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02
Insieme Ce La Faremo!
Nel piccolo orfanotrofio di Bari non era felice; quando arrivò la zia, la sorella del padre, e promise
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03
Ritorno alla Vita: Un Viaggio di Rinascita e Scoperta in Italia
Ritorno alla vita Chiara Bianchi non entrava da anni nellappartamento di suo figlio. Non ne voleva, non
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020
TUTTI NOI L’ABBIAMO GIUDICATA Mila stava in chiesa piangendo già da quindici minuti. Ero sorpresa di vederla lì: “Che ci fa questa tipa qui?” pensavo. Non me l’aspettavo davvero. Non conoscevo Mila, ma la vedevo spesso: abitiamo nello stesso condominio e passeggiamo nello stesso parco. Io con i miei quattro figli, lei con i suoi tre cani. Tutti noi l’abbiamo sempre giudicata. Noi — cioè io, le altre mamme coi bambini, le signore sedute sulle panchine, i vicini e persino, immagino, i passanti occasionali. Mila era bellissima, sempre vestita all’ultima moda, e sembrava leggera e sicura di sé. — Ecco, un altro uomo nuovo, — borbottava la signora Lina dal suo posto davanti al portone. — Il terzo, — annuiva l’amica Silvia, gettando uno sguardo invidioso mentre Mila partiva con l’ennesimo accompagnatore nella sua macchina di lusso. Il figlio della Silvia, il quarantacinquenne Paolo, non ha nemmeno una Panda usata. — Piuttosto che cambiare uomo, dovrebbe fare un figlio, il tempo passa! — si inseriva il nonno Carlo, di solito in disaccordo con le signore, ma sull’argomento “Mila” erano tutti uniti. Più tardi l’intera panchina commentava soddisfatta che anche quest’ultimo compagno di Mila fosse scappato, concludendo: “Per forza, sarà una poco di buono! E sicuramente la sua casa puzza di cane!” Ma a non sopportarla eravamo soprattutto noi, le mamme con figli. Mentre noi correvamo dietro ai nostri bambini attraverso scivoli, altalene e cespugli, Mila passeggiava tranquilla con i suoi “bastardini” e sorrideva come se si sentisse superiore: noi, vittime della maternità, e lei libera di godersi la vita. — Si vede che è una tipa da “no kids”. Sono tutte così, — diceva la mia amica Federica, mamma di tre maschi. — I ricchi hanno le loro fissazioni: cagnolini, gattini, criceti, — annuiva la gravida Anna, cercando di recuperare la sua bimba scalmanata dall’albero. — È solo un’egoista che pensa a viaggiare, mentre io è il settimo anno che non vedo il mare, — sospirava Marina, madre di cinque. — Già, già, — annuivo io, sempre d’accordo con tutte. Poi correvo a soccorrere la mia Tonina col ginocchio sbucciato che piangeva nel parco. — Tutti questi cani… meglio un bambino, — sentenziò una volta una nonna col nipote. — Non sono affari vostri! — si voltò Mila, ma si trattenne e proseguì a testa alta, coi suoi cani. — Che maleducata, — le gridò dietro la vecchietta. …Guardai Mila che piangeva in chiesa ancora per qualche istante e poi uscii. — Aspetti, — sentii alle mie spalle. Era Mila, che mi seguiva nel cortile della chiesa. — È lei che passeggia sempre al parco con le quattro figlie? — Sì… e lei con tre cani. — Sì. Posso parlare con lei? Sa, la guardo sempre con le sue bambine, guardo le altre mamme, e vi ammiro