La vicina di casa, la signora Michelotti

La Vicina dei Chiodini

Nonno! Il piccolo Pietro entrò di corsa nel giardino, facendo sbattere il vecchio cancelletto contro il palo. I cardini strillarono, qualcosa scricchiolò, sospirò, e il cancelletto, vecchio quanto il terreno stesso, cedette sulla terra assetata e screpolata dalla siccità.

Nonno Andrea, che fino a un attimo prima stava accudendo con attenzione le sue cavolo nella fila, alzando le foglie inferiori e versando acqua alle radici, si raddrizzò di scatto, guardò spaventato il nipote, il cancelletto, sbottò con unimprecazione (sapendo che la moglie, Maria Vittoria, una delle migliori ginecologhe di Firenze, lo fissava rimproverandolo dalla finestra), poi ruggì con la sua voce profonda:

Ma che combini, ragazzino! Sei impazzito?! Testa di rapa! Perché rovini il nostro cancello? Cosè successo, cè un incendio, unalluvione o qualche altro disastro che ti fa entrare così? Salterai il pranzo! Anzi, niente cibo finché non sistemi tutto, chiaro? Uff!

Buttò lannaffiatoio da una parte, colpendo un cavolo ai margini, si lamentò per la pianta ferita e si mise a sistemarla con cura, borbottando.

Maria Vittoria, che considerava lo zelo orticolo del marito una simpatica follia, intervenne ironica, domandando se doveva portare ago e alcool per disinfettare e ricucire i tessuti danneggiati del povero cavolo.

Lascia stare, Maria! Ci viziamo troppo i ragazzi! Così diventano dei vandali! Dai, Ninetta mia, tieni duro ora ti metto un bel bastone di supporto ecco, ora va meglio?

Nel giardino dei Chiodini, ogni pianta aveva un proprio nome: a volte una versione tenera del vero nome, altre volte uno nome umano, regalato a una barbabietola rigogliosa o a un cetriolo cresciuto nella piccola serra di vetro. Era uno dei tanti simpatici gesti di Andrea Chiodini, chirurgo in aspettativa.

Lui, che ricordava tutti i suoi ex pazienti per nome, che chiedeva sempre come dormivano e che sognavano, aveva iniziato a parlare con le piante. Le interpretava: La notte era fredda, la rugiada è scesa presto, oggi si soffre il caldo.

E tu, signora Immacolata, diceva spesso rivolgendosi allantico melo che abitava quel campo ancor prima di Andrea, Mangia meno la sera, cara. Di nuovo troppa acqua notturna.

E il melo sembrava rispondere, scusandosi per la pioggia. Andrea si prendeva cura degli alberi, imbiancava i tronchi, sosteneva i rami carichi di mele come seni turgidi di giovane madre; sempre in movimento.

Ah, il nostro Andrea è proprio cambiato! sospiravano le vicine, spettegolando con Maria Vittoria. Parla da solo un tempo era in gamba! Gli dai delle pillole, Maria?

Sta benissimo, vi conviene bussare a lui quando vi servirà un aiuto! rispondeva lei seccamente, girandosi e tornando in casa.

Nessuno deve parlar male di Andrea! È più giovane e brillante di tutte loro! Non le avrebbe mai raccontato della nostalgia del marito per il lavoro, di come la notte camminasse nel sonno per la clinica, sussurrando numeri di letti e condizioni di pazienti, chiamando uninfermiera che aveva pianto quando seppe del suo ritiro…

Nonno! Sono arrivati! I Michelangeli sono arrivati! Dicevi che la loro casa era abbandonata, che era una rovina e invece ora sono lì! E cè anche un cane, grosso così spiegò Pietro, provando a sollevare il cancelletto che ormai si era disfatto. Le tavole gli si sgretolarono tra le mani, lasciando scoperti chiodi arrugginiti come denti cariati.

Ma guarda che disastro Perché ti sei rotto, cancello mio sospirò il ragazzo, calciando il legno, poi guardò Maria con aria colpevole. Oggi doveva preparargli le sue frittelle di mele preferite. E ora? Come farà Pietro senza frittelle?

E allora, questi Michelangeli? E tu, Pietro, hai preso il pane? Perché correvi, che ti eri scordato? Andrea si voltò, sempre più severo, ma con un occhio curioso verso il giardino di fronte Ora va in rimessa, prendi martello, assi e il seghetto. Viviamo forse senza cancelli, adesso?!

Andrea dirigeva le operazioni aggrottando le folte sopracciglia grigie, e pur facendo finta di sistemare, osservava di lato i Michelangeli, appena arrivati dallaltra parte della strada.

