Senza una Meta Fissa

Caro diario,

non sopporto la parola senzatetto. È ruvida, priva di volto, come una frase che si incolla alle pareti senza permesso. Io non sono una senzatetto. Sono una persona che ha perso lindirizzo, cancellata dalla mappa della città come un segno cancellato con la gomma.

Il passato mi appare ora come un film in bianco e nero. Lorfanotrofio di Milano, grigio e impregnato di odore di cavolo, è stato il mio primo rifugio. Poi la strada mi ha portata allofficina meccanica di Torino: prima come apprendista, poi come operatrice sulla catena di montaggio. Il ronzio dei macchinari, lodore di olio sulle mani, quello che non si lava nemmeno con il più forte solvente. Il mio primo amore, Giacomo, perse la vita nella stessa officina, travolto da un carrello elevatore. Il funerale fu in un novembre freddo e umido; da quel giorno il mondo sembrò svanire.

Passai anni solitaria in un dormitorio vicino al capannone. Poi arrivò Stefano. Un uomo di mezza età, calmo, con mani segnate dal lavoro e occhi gentili ma stanchi. Entrò nella mia vita come una quiete dopo una tempesta. Due anime solitarie che si trovano e si offrono mutua tregua.

Non mi propose mai un matrimonio formale. Perché dovremmo mettere un sigillo, Livia? mi diceva versandoci il tè la sera. Siamo già una famiglia, più forte di qualsiasi documento. E io, affamata di calore umano, credetti a ogni sua parola, finché il timbro del passaporto divenne per me solo una formalità.

Abitavamo nella casa di Stefano, ai margini della città, proprio accanto alle ferrovie. Lì il fumo, lassenzio e la libertà si mescolavano nellaria. Ristrutturevamo il tetto, dipingevamo le pareti, piantavamo il lillà sotto la finestra e curavamo lorto. Amavamo il lavoro: ci alzavamo allalba, tornavamo al tramonto, ma la casa profumava sempre di minestra di cavolo e pane fresco. Era la mia roccia, il mio piccolo universo guadagnato con fatica.

Unombra nera e inesorabile si insinuò nel cuore di Stefano. Per sei mesi lo vidi vacillare, silenzioso e coraggioso, fissando un punto indefinito. I medici furono impotenti. Lo accudivo, gli portavo lanatra, preparavo i brodi che ormai non poteva più mangiare. Poi un giorno sparì. Restò solo lodore persistente dei medicinali, il vuoto della stanza e quel silenzio assordante che nemmeno il ruggito dei treni riusciva a colmare.

In quel silenzio, un bussare insistente ruppe la quiete. Sulla soglia cerano Marco, il nipote di Stefano, vestito di una giacca nuova, e sua moglie Silvana, con i ricci stretti e gli occhi gelidi. Portavano con sé lodore di una vita cittadina, profumata ma estranea.

Allinizio furono cortesi: aiutarono con i funerali, portarono provviste. Io, frastornata dal dolore, accolsi il loro aiuto come lultimo tributo a Stefano.

Una settimana dopo tornarono con una carta stampata, la firma incerta di un uomo che non riconoscevo. Testamento, disse Marco senza guardarmi negli occhi. Zio ha voluto lasciare tutto a noi. Sa che non sei sua famiglia. Restai muta. Le parole sembravano impantanate nel petto. Girai lo sguardo verso la foto sul comodino, quella con noi due sorridenti accanto al lillà. Silvana sbuffò: Le foto non valgono nulla. Di legge non sei nessuno qui, sei una straniera in una casa altrui.

Mi diedero tre giorni. Trascorsi quei tre giorni in uno stato di torpore, come un automa. Non piansi; lorfanotrofio mi aveva insegnato a custodire le lacrime, perché non servivano a nulla. Raccolsi nella vecchia valigia di cuoio quello indispensabile: documenti, la foto incorniciata, la biancheria, una sciarpa di lana che Stefano mi aveva regalato per il compleanno, e la sua tazza di ceramica con lorso consumato, da cui beveva il tè forte ogni mattina. Il resto mobili, stoviglie, tende cucite da me non era più mio. Quella casa era ora un luogo popolato da spettri.

Il terzo giorno arrivarono in auto, posero la valigia sul portico. Marco evitava lo sguardo, fissava il cellulare. Capite, zia Livia iniziò a balbettare. Anche noi dobbiamo vivere da qualche parte Silvana lo interruppe con tono secco: Le chiavi, per favore. Di tutte le porte.