tanto… — arrossì. — Lei?!? — rimasi stupita, quasi pronta a pensare: “Ma come, lei non è una tipa da figli, è una egoista!” Mi tornarono in mente i suoi sguardi… Così abbiamo fatto conoscenza, sedute sulla panchina. Mila ha parlato… parlato tanto, e piangeva. Si vedeva che aveva solo bisogno di confidarsi. …Mila cresceva in una bella famiglia unita. Da sempre sognava tanti figli. Si sposò per amore, ma dopo due gravidanze finite male e la diagnosi di infertilità, il marito sparì. Il secondo fece lo stesso, dopo lunghi tentativi e una tragedia. Alla fine, anche l’ultimo compagno fuggì appena sentì parlare di figli. Gli piaceva l’auto di Mila, il suo stipendio, ma un bimbo proprio no. — Avrei dato qualsiasi cosa pur di avere un figlio! — Credevo che amasse solo i cani, — dissi, un po’ imbarazzata. — Sì, li amo, — sorrise Mila, — ma questo non vuol dire che non ami i bambini. Per non sentirsi sola, prese con sé Teo. Poi arrivò Mike, che le affidarono gli amici. E infine raccolse Fenia per strada durante l’inverno. “Meglio avrebbe fatto ad avere un bambino,” mi tornò in mente la frase di quella nonna. “I suoi orologi biologici stanno scadendo,” sussurrò una volta il nonno Carlo guardandola. Mila aveva già quarantuno anni, anche se ne dimostrava trenta. Decise di adottare un bambino. Si affezionò subito a Nicolò, un bimbo di sei anni che corse da lei chiedendo: “Vuoi essere la mia mamma?” “Sì,” rispose Mila. Ma non glielo diedero: la mamma naturale soffriva di una malattia mentale, ma non aveva perso la patria potestà. — È stato un colpo, — ricorda Mila. — Un bimbo che soffre, ha bisogno di una famiglia, e non si può fare niente… Poi conobbe la piccola Elena, quattro anni, già rimandata indietro due volte da chi provava ad adottarla. Raccontavano che Elena, riportata alla casa famiglia dalla sua seconda “mamma”, le si aggrappava alla gonna piangendo: “Mammina, ti prego, non lasciarmi! Non lo farò più!” Alla domanda di Elena “Anche tu mi rimanderai indietro?” Mila rispose con le lacrime: “No, non ti lascerò!” Ma anche con Elena sorsero degli ostacoli. “È mia figlia, e lotterò per lei,” disse Mila. Quel giorno era la prima volta in chiesa. Il parroco le parlò a lungo: — Andrà tutto bene! Coraggio! — e Mila sorrise. Siamo tornate a casa insieme. — Penserà che sono arrogante e superba, — disse Mila, — ma sono solo esausta di dover sempre spiegare tutto a tutti… Mi invitò con le bambine a casa sua, a giocare con i suoi cani. Accettai, e lo farò. Ma più avanti. Intanto, mi vergognavo. E pensavo: “Perché in noi c’è così tanta cattiveria? Da dove viene il peggio che pensiamo degli altri?” Vorrei tanto che a Mila, questa donna straordinaria che tutti noi abbiamo giudicato, andasse tutto bene. Che Elena le corresse incontro dicendo: “Mamma!” e sapesse che ormai nessuno la toglierà più dalle sue braccia. E che insieme a loro saltellassero felici Teo, Mike e Fenia… E magari, davvero, arrivi anche un bravo compagno per Mila. E magari una sorellina o un fratellino per Elena… A volte accadono miracoli, no? E che mai nessuno osi più dire loro una parola cattiva…
LA GIUDICAVAMO TUTTI Mirella stava ferma nella chiesa, le lacrime le rigavano il viso da almeno un quarto dora.
