Nel piccolo orfanotrofio di Bari non era felice; quando arrivò la zia, la sorella del padre, e promise di prenderlo con sé, Davide sentì una scintilla di speranza. Conosceva la zia soltanto di sfuggita: era venuta tre volte, sempre lamentandosi che il fratello era andato troppo lontano. Ma ogni visita era un tripudio di regali, di libri letti ad alta voce, di giochi da tavolo e di disegni di Topolino che Davide non riusciva a rendere bene. Da questi gesti capiva che lo amava, perciò rimase sconvolto quando lassistente sociale gli disse che nessun parente lo avrebbe potuto accogliere. Mezzo anno trascorse allorfanotrofio, contando i giorni: presto arriverà la zia Loredana e mi porterà a casa. E la zia arrivò.
Davide non aveva mai conosciuto la madre. Quando era piccolissimo, il padre gli diceva che lei era andata molto, molto lontano. Ora il ragazzo comprendeva il significato di quelle parole: lontano era sinonimo di morte. Anche il padre non cera più. Una sera, poco prima di un negozio per comprare del latte, il padre uscì perché Davide aveva rovesciato lultimo bottino di latte del mattino, lasciandogli solo cioccolatini al latte per colazione. Il vialetto era bagnato, scivoloso; il padre scivolò e fu investito da unauto che sfrecciava a tutta velocità proprio davanti alla casa. Davide rimase lì, con le guance umide contro il vetro freddo, a fissare il crepuscolo, a scrutare lorologio, a immaginare il ritorno del padre. Anche se il negozio fosse stato pieno, se la cassiera avesse finito il resto, se il padre avesse incrociato la risata rumorosa della vicina zia Luisa, il tempo era già passato.
Il campanello suonò e Davide credette di sentire il padre tornare. Invece era la zia Luisa, con le guance macchiate dinchiostro e gli occhi rossi, che gli annunciò che quella sera avrebbe dormito da lei. Quando Davide chiese del padre, lei mentì, dicendo che era stato chiamato al lavoro. Era strano, perché il padre era pianista e non lavorava di notte. La zia Luisa non poteva dirgli che il padre era morto; la notizia gli sarebbe arrivata da una donna dellassistenza, il giorno dopo.
Non potevo arrivare prima, si giustificò la zia Loredana. Non arrabbiarti con me, va bene? Davide scrollò le spalle. Che ci fosse da arrabbiarsi? In sei mesi aveva imparato che anche le persone più care possono rivelarsi più cattive dei nemici. Il semplice fatto che lo avesse preso era già un sollievo.
Davide non aveva mai viaggiato in treno; se fosse stato in un altro periodo lo avrebbe accolto con gioia, ma ora il suo cuore era quasi indifferente. Seduto alla finestra della stazione, osservava case e alberi scorrere, velocemente e lentamente, e pensava che non avrebbe più rivisto la sua città natale. La zia, con voce amara, dichiarò: Odio questa città, sapevo che mi avrebbe distrutta. Con quelle parole, era improbabile che tornasse.
Allarrivo alla stazione, li accolse il marito della zia Loredana, un uomo basso e tozzo di nome Vincenzo. Puoi chiamarmi zio Beppe, disse allungando la mano. Davide, per la prima volta nella sua vita, si sentì toccato da una stretta duomo adulto. La mano di Beppe era ruvida, dura, ben diversa dalle mani aggraziate del pianista.
Il disappunto di Beppe divenne subito evidente. Nei primi giorni, con voce alta, chiedeva a Davide se volesse andare a pescare o a giocare a hockey; il ragazzo, imbarazzato, rispondeva no. Lo sport non lo interessava, né uccidere pesci. La zia Loredana gli ordinava di lasciare in pace il bambino, leggendo libri che a Davide piacevano più di ogni altra cosa. Beppe, però, sminuiva la lettura definendola una perdita di tempo per i femminili, sostenendo che un vero uomo doveva giocare a calcio o a hockey.
Con la zia Loredana le cose andare meglio. Non aveva una madre e invidiava i compagni, ma non provava mai tristezza per il padre. Loredana era allegra come lui, amata la musica e i libri, e scherzava sempre. Lavorava da casa e trovava sempre tempo per Davide: passeggiate al parco, spesa al mercato, cene cucinate insieme per il zio Vincenzo, soccorrista ambulante, stanco e affamato al ritorno dal turno.
Un giorno, al negozio, una donna alta dai capelli rossi si avvicinò: Ehi, Zoya, quanti anni! E questo è tuo figlio? Davide rimase immobile, temendo che la donna lo considerasse estraneo. La donna lo strinse e rispose: Mio, di chi altro? Un calore lo avvolse, come una tazza di tè al miele.
