Il gattino Leo lo notò durante una passeggiata, ma Nina organizzò un gioco di “Gallo Gallo”, e lui non riuscì mai ad avvicinarsi di più.

Ho notato il gattino arancione fin dal primo pomeriggio in piazza, ma la signora Giulia Rossi aveva organizzato una partita a GusciGusci e non mi è stato possibile avvicinarmi. Il micino era rosso fuoco, proprio come il piccolo Leonardo, ma non riuscivo a capire se avesse le ciglia. A Leonardo, che è rosso, le ciglia sono ben evidenti.

Mia moglie diceva che il sole lo aveva baciato. Anche lei mi baciò, poi morì. Da quel giorno nessuno gli ha più dato un bacio. Il papà è sempre di corsa, e la nonna, per qualche strano motivo, non lo vuole bene.

Se il sole lo ha baciato, allora sarà forse un figlio del sole? Mi chiedo se anche quel gattino arancione sia stato baciato dal sole e se i gattini possano avere le ciglia. Tutti questi pensieri mi frullavano nella testa di Leonardo durante lora del riposo.

Leonardo, perché non dormi? mi ha sistemato la coperta la signora Giulia, aggiustandogli la copertina. Chiudi gli occhietti.

Lui ha chiuso gli occhi, ma non è riuscito a prendere sonno. Restava sveglio ad ascoltare nella stanza del personale la signora Giulia parlare a qualcuno:

Quanto durerà ancora questo? Un assistente per due gruppi, con il numero di bimbi che abbiamo, è una follia. E chi accetterebbe una retribuzione così bassa?

Perché è meglio che Anna non torni più, ha risposto una voce. Se si comporta così con i bambini, non serve nemmeno una tata.

Non serve, ma come farò a gestire i bimbi? ha replicato la signora Giulia, poi il silenzio è calato.

Leonardo temeva la signora Anna Valeria, la tata che aveva lasciato lasilo. Non era solo lui: tutti i piccoli la temevano. Si arrabbiava con i bimbi e, se non mangiavano la minestra con i grumi, li obbligava a ingoiare il cucchiaio con forza, tanto da far male alla lingua. Una volta ha premuto così forte sul cucchiaio che il piccolo Leonardo ha vomitato sul tavolo. Il pianto della signora Anna era assordante. Giulia lo ha pulito e cambiato, ma ha rimproverato severamente Anna, che poco dopo è scomparsa dallasilo per una lamentela dei genitori.

Durante la passeggiata serale, Leonardo ha cercato nuovamente il gattino, ma ha visto solo una coda rossa sfrecciare tra i cespugli vicino al gazebo. Poi è arrivato papà.

Da quando la madre è morta, papà parla poco con Leonardo e quasi non lo nota. Lo riporta a casa dallasilo e lo manda in camera a giocare. Una sera, la nonna ha urlato a papà:

Sergio, lo dico da una vita, non stai crescendo tuo figlio. Non assomiglia a te, lo vedi?

Mamma, è come la piccola Nadia,

E nemmeno a Nadia assomiglia. Fai un test, è più semplice che tenere un bambino che non è tuo.

Sì, ma ci ho lavorato quattro anni, quasi cinque.

Allora hai una famiglia fittizia e una moglie che ti ha messo un bambino sul collo. Ora che non cè più, devi sistemare la tua vita e fare i tuoi figli. Se conti su di me per crescere il tuo ragazzo, ti sbagli di grosso. Non ne ho bisogno!

Leonardo non capiva nulla. La nonna parlava sempre con voce accigliata, così da non farlo entrare troppo in testa.

Al mattino è arrivata una nuova tata. Era diversa dalla precedente e Leonardo lha sentita subito. Non urlava, non rimproverava; parlava piano ai bambini e loro mangiavano.

Curioso, Leonardo ha posato il cucchiaio e osservato la donna. La tata si è avvicinata:

Ciao! Come ti chiami? Leonardo? Io sono Ilaria Bianchi. Perché non mangi, Leonardo?

Non mi piacciono i grumi nella minestra.

Ti dirò un segreto: anchio non sopporto i grumi, e non li forzo mai ai bimbi. Puoi lasciarli nel piatto se ti capitano. Poi vedremo chi ne ha più.

Leonardo ha cominciato a cercare i grumi nel suo piatto. Con sua sorpresa, quasi non ce nerano; mentre li cercava, ha finito per mangiare tutta la minestra. Ilaria lo ha lodato: Bravo, sei un campione! Nessuno lo aveva mai elogiato prima e lui è stato felice. Da quel momento lasilo è diventato per lui ancora più piacevole. Ilaria aiutava sempre la maestra, i bambini si sono affezionati a lei e lhanno amata.