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05
Il Prezzo dell’Irremplazabilità
Nellordinario ufficio al civico 47 di Via dei Giardini le linee invisibili erano sempre più evidenti
“O mamma, ma questi tuoi chili di troppo? Non pensi che siano un problema? – La mamma di Dima non si dava per vinta. – Secondo me io non ho chili di troppo, anzi, il mio futuro marito è più che soddisfatto così. Non tutte devono essere magrissime come fuscelle o minute come pollicine. – replicò ironicamente Olga, lanciando uno sguardo a Elena e alla madre di Dima. A tanta faccia tosta, Elena arrossì. – Mamma! Hai comprato il tè dimagrante? E i semi di chia? Perché mi hai messo così tanto burro nel porridge, sono tutte calorie in più! Dima, hai preso ancora il pane bianco? Fa male! Bisogna bere tre bicchieri d’acqua al mattino, se no il peso non cala… Dov’è la mia acqua?! – Queste frasi Dima le sentiva da quando era piccolo. Sua madre e sua sorella erano eternamente ossessionate dalla linea. Ora, a trentotto anni, la sorella non era mai stata sposata e ricordava a Dima un cavallo magro, curvo e dagli occhi sempre affamati. La madre, invece, un ferro da maglia rigido e sottile. Tutto ciò lo aveva talmente stancato che Dima era sempre stato attratto da persone solari, con buon appetito. E aveva sempre sognato che sua futura moglie fosse diversa da madre e sorella. E l’aveva finalmente trovata! Si chiamava Olga. Olga… Anche il nome era morbido, piacevole e dolce, come una pasta profumata. No, Olga non era grassa. Ma a un metro e 73 pesava 85 chili. Tutti quei chili trasudavano salute e buonumore. Seni alti, vita sottile, forme femminili e fossette sulle guance paffutelle che veniva voglia di pizzicare. Tutto questo mandò Dima in estasi appena la vide. Una sera accompagnò la sorella in banca per delle commissioni. Lei prese il numerino e si sedette, mentre lui passeggiava per la sala in attesa. D’un tratto sentì una risata argentina come campanelli. Era sommessa, ma così contagiosa che Dima sorrise suo malgrado. Desideroso di vedere l’autrice, seguì il suono. Era l’addetta allo sportello, intenta a servire un cliente anziano che aveva detto qualcosa di molto buffo. Dima non riusciva a staccarle gli occhi di dosso… Capelli ondulati, bocca a cuore. E sì, decisamente era una ragazza formosa, era evidente… Tornando in auto con la sorella, ascoltava distrattamente il suo monologo, ma in realtà era rimasto lì, in banca, vicino a quella ragazza. – Dima, mi ascolti? – chiese seccata Elena. – Certo Elena, ti ascolto. – Cercò di ricordare di cosa parlasse. – Gli ho detto che non mangio carne fritta, solo petto di pollo bollito… – si lamentava la sorella del suo ennesimo corteggiatore. Dima annuiva comprensivo, fingendo sdegno… Il giorno dopo, sul tardi, tornò in banca. L’oggetto dei suoi pensieri era lì e Dima tirò un sospiro di sollievo. Aspettò la chiusura, poi prese delle rose dalla macchina e si avvicinò alla ragazza. – Signorina, non le serve un uomo… o magari un genero per sua mamma? – sparò una frase fatta e le porse le rose. Forse aveva un’aria così confusa e buffa che lei scoppiò in una risata cristallina, ma accettò i fiori. – Che meraviglia! Come profumano! – Abbassò il viso sui fiori, inspirando il profumo, e lui la contemplava… Da quel momento furono inseparabili. Succede nella vita: incontri una persona e capisci che è la tua, e non ti serve altro. Così fu per Dima e Olga. Un mese dopo le chiese di sposarlo e lei accettò felice. Mancava solo incontrare i genitori. I genitori di Olga li accolsero con una tavola imbandita, torte, risate e allegria. La mamma, una donna bellissima e burrosa, lo baciò sulle guance, imbarazzandolo non poco. Il padre gli diede una pacca sulla spalla e lo portò in cucina. – Stai lontano dalle donne, che ti massacrano. Ma non ti preoccupare, Natalia Evgen’evna, la mamma di Olga, è una donna che porta pace! Per questo la amo da trent’anni. E Olga è un vero diamante. Trattala bene, figliolo. – disse fissandolo. Poi restarono a tavola a lungo. Tutti mangiavano con appetito, ridevano forte, raccontavano aneddoti. Poi Ivan Dmitrič, padre di Olga, suonò la chitarra e tutti cantarono in coro. Dima si sentiva come a casa. Tre giorni dopo si recarono dai genitori di Dima. Lungo la strada, Olga comprò degli éclairs