In casa cerano ospiti. Da loro ospiti cerano sempre, quasi quanto il parmigiano sulle lasagne domenicali.
Tutti bevevano e bevevano, bottiglie dappertutto, mentre di cibo nemmeno lombra! Pure una fetta di pane sarebbe stata oro… ma sul tavolo solo mozziconi di sigarette e una scatola vuota di sgombro sottolio. Leoncino setacciò ancora il tavolo con lo sguardo: zero, nada, nisba.
Va bene mamma, io esco, disse il bambino, tirando lentamente su le sue scarpette più bucate di un formaggio svizzero.
Sperava che la madre si alzasse allimprovviso, lo fermasse con un Dove vai, amore mio, a stomaco vuoto e con questo freddo? Rimani qua, preparo un po di pastina, mando via gli ospiti e do una pulita ai pavimenti.
Ma lui questa frase la sognava e basta. La madre, le parole gentili, non le collezionava. Parole che diceva sembravano spine dacacia, da farlo ritrarre e nascondere come una lumaca sotto sale.
Quella mattina decise che sarebbe andato via per sempre. Aveva sei anni, e si sentiva già un adulto navigato. Prima si sarebbe guadagnato qualche euro, così da potersi comprare una bella brioche, magari anche due, che il suo stomaco ormai faceva rumore peggio dei treni regionali.
Come racimolare soldi, però, non ne aveva idea. Ma mentre passeggiava nei dintorni dei chioschi, scoprì una bottiglia abbandonata che spuntava dalla neve. Se la infilò in tasca. Poi beccò pure una busta gettata da chissà chi e passò il pomeriggio a raccogliere bottiglie a destra e a manca.
Alla fine aveva fatto il pieno: la busta strillava di vetro, manco fosse una raccolta punti al supermercato. Leoncino già se lo vedeva: laroma della brioche soffice, magari con i semi di papavero, uvetta, o persino con la glassa. Via, meglio non sognare troppo, per la glassa forse servivano più bottiglie, quindi continuò a frugare.
Si spostò alla stazione, dove tra vecchietti col cappotto e ritardatari, cera sempre chi lasciava bottiglie vuote in attesa del treno. Posò il sacco pesante vicino a un chiosco e corse a prendere una nuova bottiglia appena appoggiata. Ma ecco, mentre correva, arrivò un uomo, uno sporco e cattivo come una calza dopo carnevale. Gli afferrò il sacco, lo fissò così duramente che Leoncino dovette girarsi e andarsene.
La sua speranza di brioche svanì come un miraggio.
Recuperare bottiglie: anche questa è fatica, pensò, continuando a girovagare sotto neve mista, quella che dopo due passaggi di macchina diventa un risotto. Aveva i piedi bagnati e freddi. Si fece buio pesto. Non sapeva come, ma si ritrovò in un portone, crollò sul pianerottolo, si strusciò contro il termosifone e sprofondò in un sonno caldo.
Quando si risvegliò, pensava di essere ancora nei sogni. Caldo, tranquillo, e profumo di qualcosa di buono nellaria, proprio come a casa di una nonna.
Poi nella stanza entrò una donna dal sorriso buono come il pane fresco.
Allora, piccolo si fece vicina ti sei scaldato? Hai dormito? Dai, ora facciamo colazione. Ti ho trovato stanotte che dormivi in portone come un cagnolino affamato e ti ho portato qui.
Questa adesso è casa mia? domandò Leoncino, incredulo.
Se non hai altro posto, per oggi può esserlo, rispose la donna.
Da lì la storia prese la piega della favola. La signora lo nutriva, si prendeva cura di lui, gli comprava vestiti nuovi. Pian piano Leoncino le raccontò tutto: la mamma, gli ospiti, i giorni di fuga.
La donna si chiamava Livia: un nome che a lui suonava magico, anche se qui è più comune di una pizza margherita. Per Leoncino, solo una fata può portare un nome così.
Vuoi che diventi io la tua mamma? chiese, stringendolo a sé in un abbraccio vero, di quelli che ti riparano persino dallumidità di Milano in novembre.
