«No, mamma. Da oggi non ci vieni più: né oggi, né domani, né lanno prossimo» la storia di una pazienza finita
Mi sono spesso chiesto da dove cominciare questo racconto, e ogni volta mi venivano in mente solo due parole: *sfacciataggine* e *complicità silenziosa*. La prima apparteneva a mia suocera, la seconda a mia moglie. E io stavo in mezzo, cercando di essere un uomo educato, paziente, ragionevole. Finché non ho capito che, se avessi continuato a restare zitto, della *nostra* casa sarebbe rimasta solo una scatola vuota.
Non ho mai compreso come si possa entrare in casa daltri e prendere ciò che non ti appartiene, come se tutto fosse di tua proprietà. Ma mia suocera faceva proprio così. E tutto, sempre, per sua figlia. La sorella di mia moglie.
Ad ogni visita sua spariva qualcosa: carne dal congelatore, pentole di ragù appena cucinate, e persino la mia nuova macchina per lo styling che nemmeno avevo mai usato. *Giulia ha quei capelli ribelli, a te tanto non serve, stai sempre in casa*, aveva detto, senza nemmeno pensarci.
Io avevo sopportato. Avevo stretto i denti. Ne avevo parlato con mia moglie. Lei alzava le spalle: *È mia madre, non lo fa con cattiveria. Ne compriamo unaltra.*
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è arrivata al nostro quinto anniversario di matrimonio. Avevamo deciso di festeggiare alla vecchia maniera, una cena solo noi due. Avevo scelto il vestito elegante, mancavano solo le scarpe. Finalmente, le avevo comprate: perfette, costose, le stesse che desideravo da un anno. Le avevo lasciate in camera, nella scatola, in attesa della serata speciale.
Le cose, però, sono andate diversamente.
Quel giorno ho fatto tardi in ufficio e ho chiesto a mia moglie di andare a prendere nostra figlia allasilo. Lei ha accettato, ma poi ha avuto un imprevisto, così ha pensato di chiamare la madre. Le ha lasciato le chiavi per entrare e stare un po con la piccola Caterina.
Appena arrivato a casa, sono andato dritto in camera. E mi sono bloccato: la scatola delle scarpe non cera più.
Martina, hai visto le mie scarpe nuove? ho chiesto, già sapendo la risposta.
Perché dovrei saperlo? ha risposto, con la solita freddezza.
È venuta tua madre oggi?
Sì, ha preso Caterina e si è fermata un po.
E le chiavi?
Gliele ho date io, perché?
Ho preso il telefono e lho chiamata. Ha risposto subito.
Buonasera ho detto, tenendo a freno la rabbia. Credo sappia già perché la chiamo.
A dire il vero no mi ha risposto, senza la minima esitazione.
Dovè finita la mia scatola di scarpe nuova?
Le ho regalate alla Giulia. Tu ne hai già tante, lei invece non aveva nulla di decente per la festa di Capodanno.
E poi, *tac*, ha chiuso la chiamata. Nessun rimorso. Nessuna scusa. Solo silenzio.
E mia moglie, come sempre: *Ne compriamo un altro paio, non fare storie. È mia madre.*
Mi sono alzato. Lho presa per un braccio e lho portata dritta in centro, davanti alla vetrina del negozio dove vedevo quelle scarpe da mesi. Erano talmente care che quasi le è venuto un colpo.
Luca, costano quanto una settimana di lavoro! ha protestato.
Hai detto che ne avremmo preso un altro paio. Allora adesso si compra, ho detto deciso.
Lei ha pagato. E quel prezzo è stato, in fondo, il costo della sua complicità.
Ma non era finita. Sulla via del ritorno, squilla il cellulare di Martina: era sua madre. *Passo da voi oggi. Ho dei sacchetti di erbe fresche, nel mio freezer non cè più posto. Li lascio lì e torno a prenderli fra un paio di mesi*.
Lho vista guardare il telefono, serrando le labbra. E per la prima volta, lho sentita rispondere, con un tono che non lasciava spazio a repliche:
Mamma, da oggi non vieni più qui. Né oggi, né domani, né tra un anno. Perché il tuo ultimo *aiuto* ci è costato già troppo.
E ha chiuso. Io lho guardata, e dopo tanto tempo mi sono sentito davvero parte di una famiglia. Una casa dove le porte si aprono a chi rispetta, non a chi viene a prendere ciò che non è suo.