artigianali in pasticceria. Alle cinque arrivarono. Ad aprire fu la mamma di Dima, Galina Anatol’evna. – Oh… Ciao cari… – Guardava Olga stupefatta, per qualche secondo rimase a bocca aperta, aggrappata alla maniglia… – Mamma, ti voglio bene anch’io. Possiamo entrare? – Dima la spinse piano verso l’interno, finalmente entrarono. – Sì, certo figliolo… accomodatevi… E tu sei Olga, vero? – Si riprese e squadrò Olga da capo a piedi senza ritegno. – Sì, sono Olga! Piacere di conoscerla. – Olga le strinse la mano ed entrò. La mamma di Dima restò a guardarla sorpresa. – Papà, Elena, mamma, questa è Olga, la mia fidanzata. Abbiamo fatto la promessa di matrimonio, a breve ci sposiamo. Olga, questa è la mia famiglia. Mia sorella Elena, mamma Galina Anatol’evna, papà Mikita Sergeevič. – Dima presentò la fidanzata. La notizia delle nozze fu uno shock per i suoi familiari e rimasero zitti, lievemente sconvolti. In sala regnava il silenzio, si sentivano solo le posate… – Insomma! Olga! Siamo davvero felici di averti e benvenuta in famiglia. Che c’è lì, una bottiglia? Ottimo! E qualche dolcetto, ma questi sono per voi ragazze. – cercò di rompere l’imbarazzo papà Mikita Sergeevič. – No no, noi non mangiamo pasticcini, specie la sera. Cosa dici, Olga… – Galina Anatol’evna allontanò quasi con disprezzo la scatola. – Beh, voi non li mangiate. Noi sì! Dammi qui la scatola, vediamo che c’è. Sono sicuro che Olga non porta mai niente di male. Giusto, Olga? – tuonò allegro il papà. Tutti finalmente si calmavano. In tavola c’erano cioccolato, stuzzichini leggeri e una bottiglia di spumante. Si stappò, si brindò, ma subito tornò il gelo. – Mamma, ho conosciuto i genitori di Olga. Sono persone meravigliose. Vi piaceranno. – Dima cercava di fare conversazione. Olga guardava il bicchiere, Elena fissava Olga. Il papà raccontò una barzelletta, tutti risero, la tensione si allentò un po’. – Olga, non preoccuparti: conosco una bravissima dietologa. Ti metterò in contatto con lei, vedrai che risolvi il tuo problema… – disse all’improvviso la mamma. – Problema? Io non ho nessun problema. – Olga era sinceramente sorpresa. – Come no? Olga, e questi tuoi chili di troppo? Non sono un problema? – la mamma di Dima insisteva. – Secondo me non ho chili in più, specialmente visto che vanno bene al mio futuro marito. Non tutte devono essere magre come stecchini o fatine. – Olga diede un’occhiata sarcastica a Elena e alla madre di Dima. Elena impallidì. – Olga, tu hai almeno venti chili di troppo! Fa male alla salute. E quando partorirai, chissà cosa ti succederà… – Quando sarò mamma, sarò ancora più bella e avrò accanto a me mio marito e nostro figlio. E tu, Elena? Immagino che una donna così snella abbia sicuramente un marito bell’uomo e almeno un paio di figli… – ribatté Olga con gusto, assaporando un pasticcino. Elena deglutì, scandalizzata e pronta a ribattere, ma la discussione fu interrotta dal brindisi di Mikita Sergeevič: – Alle donne di questa famiglia, così diverse e così amate! Uscirono dopo due ore, si guardarono e risero insieme. – Ecco, non mi aspettavo certo che la futura suocera mi dicesse che sono doppia! – Olga, amore, sei bellissima e tu lo sai! Mamma e Elena? Perdonale, i parenti non si scelgono. Il matrimonio era fissato per il 25 agosto. Quel giorno, amici e parenti si radunarono in Comune per assistere alle nozze. Dopo la cerimonia tutti andarono in ristorante. La sposa brillava in un magnifico abito che esaltava la sua figura femminile e affascinante. Lo sposo non la perdeva di vista. La madre della sposa, Natalia Evgen’evna, non era meno bella né meno formosa della figlia, ed era ammirata da metà dei presenti. Spiccava in mezzo alla magra e segaligna suocera, chiusa in un abito cupo. La sorella Elena era la copia della madre, solo più giovane. Partì la musica e gli sposi aprirono le danze. Ballavano, incantati l’uno dall’altra. Sembrava non esistesse nessun altro. Gli invitati ammiravano commossi. – Eh già… Alla sposa non farebbe male perdere qualche chilo. È proprio esagerata, e l’abito pure non la aiuta… – commentò a mezza voce la madre di Dima. Si dice che le parole scappano come gli uccelli e non puoi più riprenderle… Forse Galina Anatol’evna avrebbe voluto rimangiarsi quelle, ma era tardi. Tutti l’avevano sentita… per sua sfortuna. – Guarda