Ciao. Mi chiamo Adam. Credo di essere tuo figlio.

Ciao. Mi chiamo Andrea. Credo di essere tuo figlio.

Ha da poco compiuto diciotto anni. Al lavoro le hanno detto che non ce la faceva e, senza pensarci due volte, lhanno licenziata. Quel giorno è tornata a casa prima del solito e ha trovato il suo giovane compagno a letto con una ragazza che non aveva mai visto.
È corsa dalla madre. La sera, la mamma le ha fatto capire che in realtà non la voleva più in casa, perché il suo compagno desiderava godersi la vita senza figli tra i piedi.
La mattina seguente, il test di gravidanza ha mostrato due linee rosa nitide: nessun dubbio.

Tutti quei nove mesi sono passati come in una nuvola di nebbia. Ha dormito dove capitava, a casa di qualche amica o persino nelle stazioni dei treni. Ha accettato qualsiasi lavoro riuscisse a trovare. Linverno è stato il peggiore. Una volta si è trovata persino a chiedere lelemosina davanti a una chiesa.

Il bambino è nato nella notte del 13 dicembre. Era un maschietto bellissimo. Così fragile, addormentato e radioso di felicità. Ha scritto un biglietto: Figlio mio, ti voglio bene e ti auguro di trovare una famiglia che ti sappia amare!. Lha adagiato accanto alla culla e si è allontanata in silenzio.

A Roma sono tutti intenti a prepararsi per il Capodanno: le vetrine e le finestre brillano di ghirlande luminose e fiocchi di neve, e ovunque si sentono campanellini. Giulia scende dallauto al suono del telecomando. La sua macchina rossa ed elegante, parcheggiata da sola, si staglia alta e fiera sul parcheggio ancora vuoto. Anche questa mattina è la prima ad arrivare.

Il custode le apre la porta di corsa. Giulia lo saluta con un cenno gentile, il suono dei suoi tacchi risuona nei corridoi deserti, poi entra nel suo ufficio, si siede davanti al computer, tira fuori i documenti e gira automaticamente la pagina del calendario da tavolo. Tredici. Qualche anno fa forse sarebbe scoppiata a piangere, ma ora stringe solo i pugni.

Giulia, il caffè come hai chiesto! la segretaria le porta la tazza.
Hai un visitatore, ma ha chiesto di parlare con te senza preavviso. Ha detto che è qualcosa di molto importante.

Giulia si osserva nello specchio, si sistema i capelli e mi fa segno di entrare.

Nel suo ufficio entra un giovane sui ventanni. Esita un istante sulla soglia, guarda la donna con attenzione, si avvicina timido e poi si ferma.
Buongiorno, dice per prima Giulia. Come posso aiutarla?
Buongiorno, Giulia. Io sono mi chiamo Andrea. Credo di essere tuo figlio.

Giulia trattiene il respiro. Lui, temendo di non essere gradito, prova a spiegarsi:
Non ne sono del tutto sicuro. Sono nato il 13 dicembre. I miei genitori adottivi mi hanno detto che la mia madre naturale aveva diciotto anni e si chiamava Giulia. E poi hanno conservato questo. Tra le mani tremanti prende dalla tasca un vecchio pezzo di carta: la lettera scritta a mano che sua madre aveva lasciato a lui. Gli occhi di Giulia si riempiono di lacrime. In tutti questi anni non è mai passato un giorno senza che lei pensasse al suo piccolo. Spesso se lera immaginato mentre cresceva.

Tra le lacrime cerca di guardare il giovane uomo davanti a lei. Ma ai suoi occhi è ancora il bimbo che ha dovuto lasciare diciannove anni prima. Osserva i suoi occhi, il profilo; ritrova il suo stesso sangue. Lo riconosce. Giulia finalmente sente quellodore unico di felicità che pensava di aver perso per sempre.

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