Maria Vittoria si strinse nelle spalle, entrò in casa. Sui Michelangeli sembrava indifferente: iniziò a preparare le pentole per la cena e accese la radio. Una voce maschile giovane recitava poesie di Leopardi, ma a Maria parve tutto troppo triste e spense per cantare Parla più piano che nessuno senta, ma il tono era spento.

Maria scostò la tenda con cautela, aggrottò la fronte. Il sole le abbagliava il volto, facendo risaltare mille riflessi gialli che ballavano come pulcini.

Laveva vista. Era proprio lei. Seduta in veranda, sempre con la sua vestaglia decorata con un drago, il bocchino in bocca, il fumo intorno come un treno in corsa, un cappello di paglia allitaliana e ai piedi sandali argentati.

Ma ecco, comera diventata?

Maria sorrise con dolcezza, pensò a quanto la vita cambiava tutti, persino una donna speciale come Anastasia Michelangeli.

Già, Anastasia Federica Michelangeli era stata sempre una bellezza sin da bambina, con occhi azzurri come laghi di Lombardia, bocca a cuore, riccioli dorati e fisico da bambola.

Diventò una donna slanciata, con le forme dove si deve, con lineamenti belli e magari un po troppo audaci. Leggera, impulsiva, vezzosa, pronta a sparire con i zingari e a ballare tutta la notte. Faceva tutto con tale grazia che gli uomini perdevano la testa e la seguivano, innamorati. E a lei piaceva.

Con Maria si conobbero in villeggiatura. Lei e Andrea erano appena sposati. I genitori di Andrea, ormai anziani e stanchi, gli lasciarono quella casa a Firenze dopo una lunga attesa. Era stato Andrea stesso, con la sua bravura, a riuscire a regalare ai genitori una casa degna dopo una vita in affitto.

Anche alluniversità Andrea si era fatto notare subito. Di giorno e di notte passava tra laboratori e biblioteche, cercava di entrare in sala operatoria anche dove era vietato agli studenti. Prendeva appunti, faceva domande, sfidava i professori che lo sgridavano, ogni tanto ascoltavano.

Come fai a sapere queste cose? Non sono scritte sui libri! Metodi da autodidatta! ridevano i medici.

Mio nonno era veterinario rispondeva Andrea scrollando le spalle.

Da mucche a cristiani! Eh, Chiodini, siete una stirpe speciale.

Andrea pensava che potevano pensare quel che volevano. Andava avanti, e arrivò a essere il braccio destro della famosa dottoressa Sacchetti, capo della chirurgia in uno degli ospedali più grandi della Toscana. Lei, rigorosa e burbera, chiamava Andrea anche di notte per aiutarla in sala operatoria.

Come il tavolo operatorio? Ma è pazza? si spaventava la madre di Andrea, lui sorrideva e correva in ospedale, anche di notte, per sostenere Sacchetti, che iniziava a perdere la vista.

Andrea diventò presto i suoi occhi. Lui raccontava, lei ascoltava, ordinava, si fidava.

Cosa ci fa qui, la vecchia dottoressa? si lamentavano i giovani medici Non è mica teatro, questo!

Ma la Sacchetti non poteva vivere senza chirurgia. Non aveva nessun altro, solo lospedale. E ci avrebbe camminato, fino a che le gambe lavessero sorretta

Fu Andrea a organizzare il suo funerale. Piccola e magra, sembrava un bimbo nella bara. E Andrea, che la accompagnò poggiando la bara con altri colleghi, si nascose in disparte e pianse a lungo, come un bambino.

Coraggio, ragazzo, ha combattuto, ora lasciamola andare, gli disse Levani, il suo vice.

Così fece Andrea. Quando alzò gli occhi, il sole brillava sopra la tomba come il puntatore di una lampada chirurgica. Sapeva che Sacchetti non era lì. Era rimasta in reparto.

Maria, quanto vorrei che avessi conosciuto la Sacchetti! Una vera dottoressa, intuito unico, diceva Andrea camminando in giro colla moglie nei pomeriggi di primavera.

E lei, Maria, sperava in un bacio. Lui parlava solo di lavoro. Allora faceva il primo passo Maria.

Fu un tempo felice, tra sogni e crisi, spesa al mercato, notti insonni. Poi è nato Ivan e si sono trasferiti in campagna: serviva spazio, aria pulita e verdure genuine.

E Andrea lavorava senza sosta, mentre Maria si occupava della cucina e di Ivan.

I vicini di ieri erano pochi chi invecchiava, chi vendeva la casa.

