Ricominciare dopo i quaranta
Durante la settimana, Chiara si svegliava sempre prima che suonasse la sveglia. Non perché dormisse abbastanza, ma perché nella testa le partiva già quel conto alla rovescia invisibile: fare in tempo ad alzarsi, andare in doccia, raccogliere i capelli in una coda, ingoiare uno yogurt di corsa, controllare lemail mentre lacqua per il tè iniziava a bollire. Lappartamento era silenzioso, solo il frigorifero ogni tanto sospirava, e in cortile qualcuno metteva in moto la macchina. Chiara viveva con il marito Marco e il figlio adolescente, Davide, che si alzava più tardi e borbottava per unora se qualcuno provava a farlo sbrigare. Marco usciva presto per andare in studio, e la mattina si parlavano più per dovere che per vero dialogo.
Sul contratto cera scritto: coordinatrice di progetti. In realtà, si trattava di gestire file Excel, email, scadenze, aspettative altrui e quel continuo obbligo di essere gentile, efficiente, sempre reperibile. Chiara era brava a non perdere la calma, a smussare gli angoli, a rispondere con cura, senza lasciar spazi a critiche. Questo le era riconosciuto. Lo stipendio arrivava sempre, regolarmente, in euro, tutto in regola, ferie fissate, assicurazione sanitaria privata che usava a malapena.
In ufficio si sentiva odore di caffè della macchinetta e polvere di carta del vecchio stampante. Chiara si sedeva alla scrivania vicino alla finestra, apriva il portatile e la giornata si scomponeva in compiti, come carte da gioco. A volte guardava le mani sulle tastiere e pensava: Da quanti anni queste dita scrivono parole di altri? Una domanda un po sciocca, ma che non se ne andava. Le venivano allora in mente i compiti delle elementari, quando disegnava volti e alberi nei margini dei quaderni, e quella volta in cui la maestra di arte aveva detto: Hai occhio, tu. Allepoca le sembrava una promessa, poi si era persa tra compiti, maturità, università, mutuo.
Sopra il mobile della cucina cera ancora quella scatola di acquerelli, acquistata dieci anni prima per provare. Stava lì da così tanto che ormai era parte del mobilio. Chiara la spolverava attorno, mai sopra, e non laveva mai aperta.
Il cambiamento non arrivò da un grande scossone, ma da una serie di piccoli eventi, che presi uno alla volta sarebbero passati inosservati.
Lunedì, per esempio, il capo reparto, un uomo asciutto e abituato a parlare a bassa voce ma da farsi ascoltare, la chiamò nel suo ufficio:
Chiara, non hai insistito abbastanza con il fornitore. Abbiamo perso due giorni. Tocca a te.
Non urlava. Parlava piano, eppure faceva più male. Chiara cercò di spiegare che aveva scritto, chiamato, che aveva tutta la conversazione salvata. Il capo annuiva, ma alla fine concluse:
Dovevi trovare una soluzione.
Appena uscita, Chiara si accorse che le tremavano le dita. Tornò alla scrivania e fissò a lungo lo schermo senza vedere nulla.
A metà settimana la chiamò Elisa, ex collega che anni prima era stata una vera amica nel lavoro, e le diede una brutta notizia. Un loro amico in comune, poco più grande di Chiara, aveva avuto un ictus.
Dice che sta meglio, ma e giù dettagli su reparti, ambulanze, quanto fosse stato improvviso.
Chiara ascoltava e annuiva distinto, sebbene nessuno potesse vederla. Dopo aver chiuso, andò in bagno, entrò in una cabina e scoppio a piangere. Non erano tanto amici, la verità, ma le sembrava così incredibilmente facile immaginarsi al suo posto, vedere quella linea del prima o poi diventare improvvisamente nulla.
Poi, venerdì sera, Marco a cena disse:
Settimana prossima ci pagano il premio in ritardo. Nulla di grave, ma sarà meglio fare attenzione alle spese.
