Trentadue anni e un giorno di vita

Trentadue anni e un giorno

Io guardavo Ludovica, fermata alla finestra, mentre grosse gocce di pioggia scivolavano sul vetro componendo figure contorte. Dietro di lei, dal suo angolo, sentivo il ronco regolare del marito, addormentato nella sua poltrona di fronte al televisore.

Trentadue anni di matrimonio. Il numero riecheggiava nella sua mente come campana pesante, non a segnare il tempo ma a rimbombare lo stesso istante dilatato per decenni. A lei sembrava che la loro vita insieme fosse un lungo corridoio poco illuminato, costellato da porte identiche.

Ogni anno apriva una di quelle porte sperando di scoprire qualcosa di nuovoun paesaggio diverso, un’aria diversa, una stanza diversama ogni volta si trovava nello stesso spazio: divano, poltrona, finestra, lui, lei, e il silenzioso deposito di giorni vissuti su ogni superficie.

Il mondo fuori dalla finestra era fluido, mutevole, respirante. Qui dentro, il tempo sembrava essersi fermato, stringendo le proprie lancette con una presa morta.

Da quel torpore emerse lentamente un ricordo. Luminoso, caldo, intriso di un’estate lontana e di vernice fresca. Non nella loro ampia casa arredata con mobili robusti, ma nella prima stanza, minuscola, di un alloggio popolare: dodici metri quadri di felicità stipata. L’odore della vernice a olio ancora fresca sul davanzale si mescolava a quello delle salsicce economiche che lei friggeva nella cucina comune e portava nella sua stanza per cena.

Lì vide lui, il venticinquenne Vittorio, in una maglietta consumata, con il viso serio intento a fissare una mensola per i libri. Incrociò il suo sguardo e, per l’emozione, si colpì il dito con il martello. Lei rise allora, cristallina, senza freni, e quella risata sembrava riempire ogni angolo del loro piccolo nido, scacciando la stanchezza e i dubbi.

Ora lui russava. E taceva. Parlano solo di cose pratiche: il rubinetto rotto, il conto delle bollette, la telefonata della figlia, l’ennesimo cosa prepari?.

Ludovica sospirò e si diresse verso la cucina. Con gesti automatici mise il bollitore sul fuoco, prese due tazze, afferrò qualche biscotto e, dal frigo, estrasse la salsiccia da affettare. Poi si fermò, fissando le proprie mani. Lintera sua vita era racchiusa in quella cucina: bollitore, tazze, biscotti, panini. Un rituale che si ripeteva senza senso.

«Basta», disse a voce alta, e la parola rimase sospesa nel silenzio della cucina.

Non mise a bollire il tè, non toccò la salsiccia. Prese dal gancio il vecchio cappotto, infilò i piedi nelle scarpe, e senza lasciare un biglietto, uscì nello atrio. La porta scattò alle sue spalle con un suono secco, quasi come se non fosse il chiavistello a chiudersi ma una chiusura interiore.

La pioggia continuava a cadere, avvolgendo la città di Milano in una nebbia grigia. Ludovica camminava rapidamente, quasi correndo, senza curarsi del percorso, semplicemente fuggendo da casa, dal russare della poltrona, dalla salsiccia sul tagliere. I suoi passi la portarono, quasi da soli, due isolati più avanti, verso un palazzo di mattoni rosa, al quarto piano, dove abitava Nadia.

Nadia, amica dinfanzia, divorziata da tempo, guida turistica, viveva sola e, cosa più sorprendente per Ludovica, non considerava quella solitudine una condanna. «Non sono sola, sono libera», diceva, e Ludovica spesso pensava che Nadia inventasse scuse. Ma ora sentiva un bisogno disperato di quelle scuse, ancor più di un desiderio di comprensione.

Bussò alla porta e, quasi subito, le aprirono.

Ludì! Che sorpresa! Nadia la accolse in un accappatoio colorato, con un libro in mano, il viso sereno, senza traccia di sonnolenza o irritazione, solo genuina sorpresa e gioia. Non chiese cosa è successo?, né lanciò uno sguardo preoccupato verso il corridoio vuoto alle sue spalle. Si limitò a sorridere ampiamente e ad abbracciarla, profumata di profumo, caffè e qualcosa di indefinibilmente vivo e libero. Entra, entra, che incontro! Sei tutta bagnata!

Ludovica, lasciando il cappotto nel vestibolo, sentì qualcosa dentro di sé tremare e fluire come neve sciolta. Labbraccio era puro, non per dovere o abitudine, ma dal cuore.

