Lettera a me stessa
Ho spostato da un lato del tavolo il piatto con lorzo ormai freddo e mi sono sistemata meglio sulla sedia. In salotto la televisione bisbigliava qualcosa su un concerto di fine anno, brillante e pieno di conduttori rampanti, ma il volume era appena percettibile. In cucina lorologio scandiva i minuti: la lancetta si avvicinava alla mezzanotte.
Anna Bianchi, così mi chiamano qui a Genova, posò davanti a sé un foglio a quadretti, sopra ci mise i suoi robusti occhiali con la montatura di plastica. Vicino, una penna che suo figlio Marco le aveva regalato per il Capodanno precedente. Fece scattare il tappino e sentì quella tipica fitta dansia, quellimpressione di essere di nuovo davanti a un esame, come quando era ragioniera in ufficio.
Su, vecchietta, scrivi. Te lo sei promessa, pensò tra sé.
Lidea della lettera era arrivata qualche giorno fa, guardando la televisione. Un ospite suggeriva di scrivere lettere al futuro sé. Mi aveva fatto sorridere: roba per bambini, avevo pensato. Eppure il pensiero aveva messo radici. Ora, nel silenzio di questa casa, non mi pareva più folle.
Mi sono chinata, ho fermato il foglio con la mano perché non tremasse, e ho scritto in cima: 31 dicembre 2024 Lettera a me stessa per il prossimo Capodanno.
La mano tremava leggermente, ma le lettere venivano precise. Dopotutto la precisione è una vecchia abitudine, ereditata dagli anni di contabilità.
Ciao, Anna, che hai 73 anni, ho scritto, e poi mi sono fermata.
Settantatré. Quel numero pungeva ancora. Ora ne ho 72, e ancora mi capita di sussultare quando ci penso: nella mia testa viveva sempre una cifra più piccola, più gestibile.
Ho fatto un veloce check interiore: lo stomaco brontolava di fame e nervoso, la schiena faceva male dopo la pulizia di oggi. Il cuore batteva bene, ma dentro, in fondo, una paura vecchia si faceva sentire: batterà ancora così tra dodici mesi?
Mi sono rimessa a scrivere.
Spero tanto che tu sia ancora qui, viva, a leggere queste parole. Che tu cammini ancora da sola, senza bastone. Che la mano non si sia mai bloccata, che le gambe ancora reggano. Che tu non sia finita in ospedale o peggio, a carico di qualcuno
Ho riletto la frase. Era cupa, forse troppo. Ma era sincera, e ho deciso di lasciarla così.
Vorrei tanto che tu non diventassi un peso per i tuoi figli. Che tu stessi ancora facendo la spesa da sola, pagassi le bollette in euro, ti occupassi dei farmaci senza laiuto di nessuno. Che non chiamassi i ragazzi dieci volte al giorno per nulla.
Ho posato la penna e guardato il cellulare sul davanzale. Mia figlia Lucia mi aveva chiamato unora fa, da Bruxelles, tra una commissione e laltra. Aveva mostrato, via video, lalbero pieno di luci e mia nipote, Camilla, in un vestito argentato. Marco, mio figlio, aveva scritto: Mamma, buon anno in anticipo! Siamo da amici, domani ci sentiamo. Io ho risposto con un cuore e uno smile, come mi hanno insegnato loro.
Che tu non li assilli col tuo senso di solitudine, ho aggiunto. E a quel punto ho sospirato.
La parola solitudine restò sospesa nellaria come un macigno. Ho guardato la cucina: sulla sedia cera la mia vestaglia da casa, a scaldarsi sul termosifone i calzini di lana. Due piatti sul tavolo: uno per me, uno che continuo a mettere di fronte a me, per consuetudine. Un gesto che mi dà serenità, pur sapendo che nessuno entrerà per un attimo.
Ho riportato lo sguardo sul foglio.
In questo anno devi, ho scritto con particolare cura quel devi, imparare a vivere bene. Camminare almeno mezzora al giorno. Smetterla col mangiare notturno. Non lamentarti di continuo della pressione. Trovarti qualcosa da fare: ginnastica dolce per anziani o il circolo culturale qui in quartiere. Parlare di più con la gente, non restare sempre chiusa tra quattro mura. Cercare di essere gentile, serena, non brontolona, non impicciarti nelle scelte dei tuoi figli. Essere una nonna simpatica, quella con cui si sta volentieri a parlare.