Era tranquillo, come se parlasse del tempo. Chiara annuì, e dentro sentì una fitta. Capiva benissimo cosa voleva dire: niente cene da asporto, rimandare le scarpe nuove a Davide, scordarsi weekend al mare. E soprattutto, niente spazio agli errori: tutto doveva funzionare liscio.
Sabato, invece, si ritrovò con la sua amica Francesca in un piccolo bar vicino al tram. Francesca era psicologa alle medie, e dava sempre limpressione di sapere come respirare a pieni polmoni. Parlarono di figli, prezzi alle stelle, mal di schiena. A un certo punto Francesca la guardò più a fondo:
E tu come stai?
Chiara stava per rispondere bene, come sempre; ma le parole le si bloccarono. In quel momento capì che quel bene sarebbe stata una bugia ripetuta per anni.
Sono stanca, disse. E mi sembra di non essere dove dovrei.
Francesca non la consolò subito. Annuì, come se sentisse quello che sospettava da un po.
Hai sempre disegnato, tu. Ti ricordi la cena aziendale, quando hai scarabocchiato fazzoletti per tutto il tavolo?
Chiara fece un sorrisetto imbarazzato, quasi sorpresa dessere stata scoperta in una vecchia abitudine infantile.
Era solo per perdere tempo.
Sicura? E se non fosse solo un gioco? Francesca si avvicinò. Da quanto non fai qualcosa solo perché TI va davvero?
Chiara rimase zitta: cercò di ricordare. Niente. Solo obblighi, solo rare serate in cui si schiantava sul divano, guardava notizie sul telefono per non pensare.
Ho quarantatré anni, disse infine. Cose per passione, ormai…
Francesca scrollò le spalle:
Quarantatré è solo un numero. La domanda è: tu cosa vuoi davvero fare adesso?
A casa, Chiara faticò a prendere sonno. Marco dormiva già, Davide in camera con le cuffie, e lei guardava nel buio. Pensava che, senza cambiare niente, tra un anno sarebbe ancora così. E tra due, e tra dieci. Pensava allamico con lictus, al capo, alla scatola di acquerelli. E una domanda che prima era solo un bisbiglio, le diventò chiarissima: ho il diritto di volere altro?
Il giorno dopo, aprì finalmente quella scatola di acquerelli. Il coperchio cedette con un piccolo clic, dentro erano ancora perfettamente in ordine, un po secchi forse. Trovò carta da stampante, riempì un bicchiere dacqua e provò a stendere il colore. Veniva male, la carta si piegava, lacqua sbavava. Ma Chiara sentì un sollievo strano, come se potesse finalmente essere imperfetta.
Il lunedì allora di pranzo aprì il sito del centro culturale comunale: cera un corso di Disegno e pittura per adulti, due sere a settimana, tre mesi, prezzo abbordabile in euro, bastava rinunciare a qualche acquisto extra. Guardò Iscriviti per un tempo infinito. Alla fine mise i dati, pagò, ricevette la conferma. Si ritrovò le mani sudate.
Dirlo a Marco fu molto più difficile.
Mi sono iscritta a un corso, buttò lì a cena. Davide armeggiava col cellulare, Marco silenzioso.
Che corso? Marco alzò gli occhi.
Disegno e pittura. Per adulti.
Marco si bloccò col forchettone a mezzaria.
Perché?
Chiara aveva preparato mille risposte: per me, per rilassarmi, è tanto che lo desidero. Ma nel suo perché? cera qualcosa che la fece sentire come una ragazzina che chiede il permesso.
Perché ne ho voglia, disse, stupendosi lei stessa della sincerità.
Marco posò la forchetta.
Ma ora non è il momento per degli hobby. Cè il mutuo, Davide dovrà andare alluniversità tra poco. Hai pure un buon lavoro. Perché rischiare?
Davide alzò la testa:
Mamma, ma ora diventi pittrice?
