“No, mamma, non venire adesso, è un viaggio lungo e faticoso, passeresti tutta la notte in treno e non sei più una ragazzina. A che ti serve questo stress? E poi a casa avrai tanto da fare nell’orto, è primavera…” – così mi ha detto mio figlio. “Senti, figlio mio, ma come a che mi serve? È da tanto che non ci vediamo! E poi voglio conoscere meglio tua moglie, presentarmi bene alla nuora,” gli ho risposto sinceramente. “Allora facciamo così: aspetta fino a fine mese, che tanto arriva Pasqua e ci saranno tanti giorni di festa. Così veniamo noi tutti da te,” mi ha rassicurato. A dire il vero, ero già pronta a partire, ma mi sono fidata. Ho deciso di aspettare mio figlio a casa, come mi ha chiesto. Ma nessuno è venuto. Ho provato a chiamare più volte mio figlio, ma mi respingeva la chiamata. Poi mi ha richiamato lui dicendo che era molto impegnato e che non dovevo aspettarlo. Ci sono rimasta molto male. Mi ero fatta tante aspettative, avevo preparato tutto per il loro arrivo. E anche se mio figlio si è sposato sei mesi fa, non ho mai visto la mia nuora. Ho avuto mio figlio, Alessandro, quando ormai avevo superato i trent’anni, da sola. Non mi sono mai sposata, e così ho deciso almeno di avere un bambino. Forse sarà stato un errore, ma non mi sono mai pentita, anche se non eravamo benestanti e spesso siamo andati avanti con fatica. Per lui, però, non ho mai smesso di lavorare, anche facendo due o tre lavori, pur di non fargli mancare nulla. Alessandro è andato via, a studiare all’università a Roma. Per aiutarlo nei primi tempi, sono andata a lavorare in Germania, così gli potevo mandare i soldi per pagare l’alloggio e gli studi nella capitale. Era una gioia poterlo aiutare. Al terzo anno di università ha iniziato a lavorare e a mantenersi da solo. Poi si è laureato e ha trovato subito lavoro. Tornava a casa sempre più raramente, forse una volta all’anno. Io, a Roma, non c’ero mai stata ed era quasi diventato motivo di imbarazzo. Pensavo che almeno quando si sarebbe sposato sarei potuta andare anch’io. Ho iniziato a mettere da parte dei soldi per questo grande evento – sono arrivata a risparmiare 3000 euro. Sei mesi fa mi ha chiamato per dirmi la notizia tanto attesa: si sposa. “Mamma, però non venire, ora ci sposiamo solo in Comune, il ricevimento vero lo faremo più avanti,” mi ha anticipato. Ci sono rimasta male, ma ho dovuto accettare. Mi ha fatto conoscere la sua compagna, Giulia, con una videochiamata. Una bella ragazza, anche piuttosto facoltosa. Suo padre è una persona molto benestante. A me non restava che gioire per la sua felicità. Ma il tempo passava e nessuno veniva a trovarmi, né mi invitavano a Roma. Ero impaziente di vedere la nuora e riabbracciare mio figlio, così mi sono organizzata, ho comprato il biglietto del treno, ho preparato delle cose buone da portare – persino il pane fatto da me, conserve, un po’ di tutto – e sono partita. Ho chiamato mio figlio appena sono salita sul treno. “Mamma, ma che combini? Perché sei venuta? Io sono al lavoro, nemmeno posso venirti a prendere. Ti scrivo l’indirizzo, prendi un taxi,” mi ha detto Alessandro. La mattina sono arrivata a Roma, ho preso un taxi (il prezzo era altissimo), ma almeno dalla macchina ammiravo la città all’alba, bellissima. Mi ha aperto la porta Giulia, la nuora. Non ha sorriso, nemmeno un abbraccio. Mi ha solo indicato la cucina, e basta. Mio figlio era già uscito per andare al lavoro. Ho iniziato a tirar fuori quello che avevo portato: patate, barbabietole, uova, mele secche, funghi sottolio, cetrioli, pomodori, qualche barattolo di marmellata fatta da me. La nuora ha guardato tutto in silenzio e poi ha detto che era inutile, loro non mangiano queste cose e lei in casa non cucina mai. “Ma allora cosa mangiate?”, le ho chiesto