NON VOGLIO UNA FIGLIA PARALIZZATA… – disse la nuora e se ne andò… Ma non immaginava cosa sarebbe potuto succedere dopo… In un piccolo paese italiano viveva un nonno qualunque, un po’ solitario ma con il sogno di avere un cane di razza pura, proprio un mastino abruzzese. Era talmente determinato che sarebbe andato persino fino al Sud per trovarlo. Lo chiamavano “Nonno Denis”, nessuno sapeva se fosse nome o soprannome, ma lui non correggeva mai nessuno. Passava le serate dopo aver lavorato nell’orto seduto sulla panchina davanti a casa, ricordando i vecchi tempi, e i giovani si fermavano spesso per ascoltare le sue storie. Denis aveva seppellito la moglie, Clotilde, molti anni prima. Lei era malata di cuore, i medici le avevano proibito di avere figli, ma il desiderio di maternità era troppo forte: diede alla luce un bambino e poi la sua salute peggiorò. Denis le voleva bene. Faceva tutto in casa per lei, non le lasciava portare nemmeno il latte dal negozio: “Non puoi, il dottore lo ha proibito!” Si occupava lui del figlio, cucinava, tutto. Clotilde si rammaricava: – Mi fai fare la figura della fannullona! Le donne mi prenderanno in giro! Ma le altre donne in paese non ridevano: invidiavano Clotilde. – Oh, Clotilde, presta il tuo Denis almeno per un giorno, vorrei vivere la tua vita! Lei sorrideva e così, sorridendo, se ne è andata per sempre. Denis al mattino la trovò fredda e pianse come un bambino per tre giorni, poi si dedicò al figlio. Poi il figlio, dopo il militare, si sposò presto e rimase a vivere dove aveva fatto servizio. Così Denis restò solo, ma non si abbatteva: gli piaceva chiacchierare con i ragazzi in piazza. Il figlio gli dava notizie, era diventato padre di una bambina, ma non tornava mai in paese. Sempre il lavoro, il tempo che mancava, sempre qualcosa. Denis vedeva la nipotina solo in foto. Poi la gente del paese ha iniziato a notare Denis sempre più cupo, non usciva, non sorrideva, non sedeva più sulla panchina. Si scopre che ha ricevuto un telegramma dalla nuora: la famiglia era rimasta vittima di un grave incidente stradale. La nipotina in ospedale in condizioni disperate, il figlio di Denis morto. Tutta la comunità ha provato compassione per Denis, ma quali parole possono alleviare una così grande sofferenza? Denis accettava le condoglianze, ma non serviva a farlo stare meglio. La nipote era grave in ospedale, solo quindici anni, e la nuora non dava più notizie: non rispondeva alle lettere, né al telefono. Come sapere come stava la nipotina? Denis non l’aveva mai conosciuta di persona, ma la amava comunque – in foto somigliava tantissimo a Clotilde da giovane. Denis aveva deciso di andare in città, ma proprio la notte prima della partenza, arriva una macchina davanti a casa. Trasportano una barella. Denis capisce solo dopo chi è: la nuora. Seguono la barella con la nipote, la depositano sul divano e se ne vanno. – È paralizzata dalla testa ai piedi. Non voglio una figlia così, io rifarò la vita, mi sposerò di nuovo e avrò un figlio sano! – dice la nuora. – Ma io non sono un medico! – riesce a risponderle Denis. – Non serve il medico. Non serve a nulla. Le serve solo una badante. Se non volete occuparvene, seppellitela viva, ma io non rovinerò la mia vita per lei. Non farò la badante! – dice la donna sbattendo la porta. – Non sei nemmeno madre, mi sa! – le grida dietro Denis. Ora era chiaro perché il figlio non tornava in paese. Con una moglie così solo casino in piazza si può fare, non certo ospitate dai parenti. Che sfortuna aveva avuto suo figlio… Ma ormai non poteva più chiederglielo. Rimasti in due: Denis e la nipote. La ragazza era completamente paralizzata, ma Denis non si lasciava scoraggiare: in fondo era abituato a gestire lui la casa e a prendersi cura degli altri. Ora aveva un nuovo scopo: guarire la nipote. I medici avevano rinunciato, l’avevano dimessa: avevano detto che nemmeno capivano come fosse sopravvissuta all’incidente. Rimanevano solo i rimedi della tradizione e le guaritrici. La più vicina era lontanissima e la ragazzina non si poteva trasportare, e lei non faceva visite a domicilio. Denis ogni settimana andava fino dalla guaritrice che gli preparava erbe e infusi per la nipote. Molto tempo è passato: la ragazza non muoveva né braccio né gamba, giaceva immobile sotto le coperte, non parlava quasi mai, solo ogni tanto mugolava. Ogni tanto Denis notava una lacrima scendere sulla guancia della nipote. In quei momenti il cuore gli si spezzava, pensava che la ragazza avesse nostalgia dei genitori. Cercava di parlarle, le leggeva storie, ma lei non poteva mai rispondergli. Finché, una sera, è successo l’imprevedibile. Come al solito, il nonno era vicino al letto, quando in casa irrompe una banda di giovani ubriachi. Denis, per distrazione, aveva dimenticato la porta aperta. Tornavano da una festa e visto la luce in casa, sapevano ci fosse una ragazza paralizzata. Qualcuno ha proposto di entrare e “divertirsi”. – Ehi nonno, scopri la ragazza e separa le gambe! Ora facciamo a sorte chi va primo… – Vi prego! Ha solo quindici anni! – protestò il vecchio. – Un momento! Devo solo lavarmi i denti! – disse Denis, e scappò in cucina, aprì la botola della cantina e urlò: “Prendi!” Da là, in un attimo, saltò fuori il gigantesco mastino abruzzese. Cominciò a mordere pantaloni a destra e manca. Al capo quasi gli staccava “gli attributi”; agli altri strappò i pantaloni. Fuggirono di corsa per il paese a gambe nude, tra le risate della gente; il cane li inseguì fin quasi alla periferia. Denis rientra e trova la nipotina seduta sul letto che grida dalla finestra: – Muxtar! Muxtar! Dai, nonno, tienilo che non scappi! Il nonno si commosse fino alle lacrime. Da quel momento la nipote cominciò a migliorare. In poco tempo tornò a camminare, sarà stato merito delle erbe della guaritrice o dello spavento per il cane, ma iniziò anche a parlare senza mai fermarsi – aveva accumulato tanto silenzio in quei mesi. Chiedete dove aveva trovato il cane? Era semplice: Muxtar, il mastino, viveva con il figlio di Denis, ma dopo la tragedia e la morte del padrone, la nuora si era sbarazzata sia della figlia che del cane. Li aveva portati entrambi dal nonno, senza dire niente. Dopo che la nuora se ne era andata, Denis andando a chiudere il cancello la vide: il cane era lì, magro, triste, gli occhi pieni di lacrime vere. Denis non sapeva nemmeno che il figlio avesse quel cane, ma come poteva lasciarlo? Da allora il cane diventò il suo fedele amico. Quando arrivarono quei balordi, era in cantina per il gran caldo: Denis lo teneva al fresco, ma non aveva fatto in tempo a farlo uscire quella sera. La nipotina poi gli confidò: quando piangeva di nostalgia era per il cane; il nonno non lo faceva entrare, perché pensava non si dovesse tenere in casa, ma lei ne sentiva tanto la mancanza. Muxtar, dopo aver cacciato i balordi, tornò a casa e le leccò il viso: anche lui aveva tanta nostalgia della sua padroncina. Così cominciarono una nuova vita in tre: Denis, la nipotina e Muxtar. Della madre della ragazza non seppero mai più nulla.

