Tania

Tania

Non voglio! Vi prego! Non portatemelo! Perché mi fate questo?

La ragazza minuta, colle occhi a mandorla e il volto delicato di una statuina di porcellana, era in preda a una crisi, respingendo linfermiera che le porgeva il neonato.

Mi voltai e presi meglio la mia bambina in braccio, sventolando una mano allinfermiera:

Vieni pure, dammelo tu! Lo allatto io.

Non si dovrebbe fare

Non lo dirò a nessuno. Che senso ha dargli il latte artificiale a questa creatura, se ho ancora latte? Lascia che si goda la mamma. Poi si vedrà.

Tatiana, bella donna robusta, con la voce profonda e decisa che risuonava in tutta la stanza dospedale, sapeva come convincere chiunque. Non per niente mi avevano messo a capo del cantiere: sapevano che con me il lavoro filava liscio e la gente mi ascoltava. Sono fatta così: onesta, retta. Quando serve dico una parola giusta, se serve spiego anche con espressioni forti senza timore dei convenevoli.

Se uno non capisce litaliano, bisogna spiegarglielo nella lingua che capisce! scoppiavo a ridere, e chi era coinvolto cercava subito di sparire, intuendo che conveniva non aspettare altro.

A trentanni ormai Tatiana non era più la Tati di un tempo: ero diventata Tatiana Ferrari, e nessuno si sognava di chiamarmi per soprannome. Le ragazzine arrivate nella mia squadra non pensavano nemmeno di darmi troppa confidenza. Lavorando però con Tatiana la Terribile, come mi soprannominavano sul cantiere, capivano che di persone migliori se ne trovano poche: se serve aiuto, ci sono. Una parola buona per tutte, un consiglio, anche qualche euro in prestito se necessario. E dopo un po, invece di chiamarmi la Terribile, dun tratto scappava via un mammina Tatiana ha detto

Io ero una di quelle donne di cui si dice: senza età. Guardandomi, non si capiva mai quanti anni potrei avere: qualcuno me ne dava venti, qualcuno quaranta. Dipendeva dalla giornata. Ho un viso importante, da signora: naso dritto come una dea greca. I capelli tanti che ci si potrebbero fare tre parrucche almeno ora che non sono più di moda! Il mio corpo è quello di una nave solida: forte, alta, senza nulla fuori posto e lucidata a specchio.

Ci tenevo sempre molto alla mia presenza. Che importa se è solo tuta da lavoro? Chi dice che deve essere per forza sporca e trascurata? Le giovani si stupivano a vedermi piegare ogni sera la mia tuta in borsa per lavarla.

Donna Tatiana, ma come fate a far tutto? Io crollo appena arrivo a casa, figuriamoci lavare!

Se non usi il cervello, ti tocca lavare tutti i giorni. Io ho tre cambi di tuta: anche se sono stanca, uno lo trovo sempre pulito. Ma andare al lavoro in ordine per me è fondamentale. Se qualcosa non va, sto male, divento nervosa. E a voi, serve vivere così? ridevo, vedendo le facce delle ragazze allungarsi.

Di me e la mia vita non raccontavo mai troppo. Certo, tutto era sotto gli occhi di tutti. Il mio primo marito, Riccardo, era stato sulla bocca di tutto il cantiere per un anno intero: era caduto dal terzo piano perché non aveva rispettato le regole di sicurezza, e solo grazie a me si era salvato. Me lo sono curata io giorno e notte, nonostante i medici non dessero una lira di speranza. Nessuno poteva credere che si sarebbe rialzato dopo tutte quelle fratture, ma io, testarda, non ascoltavo nessuno: facevo tutto, importunando ogni medico pur di ottenere un parere. E alla fine ce l’ho fatta! Riccardo si rimise in piedi, corse (in tutti i sensi), anche se lo fece per andare dietro a un nuovo amore

A casa piangevo così tanto che anche la vecchia cagnetta del vicino si intristiva con me, ma al lavoro tenevo sempre la testa alta e gli occhi asciutti. Non c’era tempo da perdere in lamenti: sul cantiere bisogna essere lucidi, o rischi la pelle tua e degli altri. E allora chi dorme più tranquillo? Lascia pure che se ne vada, se non ha capito cosa aveva accanto.

Le ragazze mormoravano tra loro, ma nessuna osava compatirmi in faccia. E avevano ragione! Non ho mai tollerato la pietà. Papà mi aveva insegnato a non frignare mai. Cresciuta da sola con lui, senza aiuti. Le vicine di casa, vedendolo crescere una bimba, dicevano:

Carlo, ma guarda che è una femmina!