sorpresa. “A noi portano la cena tutti i giorni con il servizio delivery. Io non cucino, non sopporto l’odore che rimane in cucina,” mi ha risposto Giulia. Non ho neppure finito di elaborare quello che aveva detto che, in cucina, è arrivato un bambino, sui tre anni. “Ecco, questo è mio figlio, Daniele,” mi ha detto. “Daniele?” ho chiesto io. “No, si chiama Daniel, non Daniele. Non sopporto quando storpiano i nomi!” Va bene, come vuoi, Giulia. “E poi, non sono Giuli, sono Giulia. Qui a Roma nessuno sbaglia i nomi, ma da voi…” Mi è venuto da piangere. E non per il fatto che mio figlio abbia sposato una donna con un figlio avuto da un altro, ma perché su tutto questo non mi aveva detto nulla. Ma non erano finite le sorprese. Ho visto sulla parete un grande ritratto di matrimonio. “Allora il ricevimento non c’è stato, ma almeno avete fatto delle belle foto!,” ho cercato di sdrammatizzare. “Come non c’è stato? Il matrimonio sì, c’era anche il ricevimento con 200 invitati. Solo che tu non c’eri, ma Alessandro aveva detto che stavi male. Forse è stato meglio così,” mi ha gelata Giulia. “Vuole fare colazione?” “Sì…” Ha messo davanti a me una tazza di tè e qualche pezzetto di formaggio costoso. Quella per lei era la colazione. Io non ci sono abituata, ho bisogno di mangiare a colazione, soprattutto dopo un viaggio. Avrei voluto prepararmi un uovo al tegamino, avevo con me anche il pane fatto a casa. Ma la nuora me l’ha proibito, a causa dell’odore in cucina. Il mio pane non l’ha voluto, ha detto che loro e Alessandro sono tutti fissati con l’alimentazione sana. Alla fine non ho più avuto voglia di mangiare, tanto ero delusa che mio figlio si fosse vergognato di invitarmi al suo matrimonio. Avevo messo da parte i soldi, aspettavo solo quel giorno… e invece è stato tutto inutile. Bevevo il tè in silenzio. L’atmosfera era tesa. Poi il bambino si è avvicinato, voleva un abbraccio, ma Giulia si è affrettata a fermarlo: “Non si sa mai, potrebbe trasmettergli qualcosa, lui è piccolo!”. Non avevo niente da regalargli, così gli ho dato un vasetto di marmellata di lamponi fatto in casa, dicendo che così avrebbe potuto mangiare qualcosa di buono. Ma la nuora me lo ha strappato dalle mani: “Quante volte bisogna ripetere? Siamo a dieta sana, niente zuccheri!” Mi sono sentita mancare e ho lasciato la colazione lì. Mi sono infilata il cappotto senza che lei dicesse nulla, non mi ha nemmeno chiesto dove andassi. Sono uscita e mi sono seduta su una panchina vicino al portone, lasciando andare le lacrime. Mai mi ero sentita così umiliata. Poco dopo vedo la nuora uscire, passeggiare col bambino, e portare tutte le mie conserve direttamente nella spazzatura. Non ho saputo che dire. Quando sono andata via, ho ripreso le mie borse e sono andata in stazione. Per fortuna ho trovato un biglietto e nel pomeriggio sono potuta ripartire. Vicino alla stazione c’era una trattoria. Mi sono seduta e finalmente ho mangiato un bel piatto di pasta al ragù, uno spezzatino con le patate e l’insalata. Ho speso tanto, ma almeno mi sono sentita viva. Ho lasciato i bagagli al deposito e ho camminato un po’ per Roma, che è stupenda. Per qualche ora sono riuscita persino a dimenticarmi di tutto. Sul treno non sono riuscita a dormire. Non mi ha chiamata nessuno. Mio figlio nemmeno si è chiesto dove fossi andata. Mai mi sarei aspettata, nemmeno se avesse nevicato in piena estate, una tale accoglienza da mio figlio. Era l’unico figlio che avevo, in cui avevo riposto tutte le mie speranze. Invece per lui non sono servita più a nulla. Adesso non so proprio che fare con quei 3000 euro risparmiati per il suo matrimonio. Devo darglieli lo stesso, per fargli vedere che alla fine la mamma pensa sempre a lui, o non regalare niente, perché forse non se lo merita?