Non sembrava ironico, più curioso. Chiara sentì calore al petto, poi tornò un po di gelo.
Non lo so, ammise. Voglio solo provare.
Marco sospirò:
Prova pure. Ma basta che non si perda lequilibrio.
Le parole senza danni rimasero lì, come la clausola di un contratto.
Ai primi incontri sembrava di essere tornata a scuola, senza però il voto sul registro. Nellaula si sentiva odore di tempera e carta bagnata. Sui banchi lunghi sedevano persone di tutte le età: una ragazza in maglione sgargiante, un signore sulla cinquantina con la barba curata, una donna con il taglio corto da medico. Linsegnante, vivace e attenta, spiegava come impugnare la matita, vedere le forme, non farsi spaventare dal foglio.
Chiara aveva paura. Stringeva la matita troppo forte e le faceva male la mano. Le sembrava che gli altri sapessero disegnare molto meglio. Quando linsegnante si avvicinava, lei si raddrizzava, come se dovessero interrogarla. Ma, piano piano, col passare delle settimane, scoprì che la paura si faceva più piccola mano a mano che si concentrava sulla linea, sullombra, su come la mela del loro esercizio proiettava una striscia di luce.
A casa riusciva a ritagliarsi del tempo, mezzora dopo cena, mentre Marco guardava il telegiornale e Davide faceva i compiti. Sul tavolo, carta, bicchiere e pennelli. Ogni tanto Marco passava e la guardava, senza dire niente. Altre volte chiedeva:
Come va lì?
In quel come va cerano sia interesse che vena di dubbio.
A lavoro Chiara aveva iniziato a pranzare fuori, non più davanti al pc. Si accorgeva che osservava le persone: le spalle, la luce sulle facce, e nella mente cercava di tradurle in segni. Era una sensazione strana e bella. E con questa novità cresceva anche una certa colpa: come se rubasse tempo alla famiglia, al lavoro.
Dopo un mese il capo annunciò che sarebbe partito un nuovo progetto, con più straordinari. Alla riunione Chiara ascoltava la lista dei compiti, e intanto pensava: Martedì e giovedì ho il corso. Alzò la mano:
Io martedì e giovedì ho impegni non spostabili, disse, cauta. Posso fermarmi fino a tardi negli altri giorni.
Il capo la guardò come se avesse detto qualcosa di fuori luogo.
Che impegni? chiese.
Chiara arrossì.
Un corso.
Un corso di aggiornamento? domandò ancora lui.
No… di pittura.
Nellaula qualcuno trattenne una risata. Non guardò chi. Il capo tacque, poi sentenziò:
Chiara, abbiamo bisogno di tutti. Non iniziamo con i capricci personali.
Capricci le fece più male di quanto avesse immaginato. Chiara annuì, anche se dentro si stringeva. Dopo la riunione, Alberto, il collega più giovane, le fece locchiolino:
Pittrice, eh? Basta che non ti scordi i report!
Chiara sorrise come sapeva fare e sentì calore alle orecchie.
Quella sera, comunque, andò al corso. In metropolitana pensava: magari ha ragione il capo. Magari è solo un capriccio. Forse dovrei crescere e smettere di sognare. Ma appena mise piede nellaula e vide il soggetto una tazza bianca su un panno grigio le passò tutto. Lì, nessuno le chiedeva di essere utile. Chiedevano solo di guardare.
A metà percorso linsegnante propose a tutti di mettere i lavori in mostra nella biblioteca del quartiere. Niente di ufficiale, solo un paio di pannelli con i nomi, invito per amici e parenti. Chiara volle rifiutare, mostrarli agli altri le sembrava peggio che lavorare fino a tardi.
Non guardare la mostra come un esame, disse linsegnante. È solo unoccasione di vedere cosa hai fatto.
Chiara fu daccordo. Scelse tre lavori: una natura morta a matita, un paesaggio cittadino ad acquerello, e il ritratto di Davide, copiato di nascosto da una foto. Non era venuto perfetto, ma gli occhi avevano una scintilla.