Ma lui mi educava come pensava fosse meglio. Il suo metodo era semplice:

Non fare torti e non subire torti. Se qualcuno ti ferisce, fallo capire, ma senza scenate. Non lasciare agli altri il compito di indovinare cosa provi: se serve chiarisci, parla con calma. Se non vuoi parlare, allora non pretendere attenzione. Tratta gli altri come vorresti essere trattata tu. Se non ti piace certe parole, non dirle agli altri.

Giusto!

Mangiavo la mia minestra col latte che ormai papà sapeva cucinare da vero maestro, e ascoltavo attentissima.

Se sai che farà soffrire, evita. Altrimenti perdi un amico e tu stessa starai male. Il rancore non fa bene a nessuno, anche se a volte sembra meritato.

Lui era il mio punto fermo. Non rideva spesso, non era tenero, ma sapevo di essere la sua vita. Gli altri uomini, anche chi aveva più figli, se ne sorprendevano.

Carlo, e se non fosse tua? Nadia ne aveva girati di uomini

Quelle parole bastarono due volte per creare guai grossi: papà menava le mani e finiva nei pasticci. Il direttore della fabbrica ogni volta cercava di aiutarlo e poi brontolava così tanto che io, a sei anni, mi rifugiavo in cortile stringendo forte la porta di casa. Di mamma non ho ricordi, solo che mi aveva lasciato neonata con papà e se nera andata via da Milano, senza più tornare. Perché lavesse fatto, non lho mai saputo. Quando sono cresciuta, lho chiesto direttamente a papà. Lui ha appoggiato la forchetta, ci ha pensato un minuto e poi mi ha detto:

Non servivamo a sua felicità, figlia. Voleva vivere libera, non con due pesi come noi. E almeno è stata onesta: ha detto che né essere madre né moglie poteva farle.

Gli ho messo davanti una tazza di tè e una fetta di crostata che non sono pancakes, ma vanno bene lo stesso e poi ho chiesto:

Ha fatto bene, papà. Meglio così che dir bugie ogni giorno. Stiamo bene anche noi due. Però

Che cè?

È vero quello che dicono, che non sono tua? A me sinceramente non importa delle chiacchiere! Per me tu sei mio padre, punto. Ma mi serve la verità.

Papà strinse forte la tazza, mi fissò dritto negli occhi. Io non ho abbassato lo sguardo. Con mio padre non cè bisogno di vergognarsi delle proprie domande. Non mi ha mai mentito.

Sei figlia mia mi rispose. Tua madre è sempre stata sincera. Se qualcosa non fosse stato giusto, lavrebbe detto. Stai tranquilla. Tu sei mia figlia e io tuo padre, fine.

Si è alzato faticosamente, mi ha abbracciata goffo, baciandomi i capelli ricci come un piccolo soffione impazzito, e se nè andato in cucina.

Io ho tirato un sospiro. Ora sì, tutto a posto. Chi osa alzare la voce con me adesso? Nessuno! Mamma che devo fare? Questa è stata la sua scelta. Ci può anche essere grata: senza di lei, non ci sarei stata io. E papà, invece meglio di lui, nessuno. E di papà migliori non ne fanno più.

Gli anni sono passati e le malelingue hanno dovuto tacere: ero troppo somigliante a lui. Uscivamo insieme in cortile, noi due alti, occhi neri, capelli ricci, e le vecchine smettevano di chiacchierare, guardandoci con orgoglio.

Che tipi! Roba da leggenda, questi!

Ma come farà a trovar marito, una ragazza così importante? Dove lo trova un uomo allaltezza?

E Riccardo è arrivato da solo. Allepoca ero già sul cantiere, e lui, più alto di me, non passava certo inosservato.

Ma chi sei, la regina? rise, facendomi arrossire.

È andata subito bene tra di noi. Un matrimonio grande, parenti ovunque: le sorelle di Riccardo, suoceri, nonni, zii

Non fu tutto rose e fiori. Sua madre, durante le nozze, investigò su di me, concluse che non ero “del loro campo” e preparò le sue figlie alla battaglia. Così, la tempesta arrivò presto e dalla direzione meno attesa.