No, mamma, non è proprio il caso che tu venga adesso. Dai, pensaci bene. Il viaggio è lungo, tutta la notte in treno, e tu non sei più una ragazzina. Perché dovresti faticare così? E poi, ora che è primavera, sicuramente hai un sacco di cose da fare nellorto mi ha detto mio figlio.

Figlio mio, ma come fai a dirmi così? Non ci vediamo da tanto tempo. E poi sai bene che vorrei tanto conoscere meglio tua moglie, voglio vedere da vicino la mia nuora ho risposto con sincerità.

Allora facciamo così, mamma: aspetta ancora fino a fine mese e veniamo noi da te, che tanto cè Pasqua e ci sono diversi giorni di festa mi ha rassicurata lui.

A dire il vero, ero già decisa a partire, ma mi sono lasciata convincere. Ho accettato di non andare e di aspettarli a casa.

Ma alla fine, non è venuto nessuno. Ho chiamato mio figlio più volte, ma spesso ignorava le mie telefonate. Dopo un po mi ha richiamato, dicendo che era troppo occupato e che non dovevo aspettarli.

Ci sono rimasta davvero male. Mi ero preparata con entusiasmo allarrivo di mio figlio e della nuora. Si erano sposati da sei mesi e io non avevo ancora mai visto la mia nuora.

Ho avuto mio figlio, Matteo, da sola. Avevo ormai trent’anni e non mi ero mai sposata. Allora ho deciso che almeno un figlio lavrei avuto.

Forse non sta bene dirlo, ma non mi sono mai pentita di quella scelta, anche se a volte è stata dura tirare avanti. I soldi non bastavano mai e più che vivere, sopravvivevamo. Però ho sempre lavorato su due o tre lavori, pur di non far mancare niente a mio figlio.

È cresciuto e poi è andato a studiare a Roma. Per aiutarlo allinizio, sono andata a lavorare qualche mese allestero, in Germania, per mandargli i soldi necessari alluniversità e per la vita nella capitale. Il mio cuore di madre si rincuorava nel sapere di poterlo sostenere.

Già dal terzo anno di università, Matteo ha iniziato a lavorare e mantenersi da solo. Poi, una volta laureato, ha trovato un lavoro stabile e si è reso completamente indipendente.

Tornava a casa raramente, una volta allanno. E io, a Roma, non ci sono mai nemmeno stata, un po mi vergogno pure a dirlo.

Pensavo che almeno per il suo matrimonio ci sarei andata, anche perché da tempo avevo iniziato a mettere da parte qualche risparmio apposta per loccasione. In tutto, erano sessantamila euro.

Sei mesi fa Matteo mi ha chiamata per dirmi finalmente la notizia che aspettavo: si sposava.

Mamma, non venire però adesso, perché facciamo solo la cerimonia civile, poi più avanti festeggeremo con un vero matrimonio mi ha avvisata subito.

Mi è dispiaciuto, ma mi sono adattata. Matteo mi ha presentata alla sua sposa, Bianca, tramite videochiamata. Sembra una brava ragazza, molto bella, e anche ricca. Il suocero, suo padre, è un imprenditore importante. Non mi restava che essere felice che tutto gli andasse bene.

Il tempo è passato ma né Matteo è venuto a trovarmi, né mi ha invitata a casa sua. Ormai non stavo più nella pelle dalla voglia di conoscere Bianca e di abbracciare mio figlio, così ho deciso di partire lo stesso. Ho comprato il biglietto per il treno, preparato del buon cibo casalingo, ho persino cotto il pane io stessa, preso dei barattoli di conserve e sono partita. Ho avvertito Matteo quando stavo già per salire in carrozza.

Mamma, ma dai! Perché lo fai? Io sono al lavoro e non posso nemmeno venire a prenderti. Va bene, ti mando lindirizzo, prendi un taxi mi ha detto lui.

Sono arrivata a Roma la mattina, ho preso il taxi e sono rimasta di stucco vedendo quanto costava la corsa. Però la città, allalba, era così bella che mi sono consolata guardando Roma dal finestrino.

Ad aprirmi la porta è stata Bianca. Non mi ha sorriso, né mi ha abbracciato, mi ha solo invitato frettolosamente in cucina. Matteo era già uscito per andare a lavorare.

Ho iniziato a sistemare le buste: patate, barbabietole, uova, mele essiccate, funghi sottolio, cetrioli, pomodori e qualche barattolo di marmellata. Bianca osservava in silenzio, poi mi ha detto che avevo portato tutto inutilmente, loro non mangiano quelle cose e in casa nemmeno cucina.

E cosa mangiate allora? ho chiesto stupita.

