Appoggio la tazzina sul tavolo e sento il telefono squillare. Il numero è sconosciuto, ma il ritmo insistente del trillo mi fa capire subito chi sia. Guardo lo schermo: è lui. Riccardo. Lex marito che, cinque anni fa, se nè andato con unaltra e ha avuto un figlio lì.
Non rispondo subito. Rimango alla finestra, osservo il cortile dove i bambini giocano a pallone e mi chiedo: perché? Perché di nuovo?
Il telefono smette, poi ricomincia a squillare.
Sospiro e rispondo.
Ciao, Giulia la voce di Riccardo è bassa, quasi colpevole. Dobbiamo parlare. È urgente.
Di cosa? mi siedo sul davanzale e stringo il telefono allorecchio, pronta allennesima richiesta. Riccardo ha sempre avuto il dono di chiedere le cose in un modo che sembrava impossibile rifiutarsi.
Ci vediamo? Preferirei parlarti di persona, non al telefono
Non credo sia necessario dico calma. Parla adesso oppure lascia perdere.
Lui tace. Poi sospira, profondo, rauco, come se avesse fumato più del solito.
Chiara ha il cancro. Quarto stadio. I medici dicono che le restano due mesi, forse tre.
Chiara. La donna per cui mi ha lasciata. Quella che gli ha dato un figlio. Sento un brivido freddo, non tanto per compassione, quanto per la sensazione che, di lì a poco, mi chiederà qualcosa che mi toglierà il respiro.
Mi dispiace, dico senza tremore. Ma non capisco perché chiami proprio me.
Giulia Ho bisogno di un aiuto. Non so a chi altro rivolgermi.
Resto in silenzio. Un corvo vola e si posa su un ramo di pioppo dallaltra parte del cortile, fissandomi con aria di monito: Non fidarti.
Ti prego, vediamoci. Devo spiegarti tutto. È importante. Riguarda Matteo mio figlio.
Suo figlio, penso tra me e me. Non mio. Non lo è mai stato.
Va bene, rispondo breve. Domani. Al bar in via Manzoni, alle tre.
Riaggancio e resto lì, sul davanzale, fissando il vuoto. Il tè si è raffreddato, i cetrioli sul tagliere si sono seccati. Sul frigorifero, una vecchia foto: io e Riccardo a Ischia, sorridenti, mano nella mano. Ho sempre pensato di toglierla, ma non ho mai trovato il coraggio. O forse avevo paura di ammettere che la donna nella foto non sono più io.
Il giorno dopo sono al bar in anticipo. Ordino un tè, mi siedo vicino alla vetrata e aspetto. Riccardo arriva con dieci minuti di ritardo: smagrito, invecchiato, le tempie incanutite. Si siede di fronte, fa un cenno alla cameriera, mi guarda come se chiedesse perdono ancora prima di parlare.
Grazie di essere venuta, dice piano.
Dimmi, avvolgo la tazza tra le mani, mi scaldo. Ho poco tempo.
Non so da dove cominciare
Dal motivo per cui mi hai chiamata.
Sospira, si nasconde il volto tra le mani.
Chiara sta morendo. È sicuro ormai. La chemio non fa più nulla, per loperazione è troppo tardi. Non ha nessuno: la madre è morta tre anni fa, il padre non lha mai conosciuto. Matteo resterà solo. Ha cinque anni.
Rimango in silenzio. Dentro di me si stringe qualcosa, ma non lo lascio trasparire.
Vorrei chiederti esita, abbassa lo sguardo. Se puoi aiutarci. Serve denaro per le cure, per lassistenza. Ti giuro che ti restituirò tutto. Ma ora non ho niente.
Quanto? chiedo.
Centomila euro. Forse anche di più.
Appoggio la tazza sul tavolo. Un po di tè si rovescia sulla tovaglia bianca.
Centomila euro, ripeto. E dove trovi dovrei prendere una cifra simile, Riccardo?
Potresti vendere lappartamento in via Garibaldi. Tu stessa hai detto che non ci vivi, che non ti serve più.
Lappartamento in via Garibaldi. Un bilocale in un vecchio edificio, regalatomi dai miei genitori quando mi sono sposata. Poi lho regalato a Riccardo per il suo compleanno, quando ancora pensavo che saremmo rimasti insieme per tutta la vita. Da allora lui lo affittava, intascando i soldi. E adesso vuole venderlo.