I Michelangeli si erano inseriti più tardi. Gente con molti soldi, ma nessuno sapeva da dove. Il padre di Anastasia trovò subito un ruolo nella contabilità del condominio e si mise a far limportante.

Maria, un po ingrassata dopo la gravidanza, seguiva Ivan per il campo, mentre Anastasia stava in veranda, bella e composta, a fumare sigarette francesi comprate in centro. Dicevano avesse praticato ginnastica artistica.

E tutto sarebbe filato liscio, ma un giorno Anastasia chiamò Andrea a visitarla per dei piccoli dolori. Chiese che andasse a trovarla. Maria colse subito linteresse particolare nei suoi occhi verso il marito e si innervosì.

Verrei in clinica non mi sento a mio agio a casa daltri balbettava Andrea, mentre Maria gli stringeva il braccio.

Non vengo in clinica, odio gli ospedali! Solo qui, champagnino e uva. Si può parlare un po Maria avrà da fare col bimbo così vieni da solo, vero? sorrideva Anastasia.

Andrea la visitò, non trovò nulla, ma venne coccolato con uva e champagne. Al rientro a casa, Maria fece il muso duro.

Profumi daltro! lo accusò, e lui cercò giustificazioni, suggerendo che Maria stessa la visitasse.

Maria si fece gelosa. Lei, un medico serio, e ora martellata dalla gelosia. Un sentimento bruciante, che credeva di poter dominare.

Andrea tornò da Anastasia altre volte. Lei sembrava farlo apposta per esasperare Maria: rideva, provocava, insinuava che lui, come dottore, laveva vista tutta, come se fossero quasi intimi.

Maria si infastidiva sempre più. Andrea arrossiva, tossiva, si rifugiava nel Toscano sul portico.

Un giorno Anastasia portò in casa delle prugne, insieme al suo vecchio cane Bricco, scontroso e peloso. Maria non sopportava quellodore, né che Ivan si attaccasse al cane. Allora, perse la pazienza e chiese di portare il cane fuori.

Non temete, Bricco è buono, vero, scemo mio? rispondeva Anastasia, accarezzandolo.

Maria fissò il marito con disapprovazione. Sacchetti aveva insegnato ad Andrea la compassione, la partecipazione vera, il dovere di ascoltare. Maria lo trovava esasperante.

Poi prese Ivan e partì per Napoli da una zia, lasciò Andrea solo col lavoro e con i suoi pensieri.

Andrea chiuse la casetta, tornò in città, scriveva la tesi, lavorava troppo.

Anastasia, ricevuta una lettera, sparì anche lei, senza salutare.

Al rientro di Maria, la vita riprese tra turno e notti in bianco. Linverno, lalbero di Natale rovinato dal gatto Felice, i tulipani di primavera sotto il sole.

Ma, quellanno, Andrea comprò due mazzi di tulipani. Portava cioccolatini a qualcuno e spesso rincasava tardi.

Non ti vergogni? Io così non vivo più. Parliamone chiaro, separiamoci, esplose Maria.

Andrea si sorprese.

Di cosa parli, Maria? Ancora le tue gelosie? Basta!

Anche io ho detto basta. Andremo via. Fai come vuoi! gridò Maria, buttando i tulipani sul tavolo. Regala ancora fiori, va! Ieri ha chiamato la tua Michelangeli, ti voleva. Come un medico personale! Non ti sembra troppo? Perché non ricambia?

Maria pianse, voleva andarsene, ma Andrea la abbracciò forte. E tutto si sciolse in un calore vivo e buio, un battito del cuore che avvolse entrambi.

Poi, Anastasia sparì davvero. Maria aspettava una bambina, Ivan aveva la sua fase interminabile dei perché?, Andrea fu nominato primario; aveva sempre Sacchetti come modello, ma sapeva che nessuno poteva essere come lei.

Nacque Irene. Si tornarono a passare le estati in campagna. Dai Michelangeli solo i genitori, di Anastasia nessuna notizia.

E sarebbero stati dimenticati, se non fosse che, tanti anni dopo, Anastasia un bel giorno ricomparve. I Chiodini avevano ormai nipoti.

Maria Vittoria! risuonò una voce allegra. Ma che fai, ti nascondi? Vieni da me, ho cioccolatini e gelatine. Sono freschi! Vieni, Mariù.

Anastasia era ancora lei, il cappello allitaliana, la vestaglia con il drago. Al suo fianco, un nuovo cane, sempre scontroso e peloso.

Maria esitó, poi si decise e salutò con la mano.

Quella sera andarono a trovarla, Maria e Andrea, lasciando Pietro a riparare la cancellata con Ivan.