Tutti i giorni ci arriva la cena pronta con la consegna a domicilio. Non mi piace cucinare, resta poi quella brutta puzza in cucina mi ha risposto lei.

Non avevo ancora finito di processare queste parole che è entrato in cucina un bambino di circa tre anni.

Ti presento mio figlio, Leonardo mi ha detto Bianca.

Leonardo? ho chiesto.

No, Leonardo, non Leonaro. Non mi piace che si storpiano i nomi.

Va bene, come vuoi, Bianca.

Ecco, Bianca, non Bianchina. Qui in città nessuno storpia i nomi, ma come potresti saperlo tu

Avevo il magone. E non perché mio figlio avesse sposato una donna con un figlio, ma perché non me lo aveva neanche detto.

Ma le sorprese non erano finite. Ho alzato gli occhi e sul muro ho visto il grande ritratto del loro matrimonio.

Almeno avete fatto delle belle foto, visto che matrimonio non cè stato ho cercato di cambiare argomento.

Come sarebbe a dire non cè stato? Eccome se cè stato! Con duecento invitati. Solo che tu non ceri ha detto Bianca, fissandomi dalla testa ai piedi Matteo ha detto che non stavi bene. Forse è stato meglio così.

Vuoi fare colazione?

Sì, grazie…

Bianca mi ha messo davanti una tazza di tè e qualche fettina di formaggio costoso. Per lei, quella era la colazione.

Io però non sono abituata così: dopo un viaggio e di mattina, ho bisogno di mangiare qualcosa di sostanzioso. Avrei voluto farmi due uova al tegamino, con il pane buono che avevo portato. Ma Bianca ha detto che in cucina non dovevo friggere niente altrimenti sarebbe rimasto lodore.

Il pane non lo ha toccato, ha detto che lei e Matteo mangiano solo cose salutari.

A quel punto è passato pure lappetito. Mi ha fatto male al cuore pensare che Matteo si fosse vergognato di invitarmi al suo matrimonio. Per anni ho aspettato quel giorno, ho messo via i soldi, e ora mi rendevo conto che tutto era stato inutile.

Ho bevuto il tè in silenzio, in unatmosfera innaturale. Poi il bimbo si è avvicinato a me, mi cercava. Volevo abbracciarlo, ma Bianca mi ha subito fermato, quasi agitata, dicendo che non sapeva con cosa fossi entrata, e che con i bambini non si può rischiare.

Non avevo un regalo per il bambino, così gli ho allungato un vasetto di marmellata di lamponi, dicendogli che sarebbe stato buono con le frittelle.

Bianca mi ha letteralmente strappato il barattolo dalle mani: Quante volte devo ripeterlo? Qui mangiamo sano e niente zucchero!

Ho sentito che stavo per scoppiare a piangere. Non ho finito neanche il tè, sono andata in corridoio, mi sono rimessa le scarpe. Bianca non ha mosso un dito, né chiesto dove stessi andando.

Sono uscita e mi sono seduta su una panchina davanti al palazzo. E lì mi sono lasciata andare alle lacrime. Non mi ero mai sentita così umiliata.

Dopo un po ho visto Bianca scendere con il bambino a passeggiare. Portava tutte le mie conserve da buttare nella spazzatura.

Non riuscivo a crederci. Quando sono usciti, ho raccolto tutto e lho rimesso nelle borse, poi mi sono avviata verso la stazione. Per fortuna, qualcuno aveva restituito un biglietto per il treno della sera e lho comprato.

Vicino alla stazione ho trovato una trattoria. Ho ordinato una bella fetta di arrosto, patate e insalata, e una porzione di minestrone. Avevo una fame da lupi. Ho speso una cifra, ma almeno per una volta mi sono sentita di meritare qualcosa di buono.

Ho lasciato le borse al deposito e, avendo qualche ora libera, ho passeggiato un po per Roma. Devo dire che la città mi è piaciuta persino molto. Per qualche ora, sono anche riuscita a dimenticare tutto il resto.

Nel treno, però, non sono riuscita a prendere sonno. Ho pianto. Mi ha fatto così male che nemmeno una telefonata da mio figlio è arrivata, nessun pensiero, nessuna domanda su dove fossi finita.

Ormai mi sarei aspettata più facilmente la neve in agosto, piuttosto che vedere mio figlio trattarmi così. È il mio unico figlio, tutte le mie speranze erano riposte in lui, invece sono diventata per lui un peso inutile.