Ho riletto e avvertito una stretta alla pancia. Simpatica era come una réclame. Ma era il mio ideale: ordinata, con il sorriso, senza pesare sugli altri.
Ho continuato:
E per favore, non aver paura di ciò che verrà. Basta aspettare che capiti il peggio. Vai dal medico quando serve. Prendi le medicine regolari, ma smettila di cercare ipocondrie su internet. Non chiamare Lucia ogni volta che senti una fitta al fianco. Sei grande, puoi cavartela.
Mi si è stancata la mano. Ho poggiato la schiena allo schienale, chiuso un attimo gli occhi. Dal corridoio veniva il ticchettio dellorologio regalatomi per la pensione. Dal salotto i cantanti aprivano la bocca in silenzio, la tv quasi muta.
Ho aggiunto sul fondo: Spero che il prossimo anno tu abbia almeno unamica con cui bere una tazza di tè e parlare. E che tu non senta più di essere di troppo. Ho sottolineato la parola di troppo due volte, poi ne ho cancellata una linea.
Mi sono firmata: Anna, 72.
Ho piegato il foglio due volte. Dal cassetto ho trovato una vecchia busta, con un disegno sbiadito di Capodanno, ci ho infilato dentro la lettera. Sopra ho scritto: Da aprire il 31.12.2025 e mi sono soffermata sul messaggio, chiedendomi se davvero ci credevo, nel fatto di esserci ancora.
Poi mi sono alzata, lho sistemata negli scomparti della credenza, tra vecchi biglietti e fotografie. Ho chiuso a chiave lo sportello.
Quando in tv è partito il conto alla rovescia, ero alla finestra, con un bicchiere di spumante in mano. Osservavo i fuochi dartificio che, nel cortile sotto casa, esplodevano colorati tra le sagome dei condomini. Ho posato una mano sul cuore, ho sentito il battito regolare, e ho sussurrato nel buio:
Su, anno. Sii clemente, va bene?
***
Dopo un anno, ho ritrovato la busta cercando tra le vecchie ricevute. Era metà dicembre: latmosfera non era ancora di festa, ma nei negozi vendevano già torri di clementine, e nel cortile operai montavano la struttura per lalbero del quartiere.
Ero seduta sul tappeto del soggiorno, una scatola di carte e documenti accanto. Stavo cercando di mettere ordine prima che passasse la signora dei servizi sociali ad aiutarmi con le pratiche per il rimborso dei medicinali.
La busta è scivolata fuori da una vecchia cartellina con i biglietti di auguri ed è planata sul mio grembo. Ho riconosciuto istantaneamente la mia calligrafia. Il cuore mi è andato a singhiozzo.
Da aprire il 31.12.2025.
Ma guarda te, ho mormorato.
Mancavano due settimane. Ho fissato il numero della data. Mi è balenato in testa di rimetterla a posto e aspettare il giorno stabilito. Ma la curiosità aveva già vinto.
Che differenza fanno due settimane
Con la mano appoggiata al divano, mi sono issata in piedi e poi seduta al tavolo. La busta davanti. Le unghie erano tagliate corte; sul pollice cera ancora una striscia dantisettico un taglio fatto aprendo un vasetto di carciofini sottolio.
Ho strappato la busta e tirato fuori il biglietto piegato. La carta faceva una piega più scura. Ho letto lattacco: Ciao, Anna, che hai 73 anni.
Settantatré, ho ripetuto ad alta voce.
Un numero che ormai mi era più familiare. Lo dicevo al medico senza più inciampare sulle parole. Ma, ogni tanto, ancora mi stupisco nel rivedere il mio volto allo specchio: le pieghe morbide, i segni degli anni agli angoli degli occhi.
Ho iniziato a leggere.
Spero tanto che tu sia ancora qui, viva, a leggere queste parole. Che tu cammini ancora da sola, senza bastone
Ho lanciato distinto lo sguardo verso lingresso, dove appoggiato al muro cera il bastone. Nero, con il manico di gomma, comprato in primavera dopo una caduta sulle scale della farmacia.