– NON VOGLIO UNA PARALIZZATA… – disse la nuora sbattendo la porta e se ne andò…
Ma non avrebbe mai immaginato cosa sarebbe successo dopo…

In un piccolo paese in Toscana viveva un vecchio di nome Giulio Ferrini. Era un uomo semplice: la domenica si concedeva un bicchiere di vino bianco alla trattoria e sognava, da anni, di avere un cane. Non uno qualunque, però; desiderava un mastino abruzzese di razza pura. Sarebbe andato persino fino a LAquila, pur di comprarne uno e portarselo a casa.

Tutti lo chiamavano Ferrini, chi di nome, chi di cognome. Non correggeva mai nessuno, si accontentava di sedersi sulla sua panchina accanto allorto, a guardare il tramonto, rimuginando sui giorni passati. A volte i giovani si radunavano intorno a lui, curiosi di sentire comera la vita in paese tanti anni fa.

Ferrini aveva perso la moglie, Claudia, da tempo. Soffriva di cuore e i medici le avevano proibito di avere figli; eppure lei desiderava ardentemente un bambino. Ne aveva dato uno a Giulio, poi la malattia aveva avuto il sopravvento. Giulio lamava immensamente. Si occupava lui di tutto, persino della spesa, non le faceva mai portare nemmeno una busta di latte. “Non puoi! Lhanno detto i dottori!” ripeteva.

