“Marta, guarda qui! Di nuovo pelo! Hai visto questa giacca?” La voce di Riccardo rimbombava nella cucina dalle pareti color crema, acuta e carica di una stanchezza che si era fatta più pesante col passare dei mesi. “Lho ritirata solo ieri dalla lavanderia e già sembra che abbia passato la notte in una colonia felina. Io così non ce la faccio più!”
Marta, con le mani infarinate, posò la spatola sul fornello spento, soffocando un sospiro che le pesava sul petto. Si girò verso il marito, che stava fermo nellingresso, tenendo la sua giacca blu come il cielo dinverno con due dita, lontana dal corpo, dove già risaltavano peli bianchi. “Riccardo, cè bisogno di gridare?” rispose calma, pulendosi le mani sul grembiule. “Quante volte ti ho detto di non lasciare le giacche sulla sedia del salotto? Ai nostri gatti piace dormire lì! Appena la rimetti in armadio, il problema sparisce. Vieni, la pulisco io.”
Senza rispondere, Riccardo lasciò che Marta passasse il rullo adesivo sul tessuto, eliminando ogni traccia di pelo. Il vestito tornò perfetto, ma il viso teso del marito non sembrava disposto a sciogliersi. Si scostò da lei, schifato, sistemando nervosamente la giacca.
“Non è questione di armadio, Marta! Questa casa è invivibile per colpa di quelle bestie. Divano, tappeto, persino il letto Torno per rilassarmi e invece devo schivare ciotole e tiragraffi come in uno slalom. Siamo in uno zoo, non in una casa!”
Marta tacque, sentendo la solita stretta al cuore mentre le parole di lui rimbombavano in quella che era stata la casa della nonna, un luminoso appartamento in un palazzo depoca a Milano ereditato anni prima che Riccardo comparisse nella sua vita. Riccardo era arrivato cinque anni prima con una valigia e un portatile, ai tempi abbagliato dalla compagnia del maestoso Gatto Silvestro e della timida tricolore Luna. Si era commosso, accarezzava Silvestro tra le orecchie, diceva che i gatti rendevano la casa più accogliente.
Ma il miele degli inizi finì, la convivenza e le manie di ordine chirurgico di Riccardo esplosero. Odiava tutto ciò che non poteva controllare e non sopportava di non essere al centro di ogni attenzione.
“Marta, sono solo due gatti,” ricordò la donna mentre versava il caffè nella sua tazza preferita. “Vivono qui da prima di te, sono parte della famiglia.”
“Famiglia! Ma che dici?” sbottò lui sedendosi, “Sono animali inutili, mangiano e dormono e basta. Hai visto quanto costa il loro cibo? Ho dato unocchiata allo scontrino che hai lasciato: centotrenta euro! Per le crocchette! E poi mi dici che dobbiamo risparmiare sulle vacanze”
“Quel mangime è speciale, Silvestro ha problemi ai reni, lo sai,” spiegò Marta, posando la tazza davanti a lui. “E lo pago con il mio stipendio. I tuoi soldi non li tocco.”
“Abbiamo un solo bilancio!” sbottò lui, il pugno che fece tremare la tazzina. “Se spendi per loro togli soldi per noi! È logica, capisci?! Se compro io la carne, sta a me spendere, semplice matematica!”
Marta guardava Riccardo, senza riconoscerlo. Dovera finito quelluomo elegante, quello dei fiori e delle poesie? Ora davanti a lei cera solo un piccolo uomo, a cui lufficio stava andando a rotoli ma che sfogava la sua frustrazione su di lei e su due innocenti gatti.
In quel momento Silvestro entrò in cucina, maestoso e sornione, strofinandosi affettuoso sulle gambe della padrona. “Vattene!” urlò Riccardo, scalciando. Il gatto schizzò via, scivolò e nel tentativo di non cadere impigliò le unghie nei pantaloni di Riccardo, strappando il tessuto con un suono secco.