Un giorno la signora Giulia ha chiesto a Ilaria di stare con i bimbi durante lora del riposo, mentre lei andava nello studio della direttrice. I bambini respiravano tranquilli, ma Leonardo non riusciva a prendere sonno.

Leonardo, perché non dormi? gli ha accarezzato la testa Ilaria.

Lo sapete che la mia mamma è in cielo? ha sussurrato il bambino.

Ilaria ha sentito un nodo alla gola. Quel ragazzino rosso e silenzioso le era piaciuto subito. Aveva già notato che Leonardo veniva portato via dal padre di corsa o dalla nonna irritata, ma mai dalla mamma.

No, piccolino, non lo sapevo.

E il sole mi ha anche baciato.

Lho notato anchio, ha sorriso Ilaria.

I gattini hanno le ciglia?

Forse sì, perché lo chiedi?

E Leonardo ha raccontato a bassa voce della sua avventura: il gattino rosso che viveva tra i cespugli, forse anche lui baciato dal sole, e che forse era suo fratello. Vorrebbe un fratellino, anche se è un gattino, perché nessuno lo bacia più senza la mamma.

I gattini sanno baciare i bambini? ha chiesto Ilaria, trattenendo le lacrime.

Con un gesto dolce ha accarezzato la chioma rossa e ispideggiante del bambino e ha annuito:

Sì, Leonardo, i gattini possono baciare, ma hanno la lingua ruvida. Dormi ora, va bene?

Davvero ruvida? ha stupito Leonardo, chiuso gli occhi e quasi subito si addormentò.

La maestra ha spiegato a Ilaria: la madre di Leonardo era stata una bambina di un orfanotrofio, è morta recentemente, la suocera non ha mai accettato la nuora e ha sempre detto al padre che non era il suo figlio. Leonardo è pulito, curato, ma ha smesso quasi di sorridere; prima brillava come il sole, ora è solo una traccia di quel sorriso.

Unestate, Leonardo non è più venuto allasilo. Era malato, forse linfluenza che imperversava a Milano nonostante il caldo. Non è apparso per una o due settimane.

Non tornerà più, ha detto la signora Giulia a Ilaria. Il padre ha chiesto laffido allorfanotrofio e ha portato i documenti alla direttrice.

Ilaria non ha capito subito: Come può andare in orfanotrofio con papà e nonna vivi?

Il papà non è suo padre, hanno fatto il test del DNA con la nonna. Cinque anni ha cresciuto Leonardo, ma ora è un caso.

Ilaria è tornata a casa con la testa annebbiata, pensando al piccolo rosso e alla domanda: I gattini hanno le ciglia?

Improvvisamente, da dietro il cancello dellasilo è saltato un piccolo mucchio rosso. Sconvolta, Ilaria lo ha preso in braccio: era il gattino, rosso fuoco, sporco ma lavabile. Le ciglia dei gattini, ha scoperto, non esistono.

Quella sera, il marito Marco è rientrato dal lavoro, pulito e affamato, e il gattino gli è corso incontro.

Abbiamo un nuovo arrivato! Ilaria, non rovinerà i mobili?

Marco, vedendo il volto preoccupato di Ilaria, ha risposto:

Non mi dispiace. Ho sentito dire che i gatti sono dei furbetti.

Cosè successo? Con la mamma? Al lavoro?

Hanno chiacchierato tutta la notte. Marco ha chiesto:

Ilaria, sei sicura di non prendere un randagio?

Ilaria era convinta di stare allasilo perché non aveva figli propri, così almeno poteva accudire altri. Marco le ha detto che le cose si sistemeranno, che i medici hanno detto ma lei non era sicura di nulla. Sapeva solo che Leonardo non poteva finire in un orfanotrofio, come quel gattino trovato per strada.

Dopo infinite pratiche, certificati, accreditamenti per famiglie affidatarie, psicologi, hanno capito che la loro casa è grande e il salario di Marco è buono. La direttrice dellasilo li ha aiutati con i contatti. I genitori di Marco, da una città lontana, volevano che il nipotino venisse a trovarli.

Leonardo, quando hanno finalmente potuto vederlo, ha sorriso timidamente, non credendo di dover aspettare ancora, e ha capito che presto avrebbe vissuto con Ilaria e Marco. A casa lo aspettava quel piccolo gattino rosso. Avrebbero passato ogni giorno allasilo insieme.

Guardate, Leonardo è tornato! ha esclamato la signora Giulia.

Buongiorno! Signora Giulia, adesso so che i gattini non hanno le ciglia, ma la lingua è davvero ruvida!

Tra due anni Leonardo entrerà in prima elementare. Lo accompagneranno la mamma, il papà, le due nonne, il nonno e la sua piccola sorellina.