che molti uomini non si gettano sulle ossa. Preferiscono donne vere, vive. Tuo figlio, per esempio, è tra questi. E tu, cara consuocera, usa le parole con attenzione, perché io potrei anche perdere la pazienza quando si parla di mia figlia… – replicò Natalia Evgen’evna minacciosa, puntando il faldone verso la suocera e schiacciandola al muro. Le due donne si fissarono per qualche secondo, una spaventata, l’altra furibonda. Ivan Dmitrič, capendo la situazione, intervenne subito. – Ehi, ragazze! Mi sembra che stiate già facendo amicizia. Ma devo rapire mia moglie, signora Galina Anatol’evna! Natalina, ti invito a ballare. Gli sposi hanno già ballato, ora tocca a noi. Lui prese per la vita la moglie e si lanciarono in un valzer. La musica, la gioia e la festa riempivano la sala. Il matrimonio cantava e danzava, come nelle più belle canzoni italiane. Speriamo che gli sposi vivano felici e contenti… perché questa è la cosa più importante, vero?
Giulia, ma questi tuoi chili in più? Non sono forse un problema? la madre di Marco non voleva cedere.–
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03
Olga ha passato tutto il giorno a prepararsi per il cenone di Capodanno: ha pulito, cucinato, apparecchiato la tavola. È il suo primo Capodanno lontano dai genitori, insieme alla persona che ama. Da tre mesi vive con Tonio nel suo appartamento: lui ha 15 anni più di lei, è stato sposato, paga gli alimenti e ogni tanto alza un po’ il gomito… Ma queste sono sciocchezze quando si ama davvero. Nessuno capiva cosa avesse spinto lei a innamorarsi di Tonio: per niente bello, anzi proprio bruttino, con un carattere difficile, tirchio oltre misura e perennemente senza soldi. E quando li ha, li spende solo per sé. Eppure a questa ‘meraviglia’ Olga si era affezionata. Per tre mesi ha sperato che Tonio riconoscesse quanto fosse brava donna di casa e che la volesse sposare. Lui le diceva: “Bisogna vivere insieme un po’, vedere come te la cavi. Non mi va di ritrovarmi come con la mia ex.” Olga non sapeva nemmeno che tipo fosse la sua ex, perché lui non spiegava mai nulla. Così lei faceva del suo meglio: non si lamentava neppure quando lo vedeva tornare ubriaco, cucinava, lavava, puliva, faceva la spesa coi suoi soldi (per non passare per interesse). Anche il cenone di Capodanno lo ha preparato lei, e gli ha pure comprato un cellulare nuovo come regalo. Mentre Olga si dava da fare, il suo “miracolo Tonio” si preparava a modo suo: ovvero, ha festeggiato in anticipo con gli amici. Tornato a casa già brillo, ha annunciato che avrebbero avuto ospiti per la notte di San Silvestro: gente sua, perfetti sconosciuti per Olga. Lei aveva già la tavola pronta, mancava un’ora a mezzanotte e le era passato l’entusiasmo, ma si tratteneva dal dirgli ciò che pensava – non voleva fare come “l’ex”. Mezz’ora prima di mezzanotte arriva una compagnia sbronza di uomini e donne. Tonio si ravviva, li fa accomodare e si riprende la festa. Neanche presenta Olga agli ospiti, che semplicemente ignorano la sua presenza: ridono, scherzano, si servono senza coinvolgerla. Quando lei propone di brindare allo scoccare della mezzanotte, una delle ragazze biascica: “E tu chi sei?” Tonio ride: “Una vicina di letto!”, e tutti giù a ridere e a prenderla in giro. Si godono il cibo di Olga, la sbeffeggiano, e sotto i botti del nuovo anno si complimentano con Tonio per aver trovato una cuoca e una donna delle pulizie gratis. Tonio non la difende, ma ride con loro, si strafoga di quello che lei ha cucinato e le manca di rispetto. Olga allora lascia la stanza in silenzio, raccoglie le sue cose e torna dai genitori. Un Capodanno così terribile non l’aveva mai passato. La madre le dice “Te l’avevo detto”, il padre tira un sospiro di sollievo e, dopo aver pianto tutta la delusione, Olga toglie finalmente gli occhiali rosa. Dopo una settimana, finiti i soldi, Tonio si presenta a casa sua come se nulla fosse: “Ma dai, sei andata via? Ti sei offesa? E mentre te ne stai bella comoda dai tuoi, il mio frigo è vuoto! Cominci già a comportarti come la mia ex!” Olga resta senza parole da tanta sfacciataggine. Aveva immaginato mille volte cosa dirgli, ma ora davanti a lui, riesce solo a mandarlo a quel paese e chiudergli la porta in faccia. Così, dal Capodanno, per Olga inizia davvero una nuova vita.