Quel giorno era scivoloso, correvo alla visita di controllo del cuore, la borsa con le analisi stretta in mano. Sullultimo gradino ho incespicato. Un colpo sul fianco, dolore allanca. Mi hanno tenuta in osservazione in pronto soccorso: niente fratture, però il dottore giovane e gentile aveva detto serio:
Signora Anna, farebbe meglio a usare il bastone. E sulle scale, piano.
Avevo pianto per la vergogna nel corridoio. Il bastone mi sembrava il sigillo definitivo sullessere diventata, finalmente, vecchia. Poi, quando il dolore non passava, in farmacia lho comprato. E lì vendevano anche plantari ortopedici.
Leggendo ora quel senza bastone del passato, ho provato un piccolo morso di vergogna, come un compito mancato.
che la mano non si sia mai bloccata, che le gambe ancora reggano. Che tu non sia finita in ospedale o a carico di qualcuno
Mi è tornato in mente aprile. La pressione era salita tanto che avevo la nausea e la testa girava. La signora Carla, quella del piano di sotto, mi conosceva appena di vista, ma ha chiamato subito il 118. Cinque giorni in reparto, quattro letti condivisi, tante storie ascoltate: operazioni, figli, nipoti. Lucia non era potuta tornare, mi chiamava tutti i giorni. Marco è passato una volta, con la frutta e il caricabatterie, la voce piena di scuse per il lavoro.
Per la prima volta dopo anni mi sono permessa di non fare nulla. Giacevo lì, guardando il soffitto, contando le gocce nel flebo. E ho scoperto che il mondo non crolla se non controllo ogni dettaglio.
Che tu stessi ancora facendo la spesa da sola, pagassi le bollette, ti occupassi dei farmaci
Sorriso amaro. Marco mi aveva installato sul cellulare lapp per i pagamenti. Allinizio ero diffidente, adesso schiaccio con sicurezza i tasti: ho pure aiutato Enzo, quello del piano di sopra, con le sue utenze.
I farmaci sono tutti allineati sullo scaffale della cucina, accanto la mia agenda: segno le pillole prese, a volte sbaglio, ma va meglio di quanto pensassi.
Che non chiamassi i ragazzi dieci volte al giorno per nulla
Avevo provato a regolarmi: un post-it sul frigorifero, Chiamare massimo una volta al giorno. Una settimana dopo già mi ero resa conto che non li cercavo chissà quanto. Lucia era spesso di corsa ma mandava sempre un messaggino, una foto della piccola. Con Marco le telefonate erano più rare, ma lunghe.
Ho proseguito la lettura.
Che tu non li assilli col tuo senso di solitudine.
Ho sentito viva quella vecchia colpa. Ricordavo bene una sera di marzo in cui avevo chiamato Lucia piangendo, dicendole che stare sola era troppo. Dallaltro capo era calato un silenzio, poi lei aveva risposto, stanca:
Mamma, nemmeno io sto sempre bene. Ma non ti telefono ogni volta che sono giù.
Per tre giorni non ci siamo sentite. Giravo per casa senza guardare il cellulare. In testa avevo il mantra non assillare. Poi lei ha scritto: Scusa, ho reagito male. Proviamo a dirci quando stiamo male, ma senza pesare uno sullaltro, ok?
Ne abbiamo parlato. Non era perfetto, ma era sincero. Da allora ho cercato di parlare diverso. Non mi hai abbandonata, ma oggi mi sento sola, hai tempo di sentirci?
Ho guardato alla prossima sezione.
In questo anno devi imparare a vivere bene. Camminare almeno mezzora al giorno. Non mangiare dopo cena
Ho sorriso amaramente. Mi è venuto in mente maggio, dopo il ricovero: il dottore mi aveva raccomandato di uscire ogni giorno. Ho obbedito. Allinizio solo attorno al cortile, con il bastone, contando i giri. Poi ho conosciuto Nadina la signora con il cane peloso, Lupo e ci siamo scambiate i nomi dopo una settimana di saluti.
Abbiamo iniziato a passeggiare insieme. Parlavamo di prezzi al supermercato, di farmaci, dei nostri figli. Ogni tanto ridevamo come due ragazzine. Un pomeriggio portò persino un thermos di tè: lo sorseggiammo sedute in piazzetta, osservando i ragazzi a calcio.
Non mangiare di notte, sì, ma ogni tanto un pezzetto di salame, quando la casa taceva e io mi sentivo bucata dentro, era lunico piccolo conforto.