Il silenzio cadde per un istante, pesante, mentre Riccardo fissava il buco sui suoi pantaloni nuovi. Laria si fece livida.
“Basta, Marta basta! È la goccia che ha fatto traboccare il vaso.” Si alzò scuotendo la sedia, il viso violaceo per la rabbia. “Ho sopportato cinque anni! Pelo nel piatto, puzza dal bagno e queste corse notturne! Ma farmi rovinare i vestiti, no! Ora basta. O me o loro. Hai tempo fino a stasera per liberarti di questi parassiti. Portali da tua madre, dai un annuncio, non mi interessa… Ma io con loro non vivo più. Sono un uomo, pretendo rispetto!”
Parole di ghiaccio. Marta strinse le mani al petto. Silvestro si rintanò sotto il divano. Luna, addormentata sul davanzale, drizzò le orecchie. “Davvero vuoi costringermi a scegliere?” chiese Marta piano. “Tutto per dei pantaloni?”
“Non è solo per i pantaloni! È il tuo modo di anteporre quei gatti a me! Dimostrami il contrario. Stasera si vedrà.”
Con uno strattone prese la borsa, lasciando la caffettiera intatta, e uscì sbattendo la porta. Il calendario cadde dal muro per la scossa.
Marta raccolse il calendario e restò in piedi, impietrita mezzo alla cucina. Scoppiò a piangere, ma non era un dolore netto, piuttosto una smisurata stanchezza. Come aveva potuto chiederle così tanto? Tradire chi ti ama e dipende da te? Silvestro era anziano, aveva bisogno di cure. Luna non avrebbe resistito nemmeno un giorno fuori, tremava già se sentiva un tuono.
Quando Silvestro si sentì sicuro, uscì e si arrampicò sulle ginocchia di Marta, accarezzandole la guancia con la sua testolina, ronfando forte. Lei affondò il viso nel pelo morbido: “Io non vi lascio, tranquillo. Non esiste…”
Il resto della giornata galleggiò confusa. Avvisò in ufficio che stava male e si prese un giorno di permesso. Vagava per casa cercando di ragionare: ripensava a quando Riccardo aveva dato un calcio a Luna, mentendo di non averla vista. Ricordava il divieto di far dormire i gatti in camera, le notti in cui i mici grattavano la porta senza capire perché venissero tenuti lontani.
Poi la lucidità tagliente della verità. Lultimatum di Riccardo era soltanto la punta dellicebergchi ti chiede di scegliere tra laffetto e un animale indifeso, non sa cosa sia lamore. Oggi erano i gatti. Domani sarebbe stata sua madre, dopodomani lei stessa “di troppo” se si fosse ammalata.
Alle quattro Marta guardò lorologio. Mancavano ore al ritorno di Riccardo. Prese il grande trolley con cui erano stati a Ischia due anni prima e iniziò a impacchettare, in un silenzio chirurgico. Vestiti, camicie, pantaloni piegati con cura, le cose del bagno, le scarpe. Tutto sistemato, senza una lacrima, con una freddezza nuova.
Tremava per qualche istante: e se avesse sbagliato? E se fosse soltanto una crisi di coppia? Ma ricordò gli occhi di Riccardo quella mattina. Nessun compromesso era possibile davanti allegoismo.
Un campanello improvviso. Marta trasalì. Ma era la vicina, la signora Teresa, sempre pronta con una parola o una torta ancora calda.
“Tesoro, hai visto che frastuono stamattina? Tutto bene? Pareva un terremoto…” “Nulla di grave, Teresa. Stiamo sistemando alcune cose. Se passo dopo per un tè, mi fa piacere.” La signora sorrise e se ne andò, rincuorata.
Alle sei la casa sembrava vuota, ma stranamente più grande. Due valigie e una borsa in corridoio, il bagno svuotato dagli oggetti di lui. Marta preparò un tè alla menta, versò una generosa ciotola di croccantini, sedette in salotto con i gatti ai piedi ad aspettare.