Il vecchio cucinava e accudiva il figlio da solo. Claudia si lamentava:
– Mi stai facendo fare la figura della perdente! Le donne del paese rideranno… Niente faccende, tutto sulle tue spalle!
Invece, le altre donne non ridevano, anzi invidiavano:
– Ah, Claudietta, dacci in affitto tuo Ferrini, anche solo per una giornata, per provare che vuol dire vivere così!
Claudia sorrideva, con quella serenità che non la lasciò neanche nellultimo giorno. Se ne andò via con il sorriso sulle labbra. Giulio la trovò fredda una mattina, e pianse come un bambino per tre giorni. Poi si rialzò, concentrandosi solo sulla crescita del figlio.

Il ragazzo aveva quattordici anni: i tempi duri delladolescenza. Dopo la leva militare, si sposò giovanissimo e rimase a vivere nella città dove aveva svolto il servizio, a Perugia. Così Giulio Ferrini si trovò di nuovo solo, ma non si perse danimo: amava ancora sedersi ogni sera in piazzetta, chiacchierare con i giovani.

Poi il figlio ebbe una bambina, e il nonno aspettava sempre la famiglia in visita. Ma tra lavoro, impegni e scuse, non venivano mai. Ferrini conosceva solo la nipotina tramite le fotografie.

Un giorno i compaesani notarono che Giulio era triste come una nuvola nera, scuro in volto, non rideva più e non faceva più battute. Aveva smesso di sedersi accanto alla sua panchina. Gli chiesero cosa fosse successo e capirono: aveva ricevuto un telegramma. Era della nuora: tutta la famiglia era rimasta coinvolta in un incidente stradale. La nipote era grave in ospedale, il figlio era morto.

“Tanta sfortuna, povero Giulio!”, diceva tutto il paese. Ma per un dolore così non esistono parole o conforto abbastanza forti.

Ferrini riceveva le condoglianze, ma non gli servivano a nulla. Il dolore per il figlio era immenso, ma quello per la nipotina era ancora più forte. La ragazza, quindici anni, giaceva in coma. Avrebbe dovuto vivere tutta la vita, invece… Lanima di Giulio era dilaniata dalla sofferenza.

La nuora però non si faceva più viva. Nessuna lettera, niente telefono, nessuna risposta ai telegrammi. Come poteva sapere Giulio in che condizioni fosse sua nipote? Non laveva mai vista dal vivo, ma lamava come se fosse sempre stata lì. Dalle foto sembrava tale e quale a Claudia da giovane.

Giulio Ferrini stava per prendere il treno verso Perugia, per cercare sue notizie, quando la notte prima del viaggio arrivò una macchina davanti a casa. Ne uscirono alcuni uomini che portarono dentro una barella. Seguiva una donna, che entrò quasi senza bussare. Da come si comportava, Giulio capì che era la nuora, la moglie del suo defunto figlio. Dietro di lei portarono la barella con la nipotina. La posero sul divano e se ne andarono.

– È paralizzata dalla testa ai piedi. Non mi serve più come figlia. Io mi troverò un nuovo marito, avrò un figlio sano! – dichiarò la nuora.
– Ma io non sono mica un medico! – protestò Ferrini.
– Medici non servono, tanto non possono aiutarla. Serve una badante, stop! Se non vuoi occupartene, puoi anche seppellirla viva, tanto io mia vita non la rovinerò per lei! Non sono sua badante! – sbatté la porta la donna e se ne andò.
– Non sembri nemmeno una madre! – gridò Giulio dietro di lei.

Adesso Giulio capiva perché il figlio non veniva mai in paese con moglie e figlia. Con una donna così potevi solo andare al mercato a litigare, mica fare visite di famiglia. E come aveva fatto suo figlio a sposare una simile arpia? Ma ormai non si poteva più chiedere. Se avesse saputo che la nuora avrebbe abbandonato la figlia così, forse si sarebbe rivoltato persino nella tomba. Così rimasero soli: Giulio Ferrini e sua nipote.

La ragazza era completamente paralizzata. Ma Giulio era abituato a prendersi cura degli altri; non gli pesava affatto occuparsi della casa e della nipote. In fondo, finalmente aveva di nuovo uno scopo nella vita: la sua missione diventava curare la ragazza.

I medici lavevano dimessa dallospedale. In realtà, non capivano nemmeno come avesse potuto sopravvivere allincidente: aveva subito danni quasi incompatibili con la vita. Non cera che ricorrere a rimedi popolari e alle guaritrici. Ma la più vicina viveva tanto lontana, ed era troppo anziana per venire a domicilio. Non si poteva portare la nipotina fin lì, paralizzata comera. Giulio non sapeva più cosa fare.