Smettere di lamentarsi della pressione con tutti
Mi sono rivista nelle sale dattesa della mutua: cè sempre chi racconta delle proprie tribolazioni. Anchio a volte parlo della pressione, ma ora ascolto di più gli altri.
Trovarti qualcosa da fare. Ginnastica per anziani, circolo, più vita sociale
Mi sono fermata su questa frase con un mezzo sorriso.
Avevo notato ad agosto, in ambulatorio, un volantino: corsi gratuiti di ginnastica dolce e camminata nordica per anziani. Ho esitato tanto a prendere il numero, poi lho trascritto sulla mia agenda.
La prima volta a yoga, avevo le gambe che tremavano più per paura che per lartrosi. Donne come me, qualche uomo. Listruttrice, una ragazza gentile e concreta, ci fece fare esercizi lenti. Mi sorprese scoprirmi ancora capace, sentire il mio corpo non solo fonte di fastidi.
Nel piccolo salottino si beveva tè: così ho conosciuto Patrizia della casa accanto e Lidia, ex insegnante. Da allora, si cammina insieme o si va in farmacia.
Cerca di essere gentile, serena, non brontolona, non impicciarti nelle scelte dei tuoi figli. Essere una nonna simpatica
Ho riletto e avvertito un nodo in gola. A giugno, Marco era venuto con la famiglia per il weekend. Il nipote, incollato al cellulare. Non ho retto:
Ma perché non leggi un libro ogni tanto? Ti rovini gli occhi.
Marco si è irrigidito:
Mamma, dai, non iniziare. Lascialo rilassare!
Mi ero chiusa ferita in cucina. A sera, sentivo ridere in salotto mentre mi sentivo invisibile. Due giorni dopo, Marco chiamò:
Mamma, a volte sembra che tu pensi che sbagliamo tutto. Non siamo tuoi nemici.
Avevo fatto silenzio e poi confessato:
Ho solo paura. Per te, per voi, per me.
Avevo fatto fatica a pronunciarlo. Poi, però, le telefonate sono diventate più leggere. Spesso adesso mi mordo la lingua, evito consigli a raffica.
E per favore, non aver paura di ciò che verrà
Mi è venuto in mente novembre, dolore al fianco per giorni. Avevo pensato di chiamare Lucia, ma mi sono fermata. Ho preso lappuntamento dal medico. Era solo un muscolo tirato a yoga. Il medico, sorridendo:
Brava, signora, ormai siete sportiva!
Uscendo dalla mutua mi sono sentita più leggera, orgogliosa di farcela da sola. Poi ho comunque telefonato a Lucia, ma ridendo del piccolo incidente.
Non cercare malattie su internet
A luglio ho deciso: mezzora al massimo sul telefono. A volte ero disciplinata, a volte meno. Ma col tempo la paura è diminuita.
Spero che il prossimo anno tu abbia almeno unamica con cui bere una tazza di tè e parlare
Ho sollevato gli occhi: ieri era venuta Nadina. Avevamo mangiato focaccia, raccontato delle nipoti, riso. Quando era uscita, la calma in casa era calda non vuota.
E che tu non senta più di essere di troppo.
Ho riletto più volte. Di troppo una condanna che mi ero data lanno scorso.
Ho cercato tra i ricordi. Sì, ci sono state sere in cui guardando le finestre illuminate degli altri pensavo che, se succedeva qualcosa, nessuno se ne sarebbe accorto subito.
Ma ci sono stati anche altri momenti: i messaggi vocali di Camilla che recitava la poesia, la chiamata di Patrizia per andare al mercato insieme, la signora Carla che mi fa riparare il computer (Tanto lei è in gamba, signora Anna).
Ho poggiato la lettera sul tavolo. Un miscuglio di sollievo e tristezza, per ciò che non era riuscito e per ciò che inaspettatamente sì.
Ho guardato la mia mano: vena in rilievo, pelle fragile, macchiolina. Questa mano ha retto il bastone, lavato piatti, accarezzato la nipotina. Ho voluto essere accomodante, pensavo. Ma in realtà sono solo io.
Ho riletto linizio: non diventare un peso. E mi sono ricordata della settimana con Lucia in estate. Passeggiate, risate, ma un giorno ero stanca davvero. Lei ha pagato il taxi, mi ha aiutata a salire le scale.
Ti sono di peso, mi era scappato.