Non ero ingenua, avevo vissuto tra i condomini e le famiglie allargate, ma speravo almeno in una mamma acquisita, se non dalla mia, dalla suocera. Invece: critiche, pettegolezzi, conflitti, tutto. Ho fatto come mi aveva insegnato papà: non mollare e spiegare. Dopo alcuni tentativi di parlarle con calma, ho capito che era inutile e non ho voluto più perdere tempo.

Onomastico della suocera, compleanno della nipote: ecco loccasione per lennesimo litigio, quando io e Riccardo non andammo. Lei venne a casa, mentre Riccardo trafficava in garage.

Ma che pensi di fare, eh! Vuoi allontanarmi da mio figlio? Ti

Mi voltai, le mani immerse nellacqua dei piatti e mi alzai in tutta la mia altezza riempiendo la cucina:

Allora? Avanti, dica pure! O forse aspettava solo di trovarmi sola?

Mi avvicinai un passo, quasi obbligando la suocera a sedersi.

Mi ha sempre ripetuto che non sono come voi. Così ho evitato di impicciarvi con la mia presenza. Che Riccardo ora non vuole venire senza di me, problema suo: è adulto. Non gli ho mai parlato male di lei, anche se pensa il contrario. Vuole litigare ancora? Faccia pure, ma a casa sua! Se viene qui, venga con animo buono, altrimenti si risparmi la fatica.

E brava!

Che credeva? Che avrei pianto? Non mi scuce una lacrima, stia sicura. Mi spiace, ma non mi piego alle richieste. Beve un tè?

Galina, la suocera, saltò su pronta a gridare, ma io mi accasciai improvvisamente per la nausea, corsi in bagno lasciandola lì, incredula.

Quando tornai, pallida e sudata, Galina tagliava il pane e aveva già preparato due tazze di tè.

Siediti! Quando hai mangiato lultima volta?

Non me lo ricordo.

Allora mastica, dài! Io vado un attimo a casa, torno subito. Vuoi cetrioli sottaceto o crauti?

Restai a guardarla stupita. Solo un attimo prima urlava, ora si prendeva cura di me Che stranezze! Ma infine confessai:

Sono al terzo mese.

Vedrai, poi passa rispose. Al mattino appena sveglia mangia un pezzetto di pane o un biscotto. Solo un morsetto, anche senza fame. Starai meglio.

Da lì, la fragile pace che avevo faticosamente costruito, iniziò a consolidarsi. Quando nacque mio figlio, Alessandro, tutta la famiglia venne a prenderci allospedale. I vecchi rancori un po alla volta svanivano, o almeno non ci si badava più.

Poi Riccardo decise di cambiare vita: se ne andò, lasciandomi sola con il bimbo. Ma la prima che mi venne incontro fu proprio Galina.

Mi vergogno di ‘sto sciocco! borbottava sistemando i dolci per il nipote. Quando lo vedo, lo striglio!

Non serve, mamma. Così rischia solo di perderlo del tutto. Le mogli le può cambiare, ma la madre resta sempre una. Se Alessandro mi portasse una seconda moglie, non potrei mai scacciarlo: è il sangue. Se Riccardo ama unaltra, non posso farci nulla. Solo che non si dimentichi del figlio: crescere senza padre non è bello.

Galina accarezzò i ricci del nipote e mi abbracciò. Non ti abbattere, figlia. Tutto si aggiusterà! Sei giovane, forte, bella! Un bambino non ostacola la felicità. Ci sarò io, ci sarà il nonno Siete la nostra famiglia e lo sarete sempre!

Mantenne la parola. Alessandro vedeva suo padre ogni volta che Riccardo veniva colla nuova compagna dai genitori. Io non ho mai fatto storie.

Tu sei fuori, Tatiana! Io non lascerei mai mio figlio a un’altra donna!

Io no, non è una donna qualsiasi, è la madre di sua sorellina. Che dovremmo dividerci adesso? I bambini devono stare insieme. Che male cè?

Papà Carlo, sempre sorpreso dalla mia moderazione, mi appoggiava silenzioso.

Meglio due che uno solo. Così Alessandro conoscerà la sorellina: la vita è complicata, non si sa mai

Passarono gli anni e la voce del cantiere era sempre la stessa: la Ferrari è di nuovo incinta! Ma il padre? Nessuno lo sapeva.

Non mi importava dei pettegolezzi. La vacanza al mare, lasciando Alessandro con Galina, fu il periodo più sereno dopo la separazione.

Alessandro così alto come il primo marito, ma davvero il simile finiva lì. Lui era professore universitario, già capelli bianchi nonostante i quarantasei anni, e terribilmente triste.