Olga aveva passato tutta la giornata a preparare per la festa di Capodanno: pulizie di primavera (fuori
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Senza una Meta Fissa
Caro diario, non sopporto la parola senzatetto. È ruvida, priva di volto, come una frase che si incolla
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072
Stammi lontana! Non ti ho mai promesso matrimonio! E poi, non so nemmeno di chi sia questo bambino… Forse non è nemmeno mio? Così diceva Vittorio, arrivato nel nostro paesino per lavoro, lasciando sconvolta Valentina. Lei rimase incredula – era davvero lo stesso Vittorio che l’aveva chiamata “Vale” e le aveva giurato amore eterno, e ora era solo un uomo arrabbiato e distante… Valentina pianse per una settimana, salutando per sempre Vittorio. Ma, a trentacinque anni e pensando di non aver più speranza di trovare la felicità, decise di diventare madre da sola. Quando Valentina diede alla luce una bambina, la chiamò Maria. Maria crebbe tranquilla, senza problemi, quasi sapesse che lamentarsi non sarebbe servito a nulla. Sua madre si occupava di lei, ma senza vera tenerezza. Poi, quando Maria aveva sette anni, accadde qualcosa di eccezionale: Valentina conobbe un uomo, Igor, e decise di farlo vivere con loro, suscitando chiacchiere e giudizi in tutto il paese. Igor all’inizio era considerato uno sconosciuto, ma presto conquistò la fiducia di tutti grazie alle sue mani d’oro e al cuore buono, sistemando la casa e aiutando i vicini. Con Igor, la vita per Valentina e Maria cambiò totalmente: la madre diventò più serena, la casa era piena di cura e calore, e Maria conobbe finalmente l’affetto paterno. Igor insegnò a Maria tante cose—dal pescare al cucinare, dal cadere e rialzarsi fino a pattinare sul ghiaccio le prime volte. Crescendo, Maria trovò sempre Igor al suo fianco: era presente alla laurea, le portava pacchi in città, l’accompagnò all’altare, diventò un nonno premuroso per i suoi figli e rimase sempre accanto a lei, insegnandole cos’è la vera dedizione. Quando Igor se ne andò, Maria lo salutò con gratitudine: “Addio, papà… Sei stato il migliore del mondo. Ti ricorderò per sempre”. E nel suo cuore rimase il BABBINO, non solo un patrigno, ma il vero padre, perché essere padre spesso non significa solo dare la vita, ma accompagnare, crescere e amare ogni giorno. Una storia di vita vera e commovente sulla forza della seconda possibilità e sull’amore che va oltre il sangue! Grazie per aver letto, lasciate un commento, un like, e seguite la pagina per altre storie straordinarie!
Stammi lontano! Io non ti ho mai promesso di sposarti! E poi, chi può dirlo di chi sia questo bambino?