Scusa se sono comparsa senza preavviso, iniziò, entrando nel soggiorno accogliente ma un po caotico, dove i libri erano ammassati sul pavimento e alle pareti cerano stampe di quadri e foto di viaggi.

Ma dai! Che preavviso? Io volevo proprio fare due chiacchiere, non con quel pedante Stendhal, replicò Nadia, indicando il libro. Ora sistemiamo la cosa. Per unoccasione così serve qualcosa di speciale.

Nadia scomparve in cucina; il tintinnio dei bicchieri e il suono di una bottiglia che si apriva riempivano laria. Ludovica si accomodò in una poltrona profonda, sentendo una leggerezza strana, come se un peso invisibile fosse stato sollevato dalle spalle.

Nadia tornò con una bottiglia di vino rosso, due grandi calici, un piatto di formaggi, uva e crackernulla assomigliava alla salsiccia.

Ecco, annunciò solenemente, versando il liquido rubino. Cabernet. Ti ricordi quando lo gustammo a Sorrento? Sembrava laltra vita.

Ludovica girò il calice tra le dita, osservando le gocce scivolare lungo le pareti del bicchiere.

Sì, ricordo, sussurrò. Fuggimmo dalla tua conferenza e andammo a quel ristorantino sul mare.

E tu avevi detto che era troppo caro, rise Nadia, brindando. Io ti dissi che a volte bisogna concedersi un lusso, anche se è solo un bicchiere di vino con vista sul mare. Bevi, scaldati.

Il vino le bruciò la gola con un calore piacevole, si diffuse nel corpo come unonda morbida. Ludovica chiuse gli occhi.

Nadia, non ti è mai venuta da sola la paura? sbottò improvvisa. Di stare sola?

Nadia si appoggiò al divano, fissando il calice.

A volte sì, ma non è la solitudine, è il vuoto. È la differenza tra silenzio e mutismo. Il silenzio può essere pieno; il mutismo è quando, anche in compagnia, non hai nulla da dire. Tu non sei sola.

Io ho solo il mutismo, mormorò Ludovica. Trentadue anni e finiamo a parlare di salsiccia. Oggi la guardavo come se fosse sotto lacqua. Vedevo i tratti familiari, ma la persona dietro di loro non cera. E non mi vedevo più.

Nadia rimase in silenzio, poi riempì i bicchieri di nuovo.

Dove sei stata tutti questi anni? Non solo fisicamente, ma dentro di te?

La domanda rimase sospesa. Ludovica non sapeva rispondere. Era in cucina, al fornello, alla finestra, al policlinico, al mercato, ma dove era lei stessa, non la moglie, la madre, la casalinga?

Sono uscita oggi e ho detto «basta». Ma non so a cosa basti. A tutto? O solo a qualcosa che sta iniziando?

Forse a entrambe le cose, rispose Nadia con dolcezza. «Basta» è una buona parola. Segna un confine. Qui cè il vecchio, lì il nuovo. Non si sa cosa ci sarà nel nuovo, ma almeno non sarà salsiccia.

Scoppiarono a ridere, e il riso di Ludovica era ormai vero.

Sai cosa faccio quando mi assale la sensazione di stagnazione? alzò Nadia il dito. Faccio qualcosa che non ho mai fatto. Prendo un caffè alle cinque di pomeriggio, vado al cinema da sola, compro un capo stravagante ma bello, mi iscrivo a un corso di italiano. Non per imparare, ma per ascoltare altre voci, per sentire una lingua melodiosa. È come un pizzico di sale in un piatto insipido: poco, ma cambia il gusto.

Ludovica ascoltava, per la prima volta da anni, non con giudizio ma con curiosità quasi infantile. Il mondo di Nadia era più ampio del suo, con spazio non solo per doveri ma per desideri, anche i più piccoli e assurdi.

E il tuo Vittorio? chiese lamica, pronunciando il nome ad alta voce, quasi a testarne il suono. Una pausa.

Il Vittorio, rispose Nadia a se stessa, probabilmente è bloccato in un suo corridoio. Magari non capisce neanche che è un corridoio. Crede che sia il mondo intero. Solo da dentro si può uscire, o urlare forte affinché qualcuno lo senta.

Continuarono a bere, a parlare di banalità, di ricordi, dei piani di Nadia per un viaggio in Toscana. Ludovica osservava il volto acceso dellamica, gli occhi che brillavano, e pensava: «Lei è viva. Io?»