Così, tutte le settimane prendeva la Fiat e andava dalla guaritrice per farsi dare erbe e infusi per la ragazza. Le somministrava tutto con pazienza. Passò più di un anno, ma la nipote non muoveva né mani né piedi; restava lì, come un tronco sotto le lenzuola, neppure le parole riusciva a pronunciare, solo qualche lamento indistinto.

Ogni tanto Giulio si accorgeva che una lacrima le scendeva sul viso. In quei momenti il cuore gli si spezzava. Pensava che sua nipote sentisse la mancanza della madre e del padre. Il vecchio le parlava spesso, le leggeva libri, ma lei non poteva rispondere. Per entrambi era durissima.

Una sera, però, successe limpensabile. Mentre Ferrini stava come sempre accanto al letto della nipote, nel cuore della notte, un gruppo di giovani ubriachi fece irruzione nella casa. Giulio, distratto, aveva lasciato la porta di ingresso aperta. Erano tornati dalla discoteca e avevano visto la luce in casa. Sapevano che lì abitava una ragazza paralizzata. Qualcuno propose di entrare e “divertirsi”, convinti che tanto lei non avrebbe potuto opporsi. Spinsero la porta, che si aprì facilmente.

– Dai, vecchio, togli la coperta alla ragazza e apri le gambe! Oggi tiriamo a sorte per chi comincia… – comandò il più ubriaco di tutti.
– Abbiate pietà! Ha solo quindici anni! – supplicò Ferrini.
– Aspetta, che mi lavo i denti! – disse Giulio. Intanto si fiondò in cucina, aprì la botola e urlò: “Avanti!”

Dalla cantina saltò fuori un mastino abruzzese gigantesco, che si mise subito a mordere i pantaloni degli sbandati! Al più sfrontato quasi strappò i gioielli di famiglia, agli altri squarciò le braghe sul sedere. Così scapparono tutti per il paese con il sedere al vento, mentre il mastino, chiamato Rocco, li inseguiva fin quasi alle vigne. La gente rideva a crepapelle.

Ferrini tornò in camera e trovò la nipote seduta sul letto, che gridava fuori dalla finestra:
– Rocco! Rocco! Forza, nonno, tienilo vicino che non scappi!…

Il vecchio si commosse. Da quel momento la nipote iniziò a riprendersi. Presto ricominciò a camminare. Fossero stati gli infusi della guaritrice, fosse stato lo choc per il mastino, non si sa; ma la ragazza iniziò a parlare senza sosta, doveva recuperare il tempo perso. Vi chiederete: ma il mastino da dove veniva?… Semplice. Rocco viveva con il figlio di Ferrini. Dopo la tragedia, quando il figlio morì, la nuora si era sbarazzata sia della figlia che del cane.

Li aveva portati entrambi da Giulio, ma al vecchio non aveva detto nulla. Quando la nuora aveva lasciato la casa, Giulio era uscito a chiudere il cancello e aveva trovato Rocco seduto lì, magro, stanco, gli occhi tristi e anche lui in lacrime. Giulio non sapeva nemmeno che il figlio avesse un cane. Non se la sentì di lasciarlo fuori. Lo portò con sé.

Il mastino servì Giulio con fedeltà immensa, e la sera dellincidente con quei farabutti stava proprio nella cantina, per via del caldo asfissiante. Di giorno, Giulio lasciava il cane nella cantina, la sera lo faceva uscire. Quella sera non aveva fatto a tempo. Se Rocco fosse stato fuori, quei delinquenti non sarebbero mai entrati.

La nipote raccontò poi al nonno che, quando piangeva, sentiva la mancanza del suo cane. Giulio, di solito, teneva Rocco fuori in cortile, ma non lo lasciava entrare in casa. La ragazza soffriva, ma non poteva dirlo al nonno.

Quando Rocco tornò dopo aver scacciato i giovani, si accucciò e le baciò il viso con gioia. Anche lui aveva sentito tantissimo la sua piccola padrona. Così cominciarono a vivere in tre: Giulio Ferrini, la nipote e Rocco. Del resto della famiglia non ebbero mai più notizie.