Posai la mazzuola di chiavi sul portico, presi la valigia e mi allontanai senza voltarmi. Udii il clic della serratura. Quellacuto suono di metallo chiuse definitivamente il capitolo della mia vita passata.

Non mi portarono in periferia né mi diedero un passaggio. Camminai da sola lungo la strada che conoscevo fin nei minimi dettagli, senza voltarmi al capolinea. Avevo bisogno di scappare; le mie gambe mi portarono verso la stazione, lunico luogo a cui potevo pensare. Non era una passeggiata, ma un lento, doloroso esilio, passo dopo passo, che allungava il distacco da tutto ciò che avevo chiamato vita.

Camminai lungo i binari ferroviari. Il cielo dautunno era cupo, una pioggia fredda e pungente cadeva a dirotto. Mi fermai davanti a un cancello, osservando il treno che sfrecciava verso la città. Nei finestrini illuminati scorrevano sagome: qualcuno leggeva, altri dormivano, altri ridevano. Quei passeggeri andavano verso le proprie case, le proprie famiglie. Avevano indirizzi. Io, invece, avevo solo la valigia, dentro la quale la tazza di Stefano rimbombava contro le pareti.

Una donna di mezzetà, con un cappotto lungo e una sciarpa calda, si avvicinò alla panchina dove ero seduta. Era Zinaida, la collega di lunga data con cui avevo condiviso pause caffè e confidenze sul capannone. Non la vedevo da dieci anni, lultima volta per caso in una clinica. Il suo sguardo era affetto, la voce un po rauca ma familiare. Livia è davvero tu? mi sussurrò. Mi limitai a annuire, stringendo tra le dita lultima briciola di pane.

Senza molte parole, mi spinse a sedermi accanto, avvolse la sua spalla al mio. Andiamo a casa mia. Ti farò una tazza di tè caldo. Con quel semplice gesto mi regalò un ancor più forte senso di appartenenza. Caricò la valigia sul suo carrello della spesa e mi guidò verso il suo appartamento al primo piano di un vecchio palazzo di quattro piani, dove lodore di minestra e foglie di alloro aleggiava come un ricordo di casa.

Zinaida mi aiutò a spogliarmi del cappotto, a scaldare i piedi con delle pantofole di lana, a sistemare la sciarpa di Stefano sul termosifone. Prese una zuppa densa di cicoria, tagliò una fetta di pane nero e mise a bollire il tè. Quando finii la zuppa, mi chiese con tono serio: Stefano è davvero andato via? Annuii, incapace di rispondere. Allora disse, dovremo sistemare le pratiche, fare la registrazione temporanea e trasferire la tua pensione qui.

Quel pomeriggio mi sembrò il primo respiro dopo anni di asfissia. Da quella piccola cucina, Zinaida mi mostrò come riempire i moduli, come presentare i documenti al comune, come richiedere lassegnazione di un nuovo indirizzo. Il processo era lento, ma ogni passo mi ridava un briciolo di dignità.

Una settimana dopo mi svegliavo alle sette, sentivo Zinaida frugare nella cucina, il profumo di caffè istantaneo che si diffondeva nellaria. Il suo Buongiorno era il mio nuovo Buongiorno. Le sue lamentele sui prezzi dei supermercati erano il mio unico problema. Ma soprattutto, le sue mani non smettevano di lavorare per rimettere insieme i pezzi di una vita spezzata.

Un giorno, mentre Zinaida lavorava a maglia davanti alla televisione, le confidai: Pensavo di essere finita, una guscio vuoto. Che cosa resta di me? Lei, senza alzare lo sguardo, mi rispose: Un guscio vuoto non è mai stato un pezzo difettoso nella nostra fabbrica. Tu sei una persona, Livia. Puoi rompersi, ma puoi anche rimetterti insieme. Non sei un robot.

Quelle parole furono come una scintilla in un mare di buio. Lo Stato e la burocrazia sono macchine enormi, spesso fredde, pronte a buttare via chi non ha la targa giusta. Ma esistono anche milioni di Zinaida, persone che non lasciano mai un collega dietro, che vedono laltra metà di sé negli altri e si offrono aiuto senza chiedere nulla.

Il cammino verso una vita normale è ancora lungo, ma il primo passo è stato compiuto, non in un ufficio colmo di carte, ma su una vecchia panchina di ferro vicino al dormitorio, quando una vecchia amica ha riconosciuto un volto e ha detto: Andiamo.

Ora, ogni volta che sento il rumore dei treni, ricordo che, anche quando tutto sembra chiuso, cè sempre una porta che si apre, a volte proprio dietro langolo di una strada bagnata.

Con speranza,
Livia Bianchi.

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