Mi tornano in mente i giorni di quellantica storia, quella che adesso sembra quasi una vita fa, a ripensarci tra nostalgia e un po damaro in bocca.
Lorenza, scusami davvero Sei una santa, una di quelle rare persone che non si trovano più.
Sì, certo. Ma non è una santa che sposerai, vero? Prendi invece Ottavia, quella che ti ha tradito e calpestato la tua fiducia. Perché? domandai a fatica, stringendo nella voce la delusione.
Riccardo si schiarì la gola, facendo scivolare gli occhi altrove, quasi a cercare scampo tra le pieghe della tovaglia. Pur guardandomi, evitava i miei occhi. Ex fidanzata, sì o forse mai davvero amata?
Vedi, Lorè Per me sei come una sorella, la mia migliore amica. E con Ottavia, tutto si è fatto confuso. Credevo di odiarla, credevo di non poter perdonare, invece non riesco a dimenticarla. Mi dispiace
Non mi mossi quasi. Stavo dritta di fronte a Riccardo, ma sotto il tavolo tormentavo il tessuto con le dita gelate dallagitazione.
Interessante, sussurrai. E quando mi dicevi che senza di me non sapevi immaginare il futuro? Era amicizia anche quella? E quei ti amo sussurrati la sera, erano solo affetto fraterno?
Lorè Era un periodo diverso. Non avevo nessuno se non te, lo sai. E tu eri così forte, così solida balbettò Riccardo. E Ottavia invece è fragile, lei non ha resistito
Alzai le sopracciglia. Come poteva la mia forza, la mia voglia di restare accanto a lui, diventare improvvisamente un difetto? Alla fine la parte della donna amata era andata a chi aveva mollato tutto alla prima tempesta.
Eppure la vita andava avanti, anche se il dolore bruciava.
Ho capito, Riccardo. Allora fai le valigie e vai, che altro posso dire, mi alzai e andai verso il corridoio.
Lorè, aspetta! Non sei arrabbiata con me, vero?
Ero proprio al limite. Un paio di parole ancora, e sarei scoppiata: lacrime, urla, tutto insieme.
Non sono arrabbiata. La storia è finita. Ti ho aiutato a spiccare il volo e te ne sei andato. Ecco tutto.
Alzai la mano, mi chiusi in soggiorno. Non avevo voglia di litigi sterili. Nemmeno di accanirmi su colpe che, in fondo, erano anche un po mie. In fondo, ci ero entrata volentieri in quel pantano.
Tutto era cominciato per caso. Tornai a trovare la mamma, e trovai lì la sua vecchia amica, la signora Tamara Bianchi, che si illuminò vedendomi.
Ma Lorenza, sei cresciuta così tanto! Ti ricordo che correvi ancora in giro con le ginocchia sbucciate Sei diventata una donna bellissima, sorrise Tamara. Allora, che mi racconti? Quando dai una nipotina alla tua mamma?
Mi sentii un attimo a disagio. Un po era il solito copione, tra le amiche di mamma che domandavano della mia vita privata. Ormai ci avevo fatto il callo: era solo un modo tutto italiano di tentare una conversazione.
Sto bene così, non sono di fretta, risposi.
Ma almeno qualcuno lavrai, no?
Davvero, non cerco nessuno.
Ma dovresti conoscere Riccardo, mio figlio! È distrutto, poverino Gli hanno fatto un brutto torto. La moglie lo ha tradito. Finché tutto filava, lei era lì, poi basta, sospirò Tamara. Queste storie di oggi: al primo problema, tutti che si defilano Adesso lui affoga il dolore nel vino. Non so più che fare, Lorenza. Sparirà
Spesso avevano cercato di accasarmi, ma questa storia mi colpì. Forse perché anchio avevo vissuto un tradimento, anchio mi sentivo ancora un po ferita.
Ci pensai tutta la notte. Il giorno dopo, chiesi il numero di Tamara a mamma.
Lorè, pensaci bene, lascia perdere, tentò di mettere in guardia la mamma, preoccupata. Meglio che tu pensi a te stessa per un po.
Ma io ormai avevo deciso.
Mamma, ognuno dovrebbe aiutare chi ha bisogno. Non tutti hanno una mamma forte come te. E non tutti sanno rialzarsi. Per me non è fatica, e magari per lui è la vita.
Alla fine si arrese e mi diede il numero. Tanto, mi sarei arrangiata comunque.
Due giorni dopo, arrivai a casa di Riccardo con una borsa piena di spesa: frutta, carne e verdura, niente vino. Aprì subito. Fu investita dallodore dalcol e colonia forte.