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Trentadue anni e un giorno di vita
Trentadue anni e un giorno Io guardavo Ludovica, fermata alla finestra, mentre grosse gocce di pioggia
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0119
“No, mamma, non venire adesso, è un viaggio lungo e faticoso, passeresti tutta la notte in treno e non sei più una ragazzina. A che ti serve questo stress? E poi a casa avrai tanto da fare nell’orto, è primavera…” – così mi ha detto mio figlio. “Senti, figlio mio, ma come a che mi serve? È da tanto che non ci vediamo! E poi voglio conoscere meglio tua moglie, presentarmi bene alla nuora,” gli ho risposto sinceramente. “Allora facciamo così: aspetta fino a fine mese, che tanto arriva Pasqua e ci saranno tanti giorni di festa. Così veniamo noi tutti da te,” mi ha rassicurato. A dire il vero, ero già pronta a partire, ma mi sono fidata. Ho deciso di aspettare mio figlio a casa, come mi ha chiesto. Ma nessuno è venuto. Ho provato a chiamare più volte mio figlio, ma mi respingeva la chiamata. Poi mi ha richiamato lui dicendo che era molto impegnato e che non dovevo aspettarlo. Ci sono rimasta molto male. Mi ero fatta tante aspettative, avevo preparato tutto per il loro arrivo. E anche se mio figlio si è sposato sei mesi fa, non ho mai visto la mia nuora. Ho avuto mio figlio, Alessandro, quando ormai avevo superato i trent’anni, da sola. Non mi sono mai sposata, e così ho deciso almeno di avere un bambino. Forse sarà stato un errore, ma non mi sono mai pentita, anche se non eravamo benestanti e spesso siamo andati avanti con fatica. Per lui, però, non ho mai smesso di lavorare, anche facendo due o tre lavori, pur di non fargli mancare nulla. Alessandro è andato via, a studiare all’università a Roma. Per aiutarlo nei primi tempi, sono andata a lavorare in Germania, così gli potevo mandare i soldi per pagare l’alloggio e gli studi nella capitale. Era una gioia poterlo aiutare. Al terzo anno di università ha iniziato a lavorare e a mantenersi da solo. Poi si è laureato e ha trovato subito lavoro. Tornava a casa sempre più raramente, forse una volta all’anno. Io, a Roma, non c’ero mai stata ed era quasi diventato motivo di imbarazzo. Pensavo che almeno quando si sarebbe sposato sarei potuta andare anch’io. Ho iniziato a mettere da parte dei soldi per questo grande evento – sono arrivata a risparmiare 3000 euro. Sei mesi fa mi ha chiamato per dirmi la notizia tanto attesa: si sposa. “Mamma, però non venire, ora ci sposiamo solo in Comune, il ricevimento vero lo faremo più avanti,” mi ha anticipato. Ci sono rimasta male, ma ho dovuto accettare. Mi ha fatto conoscere la sua compagna, Giulia, con una videochiamata. Una bella ragazza, anche piuttosto facoltosa. Suo padre è una persona molto benestante. A me non restava che gioire per la sua felicità. Ma il tempo passava e nessuno veniva a trovarmi, né mi invitavano a Roma. Ero impaziente di vedere la nuora e riabbracciare mio figlio, così mi sono organizzata, ho comprato il biglietto del treno, ho preparato delle cose buone da portare – persino il pane fatto da me, conserve, un po’ di tutto – e sono partita. Ho chiamato mio figlio appena sono salita sul treno. “Mamma, ma che combini? Perché sei venuta? Io sono al lavoro, nemmeno posso venirti a prendere. Ti scrivo l’indirizzo, prendi un taxi,” mi ha detto Alessandro. La mattina sono arrivata a Roma, ho preso un taxi (il prezzo era altissimo), ma almeno dalla macchina ammiravo la città all’alba, bellissima. Mi ha aperto la porta Giulia, la nuora. Non ha sorriso, nemmeno un abbraccio. Mi ha solo indicato la cucina, e basta. Mio figlio era già uscito per andare al lavoro. Ho iniziato a tirar fuori quello che avevo portato: patate, barbabietole, uova, mele secche, funghi sottolio, cetrioli, pomodori, qualche barattolo di marmellata fatta da me. La nuora ha guardato tutto in silenzio e poi ha detto che era inutile, loro non mangiano queste cose