmente un sorriso. Respirava a pieni polmoni, guardava il cielo e piangeva di commozione. Era di nuovo nella sua casa. Fissava il vecchio casolare, sentiva il calore del sole, ascoltava il fruscio degli alberi, il canto degli uccelli e la frescura dellultimo nevischio
Quella sera, cenò e restò ancora fuori qualche ora, prima del sonno. Il sorriso non lasciò più le sue labbra. E quella notte se ne andò. Via, con quello stesso sorriso. Morì serena.
Giovanni e Lucia si presero qualche giorno di ferie per organizzare il funerale, sistemare la casa e decidere cosa farne. Ma, per la verità, Giovanni desiderava solo restare lì ancora un po’, respirare quellaria di campagna che sapeva di infanzia e libertà. Da anni non si era fermato così tanto in paese.
Poco prima di ripartire per Firenze, Lucia non si sentì bene. Corse in bagno e vomitò. Quando tornò da Giovanni, aveva gli occhi pieni dincredulità e, tra le mani, un test di gravidanza. Ne portava sempre uno in borsa, per abitudine ma non aveva mai dato esito positivo. Quella volta, invece, cerano due linee. Due!
È tutto merito suo è Caterina che ci ha aiutato, sussurrò Lucia tra le lacrime, ancora incredula.
Giovanni levò gli occhi al cielo, limpido sopra il vecchio casolare, abbracciò forte Lucia annuendo. Sì, era il dono più grande di sua madre. Lultimo, e il più preziosoGiovanni chiuse gli occhi un istante, lasciando che il tepore del primo sole accarezzasse il viso. Le lacrime, questa volta, erano di sollievo. Rimase abbracciato a Lucia, cullando quel piccolo miracolo tra le mani tremanti di speranza.
Dalla finestra aperta della casa, il vento portava il profumo della terra, quello stesso profumo che Caterina aveva respirato ogni mattina della sua vita. Un pettirosso si posò sul davanzale, batté piano le ali e cantò una nota limpida, poi volò via verso gli olmi. Giovanni la seguì con lo sguardo, le labbra increspate in un sorriso che era insieme addio e promessa.
Passarono ancora qualche ora nella vecchia casa, prendendo per mano il silenzio e i ricordi, lasciando che la luce danzasse sulle fotografie appese, sui gomitoli di lana colorati, sulle tazze sbeccate che ancora odoravano di camomilla e di abbracci. Lucia si aggirava tra le stanze stringendo tra le dita il test, come a cercare la benedizione silenziosa della donna che non cera più. Ogni cosa pareva sorriderle, come se quella casa avesse finalmente deciso di lasciarli andare, dopo aver dato loro l’ultimo, più prezioso segreto.
Quando si misero in macchina per tornare a Firenze, Giovanni si voltò ancora una volta a guardare il casolare. Una brezza leggera piegava i fiori sotto alla finestra di Caterina. In quel momento capì che il ciclo della vita si era chiuso e riaperto insieme, che a volte bisogna lasciar andare perché qualcosa di nuovo possa germogliare.
Mentre la strada si snodava tra i campi e le colline, Lucia posò una mano sulla pancia, e nella quiete di quel viaggio Giovanni sentì, come un soffio lieve, la voce della madre che sussurrava ancora una volta: Lasciatemi andare, vi prego e adesso, finalmente, sapeva che era stato giusto così.