Allora, come a sentire i suoi pensieri, squillò il telefono di Nadia, il fisso con il filo appeso al muro, un sopravvissuto del passato che lei rifiutava di cambiare.

Chi chiama a questora? brontolò Nadia, alzandosi.

Rispose: Pronto?

Il volto di Nadia mutò. Prima una maschera da lavoro, poi una leggera sorpresa, infine una comprensione profonda, quasi triste. Lanciò unocchiata veloce a Ludovica, si girò verso il muro, abbassò la voce, ma in quel silenzio ogni parola si udiva.

Vittorio? Sì, è qui è vivo, sta bene, non preoccuparti No, no, tutto a posto, stavamo solo bevendo vino, chiacchierando.

Una pausa. Nadia annuiva, anche se linterlocutore non poteva vederla.

Capisco Sì, gli riferirò Certo. Ok, tieniti forte.

Rimise il cornetto, si girò, lo sguardo più dolce e penetrante.

Il tuo cavaliere sul divano, disse con tono leggero. È in panico. Ha scoperto che non ci sei, il telefono è sul tavolo. Ha già setacciato tutta la casa, ha chiamato Carla anche lei non sa. La sua voce non era quella calma di sempre, ma annaspata, agitata. «Non esce mai la sera da sola», ripeteva. E chiedeva: «Hai detto davvero cosa è successo?»

Ludovica rimaneva con il bicchiere vuoto in mano, il suono rimbombava nelle orecchie. Immaginò lui, grande, goffo, che pervagava le stanze, guardava la camera vuota, il bagno silenzioso, senza trovarla. Lo vedeva afferrare il telefono, comporre il numero della figlia, parlare con voce tremante, cercare di nascondere il panico. Era lì, non per una cena non fatta, ma per lei. La cercava.

Perché taci? chiese Nadia a bassa voce. È una cosa… lui non ha solo notato che il bollitore è freddo. Ha avuto davvero paura.

Non lo pensavo, espirò Ludovica. Credevo che non notasse più nulla. Che io fossi solo un muro una cosa solida, che non scompare. Ma il muro è sparito.

Il muro è sparito, rispose Nadia, posandole la mano sulla spalla. E le fondamenta sembrano vacillare. Ha detto: «Porta il mio messaggio aspetto sono preoccupato». Non è preparati a cucinare, è aspetto e sono preoccupato. Parole, quelle che ti mancavano.

Ludovica si alzò. Una voglia improvvisa di tornare a casa la pervase, non per dovere, ma per vedere il suo volto in quel momento, per scoprire cosa si nascondeva dietro la routine, per verificare se davvero fosse addormentato.

Devo andare.

Vai, annuì Nadia. E, Ludovica un grido non è sempre una lite, a volte è solo andare via senza preavviso, così ti cercano. Sembra che funzioni.

Alla porta, Nadia la strinse ancora una volta, sussurrandole allorecchio:

Buona fortuna. E ricorda, il muro non è su di te.

Ludovica camminò lentamente verso casa. Milano, poco prima estranea e indifferente, ora le sembrava una strada di ritorno. I lampioni gettavano lunghe ombre tremolanti, e in ognuna di esse intravedeva la sua figura alta, curva, che scrutava il buio.

Le luci dellappartamento brillavano in ogni stanza, vive, festose, impazienti. Si fermò davanti al portone, riprese fiato e, improvvisamente, sentì paura. Paura che aprendo la porta trovasse di nuovo il marito sulla poltrona, con il giornale, e che tutto fosse solo un sogno. Paura che quel lampo, quella crepa, si colmasse di nuovo con la solita calma del silenzio.

Salì le scale, inserì la chiave nella serratura, girò. La porta si aprì senza rumore.

Nel vestibolo la luce era accesa. Lì, al centro, cera lui, in pantaloni e giacca, pronto a uscire per una ricerca. Il volto pallido, gli occhi carichi di una nuova ansia.

Si guardarono attraverso la soglia, silenziosi.

Lui fu il primo a parlare, la voce roca, come se non avesse parlato per giorni.

Pensavo inghiottì. Pensavo che fosse successo qualcosa. Poi Nadia ha detto ero preoccupato

In quelle parole semplici, in quello sguardo confuso di un uomo adulto, Ludovica riconobbe il venticinquenne Vittorio, quello che temeva di ferirla e sussurrava: «Sei felice?»

Lui non solo aspettava. Aveva paura. E quindi sentiva. E quindi lei non era più un muro.