Con lautunno, Davide iniziò la scuola. Gli piaceva studiare, anche se leggere era noioso perché, tranne lui, solo Nastasia leggeva bene. Insieme dovevano aspettare gli altri per imparare le lettere. Forse per questo divennero amiche; la maestra li mise a condividere un libro, così non restavano inattivi. Anche se altri li prendevano in giro come sposi, a Davide piaceva stare con Nastasia: spiritosa, informata, senza voce da bambina. Dinverno erano inseparabili; la maestra li chiamava la nostra sposa con tono scherzoso.
Il Capodanno portò una lite. La ragione fu Rita Ivanova, bocca da spazzola e camicie sporche. Prima delle feste, Beppe raccontò che il padre di Rita era finito in terapia intensiva, che laveva trasportato sullambulanza. Bevi meno, disse Beppe, e Davide, che conosceva il dolore di perdere un genitore, si offrì di ballare con Rita durante la recita. La maestra, felice, accettò; poi Nastasia, offesa, lo accusò di tradimento e non gli parlò più.
Rita, però, non divenne amica; era sciocca e senza contenuto. Al contrario, i ragazzi del vicinato lo accoglievano. Il 23 febbraio, la maestra invitò il zio Beppe in classe; raccontò di aver salvato due compagni in guerra, e Davide divenne eroe per una settimana. Tutti volevano stare con lui, tranne Nastasia che lo derideva passando. Beppe affermò che Davide era diventato un vero uomo e lo portò al laser game, dove a Davide non piacque molto ma i ragazzi si divertirono. Per il compleanno, Beppe gli comprò una chitarra; Davide sognava di essere pianista come Paolo, ma la chitarra era unalternativa accettabile.
Lestate arrivò e Beppe prese una vacanza. Andarono tutti al paese dei parenti di Beppe. Lì, Beppe ripropose a Davide di pescare; il ragazzo esitò, ma udì Beppe dire: Sempre ho voluto un figlio, e ora. Unondata di calore lo pervase, mescolata a un pizzico di colpa: se fosse diventato il figlio di Beppe, Paolo, dal cielo, lo guarderebbe con disapprovazione, come diceva Loredana.
Al mattino si alzarono prima dellalba, presero le canne e partirono. Davide, in viaggio, sentì la noia crescere; due ore di pesca portarono solo un piccolo abboccamento, e nemmeno riuscì a tirare su il pesce. Beppe, deluso, schioccò la lingua. Davide fingeva interesse, ma era la mattina più noiosa della sua vita; il giorno dopo rinunciò alla pesca. Beppe tornò con un secchio pieno, dicendo: Hai perso il miglior pesce oggi! Davide guardò i pesci ancora agitati e scoppiò in lacrime. Nanana, sputò Beppe, irritato, e se ne andò.
Lestate fece crescere tutti, non solo Davide. Nastasia continuava a ignorarlo, ma a lui non importava più. Alcuni ragazzini potevano andare a casa da soli; Davide sperava che Loredana smettesse di seguirlo, ma lei sostenne che era ancora troppo piccolo. Discutettero: Beppe sosteneva che non cè spazio per la cura, bisogna crescere un uomo, non una donna, e Loredana replicò mostrando tre strade da percorrere per arrivare a casa, guardandolo con occhi che raccontavano la morte del padre, mai detta apertamente.
Le visite di Loredana divennero attese come quelle di un bambino di prima elementare. Un giorno, una donna scura, la stessa che laveva interrogata al negozio, comparve con la madre di Nastasia. È il figlio adottivo di Zoya Frolova, vero? chiese. Sì, è suo, rispose la donna, ma è proprio un adottato, lho incontrato al negozio. La voce si abbassò, ma Davide non udì nulla. Luomo, la zia e la donna sembravano tessere una rete di bugie, ma la verità fu rivelata il giorno successivo: Nastasia diffuse in classe che il suo zio e la sua zia non potevano avere figli e che avevano adottato Davide. Lo hanno preso perché era meglio di un bambino estraneo, disse. Davide credette subito alle parole, capì perché Beppe era stato così esitante: Ho sempre voluto un figlio, ma ti ho frainteso!
Da quel momento, Davide iniziò a rispondere al zio con rudezza. Loredana gli chiedeva che insetto lo aveva punto, ma lui rimaneva in silenzio. Un giorno Beppe gli ordinò di portare fuori la spazzatura; Davide replicò: A te conviene farlo! Beppe gridò: Non fare il furbo! O vai in cantina! Davide, infuriato, urlò: Fai i tuoi figli, cresci i tuoi! Il colpo fu violento; il capo di Davide girò, non sentì dolore ma vide il sangue rosso spargersi sulla maglietta bianca. La zia corse nella cucina: Che sta succedendo? Davide pensò che Beppe lo incolpasse, ma Beppe rimaneva confuso, guardando le proprie mani.