Un servizio di soccorso per cuori solitari? fece Riccardo, stortando la bocca. Lorenza, giusto?
Sì. Sua madre mi ha raccontato un po. Ho pensato che potrei aiutare, anche perché so cosa si prova, ci sono appena passata anchio.
Mezzora dopo mettevo su la cena, raccontando la mia storia e ascoltando la sua. Dopo due ore già spolveravo casa, buttavo la spazzatura e pulivo i pavimenti. Riccardo mi guardava con diffidenza, poi si mise ad aiutare.
Da quel momento la mia vita cambiò. Finito il lavoro, correvo a casa di Riccardo: pulivo e cucinavo. Le sere passavano tra vecchie serie in TV, partite a scacchi o a carte. Lo convinsi persino ad andare dallo psicologo e rifarmi il guardaroba. Insomma, mi presi cura di lui.
Riccardo non si ribellava, anzi, sembrava gradire.
Un giorno, però, fece fiasco: uscì di nuovo con gli amici e tornò ubriaco. Mi prese male. Avevo dato tutto per aiutarlo, e lui ricadeva sempre nei vecchi vizi. Smisi di andare, sperando che riflettesse.
Quando mi cercò, dopo tre giorni, ero ancora amareggiata.
Lorè, non arrabbiarti. Mi sentivo solo, sono passato una sera con gli amici e ho ceduto
Potevi chiamare me, no? Venivi da me, era più semplice.
Non volevo disturbarti. Davvero potevo?
Certo che sì!
Riccardo venne una volta, poi unaltra, e alla fine si trasferì da me. Nessuna obiezione. Sembrava quasi una famiglia, unillusione calda. Ci siamo avvicinati per consolarci e darci un po di normalità.
Prese pure un lavoro, grazie a una dritta che diedi a un amico, titolare di una piccola ditta di infissi. Riccardo si buttò con voglia, e con la prima busta paga mi portò in regalo un profumo.
È per te. Volevo solo dirti grazie. Sei il mio angelo custode, Lorenza, non so cosa avrei fatto senza di te
Forse allora era davvero innamorato. O forse solo grato. Io però ci credetti, intenerita da quello sguardo, e mi illusi. Che con lamore e la costanza si potesse cambiare un uomo. Che ci fosse qualcosa di vero tra noi.
Mi sbagliavo
Quando lavventura finì e Riccardo se ne andò, decisi di andare da mamma. Avevo bisogno di condividere quella tristezza.
Figlia mia quanti te ne avevo dette, sospirò abbracciandomi la mamma.
Ma dopo unora, tra una tazza di tè e un po di parole, ricominciai a sorridere. Mamma allora si rilassò.
Dai, non ti abbattere. Di uomini da rimettere in piedi ce ne sono ancora tanti in Italia, scherzò, ognuna aspetta il suo principe sul cavallo bianco. Chissà quanti bisogna rivestire e lavare ancora
No, mamma, grazie, risi. Da oggi smetto di salvare principi da loro stesse, meglio pensare ai cani sfortunati. Loro almeno non si scelgono la vita che fanno.
E così feci.
Passarono sei mesi e mi dedicai agli amici più cari. Qualcosa, però, cambiò di nuovo.
Un giorno mi stavo preparando per portare fuori Oliva, la cagnolina fulva adottata dal canile un mese prima. Non chiedeva niente se non passeggiate, carezze, e rispondeva con un amore senza riserve.
Squillò il telefono. Riccardo. Esitai, poi risposi per curiosità.
Lorè ciao, la voce rotta. Possiamo parlare un po, come ai vecchi tempi? Dicevi che ci sarei sempre potuto contare su di te
Capito. Appena qualcosa va storto, chiamano me, pensai tra me.
No, Riccardo. Ormai sta a te imparare a nuotare. In bocca al lupo.
Prima avrei ascoltato, magari mi sarei impietosita. Stavolta chiusi il discorso. Era un capitolo chiuso, e guardare indietro non serviva a nulla. Oliva già scalpitava davanti alla porta, il guinzaglio stretto tra i denti.
Più tardi seppi da mamma che Riccardo aveva ricominciato a bere: lavoro finito, Ottavia lo aveva lasciato per la seconda volta. Ora viveva sulle spalle della madre.
Povera Tamara, commentai solo.
Quella sera bloccai il suo numero, per non cadere di nuovo nella trappola delleroina salvatutti. E dopo qualche tempo incontrai qualcun altro, un collega senza bagagli pesanti. Solo allora capii una verità genuina: aiutare fa stare bene, ma bisogna saper distinguere chi vuole essere salvato e chi invece vuole solo trascinarti a fondo.