In quel periodo successe quello che temeva. A Marco ridussero lo stipendio. Tornò a casa, teso.
Dobbiamo rivedere il budget. Il mutuo resta quello.
Chiara annuì, già pronta a cancellare tutto il possibile dalla lista delle spese.
E aggiunse Marco, magari metti in pausa questi corsi? Riprenderai.
Sentì salire una sorta di opposizione, non rabbia, qualcosa di più testardo e fermo.
Ho già pagato tutto, disse. E manca meno di un mese.
Non lo dico per i soldi, spiegò Marco. È che ora torni tardi, sei stanca. Davide sta spesso da solo. Anchio.
Chiara avrebbe voluto dirgli che Davide, ormai, sta da solo da sempre, che pure Marco lo fa, e che era comunque sempre stanca. Ma non le venne. Colse infine il senso: Marco non era il nemico. Era solo spaventato. Temendo che il loro sistema fragile potesse saltare.
Potrei chiedere il part-time, o lavorare qualche giorno da casa, disse, senza averlo davvero pianificato.
Marco alzò le sopracciglia:
Dici sul serio?
Neanche Chiara sapeva se lo fosse, ma detto ad alta voce era già realtà.
Non voglio andare avanti così, bisbigliò. Non voglio solo sopravvivere.
Marco non rispose subito. Poi disse:
Non capisco. Ma non voglio che tu abbia rimpianti.
Chiara si rese conto che i rimpianti cerano, ma non per il corso.
La vera crisi avvenne durante una lezione sul disegno di una testa di gesso. Ci mise tutto limpegno, due ore di misurazioni, cancellature, linee. Alla fine era quasi soddisfatta. Linsegnante osservò:
Sei molto accurata, Chiara. Però continui a temere lerrore. Così resti sul contorno, ma non cè profondità.
Sentì la gola chiudersi.
Io ce la metto tutta, disse sottovoce.
Lo vedo, annuì linsegnante. Ma non basta lo sforzo, bisogna permettersi di sbagliare. Altrimenti sarà solo corretto, ma senza vita.
Parole precise, non dure. E Chiara ci vide non solo il disegno, ma se stessa, la tendenza a essere sempre a posto. Sentì montare la voglia di mollare tutto, tornare in quel sicuro mondo del ben fatto e apprezzata.
Quella sera, appena entrata, lasciò la borsa in corridoio e non andò subito in cucina. In bagno, guardò la donna dagli occhi stanchi e polvere di grafite sulle dita. Si disse: Che sciocca, pensavo di poter ricominciare e guarda cosa ne esce. Avrebbe voluto scrivere allinsegnante che non sarebbe più andata, mollare la mostra, nascondere i lavori e rimettere la scatola di acquerelli al suo posto.
Uscì, trovò Davide sui compiti in cucina, Marco immerso nel cellulare. Mise su il bollitore, sulle mani il tremolio.
Mamma, disse Davide senza staccare lo sguardo, vieni domani alla mia partita? Giochiamo contro la C.
Chiara sbatté le palpebre.
Certo che vengo.
Però non fare tardi, aggiunse lui.
Marco la guardò:
Come va? le chiese, con voce meno dura del solito.
Chiara stava per dire bene, ma non ci riuscì.
Male, confessò. Oggi mi hanno detto che faccio tutto senza vita.
Marco si sorprese:
Chi?
Linsegnante. Ma parlava di me, non solo dei miei disegni.
Marco lasciò il telefono.
Guarda, disse, con un tono molto più tenero del solito, magari non capisco questa tua passione, ma vedo che ti illumini quando ne parli, e che ci soffri quando ti criticano. È normale. Tutti i lavori sono così.
Chiara sentì sciogliersi qualcosa dentro. Non tanto perché finalmente la sosteneva, quanto perché la guardava come persona.