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Il gattino Leo lo notò durante una passeggiata, ma Nina organizzò un gioco di “Gallo Gallo”, e lui non riuscì mai ad avvicinarsi di più.
Ho taciuto a lungo, non perché non avessi niente da dire, ma perché credevo che, se avessi stretto i denti e ingoiato tutto, avrei mantenuto la pace in famiglia. Mia nuora non mi ha mai sopportata dal primo giorno: prima era una “battuta”, poi una consuetudine, infine è diventato il nostro quotidiano. Quando si sono sposati, ho fatto tutto ciò che una madre italiana fa: gli ho dato la stanza migliore, ho aiutato con i mobili, ho costruito per loro una casa. Mi dicevo: “Sono giovani, si adatteranno. Io resto in disparte e in silenzio.” Ma lei non voleva solo che restassi ai margini… voleva che sparissi del tutto. Ogni mio tentativo di aiutare veniva accolto con disprezzo: “Non toccare, non sei capace”, “Lascia, faccio io come si deve”, “Ma ancora non hai imparato?”. Le sue parole, dette a bassa voce, mi pungevano come spine, a volte davanti a mio figlio, agli ospiti, ai vicini, come se si vantasse di umiliarmi. Io annuivo, tacevo… Sorridevo quando avrei voluto piangere. La cosa che mi faceva più male? Vedere mio figlio che non diceva nulla. Faceva finta di non sentire, o si rifugiava nel telefono; mi diceva: “Mamma, non pensarci, lei è fatta così… non ci pensare”. Ma come si fa a non pensarci, quando nella propria casa ci si sente estranei? C’erano giorni in cui non vedevo l’ora che uscissero, per restare sola e respirare. Lei cominciò a trattarmi come una domestica da relegare in un angolo, con domande pungenti: “Perché hai lasciato la tazza qui?”, “Perché non hai buttato questo?”, “Perché parli così tanto?”. E io… ormai parlavo quasi per niente. Una volta ho preparato una semplice zuppa, di quelle che noi mamme facciamo quando vogliamo bene. Lei è entrata, ha annusato la pentola e ha riso: “E questa sarebbe la tua famosa cucina di paese? Grazie davvero…”. Poi ha aggiunto qualcosa che mi rimbomba ancora nelle orecchie: “Onestamente, se tu non ci fossi, sarebbe tutto più facile”. Mio figlio era a tavola. Ha sentito. Ho visto la sua mascella irrigidirsi, ma è rimasto in silenzio. Allora mi sono girata per nascondere le lacrime, dicendomi: “Non piangere, non darle soddisfazione”. Ma lei ha continuato, più forte: “Sei solo un peso! Per tutti! Per me, per lui!”. Non so perché… quella volta qualcosa si è rotto. Forse non in me, ma in lui. Mio figlio si è alzato. Piano. Senza sbattere nulla, senza urlare. Ha semplicemente detto: “Basta”. Lei si è bloccata. “Cosa vuoi dire con ‘basta’?”, ha riso finta ingenua. “Sto solo dicendo la verità”. Mio figlio si è avvicinato e per la prima volta l’ho sentito parlare così: “La verità è che tu stai umiliando mia madre. Nella casa che lei mantiene. Con le sue mani che mi hanno cresciuto”. Lei ha provato a ribattere, ma lui non le ha dato modo. “Io sono rimasto in silenzio troppo a lungo. Pensavo fosse da uomo, pensavo di proteggere la tranquillità. Ma no, stavo solo permettendo una cattiveria. Ora basta”. Lei è diventata pallida. “Stai scegliendo lei invece di me?!”. E lui ha pronunciato la frase più forte che abbia mai sentito: “Io scelgo il rispetto. Se tu non sai cosa vuol dire, non sei nel posto giusto”. È sceso il silenzio. Denso. Come se l’aria si fosse fermata. Lei è andata nella loro stanza, ha sbattuto la porta e ha continuato a borbottare, ma ormai non aveva più importanza. Mio figlio si è girato verso di me, gli occhi lucidi: “Mamma… perdonami per averti lasciata sola”. Non ho saputo rispondere subito, mi sono solo seduta, tremando. Lui si è inginocchiato come da bambino e mi ha preso le mani: “Non meriti questo. Nessuno ha il diritto di umiliarti. Nemmeno la persona che amo”. Ho pianto. Ma questa volta non di dolore, di sollievo. Perché finalmente qualcuno mi ha vista. Non come un “fastidio”. Non come una “vecchia”. Ma come madre. Come persona. Sì, ho taciuto tanto… ma un giorno mio figlio ha parlato anche per me. Ho capito una cosa importante: a volte il silenzio non protegge la pace, ma solo la crudeltà degli altri. E secondo voi, una madre deve sopportare l’umiliazione pur di “avere pace”, o il silenzio rende solo il dolore più profondo?