Capisci, Tatiana, che non posso cambiare la mia famiglia? Ho due figli piccoli; finché non potranno capire, resterò così.

Pensa che sia meglio una guerra silenziosa in casa? I bambini capiscono più di quanto si pensi.

Davvero?

Ne sono certa dicevo accarezzando una strana cappelliera che non era nello stile mio. Ma senza quel cappello a larghe tese, la mia pelle diventava rossa in un attimo e rovinava le vacanze.

Non lho mai chiamato Ale, sempre signor professore, sempre con rispetto. Stare con lui era spontaneo e bello, tanto che, dovendo partir via, non sono riuscita nemmeno a salutarlo. Sentivo che mi strappavano una parte dellanima.

Allalba silenziosa, raccolsi le valigie e me ne andai: volevo tenere tutto nel mio cuore, nessuno doveva spartire quei ricordi, nemmeno lui

A Galina, che aveva subito capito tutto, ho raccontato come stavano le cose. Avevo paura mi giudicasse, invece mi sorprese:

Che venga, il bambino! Più amore cè, meglio è, anche per Alessandro. Se fossi stata sposata la penserei diversamente, ma così La vita è così, non si sa mai che succede. Limportante è come porti avanti ciò che ti tocca.

La seconda figlia nacque puntuale, lasciando i dottori a bocca aperta: partorii quasi senza gemiti, sorridendo a ogni pausa del dolore.

Guardatela! Tutte urlano, lei ride! esclamò lostetrica. È nata dallamore, eh?

Potevo solo annuire, commossa.

Prendi la tua piccola! Bella e robusta, proprio come te.

Non importa! Anche alle donne forti la felicità può sorridere!

In camera ero sola da quasi un giorno, finché arrivò una giovane donna, piccina e scura di capelli, dondolata da unausiliaria fino al letto.

Sdraiati qui. Poi vediamo che fare di te.

Sentivo i suoi singhiozzi sommessi e le portai dellacqua.

Come ti chiami?

A uno stento squittio, capii che non era aria di parlare. Mi avvicinai comunque:

Vuoi bere?

La sconosciuta, assetata, bevve avidamente. Io scossi la testa:

Che ti hanno fatto là dentro? Come ti chiami?

Asia

Asiuzza, va bene. Che hai fatto, una femmina o un maschietto?

Non rispose, piangeva ancora. Non cera bisogno di torturarla: avrebbe parlato quando voleva.

Unora, due sempre a piangere silenziosamente. Si sentivano i passi nel corridoio, i neonati stavano per essere distribuiti alle mamme.

Prendemmo Irene, la mia, tra le braccia e mi sentivo su una nuvola; guardandola con le sue sopracciglia sottili e il nasino piccolo, mi scioglievo ogni volta. Asia non si preparava, nemmeno quando le portarono il bimbo: minuscolo, fragile, debolissimo accanto al mio batuffolo. Il suo piccolo piagnucolava con voce sommessa, distogliendo il volto.

Eh no, caro mio! Così non va!

Posai Irene più in là, mi avvicinai al letto di Asia:

Ma sei impazzita? Che stai facendo, eh? Il bambino è debole e tu fai la disperata? Su! Alzati!

La mia voce tonante riecheggiò, facendo cadere qualcosa nel corridoio. Asia si ritrasse spaventata, stringendosi le ginocchia al petto.

Basta autocommiserarsi! Puoi aver subito ogni torto, ma lui sta peggio di te! Se ti hanno rifiutata, sei adulta, ma lui? Senza di te, chi gli resta? Che importa se non sei cattolica: Dio ama tutti i figli allo stesso modo! Muoviti, che ti aiuto a diventare madre!

Il medico che arrivò dopo le infermiere non chiese nulla: osservò me che guidavo Asia ad allattare, poi uscì, chiudendo silenziosamente la porta.

La storia di Asia non era complicata: amore travolgente, mille promesse, ma alla scoperta della gravidanza il ragazzo sparì, lasciandola sola con la vergogna di scrivere ai genitori.

Non posso tornare, Tatiana: mio padre non capirebbe, mi scaccerebbe.

E tua madre?

Mi vorrebbe bene, ma non si opporrebbe a lui. Non tocca a loro rispondere per me Sono io responsabile, ma non so come fare. Non ho nessuno, nemmeno un tetto.

Quanti anni hai?