Ho paura che sia solo un gioco, ammise. Che sia tutto inutile.
E cosa è davvero importante? Marco alzò le spalle. Lottare e basta? Non lasci il posto domani.
Chiara capì dimprovviso che la scelta non era fra mollo tutto e resto per sempre, ma tra continuare a nascondersi o ricavarsi almeno un piccolo angolo per essere viva.
Il giorno dopo andò alla partita di Davide, poi lavorò e infine al corso. Arrivò presto, sistemò la carta, prese una pagina nuova e decise: stavolta non importa se esce male. Disegnò sbagliando, senza cercare la perfezione. A un certo punto dalla carta iniziò a venir fuori il volume.
La settimana seguente, andò alle risorse umane a chiedere se fosse possibile passare al part-time o allo smart working. Limpiegata spiegò che serviva laccordo con il capo e che lo stipendio sarebbe stato proporzionato. Chiara uscì stringendo il foglio con le condizioni, con un nodo forte allo stomaco. Meno soldi, meno sicurezza. Ma anche meno senso di vivere in apnea.
Ci pensò molto, poi colse un attimo buono col capo.
Vorrei rivedere lorario, spiegò. Anche due giorni da casa o mezza giornata.
Il capo la guardò stanco.
Proprio ora, Chiara?
Lo so, ammise. Ma sono in esaurimento.
Esaurimento era quasi una confessione di debolezza. Temeva una risposta dura, invece il capo sospirò:
Proviamo lo smart working due volte a settimana per tre mesi. Se va bene continuiamo, se no si torna come prima.
Chiara annuì. Le tremavano le gambe alluscita. Non era vittoria, ma era reale.
Il giorno della mostra arrivò prima per aiutare a metter su i lavori. Nellatrio si sentiva odore di libri e cera per i mobili. Sui pannelli disegni di ogni tipo: nature morte, schizzi veloci, ritratti timidi. Chiara attaccò col nastro i suoi tre lavori, con vicino i fogliettini col nome. Le palme sudate, di nuovo.
Arrivarono Marco e Davide. Marco guardò i pannelli, si fermò davanti al ritratto.
Sono io? chiese Davide, stupito.
Tu, rispose Chiara.
Davide guardò meglio:
È strano, disse. Mi somiglia, ma sono… più serio qua.
Chiara stava per scusarsi: Non so fare bene le espressioni. Ma disse solo:
A volte sei proprio così.
Davide fece un mezzo sorriso.
Forte, mamma.
Marco la fissava senza parlare. Infine disse, piano:
Non pensavo fosse così vero.
Chiara guardava i suoi schizzi e vedeva non più soltanto errori. Vedeva il tempo che aveva strappato al quotidiano, i tentativi di uscire dallinvisibilità. Paure ancora presenti, ma non più padrone.
Quando i visitatori se ne andarono, Chiara tolse i lavori e li mise in una cartellina. Linsegnante la raggiunse:
Oggi ti ho visto più serena.
Chiara annuì:
Ho capito che non devo diventare subito brava. Devo solo provarci.
Linsegnante sorrise:
Questa, Chiara, è la vera crescita.
Quella notte, a casa, Chiara mise la cartellina vicino ai libri di Davide, non nascosta. Sul tavolo, ancora, il foglio delle risorse umane e il budget che aveva rivisto con Marco. Si versò da bere, si sedette alla finestra e guardò il cortile: piano piano, le luci degli appartamenti si spegnevano. Lindomani sarebbe stato di nuovo lavoro, scadenze, email. Poi il corso, il foglio bianco. Sapeva di avere paura. Ma ormai quella paura non era più un motivo per fermarsi.
Tirò fuori dalla cartellina il disegno della testa di gesso, quello che non aveva forma. Dietro scrisse, in stampatello: Permettiti di sbagliare. Poi rimise il foglio e chiuse la cartellina, come si chiude la porta di una stanza dove sai che puoi tornare.