Loredana gli si avvicinò, lo strinse, e lui voleva scusarsi, ma le parole si bloccarono. Via, esci! sentì la voce di Loredana, Voglio il divorzio, basta! Non voglio figli adottivi, non voglio il nipote! Chi è colpevole? Io non posso avere figli! Beppe non fece più rumore; i suoi passi si allontanarono, la porta si chiuse. Davide credeva che ora tutto sarebbe stato sereno, ma lassenza di Beppe lasciò un vuoto. Loredana piangeva incessantemente; ogni volta che Davide entrava, lei asciugava gli occhi con un fazzoletto, ma il suo volto rimaneva spento.
Passarono due settimane che sembravano uneternità, più lunghe del tempo trascorso nellorfanotrofio. A scuola, Davide voleva correre a casa per vedere se Loredana fosse tornata a essere la sua zia allegra, ma trovava solo tristezza, sguardi persi e una voce senza colore. Pensava che fosse meglio se la zia Loredana lo avesse lasciato allorfanotrofio, così da non creare più problemi.
Il suo morale peggiorava ogni giorno: sentiva la mancanza di Beppe, delle sue chiacchierate rumorose, delle risate, delle serate davanti alla televisione con Loredana. Davide ascoltava i rumori del palazzo, sperando che quel pomeriggio Beppe tornasse, ma non venne. Provò a suggerire a Loredana di chiamare Beppe, ma lei gli accarezzò la testa e disse: Andrà tutto bene, piccolino. Ce la faremo noi due.
Quel giorno il sole tornò a splendere sopra la città; il cielo era di un azzurro spensierato, le foglie ingiallite parevano riattaccarsi ai rami. Davide decise di saltare la scuola: aspettò che Loredana uscisse, fece finta di avere un mal di pancia e tornò a casa, poi vagò senza meta per le vie. Si fermò su una altalena, giocò a pallone con i bambini dellasilo, ma si annoiò in fretta. Scoprì un nuovo parco giochi con una altalena a cesta e vi si gettò, osservando i più piccoli e una donna che leggeva su una panchina. Provò a indovinare quale di loro fosse la bambina, quando una ragazzina in vestito rosa gli gridò: Non ti è permesso giocare qui! Sei un estraneo! Davide sbuffò: Dove voglio, ci gioco! La ragazzina lo spinse, e lui, dopo aver lottato, si arrampicò su una scala alta, lanciando il suo zaino al suolo. La bambina aprì lo zaino e frugò dentro. Basta! urlò Davide.
Improvvisamente sentì un fruscio di rami spezzati; una donna pallida si avvicinò, afferrandolo per le spalle. Ti chiamerò unambulanza, balbettò. Hai bisogno di unambulanza o di chiamare tua madre? chiese. Davide, ansimando, balbettò: Chiamate papà lui lavora per lambulanza Luomo, zio Beppe, arrivò in un lampo, più veloce dellambulanza stessa, spingendo via la folla di bambini, fissando Davide e la sua gamba ferita. Piccolino, senti? Resisti, sto qui, disse, mentre la donna che lo teneva per mano sussurrava: Sei il padre? Ah, che paura! Lambulanza si avvicinò, ma Beppe confessò di essere lui il soccorritore.
Il dolore al piede era acuto, un brucìo simile a milioni di graffi con iodio. Beppe, con voce dura, disse: Grazie, è tutto a posto, lho chiamata io. Si voltò verso Davide: E tu? Come ti senti? Davide, lentamente, sollevò lo sguardo e rispose a malapena: Sto bene. Dopo lintervento, che si rivelò una frattura complessa, Davide giaceva in una stanza dospedale accanto a due ragazzi, con Loredana seduta accanto, le lacrime ormai asciutte su un fazzoletto. Beppe, incerto, si fermò alla porta e chiese: Vuoi qualcosa? Un libro, qualcosa da comprare? Davide guardò la zia, poi la gamba ingessata, e sussurrò: Vorrei che tornassi a casa. Beppe balbettò, Loredana si nascose il viso in una mano, ma alla fine Beppe annuì, si inginocchiò e abbracciò Davide. Andrà tutto bene, il piccolo sta migliorando, disse, accarezzandogli la spalla. Davide chiuse gli occhi, nascondendo le lacrime, e decise: una volta guarita la gamba, tornerà a pescare con Beppe. Forse non sarà poi così noioso.Mentre la notte avvolgeva la città, Davide sognò il suono del pianoforte di Paolo che, dal cielo, lo guidava verso un futuro di note e speranze.