Mi guardò coi suoi occhioni neri:

Diciotto. Ne ho fatti due mesi fa. Da adesso sono sola.

Sei una bambina ancora

Stringevo il cuscino, dondolandolo come fosse Irene, dentro di me cullava una ninna nanna. Avrei voluto prendere la mia bimba in braccio, sentirne ancora il calore. Mille pensieri correvano, e sapevo che dovevo agire in fretta per convincere Asia e organizzare tutto.

Quando papà lessi il mio biglietto, come sempre non si stupì: andò da Galina e insieme portarono una culla in più, riassettando la mia casa. Contenta, Galina mi chiamò:

Tutto pronto! Ho raccolto tutto quello che serviva: non sarà nuovo, ma è pulito. Lei avrà tutto per cominciare.

Ero preoccupata: Asia era orgogliosa, non avrebbe mai accettato facilmente. Ma non fu necessario insistere. Dopo un giorno, quando portarono i bambini, Asia strinse il figlio a sé e scoppiò in pianto.

Non lo darò mai a nessuno! E dove posso andare? A chi serviamo noi?

La mia risposta, a bassa voce ma ferma, fu una svolta:

Serve a me. E la casa ora cè: piccola, ma si trova spazio per tutti. Papà ha già montato una seconda culla, tu dormirai sul divano. Basta piangere, spaventi il bambino! Lui ti sente, e ora hai il dovere di proteggerlo: questo è il compito di una madre. Ora basta con le lacrime. Da sola non sei più, insieme ci aiuteremo.

Asia mi guardava quasi implorando. Non resistetti: lho abbracciata, stringendo anche il bambino.

Non temere: andrà tutto bene! Non sono la tua mamma, ma posso essere una sorella maggiore, se vuoi.

Quando lho sentita rilassarsi tra le mie braccia, ho preso il bambino e lho fatta sedere, sgridando le infermiere paralizzate sulla porta.

Tre mesi dopo, Asia spinse faticosamente fuori una grande carrozzina, salutando i vicini sulle panchine.

Allinizio, non si accorse dellauto parcheggiata sotto il palazzo. Ma quando suo padre scese e avanzò verso di lei, un brivido la scosse, e si mise a proteggere la carrozzina.

Che tremi a fare, come una foglia dautunno? sospirai, togliendomi dalla ringhiera. Va! Parla con tuo padre mentre portiamo in giro i piccoli. Non temere: so già tutto. Siete famiglia, chi ti amerà di più?

Senza voltarmi, andai per una stradina laterale, e sbirciando vidi che il padre la abbracciava. Sorrisi.

Ecco qua: se tha abbracciata, ha perdonato! Siamo a posto, Sacha! Hai nonno, nonna, una valanga di parenti! La tua mamma non è più una ragazzina impaurita, ora farebbe la tigre per difenderti. È diventata mamma, e questo vuol dire che per te farebbe tutto: si riconcilierà, ti farà crescere bene. E se combinerai guai, la zia Tatiana ti ricorderà come si ama la famiglia e la patria! Non te lo scordare! E non sei solo: ci siamo anche noi. Io, Irene, Alessandro, il nonno Carlo Sarete sempre i benvenuti, qualunque cosa accada!

I due nasi diversi della carrozzina respiravano allunisono.

Il sole, che da giorni si faceva aspettare, bucò le nuvole e baciò con luce dorata il cortile. Io sollevai il viso, lasciandomi accarezzare dai raggi quasi estivi. Sentii che era tempo di andare.

Forza ragazzi! La prima tempesta di maggio arriva! Su, corriamo!

Sulluscio, consegnai Sasha al nonno di Asia.

Terzo piano, nonno. Porti il suo tesoro. È aperto.

Asia fece un passo avanti, chiedendo:

Come lo hai chiamato?

Alessandro.

Bel nome! Crescerà forte. Andiamo!

Restai un attimo in soglia, cullando Irene che si era svegliata.

Vedi, piccola, la felicità è così: ti passa accanto, ma non sempre si lascia prendere. Se aspetti che ti venga incontro, magari se ne va da unaltra parte. Se vuoi essere felice, prendi in mano la tua vita! Non aspettare nulla da nessuno. Ama i tuoi cari, abbi compassione degli altri, non pretendere riconoscenza. Dai ciò che puoi: tempo, aiuto, una parola buona Chi vorrà, ti ringrazierà; chi no pace! Limportante è non avere nulla di cui rimproverarsi. Vivi in modo che chi ti guarda capisca: così si fa!

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