Sei serio? lo fisso negli occhi. Vuoi che venda la casa che ti ho regalato?
Giulia, so che sembra terribile, ma
No, rispondo decisa. No, Riccardo. Quella è la mia casa. Un regalo non è un obbligo.
Diventa pallido.
Ma Chiara sta morendo! Matteo rimarrà orfano!
Matteo ha un padre mi alzo, prendo la borsa. Sei tu. È tua responsabilità, non mia.
Giulia, aspetta
Non aspetto. Me ne vado dal bar e cammino per corso Vittorio, stringendo il telefono. La mano mi trema. Ho fatto la cosa giusta? Sono solo unegoista insensibile?
A casa chiamo Marina. Marina è la mia amica dai tempi delluniversità, lunica che non mi ha mai giudicata dopo il divorzio. Mai una volta mi ha detto che dovevo restare per la famiglia.
Ti ha chiesto di vendere la casa? Ma è fuori di testa! sbotta Marina.
Marina, quella donna sta morendo. Un bambino piccolo
E allora? Non è affar tuo. Non gli devi nulla, Giulia. Proprio nulla.
Ma mi sento così in colpa, confesso. È come rifiutare a chi sta morendo.
Hai il diritto di dire no, anche se ti pesa ribatte sicura Marina. Ricordatelo, Giulia. Nessuno può pretendere che tu ripari agli errori degli altri.
Mi sdraio sul divano. Ripenso alle parole di Riccardo, al viso di Chiara che ho visto una volta per strada quando ancora era felice con lui. Capelli biondi, occhi sorridenti. Mi sembra ingiusto, ma perché dovrei essere io a salvarla adesso?
No. Non sono obbligata.
Due giorni dopo Riccardo mi richiama. Stavolta non chiede di vedermi: parla subito, nervoso, quasi disperato.
Giulia, capisco che tu sia arrabbiata. Ma pensa a Matteo. Lui non ha colpe.
Non sono arrabbiata, dico con tranquillità. Non voglio solo mescolarmi a questa storia.
Allora ho unultima richiesta, esita. Se Chiara muore potresti prendere Matteo in affido? Solo per un po, finché non mi sistemo.
Ci metto un po a capire cosa intende.
Cosa?
Sei una donna, hai già cresciuto nostra figlia, Lara. Matteo avrebbe bisogno di una madre. Io, da solo, non ce la farei
Riccardo, lo interrompo. La voce mi esce fredda come il marmo. Vuoi che faccia da madre a tuo figlio? Quel figlio nato mentre mi tradivi?
Giulia, so che suona
No, dico decisa. No, no e ancora no. Dimenticami. Non voglio far parte della tua nuova vita, chiaro?
Riattacco e mi accascio seduta sul pavimento, spalle contro il muro. Il cuore batte a mille.
Come ha potuto?
Più tardi arriva Lara. Mia figlia, ventotto anni, bella, intelligente, lavora in unagenzia di pubblicità e ha una sua vita in centro a Milano. Non ci vediamo spesso, ma cè sempre dolcezza tra noi.
Mamma, papà mi ha chiamata dice appena entra in casa. Mi ha raccontato di Chiara e Matteo.
Annuisco, metto a bollire lacqua.
E cosa ti ha detto?
Che hai rifiutato di aiutarlo. Che sei fredda.
Mi volto. Lara è nellingresso, le braccia incrociate, mi guarda con smarrimento.
Fredda? ripeto. Parola interessante.
Mamma, come puoi? È un bambino. Non ha colpa lui.
Hai ragione, preparo le tazze. Non è colpa sua. Ma non è nemmeno mia responsabilità.
Ma potevi fare almeno qualcosa! Anche poco!
No, Lara. Non venderò la casa, e non sarò laffidataria di un figlio che non è mio. Questa non è la mia storia. È quella di tuo padre.
Sei unegoista, sussurra. Nelle sue parole cè delusione.
Mi fa male. Ma non mi giustifico.
Forse sì, rispondo. Ma è un mio diritto.
Lara va via dopo mezzora, lasciando la tazza piena. Resto sola e la casa è improvvisamente silenziosa come un santuario abbandonato.
I giorni a seguire sono un inferno. Riccardo continua a chiamare e mandare messaggi: a volte supplica, a volte minaccia. Mi dice che porterà tutto in tribunale, che racconterà a tutti quanto sono insensibile, che Lara mi odierà.