e lei in casa non cucina mai. “Ma allora cosa mangiate?”, le ho chiesto sorpresa. “A noi portano la cena tutti i giorni con il servizio delivery. Io non cucino, non sopporto l’odore che rimane in cucina,” mi ha risposto Giulia. Non ho neppure finito di elaborare quello che aveva detto che, in cucina, è arrivato un bambino, sui tre anni. “Ecco, questo è mio figlio, Daniele,” mi ha detto. “Daniele?” ho chiesto io. “No, si chiama Daniel, non Daniele. Non sopporto quando storpiano i nomi!” Va bene, come vuoi, Giulia. “E poi, non sono Giuli, sono Giulia. Qui a Roma nessuno sbaglia i nomi, ma da voi…” Mi è venuto da piangere. E non per il fatto che mio figlio abbia sposato una donna con un figlio avuto da un altro, ma perché su tutto questo non mi aveva detto nulla. Ma non erano finite le sorprese. Ho visto sulla parete un grande ritratto di matrimonio. “Allora il ricevimento non c’è stato, ma almeno avete fatto delle belle foto!,” ho cercato di sdrammatizzare. “Come non c’è stato? Il matrimonio sì, c’era anche il ricevimento con 200 invitati. Solo che tu non c’eri, ma Alessandro aveva detto che stavi male. Forse è stato meglio così,” mi ha gelata Giulia. “Vuole fare colazione?” “Sì…” Ha messo davanti a me una tazza di tè e qualche pezzetto di formaggio costoso. Quella per lei era la colazione. Io non ci sono abituata, ho bisogno di mangiare a colazione, soprattutto dopo un viaggio. Avrei voluto prepararmi un uovo al tegamino, avevo con me anche il pane fatto a casa. Ma la nuora me l’ha proibito, a causa dell’odore in cucina. Il mio pane non l’ha voluto, ha detto che loro e Alessandro sono tutti fissati con l’alimentazione sana. Alla fine non ho più avuto voglia di mangiare, tanto ero delusa che mio figlio si fosse vergognato di invitarmi al suo matrimonio. Avevo messo da parte i soldi, aspettavo solo quel giorno… e invece è stato tutto inutile. Bevevo il tè in silenzio. L’atmosfera era tesa. Poi il bambino si è avvicinato, voleva un abbraccio, ma Giulia si è affrettata a fermarlo: “Non si sa mai, potrebbe trasmettergli qualcosa, lui è piccolo!”. Non avevo niente da regalargli, così gli ho dato un vasetto di marmellata di lamponi fatto in casa, dicendo che così avrebbe potuto mangiare qualcosa di buono. Ma la nuora me lo ha strappato dalle mani: “Quante volte bisogna ripetere? Siamo a dieta sana, niente zuccheri!” Mi sono sentita mancare e ho lasciato la colazione lì. Mi sono infilata il cappotto senza che lei dicesse nulla, non mi ha nemmeno chiesto dove andassi. Sono uscita e mi sono seduta su una panchina vicino al portone, lasciando andare le lacrime. Mai mi ero sentita così umiliata. Poco dopo vedo la nuora uscire, passeggiare col bambino, e portare tutte le mie conserve direttamente nella spazzatura. Non ho saputo che dire. Quando sono andata via, ho ripreso le mie borse e sono andata in stazione. Per fortuna ho trovato un biglietto e nel pomeriggio sono potuta ripartire. Vicino alla stazione c’era una trattoria. Mi sono seduta e finalmente ho mangiato un bel piatto di pasta al ragù, uno spezzatino con le patate e l’insalata. Ho speso tanto, ma almeno mi sono sentita viva. Ho lasciato i bagagli al deposito e ho camminato un po’ per Roma, che è stupenda. Per qualche ora sono riuscita persino a dimenticarmi di tutto. Sul treno non sono riuscita a dormire. Non mi ha chiamata nessuno. Mio figlio nemmeno si è chiesto dove fossi andata. Mai mi sarei aspettata, nemmeno se avesse nevicato in piena estate, una tale accoglienza da mio figlio. Era l’unico figlio che avevo, in cui avevo riposto tutte le mie speranze. Invece per lui non sono servita più a nulla. Adesso non so proprio che fare con quei 3000 euro risparmiati per il suo matrimonio. Devo darglieli lo stesso, per fargli vedere che alla fine la mamma pensa sempre a lui, o non regalare niente, perché forse non se lo merita?
No, mamma, non è proprio il caso che tu venga adesso. Dai, pensaci bene. Il viaggio è lungo, tutta la