Attraversò la soglia. La porta si chiuse dietro di lei con un clic lieve.

Sono stata a casa di Nadia, disse, togliendosi il cappotto bagnato. Un gesto ordinario, ma in quel silenzio risuonò forte. Sono uscita.

Senza telefono, rispose lui, non come rimprovero ma come constatazione. Prendi sempre il telefono.

Era vero. Era sempre connessa: con la figlia, con lui. Il suo cellulare giaceva sul tavolino, testimone mutevole di una vita prevedibile.

Sì, rispose semplicemente. Non lho preso.

Vittorio fece un passo avanti, poi si fermò, come se ricordasse qualcosa. Tolse la giacca, la gettò sul gancio. Si diresse verso la cucina, verso il tavolo. Ludovica lo seguì.

Sul tavolo, accanto alla tazza intatta e al piatto di salsiccia ormai matura, cerano il bollitore, due tazze pulite e dei biscotti disposti su un piattino.

Ludovica si sedette su una sedia. Le gambe cedettero.

Vittorio

Mi sono spaventato, interruppe lui, sedendosi di fronte. Non guardava il suo volto, ma la superficie familiare del tavolo. Mi sono svegliato. Tu non ceri. Buio. Silenzio. Troppo silenzio, come se la casa fosse vuota, non solo la stanza, maMentre il silenzio cedeva al crepitio di un piccolo sorriso, capimmo entrambi che, dopo tutti quegli anni, la vita poteva ancora trovare la forza di ricominciare.

