– NON VOGLIO UNA PARALIZZATA… – disse la nuora sbattendo la porta e se ne andò…
Ma non avrebbe mai immaginato cosa sarebbe successo dopo…
In un piccolo paese in Toscana viveva un vecchio di nome Giulio Ferrini. Era un uomo semplice: la domenica si concedeva un bicchiere di vino bianco alla trattoria e sognava, da anni, di avere un cane. Non uno qualunque, però; desiderava un mastino abruzzese di razza pura. Sarebbe andato persino fino a LAquila, pur di comprarne uno e portarselo a casa.
Tutti lo chiamavano Ferrini, chi di nome, chi di cognome. Non correggeva mai nessuno, si accontentava di sedersi sulla sua panchina accanto allorto, a guardare il tramonto, rimuginando sui giorni passati. A volte i giovani si radunavano intorno a lui, curiosi di sentire comera la vita in paese tanti anni fa.
Ferrini aveva perso la moglie, Claudia, da tempo. Soffriva di cuore e i medici le avevano proibito di avere figli; eppure lei desiderava ardentemente un bambino. Ne aveva dato uno a Giulio, poi la malattia aveva avuto il sopravvento. Giulio lamava immensamente. Si occupava lui di tutto, persino della spesa, non le faceva mai portare nemmeno una busta di latte. “Non puoi! Lhanno detto i dottori!” ripeteva.
Il vecchio cucinava e accudiva il figlio da solo. Claudia si lamentava:
– Mi stai facendo fare la figura della perdente! Le donne del paese rideranno… Niente faccende, tutto sulle tue spalle!
Invece, le altre donne non ridevano, anzi invidiavano:
– Ah, Claudietta, dacci in affitto tuo Ferrini, anche solo per una giornata, per provare che vuol dire vivere così!
Claudia sorrideva, con quella serenità che non la lasciò neanche nellultimo giorno. Se ne andò via con il sorriso sulle labbra. Giulio la trovò fredda una mattina, e pianse come un bambino per tre giorni. Poi si rialzò, concentrandosi solo sulla crescita del figlio.
Il ragazzo aveva quattordici anni: i tempi duri delladolescenza. Dopo la leva militare, si sposò giovanissimo e rimase a vivere nella città dove aveva svolto il servizio, a Perugia. Così Giulio Ferrini si trovò di nuovo solo, ma non si perse danimo: amava ancora sedersi ogni sera in piazzetta, chiacchierare con i giovani.
Poi il figlio ebbe una bambina, e il nonno aspettava sempre la famiglia in visita. Ma tra lavoro, impegni e scuse, non venivano mai. Ferrini conosceva solo la nipotina tramite le fotografie.
Un giorno i compaesani notarono che Giulio era triste come una nuvola nera, scuro in volto, non rideva più e non faceva più battute. Aveva smesso di sedersi accanto alla sua panchina. Gli chiesero cosa fosse successo e capirono: aveva ricevuto un telegramma. Era della nuora: tutta la famiglia era rimasta coinvolta in un incidente stradale. La nipote era grave in ospedale, il figlio era morto.
“Tanta sfortuna, povero Giulio!”, diceva tutto il paese. Ma per un dolore così non esistono parole o conforto abbastanza forti.
Ferrini riceveva le condoglianze, ma non gli servivano a nulla. Il dolore per il figlio era immenso, ma quello per la nipotina era ancora più forte. La ragazza, quindici anni, giaceva in coma. Avrebbe dovuto vivere tutta la vita, invece… Lanima di Giulio era dilaniata dalla sofferenza.
La nuora però non si faceva più viva. Nessuna lettera, niente telefono, nessuna risposta ai telegrammi. Come poteva sapere Giulio in che condizioni fosse sua nipote? Non laveva mai vista dal vivo, ma lamava come se fosse sempre stata lì. Dalle foto sembrava tale e quale a Claudia da giovane.
Giulio Ferrini stava per prendere il treno verso Perugia, per cercare sue notizie, quando la notte prima del viaggio arrivò una macchina davanti a casa. Ne uscirono alcuni uomini che portarono dentro una barella. Seguiva una donna, che entrò quasi senza bussare. Da come si comportava, Giulio capì che era la nuora, la moglie del suo defunto figlio. Dietro di lei portarono la barella con la nipotina. La posero sul divano e se ne andarono.
– È paralizzata dalla testa ai piedi. Non mi serve più come figlia. Io mi troverò un nuovo marito, avrò un figlio sano! – dichiarò la nuora.
– Ma io non sono mica un medico! – protestò Ferrini.
– Medici non servono, tanto non possono aiutarla. Serve una badante, stop! Se non vuoi occupartene, puoi anche seppellirla viva, tanto io mia vita non la rovinerò per lei! Non sono sua badante! – sbatté la porta la donna e se ne andò.
– Non sembri nemmeno una madre! – gridò Giulio dietro di lei.