A casa Michelangeli il tempo sembrava fermo: champagne, uva, e tanto parlare.

Solo che ora lo sguardo di Anastasia era spento di passioni, la pelle cascava, le sue mani sottili smuovevano i braccialetti. I lobi delle orecchie pendevano stanchi.

Eccoci di nuovo qui, cari vicini, disse Anastasia dopo essersi seduta. È bello rivedervi. Avevo paura di non farcela.

Che dici, cè tempo fino allautunno… borbottò Andrea.

Dai Andrea, lo sai che per me il tempo corre più in fretta. Voglio solo ringraziarvi. A te, Andrea, per unavventura che non cè mai stata… sei di pietra! E a te, Maria, per avermi aiutato. Ma perché lo hai fatto? Volevo portarti via il marito, per invidia, mica per amore! Eppure mi hai aiutata. Non credo alla compassione, perché lhai fatto? Anastasia guardò Maria seria.

Era mio dovere. Ho letto la tua cartella clinica, Andrea laveva lasciata sul tavolo. Se potevo aiutare, dovevo. Punto! rispose Maria, decisa.

Sì, fu lei a mandare la lettera alla data giusta per un controllo da un caro collega, il dottor Borghi. Fu lui a ricoverare Anastasia, operarla e curarla. Sinnamorò? Sì, ma quando Andrea le portò quei dannati tulipani, ecco, Borghi rimase scapolo. Così fu la vita.

Maria, sei stata tu a mandarla da Borghi? accigliò Andrea. E perché non mi hai mai detto niente? Ho sempre pensato vi detestaste…

Ci detestiamo! rise Anastasia. Ma che, dobbiamo essere amiche perché non riusciamo a dividerci il caro Andrea, ortolano galante?

Maria divenne seria, poi improvvisamente sorrise.

Su, che dici, mettiamoci a bere un tè? Andrea, tira fuori il bollitore! Fatti valere, che qui attorno cè sempre pieno di donne! Che non ti si riesce mai a dividere…

E come fu giusto, tanto tempo fa, che Anastasia si decidesse ad andare dal medico e lasciasse Andrea alla sua famiglia! Che fortuna che Borghi diede il massimo, così ora Anastasia può ancora sedere sulla veranda col cane, e cè sua figlia Giulia. Giulia, che sembra la mamma di Borghi, anche se Anastasia giura che il padre è un altro. Ma non importa: conta che ci sia, poteva non esserci.

E quanto era vero quello che diceva la Sacchetti ad Andrea: il medico non è solo per il corpo, ma per ascoltare, per curare anche lanima.

Andrea, il medico è come una madre in ospedale. Se non ci metti il cuore, a che serve la tua scienza?

Andrea aveva imparato.

Ah, lascia stare, Maria, è solo che Borghi ti ha tenuta lontana da Andrea, tutto qua! ridacchiò Maria, poi prese Anastasia per mano. Sono contenta che sei tornata, Anastasia. Ero preoccupata.

E non mentiva. Andrea aveva attraversato tutta la vita con Maria, tra inverni e sole, sempre uno accanto allaltra, sostenendosi. Anastasia aveva tirato avanti da sola, cresciuto una figlia, non si era mai sposata, aveva lavorato, anche se aveva sognato una vita fatta solo di piaceri e risate. Affrontò la morte in faccia e la scacciò via.

Per un attimo, Andrea credette di vedere Sacchetti in piedi, piccola e rugosa, davanti alla vecchia cancellata, che sorrideva, orgogliosa di aver cresciuto un uomo gentile e forse un po sognatore.

Perché sognatore? si sarebbe difeso Andrea, arrossendo.

Perché parli alle tue piante. Ma una parola buona, fa bene a tutti, avrebbe detto Sacchetti.

Ho capito! borbottò Andrea ad alta voce, riprendendosi da un sogno.

Non cera più Sacchetti alla cancellata, solo Maria che porgeva a suo marito una tazza di tè forte, Anastasia nella sua bellezza ormai stanca ma sorridente, il cane sdraiato fresco sul pavimento, il nipote Pietro e il figlio Ivan, e la vita stessa, che per un soffio non si era conclusa per qualcuno. E Maria, sempre più bella di tutte. E il raccolto andrà a meraviglia, ne è certo, perché si ama quello che si fa. E basta. Laveva promesso alla Sacchetti.

Ecco: nella vita, a volte quello che doniamo, anche alla persona più inaspettata, diventa un raccolto che nemmeno immaginiamo. Perché il cuore che dà, raccoglie sempre, prima o poi.

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