Adesso mi chiedo che fare di quei sessantamila euro che avevo messo da parte per il suo matrimonio. Devo darglieli, per fargli capire che la mamma, comunque, ha sempre pensato a lui? O non dargli niente, perché forse non se li merita proprio?

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“No, mamma, non venire adesso, è un viaggio lungo e faticoso, passeresti tutta la notte in treno e non sei più una ragazzina. A che ti serve questo stress? E poi a casa avrai tanto da fare nell’orto, è primavera…” – così mi ha detto mio figlio. “Senti, figlio mio, ma come a che mi serve? È da tanto che non ci vediamo! E poi voglio conoscere meglio tua moglie, presentarmi bene alla nuora,” gli ho risposto sinceramente. “Allora facciamo così: aspetta fino a fine mese, che tanto arriva Pasqua e ci saranno tanti giorni di festa. Così veniamo noi tutti da te,” mi ha rassicurato. A dire il vero, ero già pronta a partire, ma mi sono fidata. Ho deciso di aspettare mio figlio a casa, come mi ha chiesto. Ma nessuno è venuto. Ho provato a chiamare più volte mio figlio, ma mi respingeva la chiamata. Poi mi ha richiamato lui dicendo che era molto impegnato e che non dovevo aspettarlo. Ci sono rimasta molto male. Mi ero fatta tante aspettative, avevo preparato tutto per il loro arrivo. E anche se mio figlio si è sposato sei mesi fa, non ho mai visto la mia nuora. Ho avuto mio figlio, Alessandro, quando ormai avevo superato i trent’anni, da sola. Non mi sono mai sposata, e così ho deciso almeno di avere un bambino. Forse sarà stato un errore, ma non mi sono mai pentita, anche se non eravamo benestanti e spesso siamo andati avanti con fatica. Per lui, però, non ho mai smesso di lavorare, anche facendo due o tre lavori, pur di non fargli mancare nulla. Alessandro è andato via, a studiare all’università a Roma. Per aiutarlo nei primi tempi, sono andata a lavorare in Germania, così gli potevo mandare i soldi per pagare l’alloggio e gli studi nella capitale. Era una gioia poterlo aiutare. Al terzo anno di università ha iniziato a lavorare e a mantenersi da solo. Poi si è laureato e ha trovato subito lavoro. Tornava a casa sempre più raramente, forse una volta all’anno. Io, a Roma, non c’ero mai stata ed era quasi diventato motivo di imbarazzo. Pensavo che almeno quando si sarebbe sposato sarei potuta andare anch’io. Ho iniziato a mettere da parte dei soldi per questo grande evento – sono arrivata a risparmiare 3000 euro. Sei mesi fa mi ha chiamato per dirmi la notizia tanto attesa: si sposa. “Mamma, però non venire, ora ci sposiamo solo in Comune, il ricevimento vero lo faremo più avanti,” mi ha anticipato. Ci sono rimasta male, ma ho dovuto accettare. Mi ha fatto conoscere la sua compagna, Giulia, con una videochiamata. Una bella ragazza, anche piuttosto facoltosa. Suo padre è una persona molto benestante. A me non restava che gioire per la sua felicità. Ma il tempo passava e nessuno veniva a trovarmi, né mi invitavano a Roma. Ero impaziente di vedere la nuora e riabbracciare mio figlio, così mi sono organizzata, ho comprato il biglietto del treno, ho preparato delle cose buone da portare – persino il pane fatto da me, conserve, un po’ di tutto – e sono partita. Ho chiamato mio figlio appena sono salita sul treno. “Mamma, ma che combini? Perché sei venuta? Io sono al lavoro, nemmeno posso venirti a prendere. Ti scrivo l’indirizzo, prendi un taxi,” mi ha detto Alessandro. La mattina sono arrivata a Roma, ho preso un taxi (il prezzo era altissimo), ma almeno dalla macchina ammiravo la città all’alba, bellissima. Mi ha aperto la porta Giulia, la nuora. Non ha sorriso, nemmeno un abbraccio. Mi ha solo indicato la cucina, e basta. Mio figlio era già uscito per andare al lavoro. Ho iniziato a tirar fuori quello che avevo portato: patate, barbabietole, uova, mele secche, funghi sottolio, cetrioli, pomodori, qualche barattolo di marmellata fatta da me. La nuora ha guardato tutto in silenzio e poi ha detto