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NON VOGLIO UNA FIGLIA PARALIZZATA… – disse la nuora e se ne andò… Ma non immaginava cosa sarebbe potuto succedere dopo… In un piccolo paese italiano viveva un nonno qualunque, un po’ solitario ma con il sogno di avere un cane di razza pura, proprio un mastino abruzzese. Era talmente determinato che sarebbe andato persino fino al Sud per trovarlo. Lo chiamavano “Nonno Denis”, nessuno sapeva se fosse nome o soprannome, ma lui non correggeva mai nessuno. Passava le serate dopo aver lavorato nell’orto seduto sulla panchina davanti a casa, ricordando i vecchi tempi, e i giovani si fermavano spesso per ascoltare le sue storie. Denis aveva seppellito la moglie, Clotilde, molti anni prima. Lei era malata di cuore, i medici le avevano proibito di avere figli, ma il desiderio di maternità era troppo forte: diede alla luce un bambino e poi la sua salute peggiorò. Denis le voleva bene. Faceva tutto in casa per lei, non le lasciava portare nemmeno il latte dal negozio: “Non puoi, il dottore lo ha proibito!” Si occupava lui del figlio, cucinava, tutto. Clotilde si rammaricava: – Mi fai fare la figura della fannullona! Le donne mi prenderanno in giro! Ma le altre donne in paese non ridevano: invidiavano Clotilde. – Oh, Clotilde, presta il tuo Denis almeno per un giorno, vorrei vivere la tua vita! Lei sorrideva e così, sorridendo, se ne è andata per sempre. Denis al mattino la trovò fredda e pianse come un bambino per tre giorni, poi si dedicò al figlio. Poi il figlio, dopo il militare, si sposò presto e rimase a vivere dove aveva fatto servizio. Così Denis restò solo, ma non si abbatteva: gli piaceva chiacchierare con i ragazzi in piazza. Il figlio gli dava notizie, era diventato padre di una bambina, ma non tornava mai in paese. Sempre il lavoro, il tempo che mancava, sempre qualcosa. Denis vedeva la nipotina solo in foto. Poi la gente del paese ha iniziato a notare Denis sempre più cupo, non usciva, non sorrideva, non sedeva più sulla panchina. Si scopre che ha ricevuto un telegramma dalla nuora: la famiglia era rimasta vittima di un grave incidente stradale. La nipotina in ospedale in condizioni disperate, il figlio di Denis morto. Tutta la comunità ha provato compassione per Denis, ma quali parole possono alleviare una così grande sofferenza? Denis accettava le condoglianze, ma non serviva a farlo stare meglio. La nipote era grave in ospedale, solo quindici anni, e la nuora non dava più notizie: non rispondeva alle lettere, né al telefono. Come sapere come stava la nipotina? Denis non l’aveva mai conosciuta di persona, ma la amava comunque – in foto somigliava tantissimo a Clotilde da giovane. Denis aveva deciso di andare in città, ma proprio la notte prima della partenza, arriva una macchina davanti a casa. Trasportano una barella. Denis capisce solo dopo chi è: la nuora. Seguono la barella con la nipote, la depositano sul divano e se ne vanno. – È paralizzata dalla testa ai piedi. Non voglio una figlia così, io rifarò la vita, mi sposerò di nuovo e avrò un figlio sano! – dice la nuora. – Ma io non sono un medico! – riesce a risponderle Denis. – Non serve il medico. Non serve a nulla. Le serve solo una badante. Se non volete occuparvene, seppellitela viva, ma io non rovinerò la mia vita per lei. Non farò la badante! – dice la donna sbattendo la porta. – Non sei nemmeno madre, mi sa! – le grida dietro Denis. Ora era chiaro perché il figlio non tornava in paese. Con una moglie così solo casino in piazza si può fare, non certo ospitate dai parenti. Che sfortuna aveva avuto suo figlio… Ma ormai non poteva più chiederglielo. Rimasti in due: Denis e la nipote. La ragazza era completamente paralizzata, ma Denis non si lasciava scoraggiare: in fondo era abituato a gestire lui la casa e a prendersi cura degli altri. Ora aveva un nuovo scopo: guarire la nipote. I medici avevano rinunciato, l’avevano dimessa: avevano detto che nemmeno capivano come fosse sopravvissuta all’incidente. Rimanevano solo i rimedi della tradizione e le guaritrici. La più vicina era lontanissima e la