Adesso Giulio capiva perché il figlio non veniva mai in paese con moglie e figlia. Con una donna così potevi solo andare al mercato a litigare, mica fare visite di famiglia. E come aveva fatto suo figlio a sposare una simile arpia? Ma ormai non si poteva più chiedere. Se avesse saputo che la nuora avrebbe abbandonato la figlia così, forse si sarebbe rivoltato persino nella tomba. Così rimasero soli: Giulio Ferrini e sua nipote.
La ragazza era completamente paralizzata. Ma Giulio era abituato a prendersi cura degli altri; non gli pesava affatto occuparsi della casa e della nipote. In fondo, finalmente aveva di nuovo uno scopo nella vita: la sua missione diventava curare la ragazza.
I medici lavevano dimessa dallospedale. In realtà, non capivano nemmeno come avesse potuto sopravvivere allincidente: aveva subito danni quasi incompatibili con la vita. Non cera che ricorrere a rimedi popolari e alle guaritrici. Ma la più vicina viveva tanto lontana, ed era troppo anziana per venire a domicilio. Non si poteva portare la nipotina fin lì, paralizzata comera. Giulio non sapeva più cosa fare.
Così, tutte le settimane prendeva la Fiat e andava dalla guaritrice per farsi dare erbe e infusi per la ragazza. Le somministrava tutto con pazienza. Passò più di un anno, ma la nipote non muoveva né mani né piedi; restava lì, come un tronco sotto le lenzuola, neppure le parole riusciva a pronunciare, solo qualche lamento indistinto.
Ogni tanto Giulio si accorgeva che una lacrima le scendeva sul viso. In quei momenti il cuore gli si spezzava. Pensava che sua nipote sentisse la mancanza della madre e del padre. Il vecchio le parlava spesso, le leggeva libri, ma lei non poteva rispondere. Per entrambi era durissima.
Una sera, però, successe limpensabile. Mentre Ferrini stava come sempre accanto al letto della nipote, nel cuore della notte, un gruppo di giovani ubriachi fece irruzione nella casa. Giulio, distratto, aveva lasciato la porta di ingresso aperta. Erano tornati dalla discoteca e avevano visto la luce in casa. Sapevano che lì abitava una ragazza paralizzata. Qualcuno propose di entrare e “divertirsi”, convinti che tanto lei non avrebbe potuto opporsi. Spinsero la porta, che si aprì facilmente.
– Dai, vecchio, togli la coperta alla ragazza e apri le gambe! Oggi tiriamo a sorte per chi comincia… – comandò il più ubriaco di tutti.
– Abbiate pietà! Ha solo quindici anni! – supplicò Ferrini.
– Aspetta, che mi lavo i denti! – disse Giulio. Intanto si fiondò in cucina, aprì la botola e urlò: “Avanti!”
Dalla cantina saltò fuori un mastino abruzzese gigantesco, che si mise subito a mordere i pantaloni degli sbandati! Al più sfrontato quasi strappò i gioielli di famiglia, agli altri squarciò le braghe sul sedere. Così scapparono tutti per il paese con il sedere al vento, mentre il mastino, chiamato Rocco, li inseguiva fin quasi alle vigne. La gente rideva a crepapelle.
Ferrini tornò in camera e trovò la nipote seduta sul letto, che gridava fuori dalla finestra:
– Rocco! Rocco! Forza, nonno, tienilo vicino che non scappi!…
Il vecchio si commosse. Da quel momento la nipote iniziò a riprendersi. Presto ricominciò a camminare. Fossero stati gli infusi della guaritrice, fosse stato lo choc per il mastino, non si sa; ma la ragazza iniziò a parlare senza sosta, doveva recuperare il tempo perso. Vi chiederete: ma il mastino da dove veniva?… Semplice. Rocco viveva con il figlio di Ferrini. Dopo la tragedia, quando il figlio morì, la nuora si era sbarazzata sia della figlia che del cane.
Li aveva portati entrambi da Giulio, ma al vecchio non aveva detto nulla. Quando la nuora aveva lasciato la casa, Giulio era uscito a chiudere il cancello e aveva trovato Rocco seduto lì, magro, stanco, gli occhi tristi e anche lui in lacrime. Giulio non sapeva nemmeno che il figlio avesse un cane. Non se la sentì di lasciarlo fuori. Lo portò con sé.
Il mastino servì Giulio con fedeltà immensa, e la sera dellincidente con quei farabutti stava proprio nella cantina, per via del caldo asfissiante. Di giorno, Giulio lasciava il cane nella cantina, la sera lo faceva uscire. Quella sera non aveva fatto a tempo. Se Rocco fosse stato fuori, quei delinquenti non sarebbero mai entrati.
La nipote raccontò poi al nonno che, quando piangeva, sentiva la mancanza del suo cane. Giulio, di solito, teneva Rocco fuori in cortile, ma non lo lasciava entrare in casa. La ragazza soffriva, ma non poteva dirlo al nonno.
Quando Rocco tornò dopo aver scacciato i giovani, si accucciò e le baciò il viso con gioia. Anche lui aveva sentito tantissimo la sua piccola padrona. Così cominciarono a vivere in tre: Giulio Ferrini, la nipote e Rocco. Del resto della famiglia non ebbero mai più notizie.