Ovviamente, lui voleva. Ma la felicità, si sa, a volte dura meno di un cono gelato a Ferragosto. Dopo una settimana tornò la mamma.
Quella volta la mamma era quasi sobria e urlava più di una tifosa allo stadio: Non mi hanno ancora tolto la potestà, ho ancora tutti i diritti su mio figlio! E lo portò via, con delle fiocche di neve che cadevano dal cielo e Leoncino che pensava che la casa di Livia era come un castello incantato, splendente nel bianco.
Da lì la vita fu tutta in salita. La madre continuava a bere, lui scappava. Dormiva in stazione, raccoglieva bottiglie, comprava pane: niente amici, niente richieste, solo il pane e basta.
Poi finalmente era ora la madre perse la custodia e lui finì in orfanotrofio.
La cosa più triste era che non riusciva più a ricordare dove fosse quella casa castello, con la donna dal nome da favola.
Passarono tre anni.
Viveva sempre in istituto. Restava chiuso, parlava poco. Il suo passatempo favorito? Isolarsi a disegnare sempre la stessa immagine: una casa bianca e le fiocche cadenti.
Un giorno arrivò una giornalista. La direttrice dellistituto la portava in giro, le presentava i bambini. Arrivarono anche da Leoncino.
Leoncino è un ragazzo interessante. Fa fatica a inserirsi con gli altri, ancora adesso dopo tutto questo tempo. Stiamo cercando una famiglia per lui, spiegò allospite.
Piacere, io sono Livia, disse la giornalista.
Basta, per Leoncino fu un tuffo al cuore. Si animò e iniziò a parlare senza sosta! Raccontò tutto dellaltra Livia, quella davvero magica. Si vedeva che il suo cuore si scioglieva frase dopo frase, le guance diventavano rosse come una salsa al pomodoro. La direttrice lo guardava stupefatta.
Il nome Livia, insomma, era proprio la chiave doro del suo cuore.
La giornalista non resse, si mise a piangere, ascoltando la storia. Poi promise a Leoncino che avrebbe fatto scrivere la sua storia sul giornale locale: magari, chissà, la Livia dei miracoli lavrebbe letto e trovato Leoncino.
E mantenne la promessa. E accadde il miracolo.
La signora Livia, il giornale non lo comprava mai. Ma proprio quel giorno, per il suo compleanno, i colleghi le regalarono dei fiori, avvolti nella carta di giornale visto che fuori era inverno. A casa, mentre sbrogliava il mazzo, il titolo di un piccolo articolo le saltò agli occhi: Signora Livia, un piccolo Leoncino la cerca. Si faccia viva!
Lei lesse, capì in un attimo: quel bambino era proprio lui, quello portato via dalla scala e che aveva voluto adottare.
Leoncino la riconobbe subito, saltò tra le sue braccia. Si abbracciarono, e piangevano entrambi: Leoncino, Livia, persino i bidelli e chiunque assistesse alla scena.
Ti ho aspettato tanto, disse lui.
Fu difficile convincerlo a lasciar andare Livia a casa. Per ladozione ci voleva la burocrazia, non si scappa, ma ogni giorno lei tornava a trovarlo.
P.S.
Poi fu finalmente felice. Oggi Leoncino ha 26 anni. Si è laureato in ingegneria a Torino, sta per sposare una bravissima ragazza, è socievole, allegro e adora la sua mamma Livia, debitore di tutto.
Solo da grande Lei gli svelò il segreto: il marito laveva lasciata perché non poteva avere figli, si sentiva sola e inutile e proprio in quel momento, su quella scala, trovò Leoncino e lo riscaldò col suo amore.
Quando la madre lo portò via, Livia pensava che fosse destino o meglio, un tipico scherzo dei destini italiani.
Fu infinitamente felice quando lo ritrovò in istituto.
Leoncino provò a scoprire che fine avesse fatto la madre vera. Scoprì che avevano vissuto in un appartamento in affitto e che lei era sparita anni prima, con un uomo appena uscito di galera. Non la cercò più. E chi ne aveva bisogno? Ormai era a casa.