ragazzina non si poteva trasportare, e lei non faceva visite a domicilio. Denis ogni settimana andava fino dalla guaritrice che gli preparava erbe e infusi per la nipote. Molto tempo è passato: la ragazza non muoveva né braccio né gamba, giaceva immobile sotto le coperte, non parlava quasi mai, solo ogni tanto mugolava. Ogni tanto Denis notava una lacrima scendere sulla guancia della nipote. In quei momenti il cuore gli si spezzava, pensava che la ragazza avesse nostalgia dei genitori. Cercava di parlarle, le leggeva storie, ma lei non poteva mai rispondergli. Finché, una sera, è successo l’imprevedibile. Come al solito, il nonno era vicino al letto, quando in casa irrompe una banda di giovani ubriachi. Denis, per distrazione, aveva dimenticato la porta aperta. Tornavano da una festa e visto la luce in casa, sapevano ci fosse una ragazza paralizzata. Qualcuno ha proposto di entrare e “divertirsi”. – Ehi nonno, scopri la ragazza e separa le gambe! Ora facciamo a sorte chi va primo… – Vi prego! Ha solo quindici anni! – protestò il vecchio. – Un momento! Devo solo lavarmi i denti! – disse Denis, e scappò in cucina, aprì la botola della cantina e urlò: “Prendi!” Da là, in un attimo, saltò fuori il gigantesco mastino abruzzese. Cominciò a mordere pantaloni a destra e manca. Al capo quasi gli staccava “gli attributi”; agli altri strappò i pantaloni. Fuggirono di corsa per il paese a gambe nude, tra le risate della gente; il cane li inseguì fin quasi alla periferia. Denis rientra e trova la nipotina seduta sul letto che grida dalla finestra: – Muxtar! Muxtar! Dai, nonno, tienilo che non scappi! Il nonno si commosse fino alle lacrime. Da quel momento la nipote cominciò a migliorare. In poco tempo tornò a camminare, sarà stato merito delle erbe della guaritrice o dello spavento per il cane, ma iniziò anche a parlare senza mai fermarsi – aveva accumulato tanto silenzio in quei mesi. Chiedete dove aveva trovato il cane? Era semplice: Muxtar, il mastino, viveva con il figlio di Denis, ma dopo la tragedia e la morte del padrone, la nuora si era sbarazzata sia della figlia che del cane. Li aveva portati entrambi dal nonno, senza dire niente. Dopo che la nuora se ne era andata, Denis andando a chiudere il cancello la vide: il cane era lì, magro, triste, gli occhi pieni di lacrime vere. Denis non sapeva nemmeno che il figlio avesse quel cane, ma come poteva lasciarlo? Da allora il cane diventò il suo fedele amico. Quando arrivarono quei balordi, era in cantina per il gran caldo: Denis lo teneva al fresco, ma non aveva fatto in tempo a farlo uscire quella sera. La nipotina poi gli confidò: quando piangeva di nostalgia era per il cane; il nonno non lo faceva entrare, perché pensava non si dovesse tenere in casa, ma lei ne sentiva tanto la mancanza. Muxtar, dopo aver cacciato i balordi, tornò a casa e le leccò il viso: anche lui aveva tanta nostalgia della sua padroncina. Così cominciarono una nuova vita in tre: Denis, la nipotina e Muxtar. Della madre della ragazza non seppero mai più nulla.
Solo con il test del DNA! Di figli di altri non ne vogliamo, – ha dichiarato la suocera – Solo centomila euro! – ha sorriso Elisabetta. – Mi sembra che tu abbia valutato la libertà di tuo figlio un po’ troppo a buon mercato! Non è che magari riesci a raccattare anche duecentomila? – Se serve, li trovo, – ha sbottato Maria. – Quindi accetti? Se la questione è solo di soldi… – Maria, dimmi una cosa: ci hai pensato a lungo prima di propormi questo? – chiese Elisabetta. – Mettiamo da parte il discorso dei soldi per ora! Parliamo da donna a donna! – Ti risparmierei la predica, – disse Maria con la faccia storta, – nessuno è senza peccato! E tu, mamma di tanti figli, dovresti capire cosa si fa per il proprio bambino… – Quindi vuoi comprarmi? – ribatté Elisabetta. – O vuoi comprare la mia Dasha? Visto che siamo in difficoltà, pensi che basti pagarci e tutto vada a posto? E tuo Ivan prima ha riempito la testa di storie a mia figlia, l’ha messa incinta e ora… Nemmeno so come dirlo… Sparisce o corre sotto la gonna della mamma! Per sistemare le sue