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Trentadue anni e un giorno di vita
— Vai a vivere dalla mamma per sempre, disse la moglie — Se adesso te ne vai, — disse piano Lola, — non tornare più. Portati via le tue taniche, gli attrezzi, i cataloghi di trattori. Vai pure dalla mamma: stavolta per sempre. L’appartamento è mio, Ruslan. Mi è rimasto dai miei genitori. I tuoi soldi… sai, ce la faccio lo stesso. — Rusy, oggi è sabato. Avevamo promesso a nostra figlia di portarla al circo. E serve fare la spesa… il frigo è vuoto. Il marito fece una smorfia. — Te la compri da sola, c’è il supermercato qui all’angolo. E il circo… ci andiamo il prossimo weekend, giuro. Mia madre ha un reale problema, rischia di congelare. — È da cinque anni che “congela” ogni settimana, — disse Lola sottovoce. — Una volta la stufa, un’altra la recinzione, oppure i cetrioli che non crescono. Non ti sembra di passare più tempo lì che a casa nostra? — È casa mia anche quella! — sbottò Ruslan. — Ci sono nato. E questa città… mi sembra una prigione. Casa-lavoro, lavoro-casa. Non mi piace nemmeno qui, capisci? Voglio tornare al paese, solo lì mi sento vivo! *** Da quando Lola era incinta, Ruslan sembrava aver costruito un muro invisibile tra loro. Lei per lui era diventata “la madre di sua figlia”, una creatura sacra e asessuata a cui non bisognava avvicinarsi. Litigavano regolarmente da quasi cinque anni, ma nessuno lasciava l’altro – chissà perché, tenevano entrambi a quel matrimonio. L’ennesima fuga di Ruslan al paese fu accompagnata da uno scandalo. — Di nuovo la stessa storia! — urlava nell’ingresso, mentre si metteva le scarpe. — Porto i soldi? Sì. Risolvo i problemi? Sì. Cos’altro vuoi? — Voglio un marito, Ruslan. Non un coinquilino che viene qui solo per mangiare o cambiarsi tra una trasferta e l’altra dalla madre. — Basta, sono stufo! Tornerò tardi domani, non aspettatemi. Ruslan uscì di corsa, Lola si avvicinò alla finestra. La loro macchina sfrecciò via, scomparendo dietro la curva. Eppure, prima che nascesse la loro bambina, erano quasi felici… Cos’è successo a Ruslan? Sedici anni insieme… *** Qualche settimana dopo, Lola ebbe un problema spiacevole. Un cugino lontano si era piazzato a casa della nonna ormai vuota perché lei stava in una casa di riposo. Vadim, il cugino, arrivato da un’altra regione, s’era impossessato di casa e non voleva più andarsene. Alla domanda su come avesse le chiavi, rispondeva che “la nonna gliele aveva date” e reagiva malamente a qualsiasi richiesta. Lola provò a sistemare la cosa da sola, ma Vadim, robusto e arrogante, le chiuse semplicemente la porta in faccia. — Rus, — disse Lola quella sera, quando il marito era finalmente in casa. — Dovresti andare dalla nonna. C’è Vadim che si comporta male. La nonna si agita, ha la pressione alta. Dice che non ha mai permesso a nessuno di vivere lì. Quel tipo avrà scassinato la serratura e messo quella nuova: le chiavi che ho non funzionano più. Bisogna solo mandarlo via. Tu sei un uomo, ti ascolterà. Ruslan si staccò dalla foto del trattore che stava guardando sul telefono. — Cosa vuol dire “mandarlo via”? E la sua roba? — Lascia pure tutto sul pianerottolo! Lui abusa della situazione. Ruslan, ho davvero bisogno di te, ho paura di andarci da sola. Ruslan sospirò, si grattò la testa. — Va bene. Domani dopo il lavoro passo a parlare. Ma niente scandali, Lola. Odio queste storie. Il giorno dopo Ruslan ci andò davvero. Bastarono pochi minuti: Vadim, vedendo la corporatura di Ruslan, fece le valigie e sparì. Lola tirò un sospiro di sollievo e gli preparò la cena pensando che fosse un nuovo inizio per loro. Non fu così! Arrivò subito una chiamata dalla suocera. Lola rispose aspettandosi le solite lamentele di salute, ma… — Lola, so tutto. — Di cosa, signora Valentina? — chiese sorpresa Lola. — Di come usi mio figlio! Questo lui cosa sarebbe per te, lo schiavo?! Perché hai coinvolto Ruslan in questi pasticci? I tuoi parenti e le loro case – pensa tu a tutto questo! Perché lui deve sbrigare il lavoro sporco? Lola rimase basita: — Signora Valentina, è mio marito. Questi sono problemi nostri. Mi ha solo aiutato a cacciare uno sfacciato. Cosa c’è di male? — Il male, Lola, — strillò la suocera, — è che qui al paese tutti pensano che tu non abbia bisogno di un marito! Tu lo tratti come domestico! Ma lui è prima di tutto mio figlio! Risolvi tu i tuoi problemi, non chiamarlo più per le tue faccende! Qui lui ha casa, madre, la sua vita! Tu… tu gli offri solo un posto dove dormire, per questo dovresti ringraziarlo! Lo tieni legato con la bambina, non lasci vivere nessuno di noi serenamente! Lola ascoltava, tutto le appariva sfocato — per la prima volta in sedici anni la suocera la trattava così. — Signora Valentina, capisce cosa sta dicendo? Sta cercando di distruggere il nostro matrimonio? — Quale matrimonio, Lola? — la interruppe bruscamente. — Non avete un vero matrimonio. Ruslan, ormai, è qui con noi, con la testa altrove. Hai partorito? Brava. Hai fatto la tua parte. Ora lascia che mio figlio viva come vuole. Mi racconta tutto, Lola. Come non ne può più delle tue pretese, come lo rimproveri. Lascia che trovi pace! Lola poggiò lentamente il telefono