Lei si era fermata, occhi fissi nei miei:
Mamma, non sei una valigia. Sei una persona. A volte si aiuta, è normale.
Mi era rimasta impressa quella frase, più di tutte. Forse qualcosa si era spostato, poco, ma si era spostato.
Ora, con questa lettera tra le dita, mi sono resa conto che cerano tante richieste: devi, non puoi, smetti, comportati. E mi sono vista come capo inflessibile di me stessa.
Sono andata in soggiorno, ho preso il quaderno nuovo con la copertina rigida, regalo di Patrizia per il compleanno.
Così metti nero su bianco, non tieni tutto in testa sempre, aveva detto, sorridendo.
Mi sono rimessa in cucina. Mi sono seduta, ho aperto alla prima pagina. Ho guardato la vecchia lettera. Ho preso la penna.
Sono restata a pensare a lungo, bloccata. Dentro di me convivevano due tendenze: elencare di nuovo gli imperativi (cammina, non piangere, non disturbare) o provare a fare altro.
Alla fine, ho scritto: 31 dicembre 2025 Nota a me stessa.
Ho cancellato la data, poi scritto: Dicembre 2025. Appunto per me.
Ciao, Anna. Hai 73 anni. Sei qui, in cucina, davanti alla lettera di un anno fa. Leggi e ti sembra di non aver fatto molto. Mangiare tardi, ogni tanto lo fai ancora. Ti capita di lamentarti. Hai comprato il bastone. Hai pianto al telefono con tua figlia. Hai discusso con tuo figlio. Non sei diventata la nonna pubblicitaria.
Ma in questanno hai imparato a chiamare il medico da sola. Sei stata in ospedale senza morire di paura. Hai conosciuto Nadina e Patrizia. Vai alle lezioni, anche se a volte ti pesa. Ridi spesso. Una volta hai lasciato il posto in autobus a un ragazzo che ne aveva più bisogno di te. A volte ti senti ancora di troppo, ma a volte utile. Non è poco.
Non voglio scriverti che devi. Voglio solo augurarmi che tu sia più gentile con te stessa il prossimo anno. Se vuoi camminare, bene. Se sei stanca, siediti. Se hai paura, chiama qualcuno. Non è un peccato.
Vorrei che continuassi ad avere persone con cui bere una tazza di tè. Che non ti vergognassi più del tuo bastone. Che non pensassi più di essere solo un problema. Sei più di una lista di cose da fare. Sei Anna.
A quel punto le lacrime mi sono salite agli occhi ma stavolta era un sollievo, non pietà.
Fuori, qualche colpo sordo dei lavori nel cortile. Il telegiornale in tv parlava della neve che, dicono, arriverà per festeggiare il nuovo anno.
Ho chiuso il quaderno, ci ho posato sopra la vecchia lettera. Sono rimasta così qualche minuto, con la mano su entrambe, quasi a tenere insieme le due Anna.
Poi mi sono alzata e sono andata alla finestra. Nadina era già sulla panchina, avvolta nel piumino, accanto a lei il suo cane. Ho messo la giacca, preso il bastone.
Prima di uscire, sono tornata al tavolo, ho riaperto il quaderno e, in fondo, ho aggiunto: Oggi esco a passeggiare con Nadina. Solo perché mi va. E stasera chiama Lucia, non per lamentarmi, ma per chiederle come sta.
Ho riposto il quaderno in un cassetto, dove tengo penne e blocchi. Nessuna scritta su quando riaprirlo. Se vorrò, leggerò in qualsiasi giorno.
Ho chiuso a chiave, sceso le scale con attenzione. A volte la gamba fa male, ma si resiste. Fuori laria era fresca, pizzicava le guance. Nadina mi ha salutato con la mano.
A, facciamo il solito giro? ha gridato.
Facciamolo, ho risposto. E ho sentito qualcosa raddrizzarsi dentro.
Abbiamo camminato per il cortile, lente, col nostro ritmo. Il cane correva davanti, lasciando tracce sul selciato. Anna ascoltava Nadina raccontare della nipotina, e intanto pensava che tra poco sarebbe di nuovo Capodanno. Nessuna promessa da pubblicità, nessun programma severo.
Solo un altro anno da vivere come posso, con rispetto per le mie forze e le mie fragilità. E mi sembra che, già così, sia tanto.