bravate! – Elisabetta, parliamo chiaro, – disse Maria. – Ivan ha solo diciotto anni! Non è pronto per una famiglia e un bambino. Deve studiare! Trovare lavoro! Come farà con il peso di una famiglia già sulle spalle? – E prima tuo Ivan non ci pensava, quando stava dietro a mia Dasha? – ironizzò Elisabetta. – Ora deve imparare a fare l’uomo responsabile! Ha fatto un figlio, ora si comporti da adulto! Altrimenti ci sono tribunali e alimenti… Maria rimase a bocca aperta. – Attenta che ti entra una gazza in bocca! – sbuffò Elisabetta. – E solo perché sto tutto il giorno a lavorare, non vuol dire che non vedo niente! – Io sono venuta in pace, – tentò Maria di calmarsi. – Sono pronta a pagare, come si dice, il disturbo! – E per cosa vorresti pagare? – chiese Elisabetta. – Per la gravidanza? O perché Ivan da due mesi scappa da Dasha? Vuoi pagare per l’aborto di mia figlia, o già ti prepari a versare le prime rate degli alimenti, quando Dasha partorirà? Maria si confuse. Ma l’ultima opzione non le piaceva per niente. Qualsiasi momento potrebbero venire a cercare suo figlio per il mantenimento! – Non confondermi! – Maria alzò il dito. – Offro soldi veri per chiudere questa storia una volta per tutte! Come lo risolvi, a me non importa! Fate aborto, tenete il bambino, datelo in affidamento, ma Ivan non deve essere coinvolto! Se i soldi non bastano, dimmi quanto vuoi! Se serve, chiederò un prestito a mio marito! – Maria, ma vai pure… – disse Elisabetta. – Io sono una donna perbene, non posso dirtelo in faccia dove andare. Tu, con una proposta del genere, di ‘perbene’ non ne hai mai sentito parlare! Quindi sai già dove andare, per quanto e dove ficcare i tuoi soldi! – Elisabetta, risolviamo con civiltà! – rispose Maria, furiosa. – Vai in pace! – concluse Elisabetta. – O ti mando il cane! Non era chiaro se Maria fosse riuscita a proteggere il figlio, ma finché Elisabetta era arrabbiata, sua figlia non avrebbe avuto contatti con Ivan. Così lui aveva tempo di riflettere e continuare a studiare. E se Elisabetta cambiava idea, Ivan ormai sarebbe stato lontano, spedito all’università in città. In città ci si può nascondere bene, per anni! Maria dovette trattenersi dal fare una scenata: – Guarda che orgoglio! Disdegna i soldi! E io sono venuta con le migliori intenzioni! E lei… il cane! Ma dai! Con gente come lei, nemmeno a sedersi nello stesso campo: ti stritola dal primo momento! Allora Maria non immaginava che la storia non fosse finita, ma appena cominciata. Anche se, in fondo, era iniziata un po’ prima. I genitori raramente scoprono i guai dei figli in tempo. Di solito troppo tardi per poter riparare le cose. Quando Maria ha sentito che ‘Ivan ha messo incinta Dasha’, le è mancato il respiro. – Che Ivan ci abbia provato con Dasha? Ma lei è… – per non dire stupidaggini, Maria si corresse subito – vien da una famiglia numerosa! Non ci ha mai pensato Ivan! – Ti dico quello che ho saputo, – disse Ignazia. – Se non credi a me, chiedi a tutti in paese! L’hanno già saputo tutti, tranne te! Maria si chiuse in casa sotto le risate di Ignazia. Né marito né figlio c’erano: erano andati nel bosco, sarebbero tornati tardi. Maria avrebbe dovuto fare le faccende, ma tutto le cascava dalle mani. Il pensiero della notizia di Ignazia non la lasciava. La notizia era proprio un incubo! – Ma perché? Per chi? Cosa ce ne facciamo? Si logorò tutta la giornata. E quando il figlio arrivò, partì l’interrogatorio: – Dove sei stato? Non ci sono brave ragazze in paese? Vane dovette confessare. Pensava di resistere fino a fine vacanze e scappare in città, dove faceva la scuola professionale. Lì sì che l’avrebbero perso di vista! Ma non si scampava dalla rabbia della mamma. Ivan piangeva e cercava di impietosirla. Ivan non era un bel ragazzo, non brillava, fisico mediocre. Nessuna attrattiva per le ragazze. Ma età e ormoni facevano il loro, e gli amici lo prendevano in giro che sarebbe rimasto zitello. – Ma Dasha ha detto di sì! – Dasha direbbe sì a chiunque! – sbottò Maria – Ha diciannove anni e i ragazzi la evitano! Chi si vuole legare a una famiglia