Alle 19:15 il chiavistello scattò. Marta attese in silenzio. Riccardo entrò col fiatone. “Allora? Hai fatto la scelta giusta, cara? Via quei sacchi di pelo, spero??” Si precipitò in salotto, e si bloccò davanti alla scena: Marta calma sulla poltrona, Silvestro sdraiato ai piedi, Luna accoccolata sul bracciolo.
“Non capisco… Ho parlato chiaro! O io o loro. Allora? Dove sono i gatti?”
“Sono a casa loro,” disse Marta fissandolo negli occhi. “Il tuo bagaglio è nellingresso.”
Sguardo sconcertato, Riccardo uscì, inciampando nella valigia. Tornò furente, al limite dellisteria. “Hai messo via le mie cose?! Mi butti fuori?! Per due gatti?”
“Riccardo, non è per due gatti. È perché non si danno ultimatum a chi si ama. Chi minaccia lo fa solo per esercitare potere, non per amore. E io con questo non voglio più vivere.”
“Sei fuori di testa! Una donna della tua età, con quei felini appresso! Senza di me sei finita, lo capisci? Ti ho mantenuta, ti ho sopportata! Vedrai che dopo una settimana tornerai in ginocchio! Da sola morirai!”
“La casa è mia, lavoro e stipendio non mi mancano,” replicò lei enumerando calma. “Non devo più pulire e servire un adulto capriccioso. Anzi, forse tornerà il piacere di stare qui. Fidati, non mi perderò affatto. Anzi, finalmente respiro.”
“Ma vattene a quel paese!” gridò, agitando le mani. Ma Silvestro si mise tra loro, pelo dritto e sguardo deciso. Riccardo, stupito, fece un passo indietro.
“Vattene e non tornare più,” aggiunse Marta fredda. “Il computer è nella borsa, i documenti nella cartella. Ho messo anche la tua tazzina preferita.”
Lui borbottò ancora un po dal corridoio, aspettando forse che lei cedesse, ma nulla. Marta restò immobile. Alla fine la porta sbatté forte, e poco dopo si sentì il rumore delle ruote del trolley che scendevano le vecchie scale.
Marta restò lì, in pace. Nessun dolore, nessun rimorso, solo un sollievo pieno e denso. Silvestro si avvicinò strofinandosi alle sue gambe, Luna saltò sulle sue ginocchia.
“Allora, piccoli miei, abbiamo scacciato il cattivo?” rise piano, accarezzando entrambi.
Il telefono squillò. Sul display: “Amore”. Con un sorriso amaro, cambiò il nome in “Riccardo Ex”, poi cancellò il numero.
Stappò il vino avanzato da Natale, preparò un crostone col gorgonzola e si godette il silenzio della casa. Sapeva che domani magari Riccardo avrebbe tentato ricatti, richieste, avrebbe preteso oggetti che non gli spettavano. Ma era un problema per il giorno dopo.
Quella sera, finalmente, la casa era davvero la sua casa. Dove si poteva appoggiare una giacca dove si voleva, dove nessuno avrebbe mai più scacciato un gatto per amore del proprio ego.
Un altro campanello. Un tocco breve, gentile. Marta aprì: la signora Teresa, con una teglia fumante di erbazzone.
“Tesoro, sentivo rumore. Lui parte?””No, signora Teresa, se ne è andato. In modo definitivo. Non sono mai stata meglio. Vuole unirsi a noi per un tè?”
Passarono la sera a chiacchierare, i gatti a farle le fusa. E Marta, dopo anni, si sentì pienamente, autenticamente felice. Capì una verità semplice: solitudine non è stare sola con i propri gatti. Solitudine è stare con qualcuno che ogni giorno ti chiede di rinnegare te stessa per compiacerlo.
E Silvestro e Luna, il giorno dopo, li portò alla toelettatura. Meritavano di essere belli, loro che le avevano aiutato a ripulire la vita da ciò che davvero era spazzatura.
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