e si voltò verso la finestra. Ruslan si affacciò e capì subito tutto. — Chi era? Mamma? — Mi ha appena detto che non ho diritto alla tua presenza. Che, in realtà, tu di me non hai bisogno. E che io non sono niente per te. Ruslan si immobilizzò. Nei suoi occhi apparve una smorfia, poi si riprese subito. — Ha esagerato, forse. È solo agitata. Sai com’è. — Agitata? Ruslan, mi ha trattato come un residuo. Mi ha detto chiaramente che per lei io non sono nessuno. Cos’hai raccontato? Che ti faccio fare lo scaricatore di vagoni? — Ma no! Ho solo detto che ero stanco dopo ieri, che ho dovuto andare da tua nonna… — Stanco? Di cosa? Ruslan, guardami. Ho trentanove anni. Siamo sposati da sedici anni. Sai che sei mentalmente sposato con lei? Con tua madre. La tua vera famiglia è lì, al paese, con tua madre che da tempo sogna di strapparti via da qui. — Non dire assurdità, — ringhiò Ruslan. — Esageri. Aiuto solo i miei genitori, è il mio dovere. Lola sbottò. — Ma qui c’è una figlia! Qui c’è una donna che una volta amavi! Sai perché tra noi non c’è più niente? Perché nella tua testa l’immagine della “madre” ha sostituito tutto il resto. Sei patologico, Ruslan! — Basta! — batté il pugno sullo stipite. — Non lo ascolto più. Me ne torno al paese. Per qualche giorno. Abbiamo bisogno di fare chiarezza. — Se te ne vai ora, — disse piano Lola, — non tornare più. Prendi taniche, attrezzi, cataloghi di trattori. Vai dalla mamma per sempre. Riparazioni, orto, tazze di tè la sera – quello è il tuo sogno, vero? L’appartamento è mio, me lo hanno lasciato i miei genitori. I tuoi soldi… so cavarmela. Meglio sola che sentirmi un’estranea in casa mia. Ruslan fece la valigia in silenzio. Era convinto che la moglie bluffasse. Le donne della sua famiglia hanno sempre sopportato. Sua madre sopportava. Le zie sopportavano. *** Passarono due settimane. Ruslan non telefonò. Lola conosceva il trucco – aspettava che lei andasse a chiedere scusa. In passato era sempre lei a fare il primo passo. Al paese, probabilmente, c’era gran festa: Valentina sfornava frittelle celebrando il ritorno del figliol prodigo. Lola non rimase inattiva. Cambiò le serrature, fece richiesta di alimenti – non per le briciole che lui passava “per la casa”, ma per la quota vera della sua ottima busta paga. Trovò un avvocato e iniziò le pratiche di divorzio. Il telefono squillò dopo tre settimane. — Lola, hai cambiato le serrature? — la voce di Ruslan era confusa. — Sono arrivato, la chiave non passa più. I vicini mi guardano male… Lola, che era in cucina dall’amica, spiegò con calma. Oggi non ricevo ospiti. — Sei impazzita? Apri subito! Ho le mie cose, il passaporto nel comodino… — Li trovi dal portinaio, in fondo nella scatola. Passaporto compreso. Anche le carte del divorzio. Leggile con calma. — Che divorzio? Lolina, dai… Per tua madre? Parlo con lei, chiederà scusa… — Non serve, Ruslan. Non ha proprio motivo di scusarsi. Ha ottenuto quel che voleva: ti ha per sé, interamente. Fatevi avanti. Lola chiuse il telefono, l’amica la abbracciò. *** Lola e la figlia stavano per uscire. La piccola Lina, quattro anni, era più serena e non chiedeva più dove fosse papà. Ora il papà compariva una volta ogni due settimane, portava giocattoli ed era stranamente… dimesso. Un giorno Lola lo incontrò sotto casa. Ruslan era accanto alla sua macchina, visibilmente in attesa. — Ciao, — borbottò. — Porto Lina un’oretta al bar? — Ciao. Portala pure. Ma lasciale il cappello, fa freddo. Lola si sedette sulla panchina, guardando il marito sistemare la bambina nel seggiolino. — Com’è… il paese? — chiese per cortesia. Ruslan fece spallucce. — Normale. Un po’ noioso, però. — Come mai? Hai amici, aria pulita, la natura. La mamma lì vicino. Ruslan la fissò con rabbia. — Mamma… ora mi stressa tutti i giorni. Non va niente bene. Vuole più soldi – ma ora pago gli alimenti, il mio stipendio non è infinito. Prima le davo tutto, ora… lei fa storie ogni giorno. Mi chiama “fallito” perché non ho trattenuto la moglie. Lola non trattenne un sorriso. — Vedi? Eppure era così contenta quando ci ha fatto separare… Ruslan scrollò le spalle. — Pensava che sarei stato da lei con i soldi. E invece… sono da lei ma senza soldi. Tenere una casa al paese non è solo sistemare la recinzione una volta l’anno. Va tutto a pezzi. Gli uomini… quegli amici… sanno solo bere. Lavorare non ci pensa nessuno. Ruslan tacque, poi si rivolse all’ex moglie. — Ho pensato… magari… Possiamo ricominciare? Prendo una stanza qui in città. Verrò a trovare… Lola si alzò. Sistemò la sciarpa e lo fissò negli occhi. — No, Ruslan. Non ricominciamo. Sai, ho capito una cosa: tu non hai mai amato davvero il tuo paese come dicevi. In realtà ci scappavi per evitare responsabilità, per non crescere. Lì eri sempre il “figliolo” perdonato per tutto. Qui dovevi essere uomo. E non ce l’hai fatta. — Lolina… — Riporta la bambina tra un’ora. Niente gelato! Si voltò e rientrò. Finalmente, ogni cosa aveva trovato il suo posto. Lola si sorprese a provare un po’ di pena per l’ex marito. Che storia: a quarant’anni senza trovare il coraggio di mollare la gonna della mamma. E pensare che, davvero, credeva che qualche donna ci sarebbe ricascata ancora?