di poveri? Sono in tanti, il padre è malato! Sposi Dasha e poi mantieni parenti per tutta la vita! – Mamma, è buona e dolce! – singhiozzava Ivan. – E che è brutta non ti ha frenato? – urlò Maria. – Ma come hai fatto… Ivan arrossì e abbassò gli occhi. – Ma che iella! – Maria si mise le mani nei capelli. – È successo solo un paio di volte… – confessò Ivan a bassa voce. – Bastano quelle! – rispose Maria indignata. – Tra poco si vedrà il risultato! Tu fra un anno devi andare all’università! Con un bambino addosso, ti mettono le alimenti! – Magari non è mio…? – provò Ivan. – Speriamo sia così, ma chi mai si prenderebbe Dasha, – sospirò Maria. – Comunque, se non riusciamo a trovare un accordo, solo il test del DNA! Di figli di altri non ne vogliamo! – E lei giurava che mi sarebbe rimasta fedele… – disse Ivan. – Speriamo ti abbia mentito! – borbottò Maria, prendendo il portagioie con i risparmi. – Grisha! Questa era una faccenda per il marito, quindi Ivan si allontanò. – Grisha, qui non c’è quasi niente! – gridò Maria. – C’è sul conto, – rispose calmo Grisha. – Fra una settimana scade. Te lo sei scordata? – Eh sì, c’è da perdere la testa! – disse Maria accasciandosi con il portagioie. – Hai sentito che ha combinato Ivan? – È cresciuto! – sorrise Grisha. – Prepariamo il matrimonio? – Sei fuori? Quale matrimonio? Con chi? – Maria quasi soffocava dalla rabbia. – Mai nella vita! Pagheremo per farcela scampare! Centomila bastano? – E che ne so io? – rispose Grisha. – Anche se, Elisabetta ora prenderebbe volentieri anche pochi soldi! – Ma con pochi centesimi non se ne esce, – scosse la testa Maria. Contò i contanti, poi pensò a quanto c’era sul conto. – Abbiamo duecentomila, – disse. – Ne offro cento, se vuole di più do duecento! Fra una settimana potremmo arrivare a cinquecento. Maria annuì, convinta del proprio piano. – Vuoi venire con me? – chiese Grisha. – Avessi sorvegliato meglio il figlio, non servirebbero ‘ste offerte! – sbuffò Maria – Vado da sola! *** La risposta di Elisabetta non chiarì molto, e chiedere a Dasha era inutile: non comandava niente. Ivan terminò le vacanze senza problemi e se ne andò in città per studiare. Gli vietarono di tornare prima dell’estate successiva. Fuori dal paese, Ivan era fuori discussione. La gente parlava solo di Dasha, che si vedeva incinta, poi con il bambino. E se la prendevano con Elisabetta. – Non è riuscita nemmeno a farsi dare l’assegno! Ora dovranno digiunare! Elisabetta sentendo queste chiacchiere rispondeva che non erano affari loro! – Non chiediamo l’elemosina! Ce la faremo lo stesso! A fine giugno Ivan tornò al paese, ma i genitori lo tenevano in casa. Tanto, appena terminati gli esami, sarebbe tornato in città. Non doveva farsi vedere! Ivan però fallì gli esami, neanche a pagamento lo presero. – Grisha, vai dal maresciallo e vedi di trovare una soluzione! Se lo mandano in militare, si dimentica tutto! Magari l’anno prossimo ci riprova! Non ci fu modo di evitare la leva. E dato che Grisha insisteva, si prese qualche botta e anche quindici giorni fuori. Al suo ritorno, spiegò come Ivan poteva ottenere la dispensa: – Basta che si sposi con Dasha e riconosca il bambino! Finché il figlio non compie tre anni, la leva è sospesa! Poi ne fa un altro, altra dispensa! E così via, finché non raggiunge l’età! – Ti hanno fatto perdere il cervello! – gridò Maria. – Non augurerei simili parenti nemmeno al peggiore nemico! – Allora andrà a militare! – rispose Grisha. Maria non voleva il figlio in militare, meno ancora sposato con Dasha. Ma non c’erano alternative. – Andiamo a chiedere pietà, – si arrese Maria. – Grisha, prendi i soldi! – Dopo che ti ha mandata via? – rideva Grisha. – Con tutto quello che si è sentita in questo anno? Magari è meglio lasciarlo fare il militare! Non voglio che Elisabetta ci faccia il giro del paese! – Mi inginocchio! E anche tu! – aggiunse Maria. – Chiederemo, pregheremo! – Non ci credo che lei accetti, – scosse la testa Grisha. – Non dopo tutto questo! Meglio mandare Ivan a vivere in montagna fino a trent’anni! – Prendi i soldi e andiamo! – ordinò Maria.