che era inutile, loro non mangiano queste cose e lei in casa non cucina mai. “Ma allora cosa mangiate?”, le ho chiesto sorpresa. “A noi portano la cena tutti i giorni con il servizio delivery. Io non cucino, non sopporto l’odore che rimane in cucina,” mi ha risposto Giulia. Non ho neppure finito di elaborare quello che aveva detto che, in cucina, è arrivato un bambino, sui tre anni. “Ecco, questo è mio figlio, Daniele,” mi ha detto. “Daniele?” ho chiesto io. “No, si chiama Daniel, non Daniele. Non sopporto quando storpiano i nomi!” Va bene, come vuoi, Giulia. “E poi, non sono Giuli, sono Giulia. Qui a Roma nessuno sbaglia i nomi, ma da voi…” Mi è venuto da piangere. E non per il fatto che mio figlio abbia sposato una donna con un figlio avuto da un altro, ma perché su tutto questo non mi aveva detto nulla. Ma non erano finite le sorprese. Ho visto sulla parete un grande ritratto di matrimonio. “Allora il ricevimento non c’è stato, ma almeno avete fatto delle belle foto!,” ho cercato di sdrammatizzare. “Come non c’è stato? Il matrimonio sì, c’era anche il ricevimento con 200 invitati. Solo che tu non c’eri, ma Alessandro aveva detto che stavi male. Forse è stato meglio così,” mi ha gelata Giulia. “Vuole fare colazione?” “Sì…” Ha messo davanti a me una tazza di tè e qualche pezzetto di formaggio costoso. Quella per lei era la colazione. Io non ci sono abituata, ho bisogno di mangiare a colazione, soprattutto dopo un viaggio. Avrei voluto prepararmi un uovo al tegamino, avevo con me anche il pane fatto a casa. Ma la nuora me l’ha proibito, a causa dell’odore in cucina. Il mio pane non l’ha voluto, ha detto che loro e Alessandro sono tutti fissati con l’alimentazione sana. Alla fine non ho più avuto voglia di mangiare, tanto ero delusa che mio figlio si fosse vergognato di invitarmi al suo matrimonio. Avevo messo da parte i soldi, aspettavo solo quel giorno… e invece è stato tutto inutile. Bevevo il tè in silenzio. L’atmosfera era tesa. Poi il bambino si è avvicinato, voleva un abbraccio, ma Giulia si è affrettata a fermarlo: “Non si sa mai, potrebbe trasmettergli qualcosa, lui è piccolo!”. Non avevo niente da regalargli, così gli ho dato un vasetto di marmellata di lamponi fatto in casa, dicendo che così avrebbe potuto mangiare qualcosa di buono. Ma la nuora me lo ha strappato dalle mani: “Quante volte bisogna ripetere? Siamo a dieta sana, niente zuccheri!” Mi sono sentita mancare e ho lasciato la colazione lì. Mi sono infilata il cappotto senza che lei dicesse nulla, non mi ha nemmeno chiesto dove andassi. Sono uscita e mi sono seduta su una panchina vicino al portone, lasciando andare le lacrime. Mai mi ero sentita così umiliata. Poco dopo vedo la nuora uscire, passeggiare col bambino, e portare tutte le mie conserve direttamente nella spazzatura. Non ho saputo che dire. Quando sono andata via, ho ripreso le mie borse e sono andata in stazione. Per fortuna ho trovato un biglietto e nel pomeriggio sono potuta ripartire. Vicino alla stazione c’era una trattoria. Mi sono seduta e finalmente ho mangiato un bel piatto di pasta al ragù, uno spezzatino con le patate e l’insalata. Ho speso tanto, ma almeno mi sono sentita viva. Ho lasciato i bagagli al deposito e ho camminato un po’ per Roma, che è stupenda. Per qualche ora sono riuscita persino a dimenticarmi di tutto. Sul treno non sono riuscita a dormire. Non mi ha chiamata nessuno. Mio figlio nemmeno si è chiesto dove fossi andata. Mai mi sarei aspettata, nemmeno se avesse nevicato in piena estate, una tale accoglienza da mio figlio. Era l’unico figlio che avevo, in cui avevo riposto tutte le mie speranze. Invece per lui non sono servita più a nulla. Adesso non so proprio che fare con quei 3000 euro risparmiati per il suo matrimonio. Devo darglieli lo stesso, per fargli vedere che alla fine la mamma pensa sempre a lui, o non regalare niente, perché forse non se lo merita?
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