Non rispondo. Leggo e cancello.
Poi, una sera, si presenta proprio Chiara alla mia porta. Pallida, magrissima, un foulard a coprire la testa. Sta lì sulluscio con occhi esausti.
Posso entrare? chiede piano.
Le apro. Ci sediamo in cucina, resta in silenzio fissando lacqua nel bicchiere che le porgo.
Non le chiedo di voler bene a Matteo, dice dopo un po. Solo di dargli una possibilità. Ha bisogno di qualcuno quando io non ci sarò più.
E suo padre? le chiedo.
Riccardo è debole. Lei lo sa meglio di me.
Sì, lo so. Riccardo era sempre stato affascinante, ma incapace di assumersi responsabilità. Sapeva solo chiedere.
Non posso, dico. Mi dispiace molto, ma non posso.
Chiara annuisce, si alza, va verso la porta. Sulla soglia si volta.
Lei è molto forte mormora. Lho sempre ammirata, Riccardo mi raccontava di lei Ma ora vedo che quella forza è un gelo interiore.
La porta si richiude. Rimango ferma in corridoio, incapace di muovermi.
Gelo interiore.
Quella notte non dormo. Fisso il soffitto, penso a Matteo, a Riccardo, a Chiara. Mi domando se davvero sono diventata fredda. Da ragazza ero diversa: soffice, pronta a perdonare, a sacrificarmi.
Poi Riccardo ha tradito. Se nè andato. E ho capito che sacrificarsi non serve a nulla se poi vieni tradita lo stesso.
Ma ho ragione io ora?
Vado alla finestra. Fuori la notte è nera, solo i lampioni accesi oltre i platani. In lontananza abbaia un cane.
Ho diritto a dire di no, mi ripeto le parole di Marina. Anche se è difficile. Anche se tutto il mondo mi giudica.
Non sono obbligata a pagare per gli sbagli altrui. Non devo essere leroina della tragedia di qualcun altro.
La mattina dopo chiamo Riccardo.
Vediamoci. Oggi. Sempre allo stesso bar.
Si presenta col viso pieno di speranza. Si siede davanti a me, intreccia le dita.
Giulia, lo sapevo che
Non dire niente, lo interrompo. Ascoltami bene. Non vendo lappartamento. Quel regalo era libertà, non obbligo. Non farò mai da madre a tuo figlio. Questa non è la mia storia, non è il mio dolore.
Ma
Tu hai scelto. Tu hai costruito questa nuova vita. Hai lasciato me, avuto un altro figlio. Ora devi affrontare le conseguenze da solo. Non tocca a me salvarti.
Riccardo sbianca.
Allora vuoi vedere Matteo soffrire?
Voglio che tu smetta di usarlo per manipolarmi, rispondo decisa. Avrai parenti, amici, trova aiuto altrove. Non da me.
Sei crudele, sussurra. Senza cuore.
Mi alzo, afferro la borsa.
Forse. Ma questa è la mia vita. E tu non hai più il diritto di entrarci.
Esco dal bar e cammino lungo i portici. I passi leggeri, la schiena dritta, non mi volto.
Passano due settimane. Da Riccardo nessuna telefonata, nemmeno da Lara. Marina viene ogni tanto, sediamo in cucina a bere tè, parliamo di tutto tranne che di Matteo o Chiara.
Riprendo la mia vita. Torno al lavoro, preparo la cena, leggo. Ogni tanto, la sera, guardo i bambini giocare fuori.
A volte penso a Matteo. Come sarà? A chi assomiglia? Ma i pensieri vanno e vengono, come nuvole. Non mi ci attacco.
Una mattina, un messaggio da Lara: Mamma, scusa. Avevi ragione. Ti voglio bene.
Sorrido e rispondo: Grazie, amore. Ti voglio bene anche io.
Mi siedo alla finestra con una tazza di tè e guardo la mia casa. Piccola, accogliente, piena di luce. È il mio posto. La mia vita. Il mio mondo.
Non sono stata uneroina. Non ho salvato un bambino. Non ho sacrificato me stessa.
Ma mi sono salvata. E anche questa è una vittoria.
La mia vittoria.
Silenziosa, senza applausi. Ma vera.
Sorseggio il tè e apro un libro. Fuori, il sole splende e il mondo continua a girare.
E io, finalmente, non mi sento più in colpa per aver scelto me stessa.







